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E' finita l'avventura di John Hammond come General Manager dei Milwuakee Bucks; Hammond ha infatti firmato un contratto con gli Orlando Magic e dal prossimo anno cercherà di risollevare le sorti della franchigia della Florida.

Chris Paul è un nome che è stato spesso accostato a Gregg Popovich e ai San Antonio Spurs in questi ultimi anni, ma secondo Zach Lowe di ESPN stavolta potrebbe realmente esserci la possibilità di un approdo di CP3 alla squadra texana la prossima stagione.

Da qualche giorno circolava incessantemente la voce di mercato che vedeva Paul Millsap rescindere il suo contratto con gli Hawks.

Sono esistite poche altre squadre nella lega con una tale concentrazione di talento.

Lunedì, 22 Maggio 2017 11:54

I Celtics vincono Gara 3 in casa dei Cavs

Doveva essere una vittoria facile per Cleveland, che nella notte hanno affrontato i Boston Celtics in Gara 3 nelle Finali della East Confernce; Lebron e compagni, tornavano a giocare in casa dopo aver sbancato per due volte il T-Garden, dopo aver spazzato via Boston con due partite praticamente perfette.

Martedì, 16 Maggio 2017 09:33

Greg Popovich infuriato con Zaza Pachulia

La rabbia per l'infortunio patito da Kawhi Leonard nello scontro con Zaza Pachulia è ancora viva negli occhi del tecnico degli Spurs quando si presenta ai microfoni della stampa ventiquattro ore dopo la sconfitta in gara-1:

Lunedì, 01 Maggio 2017 09:32

NBA PLAYOFF

Nella serata di ieri, sono state disputate due partite fondamentali nella griglia playoff. Alle 21.30 ore italiane, si giocava l'ultima partita dei "quarti di finale" ad Ovest, Gara 7 tra i Los Angeles Clippers e gli Utah Jazz. La squadra di Doc Rivers poteva contare sul fattore campo, nonostante l'infortunio di Blake Griffin sia stato un brutto colpo da assorbire per la squadra losangelina. Ma questa non può essere una scusante per la pessima partita disputata dai Clippers; solo Chris Paul e DeAndre Jordan si sono salvati nella partita persa per 104-91: troppo poco squadra Los Angeles per poter pensare di vincere contro i Jazz che fanno del gioco di squadra la loro arma principale. Utah, nonostante i pochissimi minuti giocati da Gobert a causa dei falli, ha potuto contare sulle ottime prestazioni offensive di Hill, Favors e Hayward, mentre nella metà campo difensiva eccellente è stato il lavoro di Joe Ingles, che negli ultimi 2 quarti ha fatto di tutto per fermare le scorribande offensive di Chris Paul. I Clippers non sono stati mai in partita e addirittura all'inizio del quarto periodo, il punteggio diceva +21 Utah, che meritatamente si aggiudica Gara 7 e approda alle semifinali di Conference, dove sfiderà i Warriors. Per Los Angeles l'ennesima stagione fallimentare; questo doveva essere l'anno giusto, ma così non è stato. In Estate potrebbero cambiare molte cose, visto che J.J. Reddick, Chris Paul e Blake Griffin usciranno dal proprio contratto per rendersi freeagent; starà ai Clippers decidere chi tenere e su chi puntare, anche se oramai il progetto di vincere della squadra losangelina sembra un sogno irrealizzabile.
Qualche ora prima invece si era giocata la prima Gara delle semifinali ad East; partita che ha visto sfidarsi i Boston Celtics contro gli Washington Wizards. Bellissima partita tra due squadre molto ben attrezzate, soprattutto nel reparto esterni. Il primo quarto è un dominio di Wall e compagni, che riescono a guadagnare un vantaggio di 18 punti. Boston nei primi 12 minuti è stata irriconoscibile, sbagliando moltissimo i tiri da tre punti e guadagnando pochissimi rimbalzi. Tutto cambia nei periodi successivi: Thomas prende per mano la squadra e nonostante la perdita di due denti per un colpo ricevuto da Porter, trascina Boston al pareggio e al sorpasso nel quarto periodo. Ottima la prestazione di Crowder, che con le sue triple è stato un fattore fondamentale, insieme alla grandissima serata di Horford, autore di 21 punti, 10 assist e 9 rimbalzi. Come detto, Boston vince la partita nel terzo quarto, grazie a un fantastico parziale di 36-16, che demolisce letteralmente i sogni di vittoria dei Wizards. Miglior giocatore della serata, Thomas, che ha realizzato 33 punti e 9 rimbalzi; fondamentale per Boston il tiro da tre punti (49% di squadra). Washington, da canto suo, si può rammaricare per aver sprecato un vantaggio di 14 punti a fine prima quarto; vantaggio ottenuto grazie alle giocate di Wall e Gortat, che fino a quel momento, erano stati decisivi nella partita; i Wizards hanno perso una buona occasione per ribaltare il fattore campo. I Celtics, per vincere questa partita, hanno sfruttato al meglio tutto il calore del pubblico e la voglia di rimontare e di vincere, dimostrando il perchè Boston si è qualificata 1° ad East. E con un Thomas così....

 

Sabato, 29 Aprile 2017 10:31

NBA NEWS

Larry Bird lascia gli Indiana Pacers. Notizia di questa notte, che ha sconvolto e non poco tutto l'ambiente di Indiana. Bird lascia infatti la presidenza degli Indiana Pacers: il 60enne, che da giocatore fu leggenda nei Boston Celtics, si è separato dal club di cui è stato anche allenatore. Larry Legend è stato presidente dei Pacers dal 2003; tra il giugno 2012 e il giugno 2013 si è preso un anno di pausa per questioni di salute (in quel periodo è stato sostituito da Donnie Walsh). Il suo posto, ora, andrà a Kevin Pritchard (attuale general manager di Indiana), a cui spetterà il compito di rifondare e di provare a costruire una squadra competitiva intorno alla stella Paul George (che avrà una player option nel 2018 ed è ai ferri corti con il front office) e al giovane Myles Turner. I Pacers sono in uno dei punti più caotici della loro storia recente: non era mai successo, tra le altre cose, che Indiana subisse uno sweep ai playoff nell’intera nobilissima storia della franchigia (4-0 inflitto dai Cavs). Pritchard innanzitutto dovrà decidere se provare a rifirmare Jeff Teague, freeagent questa estate, playmaker titolare dei Pacers in questa sua prima stagione in Illinois. Poi si tratterà, in ogni caso, di cercare un esterno di spessore sul mercato, con il declino dell’ex fulmine di guerra Monta Ellis che si fa sempre più evidente. Bird, dal canto suo, dovrebbe rimanere nell’ organizzazione dei Pacers con un ruolo da consulente anche se si parla già di un interesse da parte degli Orlando Magic.

