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Domenica, 19 Febbraio 2017 00:51

NCAA in cerca di italiani

Alcuni College NCAA stanno osservando dei giovani talenti della nazionale under 18, che recentemente ha conquistato il bronzo agli europei di Turchia. Questi i probabili giocatori nel mirino NCAA: Davide Moretti, Andrea Mezzanotte ed Alessandro Lever.

Venerdì, 17 Febbraio 2017 08:59

Happy birthday basketball: Jordan a UNC

 
Proprio nella giornata di oggi di un oramai lontano 1963 nasceva in uno dei sobborghi periferici di New York quello che sarebbe diventato, a detta di tutto il mondo sportivo e non, il più grande cestista di tutti i tempi: His Airness, Micheal Jeffrey Jordan. Nel mondo del Basket questa data ha lo stesso valore che il Natale ha per i cristiani: infatti c'è un prima MJ e un dopo MJ –noi, fortunatamente, ci troviamo nel secondo periodo. Prima di entrare nel mondo dei grandi, dei professionisti NBA che era allora dominata dal numero 33 dei Celtics Bird e dal 32 dei Lakers Johnson, il giovane Micheal si iscrive al liceo di North Carolina in quel di Wilmington dove giocherà per i Tar Heels. 
Qui insegna pallacanestro l'uomo a cui oggi è dedicato il palazzetto dell'Università: Dean Smith, più che un allenatore di basket un’entità spirituale dal grande impatto sui suoi giocatori, uno che obbliga i giocatori ad andare a messa la domenica e uno che rispetta le tradizioni. Gioca una bella ed elegante pallacanestro: si corre appena si può, si fa girare la palla in piena armonia e si difende a uomo. Solo che non ha mai vinto nulla, fino a che His Airness non si presenta sul parquet di North Carolina per la prima volta con la casacca azzurrina numero 23. Ecco diciamo che nella prima partita Jordan si è messo in testa di andare contro a una delle tradizioni di UNC e Dean Smith: i freshman sono relegati alla panchina e giocano pochi minuti a partita, devono sgobbare, devono prendersi i tiri solo se obbligati e soprattutto lavorare col “culo basso” in difesa. Si la tradizione bella, ma quello è il 23: non parte in quintetto, ma strega subito tutti i suoi colleghi di studi e il coach che inizia a ritenerlo alla pari dei due perni della squadra finora: James Worthy e Sam Perkins. 
Le cose vanno benino quell'anno –so che molti appassionati vedranno nel mio articolo molte citazioni dell'avvocato, ma quando prende in mano il microfono e parla io ne rimango incantato- per i Tar Heels; riescono ad arrivare alla finale nazionale dove affrontano a New Orleans Georgetown, la più grande difesa della NCAA, dove fra gli altri milita Patrick Ewing. 
La partita è di quelle tirate fino all'ultimo possesso quando North Carolina ha palla in mano ed è sotto di 1: la squadra di coach Smith può andare fino in fondo e all'epoca –siamo nel 1982, tanto per chiarezza- non era usuale usufruire della tecnica fallo o non fallo che ha portato tanti problemi agli allenatori odierni (Popovich su tutti nella finale persa connetto gli Heat per la bomba di Allen da tre). Il saggio coach si UNC chiama timeout e disegna lo schema ai suoi prendendo da parte il play, Worthy e il freshman. Pare che le parole siano state più o meno queste “James tu cerchi di smarcarti qua e lo fai come se dovessi ricevere palla, quindi bene. Black tu giochi apparentemente per James, tanto per lui si muovono di sicuro e poi ribalti il lato su Micheal.”; al rientro in campo i tre mettono in pratica la teoria e lo schema riesce perfettamente: Jordan segna e North Carolina vince il titolo-anche perché nei 15 secondi rimanenti Georgetown non si prende un tiro, ma una preghiera verso il canestro. 
È la prima volta in cui il mondo si gode la vista del 23: infatti spettatori dal vivo sono 610000 e spettatori televisivi poco più di 17 milioni. Davanti a un pubblico del genere qualsiasi giocatore, soprattutto se un freshman alla sua prima finale, avrebbe almeno esitato, sentire la mano tremare e il pallone pesare tantissimo, ma non un predestinato: infatti Micheal al rientro nello spogliatoio disse “avvero non ho avvertito alcuna pressione. Era un tiro come un altro.” 
Nel suo anno da sophomore le cose vanno sempre meglio tanto che lui domina per la prima volta anche la voce capocannonieri con l’incredibile media di 20 a partita. Però il suo exploit, anche fisico –cresce di 5 cm quell'estate- non viene seguito dalla squadra, orfana di Worthy: così il 1983 vede consacrarsi solo Jordan e non l'intera franchigia di Dean Smith; tra l'altro fondamentale l'anno perché qui il coach inizia a lasciare il permesso al 23 di non seguire il suo uomo per fiondarsi come un missile sui passaggi e recuperare palla. UNC infatti non va oltre le finali regionali dove perde contro Georgia. Nonostante ciò pero il ragazzo proveniente da New York si vide riconoscere il premio di NCAA college player of the year con conseguente inserimento nel quintetto all- America, a ciò va aggiunto il premio di rookie of the year dell'anno precedente. 
Si arriva la uso ultimo anno a Wilmington, quello da junior, il 1984. Jordan ha in mano definitivamente la squadra perché, dopo il draft di Worthy, arriva la chiamata NBA anche per Perkins. Si sa fin dall'inizio che sarà l'ultimo anno di Jordan nel basket collegiale –convinto a far ciò soprattutto da Dean Smith- e già sembrava agli esperti che la sua entrata nella NBA fosse stata ritardata: infatti si era reso eleggibile per il draft del 1984 solo per poter partecipare alle olimpiadi di Los Angeles –fino a Barcellona 1992 alle olimpiadi potevano partecipare solo i collegiali e non i professionisti della NBA. Ancora una volta niente trofeo per UNC, ma tanti riconoscimenti per il 23 tra cui il James Naismith Award e il John Wooden Award. 
Si arriva al draft e Micheal Jeffrey Jordan viene scelto con la terza assoluta dai Chicago Bulls che non se lo lasciarono scappare come fece Houston –che comunque si accaparrò Hakeem The Dream Olajuwon- e Portland –senza le reali motivazioni della prima. 
Il resto? Il resto è storia. 
 
