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Martedì, 12 Luglio 2016 18:52

..che si credono aquile di Sergio Tavcar

Innanzitutto un grande grazie a tutti quelli che siete venuti alla sconvescion e mi avete fatto passare un bellissimo pomeriggio. È sempre bellissimo vedersi in faccia, vedere facce nuove che magari non condividono le tue opinioni (grazie, Flavio Vincentvega), ma con i quali è sempre un piacere discutere, soprattutto faccia a faccia (appunto), secondo me unico modo nel quale si può discutere fra persone civili. Visto il luogo dove eravamo fra l’altro sarebbe stato quasi impossibile non trascorrere un grande pomeriggio, per cui un sentito grazie a Andrej Vremec e al padrone di casa Benjamin Zidarich che ci ha accolti come tutti fossimo vecchi amici in visita. Eravamo in venti, numero record. Evidentemente le persone intelligenti al mondo sono molte di più rispetto a quelle che il mio cosmico pessimismo suppone che ci siano.

Nessuno dei commentatori ha avuto il coraggio di scrivere (forse per non ferirmi nell’orgoglio – figuriamoci!) che durante la sconvenscion Vremec mi ha posto la fatidica domanda sul pronostico in merito alla partita fra Italia e Croazia della sera. Lo scrivo io e dico anche che avevo pronosticato che non vedevo come l’Italia avrebbe potuto perdere e a una precisa richiesta di formulare un vaticinio sul risultato finale dissi che sarebbe stato 70 a 61 per l’Italia (c’è un foglietto autenticato che lo testimonia, ma che non ricordo chi si sia preso). La partita nei regolamentari è finita 70 a 70 e, insomma, dovete almeno darmi atto che i punti segnati dall’Italia li ho azzeccati in pieno. Rispetto ai miei pronostici la differenza sta nel fatto che l’Italia ne ha presi 9 di troppo. Da ciò si evince abbastanza facilmente che nella mia analisi finale la partita è stata persa in difesa. Come mai ho ipotizzato che l’Italia segnasse solo 70 punti, visto l’attacco atomico che si ritrova (almeno nell’immaginario popolare)? Perché, a differenza di tanti altri, sono abbastanza convinto che l’Italia l’attacco atomico non ce l’abbia e che le doti di attaccanti dei suoi “fenomeni” siano ampiamente sopravvalutate. Mi spiego: il grossissimo problema delle bocche da fuoco italiane è che in realtà (a parte Aradori, giocatore che tantissimi sottovalutano colpevolmente) non sanno costruirsi da soli un tiro. O, se lo fanno, lo fanno dopo aver torturato il pallone per una ventina di secondi con ciò ovviamente giocando in purissimo stile NBA, uno contro cinque. In più, cosa secondo me ancora più grave e che nessuno ha messo in luce, nessuno (sempre Aradori eccezione) è un vero animale da canestro, il classico bomber da campetto che, appena non lo segui per una frazione di secondo, ti fulmina. Fate un po’ mente locale: quante volte durante lo svolgimento di un’azione avete detto fra di voi: “ma tira, maledizione, che sei solo!” senza che ciò succedesse, ma che anzi il tiro che poi ne usciva era molto peggiore di quello di cui si era perso l’attimo fuggente? Ai tempi nostri si diceva: “non vede il canestro” ed era un peccato mortale in tempi nei quali giocavano cecchini mortiferi che tiravano appena avevano un centimetro di spazio, cominciando da Dado Lombardi per finire con Charlie Recalcati o Pino Brumatti, per citare solo i massimi. L’Italia dunque, almeno secondo come io vedo il basket, in attacco dovrebbe giocare in modo tale da esaltare le sue doti (grandi doti fisiche, grandi capacità di prendersi tiri in transizione, grandissima duttilità di ruoli che se è una causa di casino a attacco schierato, quando in due magari vogliono svolgere lo stesso lavoro con ciò pestandosi i piedi, è un grandissimo pregio a campo aperto) e minimizzare i suoi difetti (quelli descritti prima con l’aggravante della gigantesca auto-sopravvalutazione che palesano tantissimi giocatori), per cui dovrebbe giocare un basket di corsa e arrembaggio, ma non senza testa, anzi giocando un passing game vorticoso nel quale la palla, ma soprattutto i giocatori, non dovrebbero mai stare fermi. Insomma tutto il contrario di quello che fa ora che è l’esattissimo modo per amplificare i difetti e minimizzare i pregi, cioè detto in soldoni in attacco l’Italia gioca un basket totalmente a rovescio di quanto dovrebbe fare. Tanto più che sotto canestro l’Italia in attacco è fortemente deficitaria a livello internazionale con Bargnani che non sa mai dove mettersi ed è normalmente sempre fra i piedi dei compagni (e a rimbalzo d’attacco non ci va praticamente mai, o se ci va, è sempre fuori posto, esattamente il contrario di Pascolo, per essere chiari), con Melli che è in realtà fisicamente e per attitudine mentale più un tre, al limite un quattro, ma non un cinque, con Cusin e Cervi che sono invece centri veri, ma molto limitati dal punto di vista realizzativo. E con una batteria di lunghi del genere l’attacco a difesa schierata perde tutta una serie di dimensioni. Con Messina qualche miglioramento sostanziale rispetto alla pizza dell’ultima edizione dell’Italia di Pianigiani si è visto. Speravo che fosse stato metabolizzato. Quando però si è giocato con l’assillo del risultato a tutti i costi i vecchissimi difetti dei solismi a tutti i costi sono venuti purtroppo a galla tutti assieme.  

