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"Finirò la mia carriera con i Pacers, finirò la carriera qui, sarò un Pacers a vita perchè allo scadere di questo contratto credo proprio che mi ritirerò. Tutto ciò è molto eccitante perchè in questa epoca della NBA sono veramente rari quei giocatori che iniziano e finiscono una carriera indossando una sola maglia. Per cercare di conquistare il titolo non voglio andare in altre squadre, il titolo NBA voglio cercare di vincere con Indiana. Sono arrivato in questa città che ero un ragazzino inesperto e tutto pelle ed ossa; oggi, invece, sono un uomo e questo non lo devo solo a me stesso, ma anche a questa città, a questi tifosi, a miei compagni, al presidente e a tutto lo staff dei Pacers." Queste furono le parole di Reginald Wayne Miller, per tutti Reggie, dopo aver esteso il contratto con i Pacers di altri due anni nella stagione 2003-2004, all' età di 38 anni. La storia di Miller è ricca di valori positivi e importanti: è una storia che racconta di un campione e non di un mercenario, di un giocatore che conosce il significato della parola leatà e l'ha messa in pratica nei suoi 18 anni di carriera con la maglia di Indiana ( 1987-2005). Perchè Reggie non era solo un giocatore e il capitano di Indiana, ne era il simbolo. Nonostante non avesse mai vinto un anello con i Pacers, in quell'estate del 2003, rifiutò offerti importanti di squadre forti che avrebbero sicuramente lottato per il titolo, per restare un PACER a vita. Reggie Miller nacque a Riverside, California, il 24 Agosto 1965. Ritenuto da molti come uno tra i più grandi tiratori della storia, Reginald era una guardia di 200 cm per 86 chili e fin dal College dimostrò tutto il suo enorme potenziale, diventando una stella assoluta ad UCLA; a Los Angeles rimase per quattro anni chiudendo con delle ottime medie: 17.2 punti, 4.5 rimbalzi e 3 assist di media a partita, tirando con il 54,7% dal campo e il 46% da tre. Discreto tiratore. Le sue incredibili prestazioni al College UCLA, gli hanno permesso di entrare a far parte della Hall of Fame dell'ateneo californiano, nel 1998. Nel Draft del 1987 viene scelto dagli Indiana Pacers alla posizione numero 11; Draft che prevedeva giocatori del calibro di David Robinson (1°), Scottie Pippen (5°), Kenny Smith ( 6°), Kevin Johnson (7°) e Horace Grant (10°) ma anche giocatori che nella NBA non hanno dimostrato poco o niente: Armen Gilliam (2°), Dennis Hopson (3°), Reggie Williams (4°), Olden Polynice (8°) e Derrick McKey (11°). Dalla stagione 1988-1989 alla stagione 2001-2002, Reggie Miller non è mai sceso sotto i 16 punti di media e in sette di queste stagioni ha viaggiato con oltre 20 punti di media a partita. Impressionanti le sue cifre di media in queste 14 stagioni: 1243 partite giocate, 18.9 punti, 3.1 rimbalzi, 3.0 assist, tirando con il 47,4% dal campo e 39.8 % da tre. E durante i playoff, quando le partite contavano, giocava ancora meglio: 115 partite di playoff disputate a una media di 22.8 punti con il 45,3% dal campo, il 40% da tre e il 90% dalla lunetta: tiratore pure!In tutta la sua carriera, in ben 18 anni di NBA , Reggie Miller ha saltato solamente 87 partite, giocandone 1389 su 1476, giocatore di una longevità incredibile! Killer Miller non ha vinto un titolo NBA e questo può considerarsi il più grande rammarico della sua carriera; d'altro canto l'ex giocatore di Indiana ha partecipato a quattro edizioni dell'All Star Game ed ha vinto due medaglie d'oro con la nazionale americana, la prima ai Mondiali di Toronto del 1994 e la seconda alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Oltre ad essere il leader in campo per Indiana, Reggie Miller lo è stato e lo è tutt'ora anche fuori dal campo: legato molto ai tifosi e alla città che lo ha cullato per tantissimo tempo , Reggie è sempre stato molto attivo nelle organizzazioni di beneficenza, sia che quelle che coinvolgono la NBA, sia quelle legate ad Indianapolis. Nella stagione 2002-2003, decise di donare alla Croce Rossa 1000 dollari per ogni suo tiro da tre segnato. Alla fine dell'anno Reggie raccolse 206.000 (206 triple in una stagione!!). Oltre a questo per Miller è abitudine andare a far visite a sorprese nelle varie scuole di Indianapolis, provocando la gioia e la felicità sia di tutti i ragazzi sia dell'intero stato dell'Indiana. Miller è entrato di diretto a far parte di quell'èlite di giocatori che hanno deciso di legarsi per tutta la carriera a una città, legati ai tifosi e al loro amore per il basket e per la città, legati alla parola lealtà che va al di là di ogni contratto o vittoria individuale: John Havlicek, stella dei Celtics degli anni '60-'70 con Boston per tutta la carriera fatta di 16 stagioni, Dolph Schayes per lo stesso periodo, per tutta la carriera con la maglia di Philadelphia, David Robinson 14 anni con San Antonio, Elgyn Baylor e Joe Dumars rispettivamente per 14 anni con i Lakers e Detroit Pistons, Larry Bird, McHale e Bill Russel, tutti 13 stagioni con la maglia verde dei Celtics, Magic Johnson e Jerry West 13 campionati con i Lakers , Isiah Thomas e Wes Unseld stessi campionati dei sopracitati con le maglie di Detroit e Washington e infine Kobe Bryant e Tim Duncano, 20 stagione rispettivamente con i Lakers e San Antonio Spurs. Questi sono giocatori diventati eroi per la squadra per cui hanno giocato, simboli per la città che hanno deciso di rappresentare con onore per tutta la loro carriera. Reggie è uno di loro, Reggie è Indiana.

 

 

 

 

Giovedì, 19 Gennaio 2017 11:58

10 giocatori Nba prossimi al ritiro (parte 2)

UDONIS HASLEM: Haslem è stato, è e sarà per sempre un pezzo di storia dei Miami Heat; uno dei pochissimi giocatori NBA a vestire una sola maglia in tutta la sua carriera (14 anni in Florida senza mai cambiare squadra). Ovviamente non stiamo parlando di una superstar, di un stella NBA, ma stiamo parlando di un giocatore che ha fatto sempre,e ribadisco sempre la cosa giusta; Haslem durante la sua carriera è stato sempre conscio delle sue potenzialità non eccellenti, ma il giocatore ormai 37enne, ha sempre avuto quella cosa che non si può insegnare: tantissimo cuore. Durante gli anni d'oro dei Big Three a Miami, Udonis è stato semplicemente una costante fondamentale per il gioco di Miami, grazie soprattutto alla sua intelligenza cestistica e la voglia che il giocatore ci metteva per lottare sotto canestro. Durante la sua carriera ha avuto sempre cifre molto buone: 8 punti, 7 rimbalzi e 1 assist di media a partita durante tutti suoi anni in NBA. E quest'anno? Quest'anno purtroppo Haslem ha visto pochissimo il campo (7.9 minuti giocati di media) e l'unica ragione per cui Miami molto probabilmente non lo ha ancora tagliato dal roster è il rispetto che tutta la franchigia ha nei suoi confronti, per quello che ha fatto in tutti questi 14 anni per i Miami Heat. Il tempo sembra voler concludere la carriera di un un grande lavoratore del gioco del basket. 3× NBA champion (2006, 2012, 2013),NBA All-Rookie Second Team (2004).Leader dei Miami Heat per i rimbalzi conquistati, Second-team All-American – NABC (2002), Third-team All-American – AP (2001).

MIKE MILLER: probabilmente uno dei miglior tiratori da tre che l'NBA abbia visto negli ultimi 10 anni e anche lui elemento molto fondamentale, come Haslem, dei tuoi titoli vinti consecutivamente dai Miami Heat (2012-2013). E’ sicuramente uno dei veterani più affidabili della NBA. La sua qualità maggiore è stata sicuramente la continuità: nel corso della sua carriera, le partite in cui ha giocato e non è andato a referto si contano sulle dita di una mano sola, ed in più è un giocatore che ha portato e porta con sé importanti doti di leadership. Le cose purtroppo sono cambiate negli ultimi anni. Dove gioca ora Mike Miller? Domanda lecita, visto che in questi due anni ,soprattutto in questa stagione, Miller non ha mai visto campo, giocando solamente 6 partite in totale. Ma all'età di 37 anni, dopo aver giocato un'ottima carriera e vinto due anelli, che cosa dovremmo chiedere di più a un giocatore così? 2× NBA champion (2012, 2013), NBA Sixth Man of the Year (2006), NBA Rookie of the Year (2001), NBA All-Rookie First Team (2001).

JASON TERRY: soprannominato "THE JET", solo per il soprannome sarebbe da Hall of Fame, Jason Terry è un giocatore che ha fatto impazzire tutti i tifosi NBA nel primo decennio del 2000. Indimenticabile la sua esultanza dopo aver realizzato un canestro da tre; se la ricordano bene diversi tifosi NBA, visto che Terry è stato l'anima e cuore di molte squadre e in particolare degli Atlanta Hawks, dei Boston Celtics e dei Dallas Mavericks. Ma purtroppo anche per lui sembra che "il tempo" abbia preso il sopravvento: nella scorsa stagione aveva firmato un contratto con i Milwaukee Bucks, ritrovando come coach il suo vecchio caro amico Jason Kidd, con il quale è stato campione NBA nel 2011 proprio con i Dallas Mavericks. Quest'anno però, nonostante il minutaggio sia buono, 17.4 minuti di media a partita, The Jet non riesce ad essere energico e spumeggiante come una volta, e i suoi 39 anni possono esserne il motivo: 3.2 punti, 1.2 rimbalzi e 1.4 assist di media, sono troppo pochi per un giocatore dal minutaggio così alto. Per questo nelle ultime partite l'allenatore Kidd ha deciso di abbassare i minuti in campo dell'ex giocatore degli Houston Rockets, che sembra sempre più ai margini di una squadra giovane e con obiettivi di playoff. Onore a una grandissima carriera di un giocatore dalle normalissime doti fisiche ma dalle mani vellutate. NBA champion (2011), NBA Sixth Man of the Year (2009), NBA All-Rookie Second Team (2000), NCAA champion (1997), Consensus first-team All-American (1999), Pac-10 Player of the Year (1999), First-team All-Pac-10 (1999).

CARON BUTLER: Butler è un freeagent, ovvero per adesso non ha una squadra, ma ancora non ha annunciato il suo ritiro, speranzoso di una chiamata da parte di un team che necessita di un veterano solido, bravissimo a crearsi opportunità di tiro dall'uno contro uno e nel tiro da tre nella metà campo offensiva, eccellente difensore e ruba palloni nella metà campo difensiva. E' vero che i quasi 37 anni si sono fatti sentire, soprattutto nelle ultime 3 stagioni disputate da Caron, ma a mio avviso è stato un giocatore sottovaluto durante i suoi anni in NBA. Durante la sua carriera, Butler ha giocato per molte squadre: Miami Heat (2002-2004), L.A. Lakers (2004-2005), Wash. Wizards (2005-2010), Dallas Mavericks (2010-2011), L.A. Clippers (2011-2013), Milwuakee Bucks (2013-2014), Thunder (2014), Detroit Pistons (2014-2015), Sacramento Kings (2015-2016). Stupendi, esaltanti, i suoi anni a Washington, componente fondamentale di una squadra giovane e forte che aveva nel roster giocatori del calibro di Gilbert Arenas, Chucky Atkins, Andray Blatche, Antonio Daniels, Antawn Jamison e Brendan Haywood (quando ancora sapeva giocare a basket). Butler è alla ricerca di una squadra per questa stagione e quasi sicuramente qualche franchigia potrà dargli l'occasione di concludere giocando una egregia carriera. NBA champion (2011), 2× NBA All-Star (2007, 2008), NBA All-Rookie First Team (2003), Second-team All-American – SN (2002), Big East Player of the Year (2002).