Davide Maggioni 
 

Massimo Masini è nato a Montecatini Terme (PT), il 9 maggio del 1945. A 15 anni aveva già raggiunto l’altezza di 2 e 04 (poi aumentata di altri 4 cm), e facilmente venne quindi reclutato dalla squadra di basket della sua città. Lo adocchiarono i dirigenti dell’Olimpia Milano, che non persero tempo a portarlo via dalla famiglia, assicurando studi, alloggio e un promettente futuro da cestista. La sua lunga serie di successi col club meneghino iniziò col titolo juniores del ’61, poi dal ’63 al ’74 - con la prima squadra - sono arrivati quattro scudetti, una Coppa dei Campioni e due volte la Coppa Saporta (ex coppa delle Coppe). In Nazionale lo portò il prof. Paratore, dopo averlo visionato in un raduno giovanile all’Acquacetosa, a Roma, e già nel ’63 lo inserì nella formazione che disputò per la prima volta i Mondiali, a Rio de Janeiro. Da lì, ben cinque Europei consecutivi, due Olimpiadi, un altro Mondiale e due Giochi del Mediterraneo: le presenze azzurre (179) lo collocano al 14° posto, i punti realizzati (1852) all’8°. Primo esempio italiano di pivot moderno, oltre che buon rimbalzista era abile nelle giocate lontano da canestro, con un tiro da fuori rapido e preciso. In campo fino a 35 anni (con le maglie di Brina Rieti, Fernet Tonic Bologna e Pordenone), si è poi dedicato alla carriera di allenatore per più di un decennio.

Mercoledì, 15 Febbraio 2017 14:11

Europei di basket: Helsinki 1967

L’URSS suona la nona sinfonia!

All’orizzonte vicino c’era un’altra Olimpiade, quella di Città del Messico, la terza dell’era-Paratore. Ma stavolta gli Europei dovevano essere qualcosa di più di una semplice tappa di avvicinamento. Ormai la Nazionale italiana sembrava avere trovato un eletto domicilio nella parte alta della graduatoria mondiale, e sentiva quindi il dovere – più che l’ambizione – di uscire allo scoperto e di inseguire traguardi prestigiosi in ogni torneo.

Martedì, 14 Febbraio 2017 09:15

Valentine day: Bears at Red Raiders

Oggi è il 14 febbraio, la data che tutti gli innamorati cerchiano con la matita rossa sul calendario, la data che anche Al Capone nel lontano 1929 cerchiò sul calendario col rosso, quello del sangue  della banda di Bugsy Moran, la data che vede la morte della pecora Dolly nel 2003 e nel 2005 la nascita di YouTube.

Sandro Spinetti è nato a Roma l’8 ottobre 1940. Ha cominciato a giocare a basket a 12 anni nel Collegio San Giuseppe, entrando così nelle giovanili della Stella Azzurra, allenate da Francesco Ferrero (ex tecnico della Nazionale per un brevissimo periodo nel ’53). Esordì in prima squadra, e in serie A, nel ’58, trovando qui come allenatore Tonino Costanzo, ex pivot azzurro (aveva disputato gli Europei del ’55 e del ’57). Spinetti rimase a Roma con la Stella Azzurra fino al ’69, poi si trasferì a Cagliari, vestendo per cinque stagioni la maglia della Brill. E in Sardegna si sarebbe stabilito definitivamente. Alto 1,90, era un’ala con buona predisposizione al tiro; nel ’65 giunse secondo nella classifica marcatori della massima serie, alle spalle di Paolo Vittori. Nella Nazionale maggiore ha disputato l’Europeo del ’65 a Mosca; ha fatto più volte parte della Nazionale militare.

Giusto “Corrado” Pellanera è nato a San Nicolò a Tordino, in provincia di Teramo, il 12 marzo del 1938. Iniziò a giocare a basket seguendo la scia dei fratelli più grandi, con la D’Alessandro Teramo, che allora militava in serie B. Meritevole di palcoscenici più importanti, a 20 anni fece il suo debutto nella massima serie con la Virtus Bologna, società in cui disputò dieci stagioni. Alto 1 e 87, era dotato di un fisico agile e di una forza atletica esplosiva, che gli permetteva di conquistare più rimbalzi dei lunghi, oltre a distinguersi come rubapalloni e contropiedista. La sua dedizione avrebbe meritato qualcosina in più dei quattro secondi posti e dei cinque terzi posti che totalizzò nella sua prima parentesi bolognese. Ce ne fu infatti anche una seconda, sulla sponda Fortitudo, dopo un anno a Udine e prima di chiudere la carriera a 35 anni. In Nazionale maggiore fece il suo esordio nel ’60, in Argentina, in una tournée di preparazione alle Olimpiadi Roma, dove i posti da titolare però erano già occupati. Per la prima competizione ufficiale dovette attendere il ’63, quando prese parte ai Mondiali in Brasile e all’Europeo di Wroclaw. Chiamato e voluto da Paratore, continuò con lui la sua parabola azzurra, attraversando due Olimpiadi, più un altro Europeo e un altro Mondiale.

Giovambattista “Nino” Cescutti è nato a Udine, il 13 giugno del 1939. Nella sua formazione sportiva, non solo basket, ma anche calcio e atletica (gareggiò nella velocità a fianco di Livio Berruti). Il primo trasferimento fu nella vicina Trieste, poi il salto a Milano, con la Simmenthal, dove conquistò subito (nel ’58-’59) il suo primo scudetto. Approdato a Pesaro, vi restò per tre stagioni, vincendo per ben due volte il titolo di miglior marcatore. Quindi la militanza nell’Ignis Varese, ricca di successi: secondo scudetto, Coppa Intercontinentale, Coppa delle Coppe. Ala di 1,89, sapeva rendersi pericoloso sia da dalla distanza che spalle a canestro. Esordio in Nazionale nel dicembre del ’59, quindi la partecipazione ai Mondiali del ’63 e agli Europei del ’65. A Udine concluse sia la carriera di giocatore che quella da allenatore.