 

 

Martedì, 25 Aprile 2017 09:11

NBA: situazione playoff

I playoff NBA hanno già emesso alcuni verdetti: Cleveland (East) e Golden State Warriors (Ovest) sono le prime due semifinaliste, grazie ai netti successi su Indiana e Portland. Lebron e compagni, dopo aver disputato sotto tono e sotto ritmo le ultime partite di regular season, hanno demolito in 4 partite gli Indiana Pacers; troppo divario tecnico tra le due squadre, nonostante un Paul George in grandissima forma. I Cavs sono riusciti a chiudere la serie in anticipo, così potranno riposarsi in vista della semifinale che giocheranno o contro Toronto o contro Milwaukee (serie sul 3-2 per i Raptors, ma con la prossima partita da giocare sul campo dei Bucks). Tutto è ancora in bilico invece nelle altre due sfide ad East: Chicago ha buttato via un vantaggio di 2 partite, perdendo gara 3 e gara 4 in casa, contro Boston, che all'inizio della serie sembrava una lontana parente della squadra che ha impressionato tutti e si è conquistata il primo posto ad East. Prossima partita in casa dei Celtics. L'altra sfida, quella tra Washington e Atlanta, è molto ma molto combattuta. Dopo qualche scaramuccia in Gara 3, questa notte gli Hawks hanno dato una sonora lezione a Wall e compagni, un pò tropo rilassati dopo il 2-0 iniziale.

Ad Ovest, come detto prima, i Warriors hanno chiuso la pratica Portland in 4 partite, pur giocando senza Durant per quasi tutta la serie: Curry ha però preso in mano le sorti della squadra, giocando gara 3 e gara 4 in maniera sontuosa. Onora a Portland, che con Lillard e Mccollum, avrà sicuramente un futuro roseo e ricco di successi. Golden State, adesso, deve aspettare la vincente tra Clippers e Utah: serie sul 2-2, ma con bruttissime notizie in casa Los Angeles; Griffin è fuori per un infortunio e molto difficilmente lo rivedremo in campo. Ottime notizie per Utah invece, che dopo aver vinto gara 4 in casa, può gioire per il ritorno in campo di Gobert, centro francese fondamentale nel gioco dei Jazz. L'altra semifinale sarà tra la vincente di Spurs e Memphis e tra la vincente di Houston e OKC. I Rockets sono avanti 3-1 nella serie contro i Thunder, dimostrando ancora una volta il magnifico lavoro fatto questa stagione da Mike D'Antoni; gara 5 si giocherà in Texax e Harden e compagni hann già la possibilità di chiudere la serie. San Antonio, invece, ha buttato via un vantaggio di due partite contro Memphis ( I Grizzlies hanno vinto le due partite in casa) e sono costretti a vincere gara 5 e gara 6 per non rendere una stagione fallimentare. Ancora tutto da decidere in questi playoff, anche se anche quest'anno, per adesso, le squadre più in forma e da battere siano i Cavs e i Warriors.. C'è da aspettarsi un'altra finale tra Lebron e Steph?

 

 

Venerdì, 14 Aprile 2017 09:08

NBA: definita la griglia playoff

 

 

 

Ricordate Frank Kornet? E' stato uno degli stranieri più discussi fra quelli che hanno indossato la canotta di Siena nei primi anni Novanta: arrivato dai Milwaukee Bucks, fu l'equivoco (coach Dado Lombardi lo affiancò a Lemone Lampley sotto canestro, in realtà Kornet aveva sì una buona struttura fisica ma era fondamentalmente un'ala-forte, con un ottimo tiro da fuori) che compromise la stagione dell'allora Ticino Siena, tanto da essere sostituito nel girone di ritorno prima dalla meteora Jenkins e poi da Bob Thornton, che pure non riuscì nell'impresa di salvare la Mens Sana dalla retrocessione in A2. Oggi Frank Kornet allena a Nashville i ragazzini della Harpeth Hall high school, ma a fare notizia è suo figlio Luke, come riporta il "Corriere di Siena". Classe 1995, ala grandedi 213cm di statura, Luke Kornet ha disputato un'ottima stagione da senior (13.2 punti e 6.2 rimbalzi di media partita) a Vanderbilt, stesso college dal quale nel 1989 uscì il padre, ed è in odore di scelta al prossimo draft Nba. Per Kornet jr, che di recente ha firmato per l'agente Jim Tanner (Tim Duncan e Ray Allen fra i suoi assistiti), si ipotizza di una chiamata al secondo giro.

Come ogni anno la NBA ha reso note le vendite delle magliette più vendute nel corso della stagione. Stephen Curry dei Golden State Warriors guida ancora una volta la classifica delle canotte più popolari della National Basketball Association (NBA) nell'area Emea, basata sulle vendite di NBAStore. Nella top 5, dietro a Steph, troviamo: Lebron James (Cleveland), Kevin Durant (Golden State), Russell Westbrook (Oklahoma Thunder) e Kyrie Irvinge (Cleveland). I Warriors piazzano così 3 giocatori nei primi 15 (Klay è tredicesimo), a testimonianza dell'incredibile popolarità che i ragazzi della baia hanno ottenuto a partire dagli ultimi 3-4 anni. Ecco la classifica:

Top 15 magliette NBA (più vendute nella stagione 2016/2017):

1- Steph Curry (Golden State)
2- Lebron James (Cleveland)
3- Kevin Durant (Golden State)
4- Russell Westbrook (Okc)
5- Kyrie Irving (Cleveland)
6- Kawhi Leonard (San Antonio)
7- Kristaps Porzingis (New York)
8- Jimmy Butler (Bulls)
9- Giannis Antetokounmpo (Bucks)
10- James Harden (Houston)
11- Dwyane Wade (Bulls)
13- Klay Thompson (Golden State)
14- Isaiah Thomas (Boston)
15- Damian Lillard (Portland)

 

 

Russell Westbrook ora fa rima con storia. L'asso degli Oklahoma City Thunder ha compiuto un'impresa destinata a rivoluzionare il basket Nba: è riuscito a chiudere una stagione realizzando una tripla doppia di media, e superando Oscar Robertson nel numero di triple doppie realizzate in una singola stagione. Chi sa di basket come di astrofisica, significa che in ognuna delle 42 gare suddette ha realizzato più di 10 punti, ha dispensato almeno 10 assist ai compagni e ha catturato minimo 10 rimbalzi sui due lati del campo. Statistiche spaventose: Brodie viaggia a 31.9 punti, 10.7 rimbalzi e 10.4 assist, nell'ultima prestazione contro Denver ha infilato nel pallottoliere 50 punti, 16 rimbalzi e 10 assist. Prestazione che gli ha permesso di entrare nella storia NBA. Come se non bastasse il numero 0 (lo indossa in onore di Khelcey Barrs, il suo amico di sempre, morto in campo a causa di una ipertrofia al cuore sotto gli occhi del suo amico) ha segnato la tripla decisiva sulla sirena, da distanza siderale, che ha permesso ai Thunder di battere Denver 106-105. Il 28enne di Long Beach, rimasto orfano in estate del suo compagno di battaglie Kevin Durant (passato ai Golden State Warriors) ha deciso di compiere un'impresa epica. 42 triple doppie in stagione, mai nessuno come lui, e ha anche superato Wilt Chamberlain per triple doppie complessive in carriera: ora 79 a 78 per Westbrook (nel mirino ora ci sono altri due miti come Kidd e Magic), che tuttavia non ha intenzione di fermarsi: vuole il premio di Mvp, che si contende con l'altro fenomeno stagionale, James Harden dei Rockets, suo avversario nel primo turno dei playoff che cominciano sabato. "Questo è un record che mai, nemmeno da bambino, avrei immagino di raggiungere - racconta emozionato a fine gara - non mi importa quello che pensa la gente, io continuerò a dare il massimo in ogni partita cercando di essere il miglior giocatore possibile". 