MANU GINOBILI: Immortale! Giocatore infinito, senza tempo oserei dire. Alla fine della scorsa stagione, con il ritiro di Duncan, sembrava finita anche la carriera in NBA del natio di Bahia Blanca, all'età di 40. Ma come in una favola, Manu ha annunciato al mondo intero del basket che il suo tempo di giocare non era finito, che avrebbe incantato i nostri occhi per un altro anno ancora. Recentemente Popovich, a riguardo delle prestazioni di Ginobili ha affermato: "Se gioca in questo modo, potrebbe continuare la sua carriera per altri 2-3 anni". Subito dopo il ritiro di Duncan, commovente per tutti coloro che amano il basket, Ginobili ha firmato subito un contratto di un anno per legarsi alla SUA squadra, quei San Antonio Spurs con i quali ha passato 15 anni bellissimi, dopo aver vinto tutto in Europa! Non sappiamo se questo sarà l'ultimo anno di Ginobili, se il prossimo anno i Big Three del Texax vedranno in Parker l'ultimo elemento rimasto. Indubbiamente, quando Manu darà l'addio al basket, sarà un giorno di lutto per la pallacanestro, che perderà uno degli interpreti più pregiati e rari che abbia mai avuto. Medaglia d'oro Olimpiadi Atene (2004) Medaglia di bronzo Olimpiadi Pechino (2008) Medaglia d'argento Mondiali Indianapolis (2002) 4× NBA champion (2003, 2005, 2007, 2014), 2× NBA All-Star (2005, 2011), 2× All-NBA Third Team (2008, 2011), NBA Sixth Man of the Year (2008), NBA All-Rookie Second Team (2003), EuroLeague champion (2001), EuroLeague Finals MVP (2001), All-EuroLeague First Team (2002), Coppa Italia MVP (2002), 2× Campionato Italiano MVP (2001, 2002).

RICHARD JEFFERSON: Altro giocatore senza tempo, aveva annunciato il suo ritiro dopo la vittoria dell'anello con i Cavs, l'ultimo vero tassello mancante di una carriera ottima, soprattutto negli anni passati con la maglia di New Jersey. Sorprendendo tutti, Richard Jefferson ha annunciato un prolungamento di contratto di un altro con Cleveland, sicuri che Jefferson possa dare ancora quel contributo necessario alla vittoria del titolo. Nonostante i 37 anni, Jefferson sembra essere un ottimo uomo spogliatoio e ancora un ottimo giocatore quando scende in campo e le sue medie ne sono la dimostrazione: 15 minuti, 8 punti, 3 rimbalzi, 3 assist e 0.9 stoppate di media a partita. Anche Richard Jefferson a girato molte squadre: N.J. Nets, Milwaukee Bucks, San Antonio Spurs, Golden St. Warriors, Utah Jazz Utah Jazz, Dallas Mavericks, Cleveland Cavaliers. Rimarranno sempre nel mio cuore gli anni di Richard Jefferson con i Nets, una squadra stupenda composta da giocatori stupendi: Richard Jefferson (schiacciatore dalle doti fisiche pazzesche), Jason Kidd (passatore eccellente e visione di gioco di un'altro pianeta), Kerry Kittles (tiratore formidabile), Kenyon Martin (giocatore "pazzo", dal fisico possente), Keith Van Horn (pivot altissimo dalle mani di guardia), squadra a cui è mancata solo la vittoria del titolo NBA. Jefferson si è rifatto però la scorsa stagione, e sia lui, sia i Cleveland Cavaliers, sperano di ripetere l'impresa dello scorso anno. Medaglia di Bronzo Olimpiadi di Atene (2004) NBA champion (2016), NBA All-Rookie Second Team (2002).

 

 

 

Giovedì, 19 Gennaio 2017 11:44

10 giocatori Nba prossimi al ritiro (parte 1)

La stagione 2016/2017 è ufficialmente entrata nel vivo, regalandoci come sempre degli ottimi spunti su cui discutere. Cleveland potrà ripetere la grandiosa impresa dell'anno precedente? Chi spunterà e vincerà il titolo di MVP? I giovani in NBA stanno cambiando il modo di giocare e di pensare la pallacanestro? Tra i tantissimi quesiti che ci potremmo porre, c'è un'unica certezza: questo, molto probabilmente, sarà l'ultimo anno sportivo di alcuni giocatori che hanno fatto la storia della NBA, che hanno hanno fatto conoscere e amare il basket in tutto il mondo, giocatori vincenti e altri più sfortunati, giocatori che nonostante la loro "anzianità" insegnano basket tutt'ora. Ma purtroppo non importa quanto sia stato o è forte un giocatore, perchè "il tempo" non perdona nessuno; per questi 10 giocatori sembra che "il tempo" abbia bussato alle loro porte, anche se speriamo tutti che questi incredibili atleti possano regalarci sprazzi di grande classe, come hanno fatto durante la loro grandissima e lunga carriera:

VINCE CARTER: "Vinsanity", soprannome dato a Carter, deriva dalla fusione delle parole "Vince" e "Insanity" (follia positiva); Vince è stato uno dei miglior schiacciatori e allo stesso tempo tiratori da tre che la NBA abbia mai potuto conoscere; Carter il 26 Gennaio compierà 40 anni e purtroppo è molto lontano dalle migliori prestazioni che ha disputato lungo la sua bellissima carriera, ma nonostante l'età in questo inizio di stagione, ha trovato quasi sempre il modo di dare un contributo alla squadra ed entrando in modo costante nelle rotazioni di coach David Fizdale. 8 punti, 4 rimbalzi e 1.3 assist di media a partita, non male per un giocatore ormai prossimo al ritiro. 8× NBA All-Star (2000–2007),All-NBA Second Team (2001), All-NBA Third Team (2000), NBA Rookie of the Year (1999), NBA All-Rookie First Team (1999) NBA Slam Dunk Contest champion (2000), NBA Teammate of the Year (2016) Consensus second-team All-American (1998), Florida Mr. Basketball (1995).

LUIS SCOLA: l'argentino proveniente da Buenos Aires, grandissimo amico di Manu Ginobili. La stagione 2012/2013 è stata indubbiamente la più bella e affascinante per Luis Scola, non tanto per le statistiche ma per gli obiettivi raggiunti sia in ambito personale che a livello di squadra. L'argentino fu uno dei pilastri fondamentali della magnifica stagione degli Indiana Pacers, che chiusero la stagione con un record di 56 vinte e 26 perse, primi ad East e dietro solo ai San Antonio Spurs, campioni NBA in quella stagione. I Pacers nel 2014, raggiunsero le finals nelle Eastern Conference, dovendosi arrendere ai Big Three di Miami, ma dimostrando a tutta la NBA di essere una grandissima squadra in grado di affrontare i migliori. Per Scola la favola dei Pacers è ormai un ricordo lontano però; a 37, il giocatore da Buenos Aires, sta giocando per i Brooklyn Nets, probabilmente la squadra peggiore dell'intera lega e il suo minutaggio (13 minuti di media a partita), sta rendendo Scola un elemento superfluo e inefficace per la squadra. Molto probabilmente queste saranno le ultime partite di giocatore forte e molto ma molto umile. Medaglia d'oro Olimpiadi Atene (2004) Medaglia di bronzo Olimpiadi Pechino (2008) Medaglia d'argento Mondiali Indianapolis (2002)

PAUL PIERCE: la carriera di The Truth parla da sè; NBA champion (2008), NBA Finals MVP (2008), 10× NBA All-Star (2002–2006, 2008–2012), all-NBA Second Team (2009), 3× All-NBA Third Team (2002, 2003, 2008), NBA All-Rookie First Team (1999), NBA Three-Point Shootout champion (2010), Consensus first-team All-American (1998), Maglia n° 34 ritirata da Kansas, McDonald’s All-American (1995), California Mr. Basketball (1995). Per anni bandiera e pilastro dei Celtics, Pierce ha scritto la storia recente della squadra di Boston, diventando il giocatore più amato e idolatrato dopo la leggenda Larry Bird. Gli ultimi anni in NBA sono stati caratterizzati scelte di mercato molto strane; prima si accasò ai Brooklyn Nets, poi agli Washington Wizards e infine ai Clippers, sua squadra attuale. Pierce ha fatto vedere buonissime cose durante il suo primo anno a Los Angeles, al dispetto della sua età, ma in queste ultime partite sembra che il suo ruolo sia diventato di leader sono nello spogliatoio, visto che il suo minutaggio è bassissimo, 12.3 minuti di media a partita per una media di 3.8 punti. A inizio stagione The Truth ha annunciato che questo sarebbe stato il suo ultimo anno in NBA, e all'età di 39 anni sembra proprio che la fantastica carriera dell'ex stella dei Celtics sia giunta al termine.

METTA WORLD PEACE: Metta World Peace, nome d'arte di Ron Artest, a 38 anni è sicuramente uno dei veterani più esperti di tutta la lega NBA. Durante la sua carriera ha giocato per moltissime squadra negli Stati Uniti d'America (Chicago Bulls, Indiana Pacers, Sacramento Kings, Houston Rockets, Los Angeles Lakers, New York Knicks) e negli ultimi anni ha portato il suo talento a girovagare per tutto il mondo, però con scarsi risultati. Nel 2014 si trasferì in Cina a giocare con lo Sichuan B. Whales viaggiando a 19 punti e 6 rimbalzi di media a partita, ma finendo la sua stagione anzitempo a causa dei problemi al ginocchio che lo hanno condizionato per tutta la sua carriera. La stagione seguente si trasferì a Cantù, dove a dirla tutta giocò anche delle buone prestazioni, collezionando sia ottime partite sia partite disastrose giocate tirando con 1/10 dal campo (partita di esordio con Cantù persa contro Pistoia, 1 su 6 da due punti, 2 su 8 da tre, 8 su 8 ai liberi, prendendo 8 rimbalzi e distribuendo 3 assist). Nella stagione 2015/2016, dopo 6 mesi in Italia, decise di tornare a giocarsi un posto in un roster NBA e furono i Los Angeles Lakers ha dargli una possibilità. Metta World Peace non è più il giocatore aggressivo, tenace, risolutivo che era un paio di anni fa e in una squadra giovane come i Lakers sta assumendo sempre di più la figura di uomo spogliatoio, visto che il suo minutaggio in campo è di 4.9 minuti di media a partita. Ma nonostante sia la voce dello spogliatoio dei Lakers, questo potrebbe essere l'ultimo anno di attività di un giocatore che ha fatto della cattiveria agonistica, della difesa asfissiante, il suo marchio di fabbrica e difficilmente rivedremo un giocare come RON ARTEST. NBA champion (2010), NBA All-Star (2004), All-NBA Third Team (2004), NBA Defensive Player of the Year (2004), 2× NBA All-Defensive First Team (2004, 2006), 2× NBA All-Defensive Second Team (2003, 2009), NBA All-Rookie Second Team (2000), J. Walter Kennedy Citizenship Award (2011), Third-team All-American – AP, NABC (1999), Haggerty Award (1999), First-team All-Big East (1999).

 

 

Lunedì, 16 Gennaio 2017 13:28

I grandi rivali di Lebron James

"Golden State è una delle squadre più forti mai costruite, possono migliorare ancora. Però tra noi e loro non c'è una rivalità: possiamo parlare di avversari che abbiamo incontrato per due volte alle Finals. Anche quando giocavo a Miami ho giocato per due occasioni contro gli Spurs, e non eravamo rivali".