A meno 8 match dal termine della stagione regolare, continua la marcia del Real Madrid, uscito vittorioso 78-81 dalla difficile trasferta a Kazan in casa di Keith Langford e del Cska Mosca che doma l’outsider Stella Rossa, alla seconda sconfitta dopo il filotto di sette vittorie consecutive.

Con Sergio Llull e la stellina Doncic sottotono, ci pensano A. Randolph e Othello Hunter a portare a Madrid un’altra vittoria grazie al dominio sotto canestro e ai rimbalzi offensivi nei momenti chiave del match. Sempre in Russia, ma nell’Arena dei campioni del Cska si prendono la scena Nando De Colo (25 punti in poco più di 20 min) e Teodosic (16 punti) per archiviare la pratica Stella Rossa 102-80.

Giovedì, 09 Febbraio 2017 07:58

Capodanno cinese alla Gallagher-Iba Arena

 
Il 9 febbraio 1964 i Beatles si esibivano per la prima volta nel nuovo continente al The Ed Sullivan Show cambiando per sempre sia il concetto di musica che quello di spettacolo: registrarono un audience pari a 73 milioni di spettatori, fra i presenti al concerto e quelli che lo seguivano in diretta televisiva. 
A partire da quel momento che è diventato eternità, lo spettacolo televisivo oggi può raggiungere tutte le parti del mondo e così diffondere ogni tipo di verbo: dalla rock n roll, al calcio, al cinema e alla pallacanestro universitaria. 
Lo spettacolo di questa è a dir poco affascinante: immaginatevi ragazzi dai 20 ai 22 anni che si sfidano davanti a un pubblico effettivo di circa 15000 persone, e a uno televisivo di una folla potenzialmente incalcolabile. 
Così nella notte la partita fra Baylor e Oklahoma State è stata vista da poco più di mezzo milione di spettatori. 
La palla a due si alza alle 7 del lungo pomeriggio americano alla Gallagher-Iba Arena di Stillwater (uno dei quartieri di Oklahoma City) fra i Bears e i Cowboys. 
Gli ospiti si presentano a questa partita nel loro momento di forma peggiore, arrivando da due sconfitte consecutive che necessitano una vittoria o almeno una prestazione convincente; dall'altra parte troviamo la formazione di Oklahoma State che vuole assolutamente difendere con le unghie e coi denti il campo casalingo dove batterli è davvero difficile. 
La sfida è fra le più belle ed entrambe le squadre provano a portare a casa il successo che alla fine dei 40 minuti regolamentari va a Baylor col punteggio di 72-69. Un solo possesso quindi divide le due formazioni dal successo o dalla sconfitta. 
Assistiamo a due partite completamente differenti nel corso della gara: fino a 4:08 dalla fine abbiamo un dominio degli ospiti che sono in vantaggio per 70-57 grazie al canestro da tre di Lecomte. A questo punto qualcosa cambia. 
I Cowboys decidono che è giunto il momento di difendere almeno l'onore e quindi di rientrare in partita, o almeno di ridurre il gap ad un passivo accettabile. Coach Underwood ordina la difesa a uomo a tutto campo per cercare subito di strappare la palla agli avversari e mettere dei canestri facili e veloci. Detto fatto. Nel minuto e mezzo, o poco più, successivo i giocatori con la canotta arancio si portano sul 70-61 grazie a un parziale di 0-4 che sembra intenzionato a non finire, anche perché i Bears non riescono più ad attaccare con quella lucidità che li ha contraddistinti fino a 4:08 dalla fine e soffrono la fisicità e la grinta difensiva dei casalinghi. 
Così a 2 minuti e 11 secondi coach Drew si vede costretto a chiamare un timeout per provare a spiegare ai ragazzi come superare i raddoppi sul portatore di palla dei Cowboys e così liberare un uomo per un tiro facile.  
Al rientro in campo Lecomte perde palla ingenuamente su un raddoppio e così dà il via alla transizione offensiva avversaria, guidata da Evans che pesca subito Carrol: da lui extrapass per Forte III, tiro da fuori l'arco, solo rete, tre punti e 70-64. 
Carrol in difesa riesce a rubare la palla e ad innescare subito McGriff sul quale Wainright spende il fallo e lo manda in lunetta; a cronometro fermo è implacabile il giocatore e fa 2 su 2. 
La stessa azione si ripete poco dopo, solo che cambiano i protagonisti: Salomon recupera palla, serve Evans che subisce fallo da Motley e quindi altra gita in lunetta per uno dei Cowboys. Evans freddo come il ghiaccio dai 5 metri e mezzo: 2 su 2 e punteggio sul 70-69. 
Il clima del palazzetto è incredibile, sembra di essere a Hong Kong il primo giorno del capodanno: nessuno riesce a stare seduto, sono tutti in piedi, battono le mani, si fanno sentire, producono un casino assordante tanto che non si riesce nemmeno a sentire il fischio dell’arbitro a 14 secondi dalla sirena. Si vede solo Lecomte recarsi in lunetta per due liberi; tira il primo e solo rete. Va col secondo e la palla danza armoniosa sul ferro per poi entrare delicatamente. 2 su 2 e punteggio sul 72-69. 
Rimangono 14 secondi per provare a prendersi un tiro da tre per i padroni di casa: prima Evans ci prova dall’arco e sbaglia, allora con 4 secondi sul cronometro Forte III prende il rimbalzo e si butta all'indietro tirando sulla sirena dall’angolo: secondo ferro. 
Baylor con molta fatica riesce ad espugnare il campo di Oklahoma State per 72-69, grazie in particolare ai 24 punti realizzati in 35 minuti da Motley e alla freddezza a cronometro fermo di Lecomte che chiude a quota 15 punti.
Escono comunque fra gli applausi dei compagni di università e di tutti gli spettatori la franchigia di coach Underwood che dovrà lavorare da un punto di vista mentale per portare la prestazione degli ultimi minuti in tutta la partita. 
 