Mr tripla doppia, Mr Russell Westbrook.

 

 

Playoff più lontani per Danilo Gallinari e Marco Belinelli. I Denver del Gallo sono stati battuti nella nottata di Mercoledi 110-104 dagli Houston Rockets nonostante un grande Gallinari autore di 23 punti con 5 rimbalzi, 3 assist e 8/16 al tiro. Rockets trascinati al successo dai 31 punti e 10 assist del solito James Harden. Con quattro partite ancora da giocare, i Nuggets sono ancora in corsa per l'ottavo posto ad Ovest in un appassionante testa a testa con i Portland Trad Blazers, vittoriosi questa notte contro Minnesaota. Serata amara in tutti i sensi per Belinelli, sconfitto 112-99 con i suoi Charlotte Hornets contro i Miami Heat. La guardia azzurra resta in campo appena 8 minuti e colleziona 0 punti, 1 assist, 1 rimbalzo e 0/2 al tiro per poi essere costretto ad uscire a causa di un infortunio alla mano. Cleveland ha vinto invece il big match con Boston nella notte Nba, con il punteggio di 114-91 e si conferma in testa nella classifica de la Eastern Conference. Partita dominata dao Cavs, grazie ad una prestazione fantastica di Lebron James che ha messo a segno 36 punti con 10 rimbalzi. Vincendo a Phoenix per 120-111 la 13° partita di fila, trascinata dal suo leader Steph Curry che realizza 42 punti, Golden State ha stabilito per la terza stagione regolare consecutiva il migliore record Nba. Oggi i Warriors sono 65-14, irraggiungibili dai loro grandi rivali ad Ovest , i San Antonio Spurs (60-18). Questa tripletta eguaglia il primato della Lega condiviso con Boston e Philadelphia, l'ultima risaliva al dominio dei Celtics nel triennio 1983-86. Inoltre, Golden State ha fissato il nuovo record assoluto con almeno 65 vittorie in ognuna delle tre stagioni. "E'qualcosa di impressionante - ha commentato coach Steve Kerr, come riporta la Gazzetta dello Sport - . Abbiamo fatto una grande corsa per arrivare a questo record, senza il contributo nell'ultimo mese di Kevin Durant, che rientra domani. Era l'obiettivo che ci eravamo prefissi per questa stagione. Tutti i miei giocatori sono felici per questo, loro sanno di vivere una speciale era che non finirà mai. Alleno un gruppo di grande talento che riesce a divertirsi in ogni momento».
Ecco la classifica della Eastern e della Western Conference, quando manca 6 giornate alla fine della Regular Season.

EAST: Cleveland (1°, 51-27), Boston (2°, 50-29), Toronto (3°, 48-31), Washington (4°, 48-31), Atlanta (5°, 40-38), Milwaukee (6°, 40-39), Chicago (7°, 39-40), Indiana (8°, 39-40).
WEST: Golden State (1°, 65-14), San Antonio (2°, 60-18), Houston (3°, 53-25), Utah (4°, 48-30), Clippers (5°, 48-31), Okc Thunder (6°, 45-33), Memphis (7°, 42-37), Portland (8°, 39-40).

 

 

Marco Mugnanini

 

 

Nella giornata NBA del 5 Aprile, andava in scena un match molto interessante; quello tra gli OKC Thunder e i Memphis Grizzlies, rispettivamente 6° e 7° potenze ad Ovest. La partita è stata vinta dai Thunder con il punteggio di 103-100; ovviamente il protagonista della serata non poteva che essere lui, Russell Westrbook. Il superuomo tra i superuomini Nba è sceso in campo con due obiettivi precisi: portare i Thunder nella miglior posizione per i playoff e raggiungere la stagione intera in tripla doppia. Purtroppo per tutti i tifosi NBA, il play di OKC non è riuscito a far registrare l'ennesima tripla doppia della stagione; il record di Wilth Chamberlain di 9 triple consecutive per questa stagione è salvo, mentre quello di Oscar Robertson di 41 triple doppie in una stagione (come Westrbook quest'anno) ancora non viene superato. La tripla doppia è sopravvalutata e anzi è quasi riduttiva come misura della grandezza di quello che sta facendo: stanotte si è "solo" accontentato di vincere su entrambi i lati del campo, con una prestazione sontuosa. 45 punti (14 nell'ultimo quarto), 9 rimbalzi, 10 assist, 5 palle recuperate (una fondamentale su Gasol a pochi secondi dal termine), 8 triple messe a segno, tra cui quella a 14 secondi dalla fine che ha chiuso la partita. In una parola: MVP. Settimana speciale per Westbrook, che come detto in precedenza, questa settimana ha eguagliato Robertson per il numero di triple doppie in una partita, nella vittoria casalinga contro Milwaukee per 110-79.
"È stata una notte speciale e non la dimenticherò mai. È stata una benedizione, qualcosa che non avrei mai potuto neanche immaginare". (Westbrook)

La cosa che più stupisce è la rapidità con cui Russell realizza le sue statistiche durante la partita. Nella partita di Martedì contro i Bucks, ha centrato l'obiettivo "tripla doppia" in appena 22'. Delle 41 triple doppie messe a segno, 13 sono arrivate nei primi tre quarti di gara, otto in meno di 30'. Ora con 78 TD (triple doppie) in carriera ha raggiunto Wilt Chamberlain al 4° posto della classifica guidata da Robertson con 181 (poi Magic Johnson 135 e Jason Kidd 107). Ma l'altra grande pietra miliare è quella dove c'è inciso il nome di un solo giocatore, quello di Robertson nel 61/62 : concludere il campionato con una tripla doppia di media. Gli mancano giusto 16 assist (prima della notte passata) per completare il trionfo e se per qualche scherzo del destino non riuscisse a infrangere anche questo record, non ti preoccupare Russell, il titolo di MVP è tutto tuo!

TRIPLA DOPPIA: Nel lessico del basket, per tripla doppia s'intende la produzione della doppia cifra (dieci o più) in tre voci statistiche individuali. Di solito riguarda i punti segnati, i rimbalzi e gli assist che sono i grandi capisaldi per valutare la prestazione di un giocatore e che fa record in Nba e nelle grandi manifestazioni nazionali e internazionali, ma può estendersi anche a palle rubate e alle stoppate.