Lebron James, in arte "The Chosen One" e "The King James, è sicuramente a detta di tutti, il giocatore più dominante degli ultimi anni, non solo perchè fin dal suo primo anno in NBA ha dimostrato di essere un giocatore soprannaturale, ma soprattutto perchè durante la sua carriera è riuscito a battere ogni suo avversario, sera dopo sera, con la determinazione, la voglia e il talento, che solo i campioni hanno. Ogni giocatore NBA ha rispetto per l'avversario contro cui gioca, ma la posta in gioco si fa molto più alta quando devi affrontare un giocatore come Lebron, uomo (ragazzo) copertina di Sport Illustrated già a 16 anni. In questi suoi 15 anni in NBA "The King" ha affrontato molti giocatori e molte squadre, avversari che gli hanno dato filo da torcere e rivali contro cui ha intrapreso una vera e propria battaglia. Ecco qui secondo me i più grandi rivali che Lebron James ha incontrato nella sua carriera fino ad adesso:

Dan Gilbert: la rivalità più assurda e mediatica della carriera di Lebron James. Dopo che "Il Prescelto" aveva proclamato al mondo intero la sua decisione di lasciare Cleveland per raggiungere l'amico Wade a Miami, i tifosi dei Cavs non avevano preso benissimo la notizia di quello che per loro era un puro e semplice tradimento. I tifosi giustamente furiosi per la decisione del loro beniamino, meno giusta fu la reazione di Dan Gilbert, proprietario della Rock Ventures e Quicken Loans, oltre che dei Cleveland Cavaliers; Dan scrisse una lettera aperta ai tifosi dei Cavs a proposito del tradimento di Lebron, accusandolo di essere un codardo e rinfacciandoli di aver tradito la città di Cleveland. Ecco un estratto di quella lettera: "Come ben sapete, il nostro eroe di un tempo, cresciuto in questa terra che ora ha disertato, non è più un giocatore dei Cleveland. Ha fatto un annuncio narcisistico, durato una settimana e culminato in uno speciale televisivo autopromozionale che non ha precedenti nella storia dello sport. Mettete in banca quel che vi dico: farò di tutto affinché Cleveland vinca un titolo Nba prima che ci riesca colui che da solo si è proclamato Re. Questo atto di realtà slealtà è scioccante, visto che "il RE" era un nostro concittadino e ha mandato un messaggio esattamente contrario a quello che vorremo dare ai nostri figli". Dopo mesi di litigi e frecciatine la situazione si calmò, con l'NBA che multò di 100.000 dollari il propretario dei Cavs; poi nel 2014 il ritorno a casa e il successo in finale NBA contro i Golden State nella passata stagione. Amore e odio, questo c'è tra il presidente Dan Gilbert e il fenomeno Lebron James.

Kevin Durant: mentre la maggior parte dei grandi rivali di Lebron James sono stati giocatori affermati, più "vecchi" di lui, a mio avviso il duello a distanza tra "The King" e Kevin Durant è stato, è e sarà quello più affascinante ed eccitante nella carriera di LBJ. Durant ha delle eccellenti basi offensive, molto duttile in attacco, visto che può ricoprire sia il ruolo di guardia (ottimo tiratore) sia il ruolo di ala piccola o ala grande. Tutto questo talento però sembra venire per secondo, dietro costantemente a Lebron James: KD ha ricevuto molte critiche per la sua decisione di passare ai Golden State Warriors e come Lebron ha dovuto subire moltissimi insulti e sfottò da parte dei tifosi di tutta la NBA, accusato di essere andato nella squadra che era già di per sè la più forte della lega, nonostante la sconfitta nelle Finals della passata stagione. I due vengono focalizzati come il " RE" e il suo "erede" , sia perchè i sono i giocatori più dominanti e più immarcabili della lega, sia per un fatto di età, visto che KD ha 28 anni , più o meno l'età che Lebron aveva quando affrontava Pierce e Bryant in quelle magnifiche partite di qualche anno fa. Le cifre parlano ancora a favore di Lebron: nei 17 incontri tra i due giocatori, Lebron ha vinto per ben 14 volte con una media di 29.4 punti, 7 rimbalzi, 7 assist e 2.5 palle recuperate di media a partita, mentre KD, eccellente allo stesso modo, ha viaggiato con 29.4 punti, 6.5 rimbalzi, 3.6 assist di media a partita. Anche se Durant deve ancora superare veramente James, soprattutto in vittorie di anelli , LeBron deve lavorare costantemente per assicurarsi che il suo dominio sulla NBA sia incontrastato e sicuramente l'approdo di KD a Golden State renderà questa rivalità ancora più eccitante.

Paul Pierce: "The Truth" e "The King" si sono incontrati per ben 39 volte durante la loro carriera, con Paul Pierce sorprendentemente in vantaggio negli scontri diretti, con 21 vittorie. Possiamo individuare due fasi della rivalità tra i due giocatori: la prima riguarda il periodo in cui Lebron era a Cleveland, nei suoi primissimi anni in NBA con le infinite battaglie playoff tra i Cavs e i Boston Celtics; la seconda riguarda il periodo dei "big three a Miami", con James, Wade e Bosh che sfidarono per un paio d'anni i fortissimi dei "big three" di Boston, Pierce, Allen e Garnett, dominatori dell'Est. Le cifre di "The Truth" e di LBJ parlano chiaro: 5.6 rimbalzi, 3.9 assist e 20.2 punti di media a partita per il primo, 6.7 rimbalzi, 6.5 assist e 29.3 punti di media per il secondo. Ma il duello tra questi due futuri Hall of Fame va oltre le statistiche; è il modo in cui questi due giocatori si sono sfidati sera dopo sera, che fa della rivalità tra James e Pierce la rivalità più focosa, affascinante e continua degli ultimi 10 anni in NBA. Partite di playoff tra Cleveland e Boston, tra Miami e Boston hanno fatto emozionare tutti i tifosi incollati alla TV, perchè sia Paul sia Lebron, sapevano che per arrivare alla finale NBA dovevano superare l'altro, non c'era altro modo; hanno dato inizio a duelli sportivi imparagonabili, sempre nel rispetto dell'avversario e dando lezioni di basket al resto del mondo.

Kobe Bryant: due dei più grandi campioni di tutti i tempi della NBA, Kobe e Lebron, amici/nemici per l'eternità. Una rivalità molto mediatica, visto che non abbiamo mai visto i due giocatori affrontarsi in una finale Playoff, ma solo in Regular Season. Anche se questi due giocatori non si sono mai sfidati per l'anello, il duello Kobe-Lebron ha sempre diviso tutti, in primis i fan dei due giocatori, che ancora oggi si "scontrano" su chi sia il più forte dei due. Fatto sta che le due superstar hanno sempre dato spettacolo quando si sono sfidati, anche se i numeri parlano di una netta vittoria di Lebron negli scontri diretti: 22 partite giocate l'uno contro l'altro, con 16 vittorie per "il Prescelto", nonostante Kobe abbia fatto registrare numeri impressionanti con 25 punti, 6 assist e 5 rimbalzi di media a partita. James in questi incontri è stato semplicemente magnifico: 29 punti, 7.5 rimbalzi e 7.5 assist a partita. Questi due giocatori hanno dato quel tocco in più di magnificenza a uno sport che è bellissimo già di suo: quando James è entrato in NBA con l'etichetta del nuovo Michael Jordan, Kobe Bryant non si è tirato indietro, non ha lasciato la scena alla nuova stella nascente e ciò ha reso questa rivalità molto più romantica e interessante. "Una forza inarrestabile (James) incontra un oggetto inamovibile (Bryant)".

 

 

Nella sua carriera non ha vinto quanto avrebbe dovuto vincere, ma a quanto emozioni, ad amore per il gioco, Allen Iverson è stato sicuramente colui che ha stravolto, rivoluzionato, dominato l'NBA nel primo decennio del Duemila. Una rivoluzione spontanea, indisciplinata e proveniente dalla strada, un po’ violenta, ma allo stesso tempo incredibilmente emotiva e passionale; odi et amo, puoi odiarlo, puoi amarlo, ma la figura di The Answer rimarrà sempre nella storia, lui contro tutto il resto del mondo. Iverson non ha potuto vivere la sua adolescenza come tutti i bambini normali di quell'età; nacque a Hampton in Virginia, da una madre single di soli 15 anni, il che lo costrinse presto a diventare l’uomo di casa, a 12 anni, occupandosi delle sue sorelle mentre la madre era a lavoro. Una situazione familiare che certamente ha gettato immediatamente Allen in quel mondo perfido e "bastardo" che a volte può essere ed è stato solo grazie allo sport e al basket che Iverson riuscì a togliersi da quelle possibili- pericolose situazioni che avevano visto coinvolti molti dei suoi amici e lui stesso in prima persona: come quella sera quando Allen e i suoi amici andarono in un bowling a festeggiare ma vennero coinvolti in una rissa con dei ragazzi bianchi e ne subirono le conseguenze: vennero arrestati solo 5 ragazzi di colore, tra cui Iverson, e condannati inizialmente a 5 anni di carcere da un giudice razzista, salvo poi essere ridotti a 4 mesi dopo il ricorso in appello. "Dovevo utilizzare l’intera situazione come qualcosa di positivo. Andare in prigione, permette agli altri di vedere le tue debolezze ed esporle. Non ne gliene ho mai mostrata nessuna. Sono stato forte fino al giorno in cui sono uscito." Appena uscito di galera ebbe subito la grande opportunità per riscattarsi, grazie alla Nike, che lo invitò a partecipare ad un campo estivo per mettere in mostra tutto il suo talento davanti ad alcuni scout dei college americani. Per l'allora coach di Georgetown, John Thompson, il piccolo giocatore di "Hampton" era un predestinato, un vincente, nonostante sembrasse aver addosso tutti gli occhi e tutte le pressioni dei giornalisti e dei tifosi. Quel ragazzo di 17 anni è poi diventato, nel Settembre del 2016, un Hall of Famer, il giusto premio per la grandiosa carriera di The Answer, un giocatore a cui non gli è mai interessato di apparire bene agli occhi di tutti; un giocatore che ha fatto del proprio comportamento e della propria personalità l'arma più forte con cui combattere tutte le critiche durante i suoi anni in Nba; un giocatore che è stato sempre se stesso nonostante non piacesse a molte persone; un giocatore che amava il basket, amava la sua Philadelphia, amava i suoi compagni, i suoi amici. Iverson è stato un vincente, un amante e uno studente del gioco e sono proprio le parole di un suo carissimo ex compagno di squadra, Aaron McKie, a descriverci in maniera migliore tutta la magnificenza di THE ANSWER:

"Allen è uno studente del gioco. Questo la gente non l'ha mai capito. Le persone sanno che Iverson leggeva i giornali e che aveva un rapporto speciale con Phil Jasner, il giornalista del Daily News che era solito essere molto critico nei suoi confronti, ma non capiscono che Allen studiava a fondo ogni dettaglio. Leggeva i commenti, tutti i commenti. Nel momento in cui entrava sul campo sapeva quali giocatori avversari avevano affermato di saperlo fermare, e aveva fatto la sua personale ricerca su come distruggerli. Chiunque provasse a parlare di Allen prima di una partita aveva un bersaglio sulla schiena. Prendiamo Gara 1 delle Finals del 2001 come esempio. Allen aveva letto tutto ciò che c'era da leggere. Sapeva cosa si sarebbe dovuto aspettare. Sapeva che i Lakers avrebbero usato Tyronn Lue per fermarlo. Questo era ciò che lo caricava. Entrava in campo con una sola cosa in testa: "

"Una cosa che forse non sapete di Allen è che sa disegnare benissimo. Yes sir! E' un mezzo segreto su di lui, ma è veramente un grandissimo artista. Buttava giù spesso dei disegni su di noi e li infilava nei nostri armadietti. Ogni tanto capitava di vederlo nello spogliatoio con la faccia seria, le cuffie in testa e una matita in mano. Poi tutto a un tratto scoppiava a ridere da solo osservando il suo disegno. Era parte del gioco, i suoi sketch di noi erano il suo modo per prenderci in giro. Allen non stava mai zitto. Mai. Tante squadre pensano solo a tenere lo spogliatoio come un luogo tranquillo, a Philadelphia era diverso. Scherzavamo tra di noi in aereo, ci prendevamo in giro in qualsiasi situazione... E Allen era sempre quello da cui nascevano le cose. Vi do un consiglio, se mai doveste capitare intorno a Al, chiedetegli di disegnare qualcun'altro nella stanza. Ditegli che vi manda Aaron."