E dunque i 70 punti previsti in attacco ci stanno tutti. Il problema sono dunque i nove presi di troppo. Nella prima partita con la Croazia l’Italia aveva ammazzato i croati nel finale con una difesa praticamente perfetta, per cui da questo punto di vista ero molto tranquillo. Se l’attacco dipende da molti fattori, fra i quali quelli psicologici sono preponderanti, la difesa è normalmente una costante. Cosa che fa dire che è la difesa che fa vincere gli incontri, assunto che io combatto da tutta la mia vita, aggiungendo la fondamentale chiosa che la difesa mette le basi per far sì che una partita possa essere vinta, ma che poi in effetti i punti che ci danno la vittoria li si ottiene buttando la maledetta palla nel maledetto canestro. Cosa è successo nella finale di diverso? Una cosa molto semplice: che i croati, che saranno tutto, ma non scemi, hanno insistito dal bell’inizio a puntare sui difensori meno affidabili, sia per mancanze di tattica individuale (vulgo: posizione normalmente sbagliata, esempio classico Belinelli) che per carenze fisiche di mobilità di piedi, tallone d’Achille di Danilo Gallinari, il quale è stato spesso vittima di giochi di isolamento che hanno fatto sì che si caricasse subito di falli. La vera catastrofe è però successa quando i falli hanno cominciato a gravare anche sull’uomo cardine e imprescindibile della difesa azzurra, e cioè Nicolò Melli, che si era immolato nel coprire i buchi che a turno gli lasciavano i compagni meno bravi difensivamente. E qui, a metà dell’ultimo quarto, Messina ha commesso secondo me un errore fatale che non immaginavo mai che un santone come lui potesse fare. Per preservare Melli (detto per inciso, il ragazzo è tanto intelligente che, una volta rientrato, ha poi giocato fino in fondo, supplementare compreso, per cui sa gestirsi ottimamente, cosa che invece non si può dire di Gallinari che ha infatti commesso un quinto fallo abbastanza da pollo, fallo che ha in effetti sancito la sconfitta dell’Italia, priva del suo unico uomo lucido in attacco nei momenti decisivi) Messina ha rimesso in campo Bargnani che ero convinto che dopo la passerella iniziale a uso e consumo dei media e dei suoi fans il campo non l’avrebbe rivisto più, com’era puntualmente successo nella prima partita contro i croati. Vivo da solo, per cui nessuno può testimoniare  che il mio gesto all’ingresso di Bargnani in campo è stato quello di alzarmi in piedi e di fare un ampio gesto della croce, come quello che fa un sacerdote quando pratica l’Estrema Unzione. La logica più elementare suggeriva che l’uomo adatto per far rifiatare Melli era chiaramente Cusin che fra l’altro nel secondo quarto aveva messo in campo una grandissima grinta e si era reso quanto mai utile. E invece è entrato Bargnani. Con il risultato che i croati e segnatamente Šarić hanno cominciato a martellarlo, ci sono state un paio di azioni con canestro e fallo, di colpo l’Italia è andata a meno sette (o otto, insomma, cambia poco), i croati con Planinić, giocatore fra l’altro che non vedo cosa abbia più di Cusin o Cervi, hanno preso una serie incredibile di rimbalzi in attacco, insomma la difesa si è sfaldata. E poi rimontare era durissima, soprattutto senza Gallinari con Belinelli che negli ultimi tre attacchi ha voluto fare il Harden de noantri con risultati patetici e solo il miracoloso tapin di Melli (che nell’azione precedente lo aveva sbagliato di un nulla) ha mandato le squadre al supplementare. Poi finito come si è visto con l’Italia che si è completamente persa rifacendo alla grande tutte le puttanate che avevamo già ampiamente visto in passato, ultimo passaggio di Gentile agli avversari compreso, per cui non c’erano oggettivamente speranze.