 

 

Marco Mugnaini

 

 

La stagione di Oklahoma City è stata ben al di sopra delle aspettative; dopo la partenza di Durant sponda Golden State e quella di Ibaka (Orlando e poi Toronto), tutti gli esperti di basket davano i Thunder come una delle squadre meno favorite per la corsa ai playoff, convinti che il solo Russell Westbrook non sarebbe bastato ad ottenere un piazzamento nella post Regular Season. Molto probabilmente Westbrook deve averla presa sul personale, visto che sta disputando partite mostruose da inizio stagione: 75 partite, con 31.8 punti, 10.6 rimbalzi, 10.4 assist di media a partita, portando i suoi Thunder a un record di 43 vittorie e 33 sconfitte, ottenendo per il momento il 6° posto in classifica ad Ovest. Russell viaggia a una tripla doppia di media e nella partita di stanotte, persa per 101-113 contro gli Charlotte Hornets, ha fatto registrare la sua 40° tripla doppia della stagione, mettendo a referto 40 punti, 13 rimbalzi e 10 assist, tirando con il 46% dal campo e dalla linea dei tre punti. Ed ormai è praticamente ufficiale: Westbrook è il secondo giocatore della storia NBA ad aver concluso una stagione NBA con una tripla doppia di media. Per raggiungere lo scopo, Westbrook deve viaggiare a 0 punti, 2.2 rimbalzi e 5.8 assist di media nelle prossime 6 partite. Direi che è fattibile come cosa, che ne pensate? Fino ad oggi, solo Oscar Robertson, nel 1962, è riuscito a realizzare in un'intera stagione, una tripla doppia di media (30.8 punti, 12.5 rimbalzi e 11.4 assist) ed è sempre Oscar Robertson che mantiene il primato per numero di triple doppie in una stagione (41). Russell Westbrook è ha 40 triple doppie, con ancora 6 partite da giocare e state più che certi che il playmaker di OKC farà di tutto per battere il record di Robertson e farà di tutto per aggiudicarsi il premio di MVP per questa stagione. Ecco a voi gli highlights della sua 40° tripla doppia, quella messa a segno contro Charlotte nella partita del 2 Aprile, godetevelo!!                

 https://watch.nba.com/video/2017/04/02/20170402-westbrook-hl

 

Marco Mugnaini

 

Determinazione, disciplina, talento, capacità di esecuzione, condizionamento e un pizzico di pazzia (pazzia cestistica ovviamente) sono tutti elementi fondamentali per conquistare un posto nella storia della Nba, per essere ricordate come delle leggende. Non è da tutti però dominare su un campo da pallacanestro; sono i pochi, gli eletti, quelli in grado di vincere una partita da soli, con il talento, la classe e l'istinto che solo un campione possiede. Il giorno 10 Marzo del 1986 e del 2004 non verranno scordati facilmente dai tifosi più sfegatati della Nba, perchè in questi due giorni la Nba è stata teatro di due prestazioni individuali mostruose, che hanno fatto la storia e la faranno per molto tempo.

 

E' uscito in edicola il mensile Rivista Ufficiale NBA e come argomento principale ha trattato e stilato una top-20 dei migliori giocatori degli ultimi 20 per festeggiare i 70 anni della NBA. La scelta è stata compilata secondo gli stessi parametri con cui la Lega NBA scelse i migliori 50 nel 1997, e la possiamo definire una sorta di prosecuzione, quindi non troverete doppioni (tipo Shaq, Jordan, Bird, ecc.). I criteri sono stati i seguenti: vittorie e impatto sul gioco. Ecco la lista:

 

E' uscito in edicola il mensile Rivista Ufficiale NBA e come argomento principale ha trattato e stilato una top-20 dei migliori giocatori degli ultimi 20 per festeggiare i 70 anni della NBA. La scelta è stata compilata secondo gli stessi parametri con cui la Lega NBA scelse i migliori 50 nel 1997, e la possiamo definire una sorta di prosecuzione, quindi non troverete doppioni (tipo Shaq, Jordan, Bird, ecc.). I criteri sono stati i seguenti: vittorie e impatto sul gioco. Ecco la lista:

 

Giovedì, 30 Marzo 2017 07:42

Miami campioni NBA 2006

Una delle pagine più belle di sport mai visti in Nba: il primo titolo conquistato dai Miami Heat nella loro storia nel 2006. Roster: Derek Anderson, Dorell Wright,Dwyane Wade, Gerald Fitch, Antoine Walker, Gary Payton, Jason Kapono, Wayne Simien, Earl Barron, Shaquille O'Neal, Alonzo Mourning, Udonis Haslem, James Posey, Matt Walsh, Shandon Anderson, Michael Doleac,Jason Williams. Un gruppo di veterani, la cui portabandiera era il giovanissimo Dwyane Wade, al suo terzo anno in Nba. Una squadra che in molti non credevano potesse andare oltre al primo turno dei playoff, sicuri che quella "squadra di vecchietti" non avrebbe resistito mentalmente e fisicamente alle pressioni continue della Nba, alle fatiche dopo ogni partita. Ma è da queste cose che si vede la differenza tra ottimi giocatori e campioni: Shaq, Gary, Jason, Alonzo Mourning sono stati grandissimi campioni e grazie al loro immeso talento, sono riusciti a scrollarsi di dosso tutte le critiche che li avevano perseguitati durante la stagione. Ma chi meglio di The Flash può spiegarci le emozioni, i sentimenti, che la squadra e tutta la città di Miami hanno provato quando hanno ribaltato la serie delle finali contro Dalla da 0-2 a 4-2?? (Con queste parole The Flash si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa, soprattutto verso coloro che ancora oggi la magnifica impresa degli Heat sia stata frutto solo del caso).

"Ci sono un sacco di chiacchiere sulla finale del 2006 in questo momento... ciò perché fu la finale più discussa e oggi sono passati esattamente 11 anni da quella data in cui vincemmo il primo titolo come franchigia e per me come giocatore. Fu uno dei momenti più belli della mia vita e probabilmente uno dei peggiori per i Dallas Mavericks. Questo è lo sport... abbiamo avuto tutti i nostri momenti per sentirci nei due modi. Oggi ciò che leggo sulla serie è ingiusto per me in quanto giocatore di basket. Ho mai avuto falli fischiati che avrei potuto continuare a giocare? SI. Tutti li abbiamo avuti...ma attaccavo ogni volta che toccavo la palla? Si. Questa immagine è un esempio della partita di gara5 (immagine copertina) dove tutti quanti dicevano che non avessi subito fallo. Se ascoltate molti atleti vi diranno che non ha commesso fallo, ma D Harris ragazzo mio quello era fallo! Alla fine siamo riusciti a trovare un modo di battere una squadra che era molto migliore rispetto alla nostra quella stagione ma ebbero la loro rivincita in 2011, così per me è una bufala. Sono molto contento di guardare indietro a quei momenti e dire che ho messo le mani su (contribuito a) quella vittoria per il nostro primo campionato di sempre."