 

 

Probabilmente questa di Miami, è la peggiore stagione disputata negli ultimi 16 anni. Dopo aver perso nell'estate del 2014 il "Prescelto" che ha deciso di riportare il suo enorme talento a Cleveland, dopo aver perso per un paio di stagioni un giocatore fondamentale dal punto di vista tecnico e tattico come Cris Bosh a causa di problemi di salute, quest'estate Miami ha dovuto salutare la sua bandiera, il suoi leader, Dwyane Wade, unitosi ai Chicago Bulls. Tutto ciò ha portato Miami in una crisi profonda, una crisi che difficilmente potrà risolversi in breve tempo. Il record stagionale è il secondo peggiore dell'intera Lega, dietro solo ai Brooklin Nets: 11 vittorie e 19 sconfitte e 0 speranze per i playoff in questa stagione. Negli ultimi giorni si è parlato molto di mercato tra i dirigenti degli Heat, con molte voci di che vedevano partenti altri due pezzi pregiati del roster della squadra: Goran Dragic e Hassan Whiteside. Ho voluto proprio esaminare la situazione di Whiteside e ipotizzare due posssibilità per cui potrebbe/dovrebbe essere scambiato dai Miami Heat; ovviamente solo un mio personalissimo parere:

1- Scambiando Whiteside la franchigia della Florida potrebbe ottenere un ottimo posizionamento nel prossimo Draft, in quella che sembra per Miami la prima di diverse stagioni di transizione. Miami si sta sempre più affidando ai giovani e Whiteside non sembra essere quel leader-trascinatore che dovrebbe essere: dopo la partenza dei "big three" la squadra è stata affidata a Goran Dragic e ad Hassan, i veri pilastri di questa squadra. Ma in molte occasioni, proprio il play sloveno e Coach Spoealstra hanno ripreso il centro per il suo comportamento non proprio da star, quell'atteggiamento da giocare normale che gioca per fare solo "il compitino". Whiteside sta giocando una stagione solida, e il suo talento è indiscutibile, ma quello che li si critica è la scarso impegno nel voler vincere. Nelle ultime partite sembra proprio che i Miami Heat abbiano intrapreso la strada del "tanking", ovvero perdere il più possibile per avere le scelte migliori nei prossimi Draft; tutto questo per ricostruire un roster da zero, dopo la partenza dei tre ex tenori. Whiteside potrebbe un'ottima pedina di scambio, non solo per ottenere nuovi giocatori, ma anche delle posizioni ottime ai Draft.

2- Miami ha recentemente dichiarato che Whiteside è incedibile e che sicuramente rimarrà in Florida, anche perchè quest'estate ha firmato un grossissimo contratto. L'ex giocatore di Sacramento infatti nella passata stagione ha vinto il premio di miglior stoppatore, con 3.7 stoppate di media a partita. Gli Heat quest'estate gli hanno subito proposto un mega contratto da 98 milioni di dollari in quattro anni, ma c' è un piccolo dettaglio non del tutto insignificante; anche se Whiteside è entrato recentemente nel mondo NBA, è già un giocatore di 28 anni. Sicuramente sta disputando una delle sue miglior stagioni, con 17.8 punti, 14.4 punti e 2.3 stoppata di media a partita, ma liberandosi di un contratto molto pesante, Miami potrebbe andare a ingaggiare quella superstar in grado di trascinare la squadra ai playoff, cosa che i tifosi degli Heat erano abituati a vedere in questi anni. L'uomo e il giocatore giusto a mio avviso potrebbe essere Anthony Davis, poichè sarebbe il leader giusto a trascinare e a migliorare i giovani talenti di Miami.

Non voglio mettere in dubbio la forza e la bravura di Whiteside, perchè soprattutto a inizio stagione ha dimostrato di essere il giocatore più in forma di Miami e molto probabilmente, grazie alle sue prestazioni, riceverà la prima chiamata per un All Star Game questa stagione. Ma anche dal punto di vista dei numeri Hassan è calato molto rispetto alla scorso anno: problemi ai tiri liberi, è calato rispetto l’anno passato tirando con il 53.8% rispetto al 65% della scorsa stagione; problemi alle percentuali dal tiro, infatti in questa stagione ha peggiorato molto i suoi numeri, tirando con il 54% rispetto al 60.6% del 2015/2016. Whiteside sembra essere questo e non molto di più; Miami deve decidere.Puntare per il futuro su un giocare si in grado di farti vincere alcune partite, ma non in grado di farti vincere l'anello o se scambiare il giocatore o tagliarlo per poter arrivare ad una superstar in grado di darti quel salto di qualità necessario per arrivare al raggiungimento degli obiettivi? Lo scopriremo prima di Marzo.

 

 

Ora è ufficiale, Anthony Bennet è stato tagliato fuori dal roster dei Brooklin Nets; nella notte di Martedì la franchigia del New Jersey ha deciso di rinunciare all'ex scelta numero 1 del Draft del 2013, andando poi a firmare, secondo fonti ESPN, un veterano come Quincy Acy, centro di riserva a Brook Lopez. In America la parola "bust" significa fallimento, disastro, in senso più letterale, delusione. E quando un giocatore, specialmente se chiamato alla prima scelta assoluta di un Draft, fa fatica nelle prime stagioni da professionista, quelle quattro lettere vengono appiccicate a lui come un adesivo e togliere quell'adesivo è molto ma molto difficile. E' il caso di Anthony Bennet, scelto alla posizione numero 1 dai Cleveland Cavaliers in un Draft che comprendeva giocatori come Victor Oladipo, Otto Porter, Cody Zeller, Nerlens Noel, Kentavious Caldwell-Pope, Trey Burke, C.J. McCollum, Steven Adams, Giannis Antetokounmpo, Dennis Shroder e Tim Hardaway Jr., giocatori che hanno già dimostrato o stanno dimostrando di poter diventare delle star e dei futuribili All Star. Il fatto è che quella sera del 27 Giugno del 2013, Bennet non era nemmeno sicuro di essere selezionato tra le prime dieci scelte, figuriamoci alla prima. Pochi giorni prima di quel Draft, Cleveland aveva tentato in ogni modo di cedere la prima scelta assoluta per scendere alla 5° e alla 6° e magari ottenere qualche "aiuto" in futuro, o magari scambiarla con un giocatore forte e pronto subito, ma nessuno accettò e quindi i Cavs selezionarono Bennet. L'inizio fu disastroso: 5 punti complessivi nelle prime 7 partite, con un pessimo 1/21 dal campo e difensivamente era un fanstasma. Certo è vero che il roster di Cleveland a quei tempi vedeva nel solo Kyle Irving l'unica ancora di salvataggio e pensando al resto della squadra, Bennet non è stato certamente aiutato a migliorare: il leader dalla panchina era Jarrett Jack post-contrattone, insieme a Alonzo Gee, C.J. Miles e Andrew Bynum distrutto dagli infortuni, con in panchina Mike Brown, non esattamente i Cavs delle ultime due stagioni! Dopo un anno disastroso nell'Ohio, la dirigenza dei Cavaliers e la dirigenza dei Minnesota Timberwolves si misero d'accordo per uno degli scambi più "clamorosi" degli ultimi 5 anni: a Minnesota approdarono la scelta numero 1 del Draft del 2013, Anthony Bennet e la scelta numero 1 del Draft del 2014, Andrew Wiggins, mentre a Cleveland arrivò quel giocatore tanto desiderato dallo staff nei due anni precedenti: Kevin Love. Cambio di città, nuova squadra, nuovi tifosi, una nuova possibilità, tutto ciò invece di migliorare la situazione di Bennet, la peggiorò. Tralasciando gli infortuni che furono numerosi in quell'anno, le sue prestazioni e le sue medie calarono moltissimo: solo una volta a quota 20 punti e solo 7 sopra quota 10, in 52 partite. Questo portò la dirigenza dei T-Wolves a rinunciare al giocatore, tagliandolo senza mezzi termini alla fine del suo secondo anno. Furono i Raptors, ad inizio stagione 2015-2016, a dare una terza chance a Bennet, dopo una buona estate giocata con la nazionale canadese ai giochi Pana-Americani; il ritorno del figliol prodigo, visto che Bennet era natio proprio di Toronto. Ma anche qui la situazione non migliorò e fu il giocatore stesso a chiedere di essere "retrocesso" in D-League, ma nelle 6 partite disputate non riuscì a raggiungere la doppia cifra di media e Toronto decise di tagliare il giocatore a fine Febbraio. Brooklin questa stagione aveva provato a far risorgere un giocatore la cui carriera sembrava finita a soli 22 anni, ma Bennet non ha assolutamente ripagato della fiducia dei Nets: ha giocato 23 partite, con una media a partita di 5 punti e 3.4 rimbalzi, giocando di media 13 minuti per incontro. La dirigenza dei Nets non ha potuto far altro che tagliare ancora una volta il giocatore, facendo probabilmente di Bennet il più grande "bust" della storia della pallacanestro americana.

 

 

Venerdì, 06 Gennaio 2017 10:55

Gary Payton, THE GLOVE

Una vita all'insegna del furto, potrebbe essere questo il titolo del prossimo libro di Gary Payton, soprannominato The Glove. Per i pochi che non conoscessero Gary Payton, è stato un formidabile playmaker che ha militato nella NBA per 17 anni, vestendo la maglia dei Seattle Supersonics, Milwaukee Bucks, Los Angeles Lakers, Boston Celtics e Miami Heat, vincendo un unico titolo NBA proprio con i Miami Heat nel 2006. "Giocatori come me e Magic Johnson non nascono spesso", questo era Gary Payton, l'unico playmaker nella storia NBA a vincere il titolo di miglior difensore dell'anno; nella stagione 1995/1996 i Seattle Sonics tornano al Coliseum, che verrà chiamato KeyArena e chiudono con il miglior record della propria storia con 64 vittorie e 18 perse, raggiungendo le finali NBA perdendo però in sei gare contro i Bulls di Jordan e Pippen. Payton gioca 81 partire, chiudendo con 19 punti, 7 assist, 4 rimbalzi e quasi 3 rubate di media. Viene selezionato nel secondo quintetto NBA e viene appunto premiato come miglior difensore della stagione. Gary era un eccellente difensore, probabilmente il miglior giocatore a difendere l'uomo con la palla degli anni '90, più egoista in attacco dove però le doti tecniche obbiettivamente superiori alla media e l'ottimo tiro sia dalla media distanza che dalla linea dei tre punti, facevano di Gary Payton un giocatore a tutto campo. Amato da molti, criticato da tanti, probabilmente per il suo carattere quasi mai quiete e tranquillo: Payton è sempre stato giudicato “difficile” da tutti, aveva "la lingua più lunga" dell'NBA da quando Barkley ha lasciato il basket giocato ed è stato il vero inventore del trash talk tanto caro all'ultima generazione. Essendo il Re dei trash-talkers, Payton ha sempre avuto parole per tutto e tutti sia fuori che dentro al campo, ma adesso che la sua carriera è finita e l'età non è più quella di una volta, si rende conto che forse avrebbe potuto evitarsi certi comportamenti: uno dei suoi rimpianti maggiori è stato non aver saputo costruire dei buoni rapporti nei suoi anni in NBA. " Come gli squali hanno bisogno di nuotare continuamente per non soffocare, così Gary Payton per vivere ha bisogno di parlare continuamente". Gary Payton nella sua carriera è stato famoso per la sua difesa, per la sua capacità di entrare nella testa dell’avversario e per quell’ossessione che era rubare, rubare la palla e sfidare l’avversario. Insomma come si direbbe in gergo ha vissuto la sua vita all’insegna del furto, ma cosa più importante è che nei 17 anni della sua carriera, nonostante il comportamento scontroso, si è conquistato la stima di molti giocatori che lo hanno affrontato sera dopo sera. E chi meglio dei suoi ex compagni può raccontarci qualche aneddoto del LUPIN della NBA?

- "La sua forza era la sua capacità di esigere la vittoria. Era senza paragoni. La passione di Gary era farti un culo così." George Karl

- "Non me lo dimenticherò mai: stavamo giocando a Tacoma, io indossavo la maglia di Dallas ed ero un Rookie, il mio avversario era Gary. Ci conoscevamo, ci salutavamo sempre, ma dopo la palla a due eravamo l’uno contro l’altro. Lui venne in post contro di me e io sapevo piuttosto bene quello che gli piaceva fare, per cui appena eseguì il suo movimento, io lo stoppai. Gli urlai 'Levati dal cavolo', ma non dissi 'cavolo'. Lui mi guardò e io capii che quello era stato un grande errore. Realizzò da solo un parziale di 15 a 0 e finimmo per perdere la gara". Jason Kidd

- "The Glove" aveva da dire riguardo qualunque cosa. Aveva da dire su tua madre, aveva da dire su tuo padre, sui tuoi bambini... Era un grande agonista, parlava così tanto che non potevi prenderla sul personale, era divertente. La cosa più incredibile di Gary è che lui era così anche fuori dal campo: se ti vedeva dentro un supermercato, ti veniva a parlare dicendo: 'Ricordati di quella volta in cui ti ho fatto diventare pazzo fratellone, ti ho spezzato le caviglie, ti ho dato quel che ti meritavi. Non puoi marcarmi, sono un Hall of Fame"”. Shaquille O'Neal.