Davide Maggioni 

Guido Carlo Gatti è nato a Gubbio, in provincia di Perugia, il 23 aprile del 1938. A scoprirlo, anzi a inventarlo, fu Jim McGregor, che era in giro per l’Italia; lo vide nella palestra della Libertas Perugia – ancora sedicenne – e quasi gli intimò di dedicarsi pienamente al basket, proponendogli anche di trasferirsi subito a Bologna (e qui arrivò il suo primo importante rifiuto). Decise piuttosto di iscriversi al Politecnico di Torino, ma a poco a poco il basket cominciò a entrare nella sua vita: giocò a Torino, poi a Bologna con il Gira. Nel ’59 giunse a Varese, e in cinque stagioni conquistò due titoli tricolore. In Nazionale fece il suo ingresso con Paratore, che lo inserì già nella rosa per le Olimpiadi di Roma, dove però fece la riserva. Partecipò alle Universiadi del ’59, ai Giochi del Mediterraneo e ai Mondiali del ’63, agli Europei del ’65, all’Olimpiade di Città del Messico nel ’68, dopo avere rinunciato a quelle di Tokyo ’64. Ala di 1,92, grazie alla sua prestanza atletica era in grado di esibire una grande elevazione e un gioco spettacolare.

Mercoledì, 08 Febbraio 2017 08:02

Villanova c'è la 48, ma col brivido finale.

È pressappoco l’una di notte italiana e quindi dall'altra parte dell'oceano sono più o meno le 7 di pomeriggio. Siamo nel grande stato della Pennsylvania al The Pavillion di Villanova dove la numero 2 assoluta dello stato affronta Georgetown.
Lunedì, 06 Febbraio 2017 22:21

Europei di basket: Mosca 1965

Paratore e i suoi rialzano la testa

Prima o poi sarebbe stata la competizione olimpica – per la quale tutto si faceva e sulla quale tutto si puntava – a condizionare la partecipazione degli azzurri agli Europei. Dopo il sorprendente quarto posto di Roma ’60 (alle spalle di USA, URSS e Brasile), il quinto posto di Tokyo ’64 (dietro le stesse squadre, più il Portorico) risuonava come una bella e prestigiosa conferma: Italia nella èlite mondiale, e ancora una volta seconda in ambito continentale. Adesso basta, non ci si poteva più nascondere!

Venerdì, 03 Febbraio 2017 21:35

David Blatt's rules

Abbiamo intervistato David Blatt chiedendogli come si costruisce un buon attacco ed una buona difesa. Le sue risposte nella video intervista a cura di Simone Bauducco e Giulio Ciamillo. Traduzione a cura di Riccardo Deri.

Stefano Albanese è nato a Palermo, il 20 maggio del 1944. Cresciuto nell’US Palermo, a soli 15 anni fece il suo esordio in serie B, ma appena l’anno dopo si trasferì a Roma, e con la Stella Azzurra riprese la sua trafila dalle giovanili in prima squadra, approdando stavolta in serie A nel ’62. Con la società del Collegio San Giuseppe rimase sette anni (con l’intermezzo di una stagione nelle Forze Armate di Vigna di Valle), quindi un’ultima apparizione nella massima serie a Cagliari, con la Brill, nel ’69-’70. Il prof. Paratore lo fece debuttare in Nazionale agli Europei del ’63, a Wroclaw. Ha fatto parte anche delle Nazionali giovanile e militare. Ala-pivot con ottime doti fisiche e atletiche, ha continuato a giocare fino al 1980, tra Vigevano (promozione in A2) e Pavia.

Paolo Vittori è nato a Gorizia, il 31 maggio del 1938. Messosi in luce nella squadra della sua città, fin dall’età di 18 anni venne reclutato dal prof. Paratore per entrare nel giro della Nazionale. Dopo un anno a Bologna, con la Motomorini, cominciò nel ’59 la sua bella avventura con il Simmenthal Milano: sei stagioni, quattro scudetti, due volte miglior marcatore della serie A. Fu una bandiera anche dell’Ignis Varese (cinque campionati, e altri due titoli tricolore), con un intermezzo “in famiglia” a Napoli (Ignis Sud). A Rieti chiuse la carriera di giocatore, e per un anno si cimentò nel ruolo di allenatore. In Nazionale fu l’uomo delle Olimpiadi (Roma ‘60, Tokyo ‘64, Città del Messico ‘68), distinguendosi sempre per le sue doti di tiratore. Uno soltanto, invece, l’Europeo al quale prese parte, nel 1963.