"There's alot of coverage on the 2006 NBA Finals right now...One because it was the most controversial finals to date and today makes exactly 11 years to the date we won our first ever title as an organization and me as a player. It was one of the greatest moments in my life and probably one of the worst for the Dallas Mavericks. That's sports... we've all had our moments to feel both ways. Now what I'm reading about the series is unfair to me as a basketball player. Did I get some calls that I could have played through YES. We all do...but was I attacking every time I touch the ball...YES. This picture is an example of a play in game 5 that everyone said I didn't get fouled on. Listen most athlete have never committed a foul but D Harris my guy...this is a foul haa. All in all we did find a way to beat a team that was a much better team then us that season...but they got their payback in 2011 as a franchise so in my mind it's a wash..but iam proud to take a look back at these moments and say I had a hand in us winning our first ever championship."

 

Marco Mugnaini

 

 

Pazzesca è la stagione degli Houston Rockets, indubbiamente la squadra rivelazione di quest'anno: 51 vittorie e 22 sconfitte, il terzo posto ormai solido ad Ovest e un James Harden in piena corsa per il titolo MVP (29.5 punti, 8 rimbalzi e 11.3 assist di media a partita). Gran parte del successo dei Rockets deve essere attribuito alla società e all'allenatore, Mike D'Anthony, che è riuscito a inculcare ai propri giocatori lo stesso stile di gioco adottato a Phoenix e per adesso i risultati sono più che positivi. Sono stati acquistati quei giocatori che si sposassero benissimo con il progetto Houston e che fossero a totale disposizione della superstar Harden: Ryan Anderson, Sam Dekker, Eric Gordon, Lou Williams, tutti giocatori necessari e fondamentali per il gioco rapido e veloce dei Rockets. Ad inizio stagione, guardando il roster di Houston, tutti pensavano che il problema della squadra texana fosse la difesa, visto che l'attacco con questi giocatori segna di media 115 punti a partita; ma se andiamo ad analizzare le statistiche, possiamo notare che Houston è al 9° posto nel rating difensivo, se si considerano le partite del 2017. Ovviamente non possiamo considerare la difesa dei Rockets un punto forte della squadra e sicuramente nei playoff verrà messa ancora maggiormente sotto pressione, ma i miglioramenti visti nelle ultime partite hanno superato qualsiasi aspettativa, senza alcun dubbio. Patrick Beverley è il leader difensivo per Houston, la guida che aiuta i compagni nei momenti difficili, non molto amato e elogiato ma fondamentale per una squadra ispirata all''attacco. Ovviamente ci sono altri giocatori che devo menzionare, che hanno permesso ai Rockets di entrare nella top 10 difensiva nel 2017: Trevor Ariza è un eccellente difensore perimetrale, Clint Capela grazie alla sua atleticità e al sua fisico riesce a difendere benissimo il ferro e a conquistare tantissimi rimbalzi e Nene è una presenza solida sotto canestro. Ma è sicuramente Beverley il miglior difensore per i texani: nessun giocatore vorrebbere penetrare in mezzo all'area quando ha davanti a se Patrick Beverley, pronto a soffiargli via la palla. Beverley è implacabile, il suo istinto difensivo e il suo posizionamento sono sempre così buoni che ad ogni azione è possibile che rubi una palla e parta in contropiede: si inarca sulla schiena, piegando moltissimo le gambe ben oltre le sue spalle, testa bassa e aspetta il momento giusto per scippare il pallone dalle mani dell'avversario. Nonostante sia alto "solamente 185 cm" , uno dei giocatori più bassi in NBA, Beverley quest'anno ha una media di 6 rimbalzi a partita, e questo grazie alla sua straordinaria intelligenza cestistica e grazie al suo posizionamento, in quanto il play di Houston sa sempre in che punto del campo cadrà la palla, una sorta di sesto senso. Non è una sorpresa che Patrick è il leader dei Rockets per quanto riguarda il "Defensive Box Plus/Minus" (1.9), ma lo è il fatto che si colloca al secondo posto tra tutti i playmaker (dietro a Chris Paul) per il "Defensive Box Plus/Minus". Grandi capacità difensive, grandissima voglia di conquistare ogni pallone, infinita energia messa in campo, ottime posizioni a rimbalzi, tutte queste caratteristiche fanno di Beverley il miglior playmaker difensore della lega ma oltre a ciò, per i Rockets, è fondamentale vista la poca attitudine a difendere di James Harden (anche se nell'ultima stagione è migliorato tantissimo). Un esempio? Quando Beverley è in campo, Houston su 100 possessi subisce 101.8 punti , mentre quando il playmaker di Chicago è in panchina su 100 possessi ne subisce 106. Beverley è sicuramente l'arma in più per questi Houston Rockets, probabilmente la rivelazione difensiva dell'anno; non sono io a dirlo, ma è proprio l'ex Olympiakos a candidarsi per il premio di "difensore dell'anno":


" Io sono la miglior guardia nella lega, senza alcun dubbio. Potete domandare a qualsiasi squadra, a qualsiasi allenatore, a qualsiasi giocatore. Vi diranno che questa è la verità. Questa stagione, io sono il miglior difensore della lega. I giocatori di basket vogliono sentirsi a loro agio, vogliono essere perfetti vogliono fare passaggi giusti e prendere buoni tiri. No . Quando giochi contro di me ti affronterò senza problemi e capirai che sarà una lunga giornata. Ti farò capire che sarà dura, sara' uno scontro fisico. Sarà qualcosa che non ti piace, sarà un inferno."


" I am the best guard in this league, defensively, man, hand down. You can ask any team, ask any coach, ask any player. They will tell you the truth. This year, i am the best defender in the league". "Basketball players want to be comfortable, they want to be lackadaisical, they want to make the right passes and take the right shots. No. When you play me, I'm going to get right up in your grill and let you know it's going to be a long day. It's going to be physical. It's going to be something you don't like. It's going to be hell."