 

 

Lunedì, 02 Gennaio 2017 15:06

Sir Charles Barkley

"Non sono pagato per essere un modello di comportamento", ha detto una volta il quarto giocatore nella storia della NBA a ritirarsi avendo superato in carriera sia i 20.000 punti (22,1 di media/gara) che i 10.000 rimbalzi (media di 11,7 ad incontro) ed i 4.000 assist (quasi quattro a partita) ovvero Charles Barkley. Forte, determinato, combattivo come non mai, ma anche irascibile, per nulla diplomatico nelle dichiarazioni come in certi atteggiamenti, questo era ed è Barkley, un personaggio particolare, persino all’interno del variegato mondo della pallacanestro americana. Particolare per il suo modo di essere. Ed ovviamente per il suo modo di giocare. A lungo è stato considerato una delle più grandi anomalie nella storia della lega, soprattutto per via del suo peso; nella storia della pallacanestro ne sono passati di giocatori apparentemente fuori forma, fuori quota, fuori tutto, meno che fuori dal parquet perché malgrado tutte queste debolezze hanno fatto prevalere la loro voglia (ed il loro talento) per arrivare ai vertici e questa è la storia di Sir Charles, un ragazzo che a soli 16 anni raggiungeva un'altezza di 195 cm e un peso di 136 kg. "L'appetito" di Barkley sembrava tagliarlo fuori dal mondo della pallacanestro americana, un modo in continua evoluzione fisica. Al college gli diedero il soprannome di "THE ROUND MOUND OF REBOUND" sia per le sue rotondità sia per la sua carica e la sua esplosività messa in campo durante le partite al college con la sua Auburn. Famose furono le parole dello scout di Auburn che scovò il talento di Barkley: "Un ragazzo grassottello, ma che gioca come il vento!". Dopo aver portato la sua università a partecipare al primo torneo NCAA della sua storia, venne selezionato al Draft dell'84 ( Draft che vedeva inseriti grandissimi nomi di giocatori che avrebbero fatto la storia della NBA, tra cui Michael Jordan, Hakeem Olajuwon, Michael Jordan, Sam Perkins, John Stockton) ed è proprio lui a raccontare ai microfoni di ESPN, i giorni precedenti al Draft e al suo esordio in NBA; mai banale, senza peli sulla lingua, Sir Charles Barkley, ha confidato alcuni retroscena del suo passaggio ai Philadelphia 76ers.

"Durante i primi workout pre-Draft con Philadelphia pesavo intorno ai 135kg. I 76ers avevano la quinta pick e mi dissero di scendere fino a 125 se volevo essere scelto da loro. Arrivai a 122. Dopo tutto quel lavoro, il mio agente mi chiamò per dirmi che dovevamo parlare della situazione, i 76ers gli avevano detto che mi avrebbero fatto firmare un contratto al minimo salariale. Un annuale da 75mila dollari. Gli dissi che non avevo lasciato il college per prendere così poco, dovevamo far si che i Sixers non mi scegliessero. Mancavano due giorni al Draft. La prima mattina credo di aver ingurgitato sei pancakes, bacon e un vanilla shake per colazione. Poi a pranzo Kentucky Fried Chicken e purè di patate. A cena un'enorme bistecca, patate al forno... E il giorno dopo la stessa identica cosa. Dopo due giorni di full immersion nel cibo volai a Philly con il mio agente e montai sulla bilancia. Ero arrivato a 136kg. Mi presero a insulti e mi cacciarono dalla stanza. Presi il treno per New York convinto di averla scampata, poi arrivai al Draft. "With the fifth pick in the 1984 NBA Draft, the Philadelphia 76ers select Charles Barkley, from Auburn University." Se andate a rivedere il filmato, è estremamente chiaro quello che stavo pensando nel momento in cui ho sentito chiamare il mio nome: "Ditemi che è uno scherzo. Ho lasciato il college per 75mila dollari?" Fortunatamente i Sixers decisero di tradare due giocatori e il mio primo contratto fu un quadriennale da due milioni di dollari. A quel punto ero felicissimo di essere a Philly."

 

 

Rajon Rondo, che ai tempi dei Big Four dei Boston Celtics era considerato uno dei miglior playmaker in NBA, è ora alla veneranda età dei 30 anni e indubbiamente non è più quel giocatore che spaccava le partite in due a favore della propria squadra come una volta. L'avventura ai Chicago Bulls non è iniziata nei migliori nei modi e la sua convivenza con gli altri due All Stars, Jimmy Butler e Dwane Wade, sembra ormai alla fine. Rondo ha avuto buonissime medie in questo inizio di stagione: 7.6 punti, 7 assist e 6 rimbalzi di media a partita, ma il problema è alla base, visto che i Bulls necessitano di un playmaker con molti più punti nelle mani e purtroppo l'ex giocatore dei Boston non è più quel tipo di giocatore. Rondo, che a Dicembre era già stato sospeso per una partita dalla società, non è sceso in campo nemmeno un minuto nella partita di Sabato notte persa contro i Milwaukee Bucks con il punteggio di 116 a 99 lasciando il posto da titolare a Michael Carter Williams. Si è detto infastidito di questa scelta e ha riportato ai microfoni della NBA che avebbe immediatamente incontrato il General Manager dei Bulls, Gar Forman, per parlare di questa situazione ma fatto sta che la situazione in quel di Chicago non è così "incantevole" come tutti i tifosi speravano ad inizio campionato. Attualmente i Bulls sono settimi ad East, con un record di 15 vittorie e 16 sconfitte; ciò non ha reso felici i tifosi che hanno anche fischiato la squadra durante le ultime uscite. Molti si aspettavano che Chicago potesse essere una delle principali "antagoniste" dei Cleveland Cavaliers al titolo di campioni dell'Est, ma finora le prestazioni hanno dimostrato ben altro. La dirigenza sembra aver individuato in Rondo uno dei principali "colpevoli" di questa situazione, mettendo molto probabilmente il giocatore sul mercato. Ma quali potrebbero essere le destinazioni dell'ex giocatore dei Sacramenti Kings?

PHILADELPHIA 76ERS: i 76ers sono una squadra molto giovane con un futuro brillante per la franchigia, ma al momento Phila è una delle peggior squadre in NBA e molto probabilmente dovrà rinunciare ai playoff anche quest'anno, accontentandosi di un 14°/15° posto ad East. Rondo potrebbe essere il veterano giusto per una squadra piena zeppa di stelle future e fino al ritorno di Ben Simmons (fuori per infortunio) può prendere le redini della squadra soprattutto con il suo pick and roll, letale se fatto con un giocatore come Joel Embiid o Jahlil Okafor. Inoltre Rondo può fare da mentore per tutti i giovani della squadra. Arrivare a Rondo non è facile, ma Philadelphia può contare su una pedina di scambio come Nerlens Noel, ala forte/centro che sembra aver concluso la sua avventura in Pennsylvania e che soprattutto interessa molto alla società dei Bulls, visto che era stato accostato al roster di Chicago anche nel mercato dell'anno scorso.

MINNESOTA TIMBERWOLVES: Minnesota ha attualmente nel ruolo di playmaker un giocatore del calibro di Rubio, che ad essere onesti ha un pò deluso nella sua avventura a Minnesota e una trade tra i Wolves e i Bulls potrebbe far bene ad entrambe le squadre. Potrebbe essere uno stimolo in più anche per lo spagnolo, che quest'anno sta viaggiando a soli 7 punti di media a partita. Rondo sarebbe utilissimo a Minnesota, non solo perchè è un ottimo passatore in contropiede per giocatori come Kris Dunn e Zach LaVine, ma perchè vedere un pick and roll tra lui e il futuor della NBA, Karl Anthonu Towns, sarebbe un piacere per gli occhi. Questa potrebbe essere una trade molto possibile, sempre se Minnesota deciderà di privarsi del giocatore spagnolo e se vorrà puntare su un veterano come Rondo.

MIAMI HEAT: un'altra interessantissima possibile trade potrebbe essere quella fra i Miami Heat e i Bulls. Attualmente Miami ha come playmaker titolare un giocatore di altissimo livello come Goran Dragic, ma solo Tyler Johnson come possibile riserva nel roster. Potrebbe esserci uno scambio alla pari fra le due squadre dell'Est, con Rondo pronto a portare tutta la sua esperienza agli Heat e con Dragic, che aveva già alimentato qualche polemica sul suo futuro in Florida con alcune dichiarazioni rilasciate nel mese di Dicembre dello scorso anno, in grado di dare una grossa mano offensiva all'attacco di Chicago, con i suoi 19.3 punti di media a partita. Rondo è stato 4 volte ALL STARS e potrebbe accoppiarsi benissimo con un centro dominante come Whiteside, oltre a poter essere un eccellente "maestro" per il giovane e promettente Tyler Johnson.

Ancora indeciso il futuro di Rondo, ma molto probabilmente lascierà Chicago prima della fine del mercato. L'unica domanda è: dove porterà il suo talento il giocatore natio di Louisville?

 

 

Mercoledì, 21 Dicembre 2016 17:12

Mr Big Shot Robert Horry

Se c'è un giocatore nella storia della NBA che può rappresentare al meglio il significato di "clutch player" ( ovvero un giocatore quasi sempre decisivo nei momenti finali delle partite) quello è Mr Big Shot Robert Horry. Sette titoli NBA, il nono giocatore ogni epoca ad aver vinto sette titoli, l'unico che non abbia fatto parte dei grandissimi Boston Celtics degli anni '60 e insieme a John Salley è l'unico giocatore ad aver vinto 3 titoli NBA con tre franchigie diverse. Robert Horry è stato fondamentalmente un giocatore di piccole cose, quasi impercettibili, ma necessarie per una squadra che aspira a vincere qualcosa; nella sua carriera in regular season ha tenuto una media di 7, 4.8 rimbalzi e 1 assist a partita , per sottolineare che Big Shot non ha mai eccelso nei grandi numeri e nella continuità, se parliamo appunto di stagione regolare: impegno a intermittenza, attività difensiva molto blanda e concentrazione vagante. Ma Horry cambiava totalmente il suo modo di giocare e di difendere una volta arrivati ai playoff e soprattutto in quei momenti in cui la palla pesava più di una tonnellata. Big Shot Rob, l'uomo dei grandi tiri, ha firmato con i suoi canestri preferibilmente da tre punti molti momenti di storia degli ultimi venti anni dei playoff: ecco i canestri più significativi realizzati da Horry nella sua magnifica e lunghissima carriera.

1- FINALE NBA 2005: Robert Horry segna 18 punti tra quarto periodo e overtime di Gara 5 contro Detroit: a nove secondi dalla fine del supplementare, San Antonio sotto di due con una rimessa a metà per i Texani. Horry esegue un passaggio al suo grande amico Manu Ginobili e proprio l'argentino sembra essere "il prescelto" per il tiro del sorpasso e della vittoria. Ginobili riceve palla nell'angolo e immediatamente viene raddoppiato da due difensori dei Pistons, sicuri che Manu avrebbe cercato di tirare in qualsiasi modo; ma così facendo Detroit lascia libero un giocatore decisivo come Horry e Ginobili, dopo aver visto con la coda dell'occhio, che il compagno di squadra era in una situazione migliore per tentare il tiro da tre, scarica per Big Shot che, rimasto incredulo da tanto spazio lasciatogli dai difensori dei Pistons, realizza il canestro decisivo del sorpasso e della vittoria. Gli Spurs con questa vittoria volano sul 3-2 contro Detroit e vincono poi le Finali NBA, ma è molto probabile che perdendo quella sera gli Spurs avrebbero perso anche il titolo.