Alle sette del pomeriggio d’oltreoceano scendono sul parquet del Purcell Pavillion di South Bend Duke e Notre Dame, due delle squadre che potrebbero anche riaffrontarsi alla march of madness di qui a qualche mese. Entrambe infatti fino a clamorose smentite dovrebbero accedere alla parte finale del torneo universitario: Notre Dame lo farà in virtù della sua pozione in classifica che a vede sotto la capolista North Carolina per una sola vittoria, mentre Duke è una di quelle squadre che per importanza del suo passato e per il suo prestigio viene sempre scelta in un modo o nell'altro dal Sunday selection. 
I Blue Devils arrivano a questa partita nel loro momento migliore di una stagione non proprio esaltante fatta di alti e bassi, mentre i Fighting Irish sono alla ricerca di una prestazione più convincente dell'ultima disputata contro Georgia Tech (battuta con un  buzzer beater). 
La franchigia degli ospiti, guidata dal sapiente coach Krzyszewski, scende in campo col suo quintetto ideale che tanto può dare in attacco quanto può soffrire in difesa a causa dei vari mismatch fisici che concede agli avversari: a portar palla troviamo solitamente Allen, alla sua sinistra Kennard che fino ad ora sta disputando una stagione praticamente perfetta (20.4 punti di media per lui), alla sua destra invece si posiziona Jones, a giocare da falsa ala forte invece c'è Jackson e infine a far la voce grossa sotto canestro Jefferson. Questo offensivamente nella AAC conference viene considerato il quintetto della morte in quanto in un modo o nell’altro riescono a fare breccia nelle difese avversarie o con tiri da oltre l'arco, o con penetrazione, o col pick n roll, o con blocchi ciechi sistematici per liberare il tiratore su passaggio consegnato. Il problema arriva nella metà campo difensiva quando un quintetto di piccoli e di tiratori fa molta fatica a tenere squadre che giocano con due centri o con un’ala forte come si deve. 
Dall'altra parte del parquet si trovano i padroni di casa, i ragazzi di coach Brey il quale vuole assolutamente ottenere una vittoria fra le mura amiche per poter agganciare North Carolina in vetta alla classifica di Conference. Anche lui riesce a schierare il suo quintetto ideale con il quale sa di poter concedere qualcosa sui blocchi degli avversari difensivamente, ma è certo anche di riuscire a sfruttare bene il pick n roll dei suoli lunghi che si troveranno accoppiati in mismatch fisici favorevoli vicino a canestro. 
Il ruolo del playmaker nel quintetto base dei Fighting Irish può essere eseguito o dal senior Vasturia o dal junior Farrel che sta facendo abbastanza bene alla sua prima stagione in quel di South Bend; a questi due si affianca un giocatore ottimo difensivamente, ma abbastanza neutro nella metà campo offensiva quale il sophomore Pflueger. Infine giocano con due pseudo centri dal grosso fisico che fanno la voce grossa sia a rimbalzo sia a livello di punti: Colson e Beachem. 
Il gioco della squadra, sia che sul parquet ci siano i primi violini sia che ci siano le seconde linee, consiste nel sfruttare i mismatch fisici sotto canestro creati da un uso sistematico dei pick n roll. 
Difensivamente però fanno fatica i giocatori di coach Brey perché tendono a voler cambiare su tutti i blocchi e quindi, soprattutto se la squadra avversaria fa girare bene la palla e ha dei buoni tiratori dalla media lunga distanza, portano a marcare un piccolo i loro centri con la conseguente tripla in faccia. 
Proprio qui risiede la chiave di lettura per Duke: cercare da una parte di limitare con aiuti e raddoppi sotto canestro i mismatch fisici favorevoli ai lunghi di Notre Dame, dall'altra di punire da oltre l'arco con le percentuali che hanno caratterizzato la parte iniziale di stagione per i Blue Devils. 
La partita finisce sul punteggio di 84-74 per i  Blue Devils che così riescono a rialzare la testa nella Conference e ad espugnare il difficile campo di Notre Dame, che in ogni caso esce solo un pelo ridimensionata da questo scontro. Come detto Notre Dame soffre sul tiro dalla lunga distanza dove Duke nella partita trova una percentuale di 41.70; altra partita da doppia cifra nei punti per Luke Kennard che mette a referto 16 punti ai quali rispondono i 20 punti del centro Beachem (ricordatevi lo sfruttare i pick n roll e i mismatch fisici per Notre Dame). Ma MVP della pratica è il freshman di Duke, Allen che chiude con 21 punti, 5 rimbalzi e 3 assist nei 36 minuti giocati.  Entrambe queste squadre comunque dovrebbero arrivare ,come abbiamo già detto, a meno di clamorose smentite alla march of madness dove poi tutto è possibile. 
Per Notre Dame l’approdo alla parte finale del torneo sarebbe il coronamento di un'ottima gestione della franchigia da parte del coach e di tutta la dirigenza sportiva dell'Università che ha in programma un interessante progetto per poter arrivare in due o tre anni a puntare al titolo in maniera seria. 
Duke invece arriverà alla march of madness e si presenterà come una delle favorite ad accedere perlomeno alle silver eight alle quali però dovrebbe faticare parecchio, soprattutto se Luke Kennard non si mette in testa di fare qualcosa di importante quando conta davvero e non solo nella regular season. 
 
Davide Maggioni 
 
Lunedì, 30 Gennaio 2017 21:06

Al Panathinaikos il derby di Atene

Un ottimo Panathinaikos vince il derby di Atene 72-59 contro i rivali dell'Olympiacos, alla seconda sconfitta consecutiva dopo il Ko di coppa con Milano. Nel quinto derby stagionale (rossi in vantaggio 3-2) i ragazzi di coach Xavi Pascual dominano i biancorossi nell'ultimo quarto dopo un match equilibrato e agganciano i rivali in testa alla classifica con 14-1 (non sono però riusciti a ribaltare il -25 della gara di andata). Sospinti dalla bolgia dell'Oaka Arena, KC Rivers (26 punti e 9 rimbalzi), Singleton e James conducono i padroni di casa alla vittoria. Male ancora una volta Ale Gentile che non riesce ad incidere nel gioco offensivo di Pascual.

Mattia Palesa

Nella giornata di venerdì Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che vieta ai cittadini di sette nazioni musulmane di entrare negli Stati Uniti.