 

 

Marco Mugnaini

 

 

La cultura sportiva negli Stati Uniti d'America è avanti anni luce rispetto a quella europea e a quella del resto del pianeta; quando, in America, vai al palazzetto per seguire la tua squadra, non assisti solamente a una partita di basket, ma assisti ad uno spettacolo vero e proprio. All'interno del palazzetto puoi trovare Store, Fast food, insomma tutto il necessario per goderti a pieno quelle due/tre ore di partita, per assistere allo sport più bello del mondo; anche i timeout in una partita di NBA diventano parte integrante dello spettacolo, con le varie dance cam e kiss cam oppure con vari spettacoli di ballo e canto che negli ultimi anni hanno visto protagonisti sia grandi che piccini. E poi le Mascotte, protagoniste indiscusse dei vari "momenti morti" di una partita, "create" apposta per intrattenere e divertire il pubblico. Chi è che non si ricorda di Hooper, la mascotte tormentata da Robin Lopez nel 2013 prima del match tra Portland e Detroit? Di tutte le mascotte, Hooper è forse quello con la storia più pittoresca. Egli appare nelle partite casalinghe dei Pistons con addosso una maglia 00 di Detroit e, nemmeno a dirlo, Hooper è un cavallo ( simbolismo riferito alla città di Detroit, città di motori e "cavalli"). Nato e cresciuto a Lucky, nel Kentucky - non per niente il "Bluegrass State" è famoso per i cavalli - alto circa 1.85 , questo "stallone" decise di scappare di casa per cercare fortuna e nuove avventure altrove. L' Interstate 94 lo portò fino a Detroit, che diventò la sua città adottiva. La prima apparizione del cavallo è datata 1 novembre 1996, in contemporanea con l’uscita del nuovo logo della franchigia, che però, a differenza di Hooper, è stato rimpiazzato qualche anno dopo con quello già precedentemente visto sulle maglie della squadra del Michigan. All'inizio la sua volontà era quella di giocare per i Detroit Pistons e così l'idea di presentarsi all'audizioni per i Detroit della Nba: le abilità non gli mancavano ma il tiro in sospensione era un disastro e così fu tagliato fuori. Ma non è l'America la patria delle secondo opportunità? Hooper venne subito riassunto come venditore all'interno del The Palace of Auburn Hills, ma la sua esuberanza, balli e danze tra il pubblico, mal si accordava con il suo nuovo mestiere. E' da li che venne in mente agli addetti ai lavori dei Pistons, visto tutto quell'entusiasmo, di far diventare Hooper la mascotte ufficiale della squadra? Detroit è o non è la città dei motori, Motorcity? E la potenza dei motori non si misura mica in cavalli? Ecco, un cavallo era perfetto per rappresentare e diventare il simbolo della squadra del Michigan e così nel 1996 Hooper impazza tutte le gare interne dei Pistons, facendo impazzire dalla gioie i tifosi più piccoli ma anche quelli più grandi. Oltre ad intrattenere il pubblico durante i timeout, Hooper si dedica a show acrobatici con la “Detroit Pistons Flight Crew”, con la quale viaggia spesso all’interno dello Stato partecipando ad eventi di sensibilizzazione all’interno di scuole e ospedali, dove viene sempre accolto da grande entusiasmo.

 

 

Marco Mugnaini

 

 

Martedì, 21 Marzo 2017 13:16

Milos Teodosic parla del suo futuro

Negli ultimi due anni si è parlato molto di un possibile approdo in NBA di uno dei giocatori più forti visti negli ultimi anni in Europa: Milos Todosic. Questa estate sarà free agent, ovvero si concluderà il suo contratto con il CSKA di Mosca, e secondo molti Teodosic, all'età di 30 anni è pronto per entrare a far parte del campionato più spettacolare del mondo. Il play serbo, che per spettacolo e talento non è dietro a nessuno, gioca per Mosca da ben 7 anni e il suo palmares è pieno di trofei: 1 coppa di Serbia vinta con il FMP Železnik nel 2007, 2 coppe di Grecia nel 2010 e 2010 con l'Olympiakos, 2 campionati russi, 5 coppe di Russia, 1 Eurolega, medaglia d'argento agli Europei di Polonia 2009, medagloa d'argento ai Mondiali di Spagna nel 2014 e un'altra medaglia d'argento alle Olimpiadi di Rio nel 2016. Oltre ai premi di squadra, fu eletto MVP dell'Eurolega 2009-2010. Uno dei talenti più sottovalutati nell'intero palcoscenico cestistico e, a mio avviso, il suo approdo in NBA poteva avvenire qualche anno fa; è notizie di alcuni giorni fa del forte interesse da parte dei Denver Nuggets nei confronti del giocatore serbo. Ma è proprio Teodosic a far calmare le acque, parlando del suo presente e del futuro che verrà.

"Tanti mi chiedono del futuro. Prima di tutto, non voglio pensare a nulla se non al CSKA finché la stagione non sarà finita, voglio vincere tutti i titoli qui a Mosca per un’altra volta. Poi, una volta free agent [il suo contratto scade quest’anno], prenderò la mia decisione. Ho 30 anni, e la mia età giocherà un ruolo importante. La verità è che ci ho pensato, ma non succederà nulla e non trapelerà nulla fino all’estate. Se andrò negli Stati Uniti la squadra dovrà soddisfare la mia voglia di vincere – che è la cosa più importante – così come la parte finanziaria e della lunghezza del contratto".

 

 

Marco Mugnaini

 

Rajon Rondo non sta vivendo una bellissima stagione; quella con i Bulls probabilmente è l'annata più deludente dell'ex playmaker dei Boston Celtics, soprattutto se si pensa alle grandi aspettative riposte in questa squadra. Se però non ha impressionato con le sue prestazioni, Rondo ha fatto parlare di sè per alcune dichiarazioni lasciate durante questi 6 mesi a Chicago. L'ultima "sua provocazione" è rivolta all'ex amico e compagno Ray Allen: il natio di Louisville ha deciso infatti di organizzare un viaggio vacanza insieme ai suoi ex compagni di Boston, vincitori del titolo NBA nel 2008, per celebrare il 10° anniversario. Ma tra gli invitati non figura il nome di Ray Allen; il motivo lo sanno tutti, ovvero il trasferimento di Allen a Miami, l'altra franchigia dominante ad East in quei anni. La nascita della leggenda dei "big Three" di Boston (diventati poi "Big Four" con l'esplosione di Rondo), avviene nell'estate del 2007, quando le superstar Ray Allen e Kevin Garnett, si vanno unire a Paul Pierce per formare uno dei trii più forti e competitivi mai visti (e fino a quel momento anche perdenti). Questi tre giocatori e l'aggiunta di un giovanissimo Rajon Rondo sono diventati una delle squadre più amate dell'ultimo decennio, una collezione di talenti e personaggi che in un solo anno sono riusciti immediatamente a vincere il titolo NBA, riportando l'anello a Boston dopo ben 22 anni e rimanendo sempre al top della lega per altri 4 stagioni. Ma il 10 Luglio 2012, l'ex giocatore dei Bucks e dei Seattle Sonics, prese una decisione che cambiò per sempre il rapporto con Rondo, Pierce e Garnett, accettando un contratto di 12 milioni l'anno per tre anni offerto dai Miami Heat. Questo fu visto come un vero e proprio tradimento e la scelta di Allen di approdare nella squadra diretta concorrente per le Finals, provocò e provoca tutt'ora l'ira di Rajon Rondo, sicuramente il giocatore che più si è legato al dito questa storia. Questa notte, Rondo ha ufficialamente dichiarato "il suo odio" per Allen: "Eravamo molto uniti, e la sua scelta non fu la cosa più bella che potesse capitarci come squadra. Avevamo una forte rivalità con Miami, e lui è andato dal nemico. E' una cosa che non si poteva sentire nel mondo dello sport anche se ora è diventata più comune. Nessuno di noi lo avrebbe mai fatto. Ti fa pensare alle sfide precedenti. Ti fa domandare, per chi giocavi? Non avevi il "sangue verde". La gente pensava che io ed Allen non avessimo un ottimo rapporto, ma non ero solo io. Ho contattato un paio di miei ex compagni di squadra e mi hanno chiesto di fare senza di lui." Ray Allen non ha ancora lasciato interviste o dichiarazioni a proposito del suo non invito, ma a parlare è stato Paul Pierce, leader e trascinatore di quei Celtics: "È stata una situazione difficile perché pensavamo che fosse un tradimento. Per questo alla fine si è evoluta in quel modo, bloccando le comunicazioni tra di noi. Ray non aveva un grande rapporto con Rondo, ma non c’entrava: prima di prendere la sua decisione non ha parlato con nessuno di noi, da me a Kevin a Rajon. Avevo cercato di chiamarlo, ma non mi ha mai risposto prima della firma. Miami era la nostra rivale. Eravamo fratelli, eravamo arrivati assieme. Volevamo almeno un cenno o un’idea di cosa gli stesse passando per la testa. Poi all’improvviso se ne è andato. Quella è stata la più grande delusione per me: non ricevere nemmeno una chiamata in quel periodo". Il viaggio degli ex campioni dei Boston Celtics vedrà partecipare anche Eddie House , Brian Scalabrine, Leon Powe e gli amici/compagni andranno in una località segreta, staranno insieme, si godranno la vita e si racconteranno come stanno andando le cose e anche se il decennale sarà solo l’anno prossimo, Rondo ha deciso di anticiparlo a quest’estate; tutto questo senza Ray Allen, senza "JESUS SHUTTLESWORTH", l'ormai ex amico dei Boston Celtics.

