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Martedì, 23 Maggio 2017 21:55

Europei di basket: Roma 1991

L'argento infuocato del Palaeur

Primeggiare in campo era una cosa che ci capitava raramente. Anzi, ci era riuscita una sola volta. Superare gli altri come capacità organizzativa, invece, era un risultato che si otteneva sempre, tutte le volte che l’Italia accoglieva i campionati europei. Erano gli ospiti a riconoscerlo, non noi a rivendicarlo. Così era andata a Napoli, nel 1969, quando un’intera regione come la Campania aveva riversato nel basket la sua inimitabile carica passionale; così pure a Torino, dieci anni dopo, quando il sostegno della FIAT aveva permesso di pianificare tutto con la stessa precisione con la quale venivano fabbricate le automobili.
Roma capitale, nel ’91, offrì di più e di meglio. L’idea di affidare l’intera organizzazione (non solo la sponsorizzazione) a un privato, che nel caso specifico era il Gruppo Ferruzzi, già proprietario della maggiore squadra di basket romana, la Virtus Messaggero, risultò vincente in termini di spettacolarità e di partecipazione di pubblico. Nel “di più” che venne offerto fu compresa anche la bella medaglia conquistata dalla Nazionale azzurra, ciliegina sulla torta che – con mille recriminazioni – ci era mancata nelle precedenti occasioni.

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Massimo Iacopini è nato a Empoli (in provincia di Firenze), il 10 maggio 1964. Crescita cestistica nell’US Empolese, fino a quando a 17 anni la Fortitudo Bologna lo fece esordire nel massimo campionato. Dopo quattro stagioni, il trasferimento alla Benetton Treviso, dove è rimasto dieci anni, trovando la sua definitiva consacrazione come giocatore, oltre ai successi di squadra: uno scudetto, una Coppa Europa e tre Coppe Italia, tutti nella prima metà degli anni novanta. Guardia di 1.96, si è distinto come uno dei migliori realizzatori del campionato, mettendo in mostra anche buone doti di passatore e di contropiedista. Esordio in Nazionale con Valerio Bianchini, che lo portò agli Europei dell’87 ad Atene; nel suo curriculum in maglia azzurra, altri due Europei, nell’89 e nel ’93, e l’oro ai Giochi del Mediterraneo del ’93. Carriera terminata a 33 anni, con le ultime apparizioni a Siena e a Padova. Dopo il ritiro, varie attività lavorative, tra cui quella di team manager nella Benetton di Treviso, città dove si è stabilito.

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Walter Magnifico è nato il 18 giugno 1961 a San Severo, in provincia di Foggia. A 10 anni era già alto un metro e 72 (sarebbe arrivato a 2 e 09) e il bidello della scuola media, cercatore di talenti, non perse un attimo a mettergli un pallone di basket in mano. Nella cittadina pugliese fece i campionati giovanili ed esordì in prima squadra; ma a 18 anni era già tempo di approdare in una società di serie A, la Fortitudo Bologna. Seguirono gli anni di Pesaro, dove con la Scavolini fu artefice di due scudetti, una Coppa delle Coppe e due Coppe Italia. Nel club marchigiano, di cui divenne bandiera e capitano, sarebbe tornato a fine carriera, dopo le positive esperienze a Bologna (sponda Virtus, con un’altra Coppa Italia) e Roma. Nel ruolo di ala grande, Magnifico è stato uno dei migliori talenti espressi dal basket italiano (tanto da attirare le attenzioni della NBA): ottimi fondamentali, rimbalzi, agilità sotto canestro, tiro dalla media distanza. In Nazionale occupa il settimo posto nella classifica delle presenze (e il sesto in quella dei marcatori), avendo disputato cinque Europei, una Olimpiade e un Mondiale. In campo fino a 43 anni, si è poi cimentato nel ruolo di allenatore e in quello di dirigente, divenendo peraltro capo delegazione di Nazionali giovanili. Da qualche anno ha creato a Pesaro una propria società di basket giovanile, la “Real Magnifico Basket Club”, nome suggerito dalle sue simpatie per il Real Madrid Baloncesto.