E’ un brutto colpo e soprattutto ho paura, anche leggendo i commenti del dopo torneo, che non sia servito assolutamente di nessuna lezione. Gli equivoci iniziali, quelli che ho sottolineato nell’intervento precedente, rimangono tutti irrisolti, le analisi della batosta si fanno su particolari insignificanti (mi dispiace, ma fra quelli che le fanno metto anche i più illuminati fra voi, che avete detto cose sacrosante e ampiamente condivisibili, ma che, ripeto, sono tutto sommato di secondaria importanza, per cui vi invito caldamente a guardare la luna e non il dito che la indica) invece che prendendo il problema di petto. Cosa propongo di concreto? Non sono legato a nessun carro, non ho interessi personali di nessun genere da difendere, per cui dico la mia, tanto so che sono totalmente su un altro pianeta rispetto a tutto il resto della stampa cestistica italiana (e dei dirigenti, dei tifosi…).

Allora: l’Italia ha in questo momento quattro giocatori dai quali non può prescindere, che sono Hackett, Datome (e Dio solo sa quanto l’Italia abbia pagato le sue pessime condizioni fisiche e nervose), Melli e Gallinari. Belinelli e Gentile sarebbero utilissimi se fosse loro proibito di fare più di due palleggi. Belinelli dovrebbe uscire dai blocchi e tirare, magari con un palleggio di preparazione, quello senz’altro, perché lo sa fare, Gentile dovrebbe giocare da due puro, giocatore che inizia e conclude con uno scarico o una penetrazione individuale il gioco a due che gli suggerisce il play, e nel caso che tanto l’uno che l’altro volessero fare qualcosa d’altro dovrebbero uscire in panchina in automatico, Aradori è il classico jolly molto prezioso, non riesco a capire perché non giochino Polonara e Della Valle che nel tipo di basket propugnato sopra sarebbero perfetti, sotto canestro a spingere vagoni rimangono ovviamente Cusin e Cervi, serve un play classico, tipo Bonora per dire un nome, per dare ordine nei momenti di caos (rimango dell’idea che De Nicolao abbia l’identikit perfetto, ma se non volete lui prendete chicchessia, basta che sia un play vero – per esempio, perché non allora Tonut che potrebbe farlo benissimo se solo gli fosse dato un po’ più di credito?), insomma l’ossatura secondo me dovrebbe essere questa. Con gerarchie ben definite dall’importanza dei singoli giocatori nella squadra che penso di aver esplicitato abbastanza chiaramente dall’ordine con il quale li ho nominati e non certamente con quelle che vigono adesso con i giocatori dell’NBA più Gentile che sembrano avere in mano la squadra loro, cosa secondo me totalmente deleteria e esiziale. E Bargnani? Sono contento che pian piano stiate venendo sulle mie, anche se non lo volete ammettere. Bargnani non è un giocatore scarso, tutt’altro, ma in questa squadra, e per come dovrebbe giocare, è semplicemente totalmente inutile.

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