La nostra rubrica sulla NCAA subisce ora una variazione con l'avvicinarsi sempre di più alla march of madness:
Lunedì, 30 Gennaio 2017 07:00

Europei di basket: Wroclaw 1963

Italia sfortunata, sempre più giù

Più triste e sfortunato non poteva essere il ritorno degli azzurri sulla scena dell’Eurobasket. Dopo il forfait di due anni prima a Belgrado, e in vista delle Olimpiadi di Tokyo, la Nazionale sembrava lanciata verso la riconquista di posizioni di prestigio. Arrivò invece, nella edizione numero tredici disputata in Polonia, città di Breslavia (Wroclaw in lingua autoctona), un inatteso dodicesimo posto, che fissava a un livello più basso il record negativo, dopo i già deludenti decimi posti delle ultime due partecipazioni. Niente da fare. La più importante manifestazione continentale sembrava essere diventata una maledizione!
Toccava ancora al tecnico Nello Paratore ingoiare il boccone amaro; proprio lui che, con l’exploit alle Olimpiadi di Roma, aveva per la prima volta portato il nostro basket alla ribalta internazionale. Un apparente paradosso, dietro il quale si nascondevano difficoltà di rapporti con i vertici federali, e soprattutto tra questi ultimi e le società. Per cui accadeva che per una manifestazione olimpica, per di più giocata in casa, veniva messo tutto a disposizione; per le altre si faceva fatica a organizzare raduni o tornei di preparazione, anche perché spesso la risposta alle convocazioni si limitava a un telegramma con la scritta “indisponibile”. Storia vecchia, un impaccio dal quale non ci si riusciva a liberare.

Sembra che Gonzaga sia destinata a fare grandi cose quest'anno o perlomeno le aspettative di tutta la cittadina di Spokane siano alte sè non altissime. I bulldogs di coach Mark Few stanno disputando finora la stagione perfetta con 21 vittorie e 0 sconfitte il che li proietta come favoriti assoluti, o quasi, verso la march of madness. Da queste parti non si vedevano numeri del genere da quando piazzava record su record un certo John Stockton. La partita della notte li ha visti impegnati in trasferta sul campo del Pepperdine che nulla ha potuto nei confronti dei Bulldogs Che hanno portato a casa l’ennesima vittoria col punteggio di 96-49. Una partita ancora una volta mai in discussione per i Bulldogs che riescono fin dalle prime fasi a imporre il loro gioco senza alcuna difficoltà: da una parte una difesa asfissiante che costringa al tiro da tre o a tiri forzati da due l’attacco di Pepperdine, dall'altra un attacco che attraverso la circolazione veloce della palla e un uso sistematico dei pick n roll riesce a portare a tiri facili e veloci. Ora Gonzaga si avvia alla prossima partita contro BYU che avrà l'arduo compito di infliggere la prima sconfitta stagionale ai Bulldogs, se questo sia effettivamente possibile. 
Vera sfida della notte è quella che vede opporsi Kansas a Kentucky sul campo di questi ultimi; vediamo qui affrontarsi due che potrebbero darsi battaglia anche alla march of madness in virtù della loro forza e della loro posizione nel ranking totale, rispettivamente numero 2 e numero 4. I Jayhawks arrivano da una brutta sconfitta maturata sul campo di West Virginia e quindi sono vogliosi subito di rifarsi, affidandosi soprattutto a quello che potrebbe essere il giocatore dell'anno: Frank Mason III; dall’altra parte i Wildcats arrivano dal momento peggiore della stagione dovuto a due sconfitte consecutive, l'ultima conto Tennessee. Il match fa vedere subito ottime cose e si dimostra equilibrato come ci si aspettava, nonché molto sentito anche dai giocatori in campo: nel primo periodo di gioco riescono a prevalere i padroni di casa che si impongono per 32-27 grazie a una grande prestazione di Willis che nel complesso arriverà a 18 punti e 6 rimbalzi. Nella ripresa è però tutta un'altra storia soprattutto perché i Jayhawks, e in particolare Frank Mason III, decidono che è giunto il momento di vincerla. Entrano in campo con una cattiveria agonistica che è già tipica dell’ultima fase del torneo e si impongono nella seconda frazione di gioco col punteggio di 52-41 che gli permette di vincere una partita difficile su un campo veramente arduo per 79-73. Continua il periodo nero della stagione dei Wildcats che hanno trovato forse l’avversario peggiore per rialzare la testa. 
Gli sconfitti della final dell'anno scorso affrontano fuori casa Miami e si preparano a vincere per candidarsi seriamente non a un posto al torneo che prenderà piede da marzo in poi, ma piuttosto a un posto nelle final four. I Tar Heels di North Carolina arrivano da sette vittorie consecutive e quindi dal loro momento di forma assoluta al Bank United Center di Coral Glabes (Florida) dove gli aspettano fiduciosi gli Hurricanes che hanno vinto l'ultima partita in trasferta convincendo. Subito le cose si mettono bene per i padroni di casa che vincono il primo periodo per 39-22 creando un gap che sembra quasi impossibile da colmare per come sta giocando North Carolina. Il discorso di coach Williams serve a rivitalizzare i suoi che entrano nel secondo tempo con la giusta cattiveria agonistica e grinta tanto da costringere Larranaga ad usare quasi subito uno dei suoi timeout per rimettere la partita sui binari giusti. Gli Hurricanes danno retta al loro coach e si rimettono a difendere in maniera quasi perfetta come nella prima frazione di gioco perdendo il secondo tempo di solo due punti, ma vincendo la partita col punteggio di 77-62. Unica vera nota positiva per North Carolina sono i 21 punti in 33 minuti della point guard Jackson a cui però risponde Bruce Brown con 30 punti in 34 minuti. 
Duke invece si reca sul campo difficile della Wake Forest che potrebbe sfruttare il fattore campo, decisivo fino ad ora nella stagione dei Demon Deacons, per raggiungere in classifica proprio i Blue Devils che affidano le speranze di vittorie oltre che alla franchigia anche ad un singolo: Luke Kennard. Quella a cui assistono i tifosi è una partita a due facce: nel primo tempo domina la Wake Forest che riesce ad imporsi per 42-32 soprattutto grazie alla prestazione di John Collins che chiuderà il match con 20 punti in 22 minuti con un eccellente 7/10 dal campo e un 6/9 ai liberi. All'intervallo quindi  sembra che possano vincere i padroni di casa abbastanza agevolmente grazie al gap di dieci punti maturati nel primo periodo; coach Krzyzewski non ci sta e decide che è giunto il momento di giocare per davvero come i suoi sanno fare. I Blue Devils iniziano a piegare le gambe in difesa, dove le cose gli girano bene obbligando gli avversari a tiri forzati o dal perimetro (non proprio la specialità di Wake Forest), e in attacco ad affidarsi quasi completamente a Luke Kennard che sfodera un’altra prestazione da maestro (34 punti in 33 minuti con 11/14 da due, 6/6 da tre6/10 a cronometro fermo a cui vanno aggiunti 4 rimbalzi e altrettanti assist). Il risultato del secondo tempo vede Duke imporsi per 53-41 tanto che i Blue Devils vincono la partita col punteggio di 85-83. 
 