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L'addio alla Nazionale, dato tra lacrime di gioia e di commozione con la medaglia di bronzo al collo conquistato all’Europeo di Stoccarda ’85, si rivelò poi un... arrivederci! Sandro Gamba venne richiamato sulla panchina azzurra (e lui ben volentieri accettò) all’indomani del quinto posto riportato da Valerio Bianchini all’Europeo di Atene ’87. C’era l’Olimpiade di Seul all’orizzonte, ma al torneo pre-olimpico disputato in Olanda, tra Arnhem e Rotterdam, la qualificazione non arrivò nonostante sette vittorie su dieci incontri (compresa quella con la Spagna, che a Seul invece sarebbe andata). A coach Gamba, quindi, non restava che preparare nel migliore dei modi la squadra – in piena fase di rinnovamento – per il successivo appuntamento continentale, gli Europei di Zagabria ’89. Dove peraltro, per nuove disposizioni della Fiba, si poteva accedere solo con una qualificazione sul campo; compito che era stato assolto in maniera alquanto disinvolta, battendo, tra le altre, la Svizzera a Forlì, in quella che è passata alla storia come la partita dei record: 141 a 75 (il precedente maggiore attivo era 128 a 49 contro l’Irlanda), con 46 punti di Antonello Riva (che superò il primato dei 45 punti messi a segno da Adelino Cappelletti, trentuno anni prima). Nei due anni di assenza dalla Nazionale, intanto, Gamba aveva nuovamente respirato l’aria eccitante del campionato, guidando la Virtus Bologna fino ai play-off scudetto in entrambe le stagioni.

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Venerdì, 12 Maggio 2017 19:58

Europei di basket: Zagabria 1989

Gamba-bis nello strapotere slavo

Squadre partecipanti: otto. Durata del torneo: sei giorni. Il ritorno degli Europei in Jugoslava fece registrare numeri da anteguerra, quando il basket era lusso di pochi, e non si doveva dar conto alle TV o agli sponsor. Il fatto è che, proprio in termini di spettacolo, il coinvolgimento di più squadre e la dilatazione dei tempi non produceva sempre i risultati voluti. Nell’arco di un torneo c’erano ancora molte partite che non riuscivano ad attirare il grande pubblico. Per cui si pensò di restringere.
E poi, in Europa cominciava a sentirsi qualcosa di strano, un’aria di cambiamento che dal mondo politico avrebbe investito anche quello sportivo, paralizzandolo un po’, almeno all’inizio. Il Muro di Berlino era destinato a cadere da lì a qualche mese, e intanto la Germania era momentaneamente scomparsa dalla scena; sarebbe toccato poi anche all’Unione Sovietica e alla Jugoslavia, prima che la loro disgregazione non provocasse l’effetto contrario di una moltiplicazione.

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Flavio Carera è nato a Bergamo, il 18 gennaio 1963. Cresciuto cestisticamente nella città natale, ha esordito in prima squadra a sedici anni, con l’Alpe in serie B, allenata da Euro Abate. L’anno dopo cominciò la scalata alla serie A1, con due promozioni consecutive; in panchina c’era Carlo Recalcati. La sua affermazione nel ruolo di centro (2 e 06, fisico atletico, buona presenza sotto canestro, qualità spiccate di rimbalzista e di difensore) arrivò col trasferimento a Livorno, dove arrivò a un... decimo di secondo dallo scudetto, nella famosa finale dell’89 persa contro la Philips Milano. Il titolo tricolore, anzi tre consecutivi (dal ’93 al ’95), riuscì a conquistarli poi con la Virtus Bologna: il primo con Ettore Messina in panchina, gli altri due con Alberto Bucci. In Nazionale fece il suo ingresso con Valerio Bianchini, nell’86, che lo portò agli Europei di Atene dell’anno dopo. Nel suo curriculum azzurro, altri quattro tornei continentali: il secondo con Gamba, gli altri tre con Messina negli anni novanta (e qui una medaglia d’argento). La sua carriera nei club si è allungata fino a quasi 40 anni, con trasferimenti a Roma, Reggio Emilia, Fabriano e Montecatini. In realtà, non ha ancora smesso di giocare: da qualche tempo, infatti, è tornato a vestire stabilmente la maglia azzurra della Nazionale Over (40, 45, 50), mettendo al collo ben tre ori europei e tre mondiali (con la speranza di aggiungerne un altro ai Mondiali Over di Montecatini, del prossimo luglio).

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Antonello Riva è nato a Lecco, il 28 febbraio 1962. Cresciuto nel piccolo centro brianzolo di Rovagnate, a 14 anni i dirigenti di Cantù, notando le sue doti fisiche, lo prelevarono e lo fecero maturare nel loro college. Dodici stagioni nella massima serie con la Pallacanestro Cantù (Gabetti, Squibb, Ford, Jolly Colombani, Arexons, Wiwa Vismara), vincendo una volta lo scudetto, due la Coppa dei Campioni, una la Coppa Intercontinentale, due la Coppa delle Coppe. Un altro titolo, la Coppa Korac, lo ha conquistato nel corso della successiva militanza nell’Olimpia Milano (allora Philips). Guardia di 1,96, con spalle larghe e 99 kg di tutti muscoli, è stato il più grande tiratore del basket italiano. Parlano i numeri: record di punti segnati in serie A (14.397, più del brasiliano Oscar Schmidt); in maglia azzurra, record di punti totali (3.785) e di punti in una sola partita (46 contro la Svizzera nell’87, uno in più del primato di Cappelletti, canturino anche lui, stabilito nel lontano ’56). L’esordio in Nazionale con Gamba, che lo inserì nella rosa della squadra vincitrice agli Europei di Nantes ’83. Da allora, titolare inamovibile (salvo infortuni), ancora con Gamba (Olimpiadi di Los Angeles), poi con Bianchini (Mondiali ’86 ed Europei ’87) e di nuovo con Gamba (per successivi due Europei e un Mondiale). Tra i suoi record, anche quello della longevità cestistica, fino a 45 anni, passando da una squadra all’altra (Pesaro Gorizia, ancora Cantù, Rieti), in tempo per avere il piacere di giocare al fianco del figlio Ivan.