 

 

Marco Mugnaini

 

 

La domanda a Michael Jordan fu: "Who was the best defensive player you ever played against?" La sua risposta: "Joe Dumars , he was the toughest guy for me to drive by."

 

Venerdì, 17 Marzo 2017 09:19

Dwyane Wade elogiato da Gilbert Arenas

Dwyane Wade è senza dubbio una delle guardie più dominanti dell'ultimo decennio Nba; lo dimostrano i numeri e le sue giocate. Purtroppo in questa stagione a Chicago le cose non sono andate come avrebbe voluto e a causa di un infortunio al gomito ha terminato in anticipo il suo campionato. I Bulls sono stati una vera e propria delusione, solo Butler e "The Flash" si salvano in questa stagione ed è grazie a questi due giocatori che "la città del vento" nutre ancora speranze playoff. L'ex stella dei Miami Heat non potrà aiutare la squadra a raggiungere questo obiettivo, ma senza dubbio, anche in questa stagione, Wade ha dimostrato di poter ancora dominare partite a 35 anni, nonostante i vari infortuni e un fisico non più atletico come dieci anni fa. Ma è davvero così forte Dwyane Wade? Chi può spiegarcelo meglio dei suoi colleghi, che affronta sera dopo sera? Nessuno. Ecco cosa ha dichiarato Gilbert Arenas sul suo profilo instagram a proposito di "The Flash".

 

Nella storia del basket, e in particolar modo nella storia della Nba, i momenti più speciali spesso arrivano nei finali di una partita, quei momenti in cui le grandi squadre diventano campioni, perseverando nonostante le difficoltà, e i grandi giocatori diventano leggende, rifiutandosi di perdere. Tutte le persone, di ogni angolo sulla Terra, che hanno calpestato il parquet di un palazzetto, hanno sognato la scena in cui risolvono la partita grazie a un loro tiro allo scadere, con la folla acclamante e i compagni che ti saltano addosso per gioia; è la massima consacrazione per un giocatore. Nella Nba, questi "tipi" di giocatori, che si esaltano soprattutto durante i finali di partita, si prendono sulle spalle la propria squadra, cercando di portarla al successo nonostante l'enorme pressione addosso; riescono ad incanalare dentro di sè la giusta concentrazione, forza e rabbia agonistica per poter modificare l'esito della partita. Vengono etichettati con il nome di Clutch Players ( giocatori decisivi ); per questi campioni, nulla è più eccitante di quando il cronometro si avvicina alla zero, con la partita ancora in bilico. Tutto si decide all'ultimo canestro ed è allora che danno il massimo, quando hanno la palla in mano e la chance di vincere o perdere la partita. Ciò che distingue i grandi giocatori dalle leggende è il "killer instinct", la dote di poter ammazzare la partita. Perchè certi giocatori sono semplicemente più duri da marcare di altri, soprattutto quando hanno l'entusiasmo dalla loro. Sono quei giocatori che amano la competizione, che nemmeno sotto 20 punti demordono, ma vanno avanti, trascinando la propria squadra, come dei veri leader. Questa cosa non la si può insegnare, o ce l'hai o non ce l'hai. Possono iniziare la partita tirando 0/6 dal campo, ma essendo il fulcro dell'attacco della loro squadra, questi campioni avranno sicuramente altre chance per rifarasi all'interno della stessa gara. Lo sanno loro, lo sanno anche i loro compagni e quindi difficilmente ci saranno effetti negativi anche se parte male al tiro (a meno che non sia una serata proprio NO), perchè possono chiudere sempre con un buon 12/24.
Se ripenso ai tantissimi giocatori dominanti che militano e hanno militato nella Nba, mi vengono in mente due nomi , in particolar modo per ricordo e per "gusto cestistico" personale: Magic Johnson e Reggie Miller