2- FINALE DI CONFERENE 2002: I Lakers sono sotto 2-1 nella serie contro i Sacramento Kings. Mancano 8 secondi alla fine della partita. I Kings sono a pochi secondi dall’impresa di sconfiggere i formidabili Lakers, A pochi secondi dal mettere una concreta ipoteca sulla serie finale. Sacramento è avanti per tutta la partita, ma nell'ultimo quarto subiscono la rimonta dei Lakers, portando il risultato al 97-99 in favore dei Kings prima dell'ultimo possesso decisivo. Erano i Lakers di Shaquille O'Neal e di Kobe Bryant e tutta la California si aspettava che fosse uno dei due a salvare Los Angeles da una pesantissima sconfitta: la palla nelle mani di Bryant che penetra. Alza la parabola. La palla sbatte sul ferro ed esce. Finisce nelle mani di Shaq che prova il tap-in, ma sbaglia anche lui. Divac, centro dei Kings, smanaccia via la palla che finisce esattamente nelle mani di Horry, l'uomo giusto al momento giusto. Frontalmente al canestro, prende la palla e segna la tripla dell'unico vantaggio Lakers in quella partita, proprio alla sirena. Senza quell'incredibile canestro, i Lakers sarebbe andati sul 1-3 nella serie, con Gara 5 a Sacramento, e molto probabilmente sarebbe stato eliminati.

3- FINALE NBA 1995: nei playoff 1995 Horry sale in cattedra in due momenti chiave: nella prima gara delle finali di Conference contro i San Antonio Spurs Mr Big Shot, a 6,5 secondi dalla fine, si prende la tripla della vittoria per 94-93. Ma ancor più importante è quella messa a segno in gara tre delle Finals contro gli Orlando Magic. Gara 3 a Houston, con i Rockets avanti 2-0 nella serie; a quattordici secondi dalla fine Horry segna da tre il canestro che fissa il punteggio sul 106 a 103. Alla fine sarà sweep (ovvero 4-0) e secondo titolo consecutivo per la franchigia texana, con Horry tra i protagonisti. Nonostante fossero gli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon e Clyde Draxler fu proprio quel ragazzino di 25 anni ha segnare il canestro decisivo e a dare la vittoria della partita e del titolo alla sqaudra del Texas.

4- FINALE NBA 2001: contro i Philadelphia 76ers in Gara 3, serie pari sull'1-1. A 47 secondi dalla fine, con O'Neal in panchina, segna dall'angolo la tripla del più quattro, quando tutta la difesa di Phila era concentrata su Bryant. Larry Brown, coach di Phila, è sempre stato convinto che se Horry non avesse segnato quella tripla e se Phila avesse vinto quella partita, avrebbe avuto la chance di vincere quel titolo.

 

 

Nella NBA esistono le rivalità storiche nate da infiniti scontri per l’anello come quella tra Boston Celtics e Los Angeles Lakers o tra gli stessi Lakers e i Detroit Pistons o quella nata negli ultimi anni tra Boston Celtics e Miami Heat per la supremazia a Est (almeno finchè c’erano Garnett e Pierce a Boston). Una delle rivalità più antiche e storiche è sicuramente quella fra i Clippers e i Lakers, non solo perchè entrambe fanno parte della Pacific Division ma anche perchè le due squadre di Los Angeles giocano allo Staples Center; i Lakers si trasferirono da Minneapolis nel 1960, mentre i Clippers da San Diego nel 1984. Storicamente gli abitanti e i fan di Los Angeles hanno sempre favorito i Lakers, soprattutto per i numerosi anelli vinti ( i Lakers hanno vinto 11 campionati da quando si sono trasferiti a Los Angeles sui 16 complessivi) ma negli ultimi 4/5 anni sembra che qualcosa sia cambiato. I Clippers non solo hanno fatto registrare moltissimi sold out dalla stagione 2011/2012, ma sono diventati la prima squadra di Los Angeles, visti anche i pessimi risultati dei Lakers. Nella stagione 2012-2013 i Los Angeles Clippers vinsero la loro prima serie contro i Lakers (per serie si intende il numero complessivo di partite giocate durante la regular season). La rivincita dei Clippers, che dopo quella stagione hanno rivinto tutte le serie successive contro i Lakers, è dovuta soprattutto all'arrivo di Blake Griffin e di Chris Paul. Proprio l'arrivo di Paul, nella stagione 2012/2013, ha aumentato la rivalità tra le due squadre, poichè Cp3 era ormai un giocatore dei Lakers, ma il commissario NBA Adam Silver vietò questo trasferimento e Chris Paul fu ceduto all'altra squadra di Los Angeles. Rivalità infuocata nella città della California, rivalità che Blake Griffin ha provato a spiegare raccontando di due bellissimi episodi che lo riguardavano proprio sul tifo di Los Angeles; il primo sul suo arrivo nella città degli angeli, il secondo su un altro grande protagonista che ha fatto dei Clippers la prima città di Los Angeles: Doc Rivers.

"Ricordo quel giorno del 2009 come se fosse ieri. La prima volta che sono sceso da un aereo a LAX come giocatore dei Clippers ho iniziato a guardarmi attorno dentro all'aereoporto e ho notato qualcosa che non andava. Vedevo solo felpe dei Lakers, pupazzi dei Lakers, poster dei Lakers, carte di credito dei Lakers. Ero confuso, camminavo in mezzo a LAX e pensavo, "Ma dov'è tutta la roba dei Clippers?" Non c'era assolutamente niente. La prima volta che ho visto un logo dei Clippers è stata quando sono arrivato in palestra per l'allenamento. Far parte di una squadra partita da zero è estremamente esaltante, quando sono arrivato qua nessuno ci considerava minimamente. Per un sacco di tempo i tifosi dei Lakers non avevano neanche voglia di sprecare il loro tempo con noi. Ma le cose sono cambiate. Non abbiamo ancora raggiunto il nostro obiettivo primario, ma siamo riusciti a cambiare la percezione che LA ha dei Clippers. Adesso i loro tifosi ci considerano, adesso siamo meritevoli del loro odio."

"Un paio di giorni fa ero nello spogliatoio e stavo parlando con Austin Rivers, era nervoso perché doveva lanciare la prima palla a una partita dei Dodgers ed era la sua prima volta. Gli ho detto, "Preparati, ti fischieranno." Mi ha risposto, "Seriamente? Ma siamo a LA!" A quel punto gli ho dovuto spiegare che la maggior parte dei tifosi dei Dodgers sono anche fan dei Lakers. Ho rincarato, "Vedrai bello, vedrai." E' stato fischiato talmente forte che mentre camminava verso lo spot del lanciatore si è fatto scivolare di mano la palla. Per darvi un'idea di cosa accadeva nei giorni bui dei Clippers vi racconto di quando è toccato a me. Era subito dopo essere stato draftato, l'annunciatore ha esclamato: "E adesso date il benvenuto a Blake Griffin dei Los Angeles Clippers!" Silenzio di tomba. Mi sembrava di sentire il rumore dei grilli, nessuno ha reagito. Un paio di persone hanno applaudito per cortesia, probabilmente si sentivano dispiaciute per me."

 

 

Lunedì, 19 Dicembre 2016 12:52

NBA: Nerlens Noel ai Cleveland Cavaliers?

Negli ultimi giorni nel mondo NBA si è parlato di un possibile arrivo di Nerlens Noel nel roster del Cleveland Cavaliers; questi rumors sono nati dopo che Chris Andersen, The Birdman, ha subito la rottura del crociato dopo l'allenamento di venerdì, infortunio che lo lascierà fuori dal campo per il resto della stagione. Con 2.2 punti e 2.6 rimbalzi di media a partita, Andersen non era certamente un elemento fondamentale per i Cavs, ma il suo infortunio ha lasciato un posto libero tra i "big men" sotto canestro; infatti Cleveland può contare solo su 3 giocatori in grado di ricoprire i ruolo di ala grande/ centro: Kevin Love, Tristan Thompson e Channing Frye. Ecco allora che i Cavaliers sono piombati sul mercato, alla ricerca o di una ala piccola forte in grado di dare qualche minuto di riposo a Lebron James durante i playoff, o di un centro/ala grande dalle grandi capacità offensive e difensive. Un giocatore che potrebbe far molto comodo a Lebron e compagni è Nerlens Noel, giovane prospetto di Philadelphia che quest'anno ha avuto un pò di problemi, sia a causa di piccoli infortuni, sia per la grande concorrenza sotto canestro nel roster di Philadelphia; i 76ers sono alla ricerca di una possibile trade per sfoltire il reparto lunghi e fin dall'inizio dell'anno si è parlato di una partenza o di Nerlens Noel o di Jahlil Okafor; entrambi sono giocatori dal talento immenso e nonostante la loro età hanno già dimostrato di poter lottare in NBA e di guadagnarsi il rispetto degli avversari. Durante le ultime partite di Philadelphia sembra che la dirigenza e lo staff dei 76ers abbiano deciso chi sacrificare ed è stato proprio Noel a manifestare tutta la sua frustrazione, soprattutto dopo i soli 8 minuti giocati nella partita di Venerdi notte e persa per 100 a 89 contro i Los Angeles Lakers:

"Ho bisogno giocare, ho bisogno di sentirmi un tutt'uno con il gioco e se gioco solo 8 minuti non è mi è possibile; questo è pazzesco, tutta la sua situazione è pazzesca, un buon giocatore come me non può stare in campo solo 8 minuti" ha detto Noel a fine partita "è una situazione surreale e tutta la dirigenza dei 76ers deve riuscire a capire questa situazione."

Noel è un giocatore infelice e tutte le società sanno che avere un giocatore infelice in squadra può essere un grosso peso; Cleveland ha bisogno di un "big man" e Nerlens può essere l'innesto giusto perchè è un ottimo protettore del ferro e un gran rimbalzista, e sarebbe sicuramente un giocatore in grado di far molta pià differenza rispetto al veterano "Birdman".
Ma perchè la scelta dei Cavs dovrebbe ricadere proprio su Noel? Noel è un giovane dal grandissimo prospetto; fisicamente è slanciato e molto alto, e ciò gli permette di essere un buon corridore a campo aperto e grazie alle sue capacità atletiche e fisiche arriva e protegge il ferro che è una meraviglia. Questo è il suo terzo anno in NBA e a soli 22 anni ha già fatto registrare ottime medie nel suo breve inizio di carriera: 11 punti e 9 rimbalzi di media a partita e come ho detto prima, in questi due anni ci ha dimostrato tutta la sua facilità e la sua bravura nel proteggere il ferro "amico", facendo registrare 1.7 stoppate di media a partita. Con le grosse lacune difensive di Kevin Love, Noel potrebbe essere un ottimo sostituto dell'ex giocatore dei Minnesota, soprattutto quando Cleveland necessiterà di una difesa forte e agguerrita sotto canestro. I vari problemi di spogliatoio e con la società, non hanno permesso a Noel di esprimere del tutto il suo enorme talento e a mio avviso, se messo in una situazione e in un contesto giusto, l'ex giocatore di Kentucky può far registrare prestazioni spaventose. Per questo motivo molte squadre sono interessate a lui. Perchè potrebbe finire ai CAVS? Philadelphia sicuramente non rinnoverà a NOEL il contratto a fine stagione o almeno non è intenzionato ad offrirgli un grosso contratto e quindi la franchigia della Pennsylvania sarà costretta ad iniziare una trade per liberarsi del giocatore; i Cavaliers sono alla ricerca di un nuovo giocatore e NOEL sembrerebbe essere l'uomo perfetto disponibile in questo momento nel mercato NBA. Inoltre i CAVS possono offrire a Phila un giocatore importante come Iman Shumpert e questa potrebbe essere la mossa giusta per portare il talento di NOEL in Ohio.

 

 

Venerdì, 16 Dicembre 2016 08:44

Una schiacciata ... devastante!