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Valerio Bianchini è nato a Torre Pallavicina (paesino della Bassa Bergamasca), il 22 luglio 1943. Cresciuto a Milano, fin da giovanissimo si è dedicato all’attività di allenatore di basket, e il primo stipendio – come ama ricordare – lo ebbe a 23 anni, guidando una squadra femminile a Villasanta, nei pressi di Monza. Le esperienze più importanti per la sua maturazione professionale sono state quelle che lo hanno visto come assistente di Dido Guerrieri a Vigevano e di Arnaldo Taurisano a Cantù. Il trasferimento a Roma, per sedere sulla panchina della Stella Azzurra, fu una ardua scommessa più che un salto professionale; e fu la prima da lui vinta, perché in sette stagioni (dal ’72 al ’79) portò la squadra dalla serie B a un sorprendente quarto posto nella massima serie. Allo scudetto sarebbe arrivato appena due anni dopo, quando fece ritorno a Cantù come allenatore capo: con l’allora marchio Squibb conquistò anche la Coppa delle Coppe e la Coppa dei Campioni. Exploit che riuscì a ripetere negli anni successivi a Roma, con la Virtus: scudetto, Coppa dei Campioni, anche la Coppa Intercontinentale. Non contento, un altro titolo tricolore lo andò a vincere a Pesaro, nell’88, ottenendo così il primato dei tre scudetti in tre squadre diverse (poi eguagliato da Carlo Recalcati sedici anni dopo). Chiamato in Nazionale al posto di Sandro Gamba, vi è rimasto per due anni, dal Mondiale ’86 di Barcellona all’Europeo ’87 di Atene (un sesto e un quinto posto). Tornato ai club, avrebbe ancora girovagato a lungo, cambiando altre undici volte e aggiungendo anche una Coppa Italia (con la Fortitudo Bologna nel ’98) al suo già ricco palmares. A 65 anni l’ultima sua apparizione in panchina, a Varese. Allenatore dotato di grande cultura (cestistica ed extra) e di spiccata personalità, ha dato sempre una impronta tecnica e psicologica alle sue squadre, frutto di una ostinata applicazione in allenamento.

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Domenica, 30 Aprile 2017 17:50

Europei di basket: Atene 1987

Il delirio greco ferma Bianchini

Tutto come... non previsto! Quel che avvenne ad Atene in occasione del 25° Campionato Europeo maschile di basket non poteva neanche lontanamente essere immaginato. La sorpresa non fu solo il trionfo dei padroni di casa della Grecia, ma la maniera con la quale questo maturò, con colpi di scena a ripetizione nel finale, dopo una fase di qualificazione diciamo normale, che non avrebbe tentato il più audace degli scommettitori. Si parlò di rivoluzione. Che in realtà poi non ci fu. Ma prima che in Europa arrivasse la rivoluzione vera (caduta del Muro di Berlino, disfacimento di URSS e Jugoslavia) bisognò fin da allora fare spazio allo sventolio di nuove bandiere.

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Renzo Vecchiato è nato a Trieste, l’8 agosto 1955. All’età di 17 anni – due metri già superati di qualche centimetro – Cesare Rubini e Sandro Gamba lo andarono a prelevare nella sua casa per portarlo a Milano, e farlo crescere cestisticamente con la maglia dell’Olimpia. Qualche anno di spola con Roma, nelle file della Stella Azzurra guidata da Valerio Bianchini, poi Rimini, Torino e Pesaro, dove conquistò lo scudetto nel 1988. Il suo ingresso in Nazionale, con Giancarlo Primo, avvenne in occasione degli Europei di Liegi ’77, manifestazione alla quale prese parte nelle successive quattro edizioni, passando poi alla corte di Gamba; nel suo ciclo in maglia azzurra, anche due Olimpiadi e un Mondiale; e tutti piazzamenti dal quinto posto in su. Pivot con ottime doti di difensore e di rimbalzista, in Nazionale vanta il primato dei tiri liberi segnati in una partita (21 su 22 contro la Spagna a Ginevra, in una partita di qualificazione per le Olimpiadi di Mosca).

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