Earvin Johnson Jr.
Primo stagione Nba ( Rookie ) : giocò 77 partite, mantenedendo una media punti di 18 punti e 7,3 assist a partita. Earvin guidò i Lakers ai play-off per il titolo, e durante le finali contro i Philadelphia 76ers si consacrò campione. In gara-6 fu schierato nel ruolo di centro, a causa dell'infortunio subito da Kareem Abdul-Jabbar in gara-5; il ventenne Earvin Johnson Jr. disputò una partita eccellente: 42 punti, 15 rimbalzi, 7 assist e 3 palle rubate. I Lakers vinsero il titolo sul campo dei 76ers, e Johnson fu il primo Rookie della storia a essere eletto miglior giocatore delle finali NBA. Ecco uno dei tanti motivi per cui Johnson viene soprannominato " sforna miracoli" e perchè ha ereditato, da Jerry West, il soprannome di "Mister Clutch". "E' come se sapessi che non puoi fallire, particolarmente quando si decide la partita. Spesso nella mia carriera, durante un time-out, in una partita punto a punto, dicevo solo "Datemi la palla e vediamo cosa succede!"; è quella la mentalità che devi avere in quei momenti, non puoi avere paura." Magic Johnson 9 Giugno 1987, gara 4 delle finali Nba al Boston Garden. I Boston Celtics di Larry Bird ospitano i Los Angeles Lakers di Earvin Johnson per una sfida tra due grandi rivali. Il Boston Garden è tutto in piedi quando Bird realizza un arresto e tiro da tre dall'angolo sinistro a 12 secondi dalla fine, portando il punteggio sul 106-104 per i Celtics e indirizzando la serie sul 2-2. Time-out Lakers; hanno realizzato 8 punti negli ultimi 3 minuti e mezzo e si affidano ad Abdul-Jabbar, che subisce fallo andando in lunetta. Realizza il primo. Tira il secondo ma la palla è lunga sul secondo ferro; lotta sotto canestro con McHale (giocatore dei Boston), disturbato al rimbalzo, che spedisce la falla fuori, regalando la rimessa ai Lakers con 7 secondi a disposizione con il punteggio di 106-105. Altro time-out L.A. : l'allenatore Pat Riley disegna lo schema offensivo, che prevede la palla nelle mani o di Kareem o di Earvin. Blocco del centro per il playmaker ,che riceve nell'angolo sinistro del campo, marcato da McHale; serie di crossover con 4 secondi rimasti. Johnson decide di penetrare centralmente e effettua un gancio cielo, nonostante le lunghissime braccia di McHale e di Parish che cercano di contrastare il tiro. Ma a lui non interessa, vuole vincere; e con un tiro dolce ed efficace allo stesso tempo porta in vantaggio i Lakers con 1 misero secondo alla fine, guidandoli al successo nella partita e alla conquista di un altro anello. "Io voglio la palla nelle mie mani," dirà a fine partita Johnson. "Ragazzi, giocatori come me e Larry Bird vogliono avere la palla per l'ultimo tiro. Questo è per cui giochiamo, per cui ogni giorno lavoriamo sodo e senza mai fermarsi." Anche Bird commenterà il tirò di Magic, con un sorriso sulla faccia, dicendo: " Ci si può aspettare di perdere per colpa di un gangio cielo, ma semplicemente non ci si aspettava di perdere per colpa di una magia!!".
In una parola? Magic Johnson

Reggie Miller
Soprannominato Killer Miller, è stato sicuramente uno dei giocatori più affascinanti in Nba negli anni '90. Alto 201 cm con il peso di 89 kg, Reggie è stato il pilastro degli Indiana Pacers dalla stagione 89-90 fino alla stagione 2004-2005 e nonostante il suo fisico smilzo e, come direbbero molti, non adatto all'Nba, ha dimostrato di poter essere considerato uno dei tiratori più forti di tutti i tempi. La leggenda di Killer Miller nasce in gara 5 nelle finali della Eastern Conference, contro i New York Knicks, nel 1994. All'inizio della stagione, Indiana aveva assunto come coach Larry Brown, sperando che riuscisse a interrompere la maledizione che aveva visto i Pacers uscire per ben 4 volte consecutive al primo turno di playoff. E ci riuscì, eliminando prima gli Orlando Magic in 3 partite e poi gli Atlanta Hawks in 6, raggiungendo così in finale di Conference New York, già incontrati la stagione precedente al primo turno. I Knicks erano strafavoriti per la vittoria della seria, e le prime due partite al Madison Square Garden sembravano confermare lo scontato pronostico. Ma incredibilmente Indiana ribalta la finale di Conference, vincendo le due gare a Indianapolis e andando a New York per gara 5 con la serie in parità. Gara 5 sembra una replica delle prime due gare, con i Knicks in netto controllo della partita e del risultato, in vantaggio di 20 punti a fine 3° quarto. Ma è qui che Miller si infiamma, con un 4° quarto da leggenda, segnando ben 25 punti in 12 minuti con 5 canestri da tre. Reggie ribalta la gara, portando Indiana sul 3-2 e ricevendo, durante la partita, una serie di insulti da Spike Lee (tifossismo di New York), adirato per come stava andando la partita; Miller, dopo l'ennesima tripla, si rivolge al regista invitandolo a stare zitto e a godersi lo spettacolo. Nonostante questa prova mostruosa di Killer Miller, i Knicks vinceranno la serie per 4-3. Ma non è l'unico dispiacere che il giocatore di Indiana ha dato a New York;"Non vogliamo passare alla storia come quelli che non hanno saputo battere i Knicks", sono le parole usate da Reggie l'anno successivo , prima dell'inizio di semifinale di Conference, sempre tra New York e Indiana. Gara 1 si gioca al Madison, grazie al fattore campo dei Knicks. Mancano 18.6 secondi alla fine, i Pacers stanno perdendo 105-99; Miller realizza un canestro da 3  sopra la testa di John Starks a 16 secondi dalla fine. Dopo aver realizzato il canestro, corre a pressare sulla rimessa dal fondo effettuata da Anthony Mason. Tutti i giocatori dei Knicks sono marcati, panico al Madison Square Garden. Mason cerca di far arrivare la palla a Greg Anthony, che però è marcato alle strette da Miller. Reggie ruba la palla, palleggio indietro e piedi oltre l'arco dei tre punti: chaf!!, si muove solo la retina e Indiana ritrova la parità a 13.2 secondi alla fine. Indietreggia verso la sua area, guardando con aria compiaciuta e di sfida il pubblico di New York. Il palazzetto è ammutolito. Indiana commette subito fallo su Starks, che in stagione aveva avuto una media del 74% ai tiri liberi. Tira il primo e lo sbaglio, scatenando gli applausi di felicità di Miller. Tira il secondo e sbaglia ancora, ma Ewing conquista il rimbalzo provando a segnare con un fade-away, ma la palla colpisce il secondo ferro e il rimbalzo viene conquistato dalle braccia chilometriche di Reggie che subisce fallo a 7 secondi dalla fine. A differenza di Starks , Killer Miller ha il sangue freddo come i relitti e realizza entrambi i tiri liberi, portando la sua squadra sul +2. Il pubblico non riesce a credere a ciò che è appena successo. Inutile il tentativo disperato di New York; Indiana vince gara 1 e vincerà anche la serie (facendosi eliminare in finale di conference dagli Orlando Magic). Da quel momento a Reggie Miller gli verrà attribuito il soprannome di " The Knicks Killer", il peggior incubo per i tifosi di New York. Riguardo a questi due episodi, Reggie ha dichiarato: "Sono nel mio elemento in situazioni come queste, non riesco ad immaginare un momento più elettrizzante della partita dei tiri decisivi. Per qualche ragione, in fondo alla mente, sento la fiducia in me stesso e questa fiducia ce l'avrò sempre, sia grazie ai successi che ho avuto, sia alle delusioni, che mi hanno fatto crescere come giocatore. In queste occasioni, io voglio il pallone tra le mani!" Semplicemente Reggie Miller.

 

 

Marco Mugnaini

 

Martedì, 14 Marzo 2017 13:15

NBA: i risultati della notte

Questa notte in NBA sono state giocate 8 partite, alcune delle quali fondamentali per la corsa ai playoff, in una stagione regolare che sta volgendo al termine visto che mancano più o meno 15 giornate alla fine del campionato.

 

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