Mercoledì sera, i Los Angeles Lakers erano al Barclays Center a giocare contro i Brooklyn Nets ma, dopo la schiacciata devastante di Larry Nance Jr., in faccia a Brook Lopez, sembrava di essere allo Staples Center. La cosa divertente e’ stata che qualche giocherellone e’ andato su Wikipedia ed ha aggiornato la pagina di Brook Lopez scrivendo “B. Lopez e’ deceduto mercoledi’ sera in seguito ad una schiacciata devastante” …. :D Ecco il video:

La stagione 2016/2017 NBA è una delle stagioni più ricche di sempre, visto che i nuovi accordi televisivi hanno portato un grande incremento degli introiti nelle varie franchigie. Il tutto ha avuto ovviamente peso determinante sull’innalzamento del tetto salariale a disposizione di ogni squadra; all'interno della NBA ci sono giocatori che hanno firmato un contratto al massimo salariale, giocatori del calibro di Westbrook, Harden, James, che meritano tutti i centesimi che le rispettive franchigie gli danno, mentre altri giocatori, come Chandler Parsons and Harrison Barnes che guadagnano tantissimi milioni, ma che ancora non hanno dimostrato di valerli tutti. In estate sono stati firmati nuovi contratti con cifre da record e la previsione è che nei prossimi anni il livello medio dei salari NBA sarà molto più alto rispetto al recente passato, facendo diventare le stelle della NBA gli sportivi più pagati al mondo. Nella NBA moderna, un "contratto di massima" non è più associato solo al calibro e al talento di un giocatore, ma anche al tipo di mercato che si sta svolgendo. Un esempio? Mike Conley, che ha ricevuto un prolungamento di contratto al massimo salariale (153 milioni di dollari in 5 anni offerti da Memphis) scatenando però l'indignazione dei fan NBA, in quanto Conley ha firmato il contratto più oneroso di tutta la storia della NBA. La mossa dei Memphis va guardata da un quadro più ampio: Mike Conley è un grandissimo giocatore, è la stella (insieme a Marc Gasol) di una franchigia che negli ultimi anni ha lottato sempre per arrivare alle finali di Conference, e sappiamo benissimo che i playoff a Ovest non sono una passeggiata. Memphis ha ritenuto di dover offrire un contratto del genere al giocatore prima che lui decidesse di cambiare squadra,e prima di perdere un giocatore così importante, i Grizzlies hanno accontentato le richieste di Conley. Altri giocatori che quest'estate hanno firmato un contratto da oltre 15 milioni di dollari? Joakim Noah (72 milioni in quattro anni a New York), Kent Bazemore (70 in 4 anni ad Atlanta), il già citato Conley, Jeff Green (15 milioni in un anno ad Orlando), Evan Fournier (85 milioni in cinque anni ad Orlando) e Dwight Howard (70,5 milioni in tre anni ad Atlanta) e tra questi giocatori nemmeno uno ha partecipato all'ALL STAR GAME la scorsa stagione. L'altra faccia della medaglia è che ci sono giocatori NBA fenomenali, che fanno vincere le partite alla propria squadra e che in realtà vengono pagati molto meno rispetto ai giocatori sopra citati.

STEPH CURRY: il primo che dobbiamo menzionare è Curry. MVP delle ultime due stagioni, non ha un contratto al massimo salariale per due semplici motivi: Steph saltò gran parte della stagione 2011/2012 a causa di molti infortuni Golden State decise di non offrire il massimo a Curry ( Stephn guadagnerà "solo" 12 milioni di dollari in questa stagione, 83esimo nella lista dei giocatori più pagati); i Warriors non hanno rifirmato Steph Curry a causa dell'acquisto di Kevin Durant questa estate ma nonostante l'arrivo in roster dell'ex giocatore dei Thunder, Steph sta avendo un'altra stagione da possibile MVP (senza nulla togliere a Westrbook, Harden o James): 25.5 punti, 1.7 rubate, 4.2 riblazi e 5.7 assist per partita, tirando con il 50% dal campo e con il 39.5% da tre. Curry sarà in scadenza di contratto la prossima stagione e senza alcun minimo dubbio raddoppierà il suo stipendio, firmando un nuovo contratto con i Warriors.

GEORGE HILL: quest'estate Goerge Hill è stato protagonista di una trade che ha visto coinvolte le franchigie dei Pacers, degli Atlanta Hawks e degli Utah Jazz; proprio Utah è riuscita ad inserire nel suo roster un veterano e un All Star come George Hill. Il giocatore da Indianapolis ha avuto un impatto devestante nel roster dei Jazz, non solo per la sua solidità difensiva, già famosa ai tempi degli Spurs e dei Pacers, ma anche per la concretezza in attacco, forse il miglior anno offensivo nella carriera di Hill per adesso: 20 punti, 4.2 assist e 3.5 rimbalzi di media a partita, tirando con 53.4% dal campo e con 45.6% da tre. George Hill può essere inserito benissimo tra i migliori 10 playmaker delle lega e per questo il suo stipendio di "solo" 8 milioni l'anno sembra poco rispecchiare le ottime prestazioni degli ultimi 3 anni. A fine stagione Hill sarà freeagent, e sarebbe molto interessato a una possibile estensione del contratto con Utah; tutto si deciderà prima o durante la prossima estate, ma sicuramente Hill riceverà delle offerte molto più interessanti del contratto precedente e sia il giocatore stesso che Utah sembrano voler continuare questa storia d'amore, magari a cifre un pò più elevate...

KYLE LOWRY: Kyle Lowry ha già dichiarato che quest'estate diventerà freeagent, uscendo dal contratto che lo legherebbe a Toronto per un altro anno, rinunciando così a 12 milioni di dollari. Lowry ha già dimostrato ampiamente tutto il suo valore nei suoi 5 anni a Toronto e ha confermato di voler continuare a giocare con la squadra canadese: "Se sei l'uomo franchigia dovrebbe essere facile trovare l'accordo con la sua squadra. Dovrei essere nella situazione in cui non parlerò con nessun'altra squadra come è successo a DeMar Derozan." Nonostante questa iniziata, sia la decima stagione per Lowry le sue medie in queste prime partite del campionato sono sempre notevoli; 21.3 punti, 7.3 assist e 5 rimbalzi per partita, tirando con il 45% e il 43.8% dalla linea dei tre punti. Lowry è un giocatore fondamentale per Toronto e se i Raptors sono intenzionati a sconfiggere i Cavs di Lebron James e arrivare in Finale NBA, dovranno sicuramente rifirmare al massimo salariale il giocatore di Philadelphia.

KARL ANTHONY TOWNS: è il futuro della NBA. Un giocatore completo, che in solo due anni in NBA ha dimostrato di poter dominare le partite da solo. Il suo anno da rookie è stato fenomenale, uno dei migliori degli ultimi 20 anni e ha iniziato questa stagione alla stessa maniera, spingendo sempre sull'acceleratore e facendo registrare doppie doppie in continuazione. 21.6 punti , 10.8 rimbalzi, 2.3 assist e 1.7 stoppate a partita, numeri spaventosi per un ragazzo di solo 21 anni e con ampissimi margini di miglioramento. Questa stagione Towns percepirà 5.7 milioni di dollaro e siamo più che certi che Minnesota proporrà un rinnovamento di contratto a fine stagione, se non addirittura prima. Perchè se i T-Wolves vorranno puntare a vincere un titolo nei prossimi 10 anni, dovranno fare di Towns il nuo Garnett, il nuovo dominatore sotto i ferri.

 

 

Giovedì, 15 Dicembre 2016 16:35

Luke Walton multato dalla NBA

L'allenatore dei Los Angeles Lakers, Luke Walton, nella serata di Mercoledi 14 Dicembre, è stato multato di 15.000 dollari dalla NBA per "aver urlato con veemenza all'indirizzo di un arbitro di gara e per non aver lasciato il campo in modo tempestivo al momento della sua espulsione". Questo episodio è accaduto nella notte di Lunedì, quando all'Arco Arena II di Sacramento è andato di scena il derby californiano tra i Kings e i Los Angeles Lakers. Luke Walton è stato espulso per proteste dopo che il centro dei Kings, DeMarcus Cousins e il centro dei Lakers Julius Randle, si sono !azzuffati" in mezzo al campo e senza che venisse fischiato un fallo. Walton ha protestato subito, urlando contro gli arbitri di dover andare a vedere il replay, convinto che il suo giocatore avesse subito un fallo abbastanza plateale; l'allenatore dei Lakers era molto frustato e arrabbiato, tanto che Jordan Clarkson ha dovuto tenerlo per evitare altre sanzioni ben peggiori. (Episodio simile successo nella partita tra Brooklyn e i Clippers, dove Doc Rivers era tanto imbufalito con gli arbitri che ci sono voluti 2-3 giocatori per fermarlo). Prima della partita giocata questa notte al Barclays Center e persa malamente contro i Brooklyn Nets, Walton ha dichiarato ai microfoni della stampa, di non essere pentito per quello che ha fatto: "No, non sono pentito, ed è la stessa cosa che ho detto subito dopo la partita di Sacramento. Sono sempre stato cresciuto nell'idea che la squadra per cui giochi o che alleni è come una famiglia; se i miei ragazzi non "navigano nella direzione giusta" devo essere io a prendere il controllo e portarli al successo (successo non inteso come vittoria di una partita), siamo una famiglia, ognuno lotta per l'altro, siamo come fratelli. E' il compito dell'allenatore e io voglio solo il meglio per i miei ragazzi." Messaggio che è stato ben compreso dai giocatori dei Lakers, che vedono in Walton la giusta guida per un futuro roseo: "Oh, io amo il mio allenatore. Lo stimo sia come coach che come ragazzo. Ha tutto il nostro appoggio, al 100%, come noi siamo sicuri che Luke ci guarderà sempre le spalle. E' pronto a lottare per noi, come noi siamo pronti a scendere in campo e a "spaccare i culi" per lui. Siamo una grande famiglia.", sono state le parole pacate di Randle a fine partita contro Sacramento. Anche se gli ultimi risultati hanno creato un pò di malumore in casa Lakers, ma lo spirito combattivo, lo spirito di squadra che abbiamo visto in questi 2 mesi non è certo calato e il merito va dato soprattutto a Luke Walton, che a soli 36 anni è il più giovane allenatore della NBA e inoltre è alla sua prima esperienza come head-coach; sicuramente il coraggio in casa Walton non manca, e molti giornalisti sono sicuri che a fine anno Luke riuscirà a portarsi a casa il premio di "Miglior allenatore dell'anno".

 

 