Davide Maggioni 
 
Giovedì, 26 Gennaio 2017 08:12

Euroleague: KO Cska, aggancio Real

Settimana dedicata al massima competizione continentale, con 4 giorni no-stop di basket giocato e con grandi sfide sui parquet europei.

Diciannovesima giornata piena di sorprese con la caduta della capolista Cska in Lituania sotto i colpi dello Zalgiris di Kevin Pangos (21 punti per lui). Vince anche un’ottima Olimpia contro uno spento Olympiakos e la Stella Rossa domina in casa del Baskonia vincendo 69-87, diventando a questo punto una candidata forte per i playoff. 

Continua la sua marcia il Real, vincente in Germania a casa di Trinchieri con un canestro di Sergio Llull sulla sirena; con questa vittoria i blancos agganciano in vetta i russi. Dopo la sconfitta di settimana scorsa a Milano si riprende il Galatasaray che ne rifila 40 ad un Maccabi in caduta libera alla 10 sconfitta nelle ultime 11. Si torna in campo questa sera, con il Panathinaikos che vola a Belgrado e con uno dei tanti derby di Istanbul tra Ataman e Obradovic.

#devotion

Mattia Palesa

 

Nella AAC conference SMU si reca alla CFE Arena in Colorado, Florida per affrontare i rivali della UCF e cercare di mettere l'ottava vittoria stagionale per agganciare Cincinnati in testa alla classifica.
Mercoledì, 25 Gennaio 2017 23:47

Honey Sport City, Progetto Camerun

Parte da un circolo di Roma, l’HSC, un progetto di solidarietà internazionale legata allo sport che merita di essere raccontato. Un’azione che prende vita dalla periferia della capitale italiana, per raggiungere ed abbracciare le periferie del mondo. Il 24 Novembre 2016 una delegazione capitanata dal Barone Andrea Lo Cicero ed altri educatori dell’Honey Sport City, fra cui Stefano Bizzozi, si è recata di persona a Yaoundè, capitale del Camerun.

Mercoledì, 25 Gennaio 2017 21:48

Il ricordo di ... Gianfranco Pieri

Europei di basket
Il ricordo di ... Gianfranco Pieri

Gianfranco Pieri, nato a Trieste il 6 febbraio del 1937, cominciò a giocare a basket nella sua città, e con la Ginnastica Triestina vinse un titolo juniores, esordendo poi nella massima serie a 17 anni. Fino ad allora, alto 1,92, giocava nel ruolo di pivot. Rubini lo volle a Milano e lo trasformò addirittura in play-maker. In questo ruolo fu uno dei protagonisti dei nove scudetti (quasi consecutivi) conquistati dall’Olimpia tra il ’65 e il ’78. In Nazionale lo convocò per la prima volta Paratore nel ’55, e con lui in panchina disputò due Olimpiadi e un Europeo. Lo chiamavano “il Professore” un po’ per l’autorità con cui guidava la squadra, un po’ per l’aspetto che gli davano gli occhiali che portava anche sul campo.

Nella ACC Conference Duke è chiamata a difendere le mura amiche dall’assalto di NC State che è alla ricerca di una vittoria su questo campo che manca da un paio di anni. La sfida si dimostra entusiasmante e ben equilibrata: nel primo periodo di gioco sono i padroni di casa a condurre per 44-38, mentre nella seconda metà gli ospiti riescono a recuperare e a vincere la partita col punteggio finale di 84-82. 
Il  freshman, Dennis Smith Jr. che gioca da point guard e che sta guidando la squadra nella classifica punti e assist, riesce a piazzare un’altra ottima prestazione, anche a livello difensivo: infatti è lui a strappare la palla del possibile pareggio dalle mani di Duke a due secondi dalla fine e così a consegnare la vittoria ai suoi compagni. Inoltre riesce anche a mettere a segno 32 punti nei 33 minuti che gli vengono concessi: una partita praticamente perfetta. Nota positiva per Duke sono i soliti 20 punti di Luke Kennard che così conferma la sua media stagionale; i ragazzi di coach  
Krzyzewski devono riuscire però ad imparare a gestire il vantaggio accumulato in vista della march of madness. 
Grande match nella Big 12 quello che vede la TCU impegnata sul parquet avversario di Oklahoma State; i cowboys sono alla ricerca della seconda vittoria consecutiva nella Conference che manca dal 2015 e con la quale potrebbero staccare Texas University e lasciarla da sola nel fondo classifica. 
La partita si chiude sul punteggio di 89-76 per i padroni di casa che così riescono in parte a rilanciarsi in classifica portandosi a sole due vittorie di distanza dalle prime posizioni, e a prepararsi la meglio per la difficile trasferta sul campo di Arkansas. MVP della gara è il sophomore Evans che realizza ben 27 punti per i casalinghi, contribuendo così in maniera decisiva alla vittoria e mettendosi in luce. 
Nella Horizon Conference la franchigia di Green Bay è alla ricerca di una vittoria per poter agganciare alla testa della classifica Valparaiso; ad opporsi c'è Cleveland State che oramai lotta solo per salvare la faccia. I ragazzi di coach Darner, che tra l'altro giocano fra le mura  amiche, riescono a vincere la partita grazie al punteggio di 83-73 maturato soprattutto nel corso del secondo tempo. Questa è una vittoria che vede il gioco di squadra prevalere su quello dei singoli, perché se è vero che MVP del match è grazie ai suoi 28 punti la guardia degli ospiti Edwards; è anche vero che dall’altro lato ci sono ben 3 giocatori sopra i 15 punti. 
Nella MEAC conference si assiste ancora allo strapotere degli eagles di N.C. Central che spazzano via dal campo gli avversari della Howard University col punteggio di 74-39. Imbarazzanti a dir poco le percentuali degli avversari che da due riescono a mettere solo 15 tentativi su 53, mentre da oltre l'arco chiudono la gara con un 6.30% (1/16). Gli Eagles invece riescono a fare il loro gioco anche a livello offensivo, come dimostrano sia le percentuali sia i 24 punti della guardia Cole. 
Lo scontro più interessante della Metro Atlantic è quello fra Rider e St.. Peter’s che vince, 56-51, in rimonta e così esce da un periodo nero che la vedeva sconfitta per due volte consecutive; grazie alla vittoria inoltre torna in quelle posizioni di alta classifica che le competono e che un momento decisamente no le aveva fatto abbandonare. I ragazzi della St. Peter’s riescono a rimontare nel secondo tempo il gap di 9 punti che la Rider aveva inflitto durante la prima metà di gioco; una delle poche note positive degli ospiti è la doppia doppia di Carey che chiude con 10 rimbalzi e 11 punti. 
La notte NCAA si chiude con la sfida fra Gonzaga e Portland a casa di quest'ultima nella West Coast Conference; da tenere d'occhio la point guard degli ospiti Goss, mentre per i padroni di casa Taylor che deve dimostrare di non aver avuto solo un acuto nell'ultima partita e di meritarsi fiducia dal coach e dai compagni. Inoltre Portland ha il dente avvelenato perché nelle ultime sette volte che questi due squadre Gonzaga ha sempre vinto e per la maggior parte delle volte senza nemmeno troppa difficoltà. La partita si chiude a favore degli ospiti sul punteggio finale di 83-64 grazie al quale Gonzaga rimane l'unico team a non aver mai visto una sconfitta nella prima divisione della NCAA. I due pupilli delle due squadre non rispondo alla grande prestazione che ci si aspettava da loro: però mente  Goss non scende nemmeno in campo per un problema accusato durante il riscaldamento, Taylor chiude la sua gara con soli due punti in 24 minuti non dando continuità a quanto id buono fatto vedere nelle partite precedenti. Gonzaga per sopperire alla mancanza del uso uomo migliore allora si affida a tutta la franchigia che risponde bene come ci fanno vedere i 4 ragazzi che sfornano almeno una doppia cifra a livello di punti segnati. 
Chi riuscirà a fermare Gonzaga? 
 
Davide Maggioni 
 
Domenica, 22 Gennaio 2017 12:51

Europei di basket: Belgrado 1961

URSS imbattibile, l’Italia dà forfait

L’exploit ai Giochi di Roma faceva ancora venire i brividi al basket italiano. Erano trascorsi appena sette mesi da quel magico settembre del 1960, quando i cestisti azzurri avevano conquistato un sorprendente quarto posto olimpico alle spalle di USA, URSS e Brasile (con tante recriminazioni per il bronzo sfuggito). La dodicesima edizione del campionato europeo, di scena per la prima volta nella vicina Jugoslavia, arrivò troppo presto per avere il tempo di smaltire l’ubriacatura di quel successo e poi ripartire da zero per una nuova avventura. Quindi? Meglio restare a casa!

Venerdì, 20 Gennaio 2017 20:53

Euroleague: Olympiakos domina il Baskonia

Si conclude la 18esima giornata di Euroleague con le vittorie, secondo pronostico, del Darussafaka su Kazan per 71-64, del Real Madrid in casa dello Zalgiris e di un bellissimo Olympiakos (92-62) su un Baskonia in lieve calo. I blancos di coach Laso ed i biancorossi di Spanoulis rimangono in classifica in scia della capolista Cska a solo una sfida di distanza. Per qualità di gioco espresso nelle ultime gare e per il calendario delle prossime giornate, i greci puntano a scalzare la capolista in attesa della super sfida di Aprile che sancirà l’ordine di classifica di queste due corazzate. Si torna in campo settimana prossima con la difficile sfida per l’Olimpia Milano che ospiterà al Forum proprio i biancorossi; la capolista Cska, invece, andrà in Lituania in casa Zalgiris per consolidare il primato. ll Panathinaikos di Gentile se la vedrà in casa contro un Barcellona alla disperata rincorsa dell’ottavo posto in classifica. Sfida interessante in Spagna tra Baskonia di Andrea Bargnani e la rivelazione Stella Rossa. 

#devotion

Mattia Palesa

Venerdì, 20 Gennaio 2017 16:01

Il ricordo di … Nane Vianello

Europei di basket: Istanbul 1959
Il ricordo di ... Nane Vianello

Gabriele “Nane” Vianello è nato a Mestre il 6 maggio 1938. Cresciuto nelle giovanili della Reyer Venezia, a 19 anni venne ceduto a una società di Bologna, la Cestistica Mazzini, sponsorizzata Moro Morini, con la quale disputò due campionati nella massima serie. Il primo salto in una grande squadra a Varese, con l’Ignis allenata da Enrico Garbosi, dove conquistò uno scudetto nel ’61. Il trasferimento all’Olimpia Milano fu ritardato di un anno da parte del presidente Borghi che non volle concedere il nulla osta; poi, però, arrivarono quattro scudetti e una Coppa dei Campioni in cinque stagioni con la maglia Simmenthal. Ala di 1,91, esibiva un tiro in sospensione con la mano sinistra (e preferibilmente dall’angolo) che lo rese antipatico a molte difese. La sua carriera in Nazionale si allungò per un decennio, attraversando tre Europei (’59, ’65, ’67) e tre Olimpiadi (Roma, Tokyo, Città del Messico), oltre a un Mondiale; come allenatore sempre lui, Nello Paratore, che lo aveva fatto esordire in un Trofeo Mairano, a Bologna nel ’57, e che lo considerava uno dei suoi giocatori più fidati.

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