Lunedì, 12 Dicembre 2016 12:51

La crisi degli Atlanta Hakws

Atlanta è in crisi; lo sono i giocatori, lo è lo staff, lo sono i tifosi, increduli per quello che sta succedendo e preoccupati per quello che sarà il futuro. Dopo un'estate travagliata da molte partenze illustri e da arrivi che apparentemente sembravano quelli giusti, gli Hawks avevano iniziato le prime due settimane della stagione con un ottimo record di 9 vittorie e 2 sconfitte; anche se prematuramente, tutto faceva pensare che Atlanta potesse essere la vera contendente ai Cavs, padroni incontrastati dell'Est. Dwight Howard sembrava poter essere l'elemento aggiuntivo fondamentale per dare quel salto di qualità definitivo alla squadra della Georgia e la vittoria contro i Cavs durante quell'ottimo record di inizio stagione, aveva già proiettato gli Hawks ad essere l'anti Cavaliers. Ma dopo la vittoria del 16 Novembre contro i Bucks e dopo aver raggiunto Cleveland in testa all'Eastern Conference, qualcosa è cambiato. Dopo quella fantastica striscia di partita, Atlanta perde consecutivamente con gli Hornets e contro i Knics (deludente la prestazione contro New York che vinse per 104-94), per poi arrendersi contro una delle squadre che in quel periodo era meno in forma, i New Orleans Pellicans. Da qui la crisi; non solo gli Hawks hanno iniziato a giocare un pessimo basket nell'ultimo mese e mezzo e tralasciando le ultime due vittorie contro Miami e Milwaukee, Atlanta è ultima nella NBA per risultati nelle ultime 10 partite disputate. Imbarazzante è stata la sconfitta contro Toronto il 3 Dicembre, dove i Raptors hanno dato una sonora lezione agli Hawks, sconfiggendoli con il punteggio di 128 a 84. La domanda sorge spontanea; cos'è successo agli Hawks di inizio stagione? Possibile che quest'anno siano solo la brutta copia della bellissima squadra vista la scorsa stagione? Indubbiamente le perdite di Jeff Teague e Al Horford possono essere viste come le principali cause di questo momento di crisi, perchè se perdi 2 dei tuoi 3 migliori giocatori non puoi essere assolutamente la stessa squadra. Entrambi erano fondamentali per l'attacco di Atlanta, non solo per le ottime spaziature che i due giocatori creavano, ma anche per i numerosi tiri da tre messi a segno lo scorso anno; anche Al Horford, che di mestiere non è un tiratore, era diventato fondamentale con il tiro dalla distanza, così da poter aprire le difese avversarie e lasciare l'area libera per possibile penetrazioni. Ma adesso senza i due perni fondamentali dell'attacco, senza le scintille in grado di dare un'identità offensiva, le cose sono molto più complicate: Atlanta avrebbe bisogno di andare oltre, di crearsi una nuova identità e nuove opzioni d'attacco efficaci. La chimica di squadra, per il momento, sembra un lontano ricordo di quella vista nelle passate stagione e come detto prima, gli Hawks sono la peggior squadra nelle ultime 10 partite disputate, con un recordi di 2 vinte e 8 perse, diventando le 22esima difesa della lega; difesa che con l'arrivo di Howard doveva essere un punto fondamentale nel gioco di Atlanta e all'inizio della stagione i risultati sembravano dar ragione alla dirigenza Hawks. A mio avviso, un altro problema sono le ali di Atlanta; Paul Milsap e Dwight Howard sono giocatori eccellenti nei rispettivi ruoli (ala grande e centro), ma Kyle Korver, Dennis Schroder, Bazemore, non stanno producendo come la passata stagione; tutte le loro medie sono in netto calo, fatta eccezione per Schroder che con 15 punti 6 assist a partita e in linea con i numeri dell'anno scorso. Ma con questa medie il giocatore tedesco non può essere considerato un playmaker titolare sopra la media, anche se ovviamente è ancora molto giovane e con grandi prospettive di miglioramento. Il Kyle Korver visto in queste partite è solo un lontano ricordo di quel Korver che abbiamo visto negli ultimi due anni e per essere la guarda tiratrice titolare, ha collezionato media abbastanza basse: 8.5 punti, 2 rimbalzi e 1.9 assist di media a partita; potrebbe essere giunto il momento di dare a Kyle Korver un nuovo ruolo in questa squadra e che qualcuno dalla panchina diventi la guardia titolare al suo posto. Inoltre Bazemore sta tirando con le sue peggior percentuali in carriera con solo il 36% dal tiro da due e il 30.2% dalla lunga distanza. L'unica nota positiva per gli Hawks è la panchina, che si colloca all'ottavo posto nella classifica NBA per punti realizzati. Nella sonora sconfitta contro i Raptors e nella sconfitta contro i Detroit Pistons della notte precedente, la panchina ha segnato 85 punti complessivi contro gli 84 dei titolari; in grande spolvero Tim Hardaway Jr, che sta avendo un'annata di grande livello ed è già in lista per il sesto uomo dell'anno. Atlanta deve assolutamente operare sul mercato, andando alla ricerca di una guardia/ala titolare in grado di farle quel salto di qualità necessario di renderla competitiva anche questa stagione; anche se gli Hawks non hanno grandi possibilità economiche, una soluzione sarebbe quella di scambiare alcuni dei suoi veterani (Milsap o Korver, opterei più per il secondo) con giovani dalle ottime speranze in grado da subito di dar quel contributo necessario per ottenere un ottimo piaziamento ai playoff, visto che l'ottavo posto attuale non soddisfa nè la dirigenza nè la tifoseria. La chiave del successo per Atlanta sarebbe l'aumento della produzione offensiva dei suoi titolari, Bazemore dovrebbe tornare al suo 44% al tiro dello scorso anno e Shroder in qualche modo deve riuscire a riempire le lacune lasciate da Jeff Teague, anche se non sarà facile. Le ultime due vittorie nelle ultime due partite hanno dimostrato che Atlanta è in grado di arrivare nelle parti nobili della classifica ad East e se Milsap, Shroder e Howard giocheranno come contro Miami e i Bucks, gli Hawks possono essere sicuri che torneranno a festeggiare e gioire in pochissimo tempo.

 

 

L'avventura vincente di Shaquille O'neal ai Los Angeles Lakers è dovuta soprattutto al grande lavoro di Phil Jackson, che è riuscito a trasformare un giovane giocatore e un giovane uomo, in un'All Star e in una delle figure più importanti e dominanti della storia NBA. Phil Jackson riuscì a portare in California uno dei giocatori più ambiti in quel periodo, già idolo indiscusso della NBA nei quattro anni passati agli Orlando Magic; ma cosa sarebbe successo se O'Neal non avesse incontrato Phil Jackson e il suo grande amico di sempre Kobe Bryant? Non potremmo mai saperlo, ma MR ZEN ha voluto condividere con noi "mortali" il suo primo incontro con The Diesel; incontro che avrebbe dato inizio ad un avventura fantastica, un'avventura che tutti i tifosi dei Lakers e non difficilmente si scorderanno!

"Ho incontrato per la prima volta Shaq nell'estate del 1999, nella mia casa sul lago in Montana. Ero stato assunto dai Lakers in quell'estate, e l'avevo invitato a passare da me dopo un suo concerto. Quel giorno il lavoro mi tenne impegnato più del dovuto, e quindi lui arrivò a casa mia prima di me. Quando arrivai, vidi tutti i miei vicini della mia comunità del lago sulle loro banchine a guardare Shaq fare le " sue " cose. Stava saltando su un tappeto elastico per bambini, mettendo su un vero e proprio spettacolo. Io in realtà volevo un incontro serio...ma capii subito che non era nel suo stile. L'obiettivo che mi ero prefissato con Shaq era quello di farlo concentrare sulla sua carriera. In quel periodo lui era un attore, un rapper, ed era sempre al centro dell'attenzione, ma a me serviva che si concentrasse sul basket. Gli ho detto che avrebbe potuto vincere talmente tanti MVP che, alla fine della sua carriera, il premio sarebbe stato rinominato in " Shaq Award ". Durante un time-out, nella prima settimana della nostra prima stagione insieme, gli chiesi: " Shaq, qual è stata la più grande impresa di Wilt? " - " Fare 50 punti e 30 rimbalzi di media ". Io scossi la testa e gli dissi: " No, giocare più di 48 minuti a partita. Pensi di potercela fare? " - " Wilt c'è riuscito? Posso farlo anche io ". Gli feci giocare 48 minuti a partita per un periodo, fin quando non si arrese. Ma non venne a dirmelo di persona, mandò John Sally. Non pensavo che l'esperimento potesse durare tutto l'anno, ma ero soddisfatto. Alla fine della stagione Shaq, comunque, vinse l'MVP. Come sapete, durante ogni stagione, io assegno un libro ad ognuno dei miei giocatori. Quell'anno avevo deciso di assegnare a Shaq " Siddharta ", un libro su Buddha. Durante un " road-trip ", dissi a tutti i giocatori che sul volo di ritorno, mi avrebbero dovuto consegnare una relazione sul libro. Durante l'ultima partita di questo road trip, Shaq venne espulso, ed andò dritto nel bus della squadra. Quando entrai nel bus, vidi Shaq che leggeva il libro. Sul volo di ritorno mi consegnò la relazione: " Siddharta è un principe giovane, pieno di soldi e donne. Esattamente come me. Lui è anche alla ricerca di se stesso, esattamente come me "

 

 

Giovedì, 08 Dicembre 2016 11:26

Gregg Popovich mai banale!

Puoi amarlo, puoi odiarlo, ma Gregg Popovich è sicuramente la persona più sincera e diretta nel panorama NBA; dice sempre ciò che pensa, le sue risposte possono piacere o meno ma l'allenatore dei San Antonio Spurs è sempre stato un uomo senza peli sulla lingua. Gregg Popovich è uno degli uomini di sport che è stato sotto i riflettori per più anni consecutivi, ha creato una delle squadre più vincenti del basket moderno, e i suoi metodi, le sue idee, i suoi comportamenti, sono stati osservati, studiati e replicati. E' un personaggio che ha costruito una sorte di recinto intorno alla mondo interiore, più i giornalisti ne parlano più sempre che Popovich voglia far parlare di sè. Il mese scorso il professore di Harvard Cornel West e Gregg Popovich hanno risposto a moltissime domande di circa 250 studenti provenienti da Sam Houston High School; il contento di queste due ore di domande erano sotto "la stretta sorveglianza" del giornalista Dave Zirin, che ha riportato sul giornale "THE NATION" la bellissima esperienza fatta dagli studenti, ma anche da Popovich e da Cornel West. Come riporta Zirin, Popovich ha riposto a molte domande riguardanti sia il basket sia riguardanti le recenti elezioni presidenziali, tema di cui Popovich ha parlato molto con i giornalisti NBA. Sappiamo benissimo che l’impegno di Gregg Popovich a San Antonio vada ben oltre il campo e che per l'allenatore degli Spurs il basket e vincere non è tutto nella vita, ma la risposta che ha dato a uno studente che chiedeva se San Antonio avrebbe vinto un titolo nei prossimi anni, ha creato creato molto clamore tra i tifosi e tra i media:

"Vincere il titolo? Non lo so, ma non è una priorità nella mia vita. Sarei ben più felice di sapere che i miei giocatori fanno di tutto per rendere la nostra società migliore, che rispettano le proprie famiglie e si prendono cura delle persone attorno a loro. Sarei ben più felice di tutto questo piuttosto che di vincere un altro titolo e stiamo lavorando al massimo per riuscirci. Ma nel nostro lavoro dobbiamo cercare di avere più del successo. E' per questo che siamo qui. Siamo qui davanti a voi cosicchè possiate capire che gli ostacoli possono essere superati se si è preparati e se date sempre il massimo in utto ciò che fate. Se siete persone rispettose e disciplinate potete fare di tutto nella vostra vita. La cosa più importante è credere in se stessi e negli altri. Questo è il messaggio che vi vogliamo trasmettere, perchè ci crediamo. Altrimenti non saremmo qui."

" Win the championship? I don't know, but it's not a priority in my life. I'd be much happier if I knew that my players were going to make society better, who had good families and who took care of the people around them.I'd get more satisfaction out of that than a title. I would love to win another championship, and we'll work our butts off to try and do that. But we have to want more than success in our jobs. That's why we're here. We're here so you'll understand that you can overcome obstacles by being prepared and if you educate the hell out of yourself. If you become respectful, disciplined people in this world, you can fight anything. If you join with each other and you believe in yurself and each other, that's what matters. That's what we want to relay to you all: that we believe that about you or we wouldn't be here."


Popovich, il Saggio.

 

 

Giovedì, 08 Dicembre 2016 11:18

I 10 giocatori più alti nella storia della NBA

L’altezza nel basket è importante ma non fondamentale, non è l’unica cosa che conta. Ci sono molti fattori che influiscono, dalla tattica alla tecnica di base, passando anche per la fisicità. Se un giocatore non ha le capacità tattiche e tecniche necessarie per giocare in NBA e se vuole essere un buon giocatore, se vuole essere soprattutto un cestista ricordato, deve avere una caratteristica fondamentale del basket: l'altezza. Mani grandi come pale e gambe lunghe per galoppare più velocemente verso il canestro avversario. Ecco le caratteristiche possedute dai più alti giocatori di basket della storia dell’Nba. Poco tempo fa scrissi un articolo di un possibile quintetto formato "dai giocatori più bassi" che giocavano in NBA in quel periodo; ora voglio fare l'esatto contrario, ovvero parlare dei giocatori più alti che l'NBA abbia mai visto. Molti di questi giocatori hanno esordito in NBA solo per la loro incredibile altezza, giocando pochissime partite prima di finire nel dimenticatoio, mentre altri hanno avuto una carriera lunga e di grande rispetto; il giocatore più alto ad essere stato inserito nell'Hall of Fame è alto all'incirca 230 cm ed è stato ed è un giocatore e una persona amata da tutti, che ha fatto la storia mediatica della NBA in tutto il mondo: Yao Ming. Altri giocatori molto alti sono entrati a far parte dell'Hall of Fame: giocatori come Ralph Sampson e Arvydas Sabonis, giocatori che hanno perfezionato il loro gioco, non dipendendo solo dalla loro altezza. Al settimo giro del Draft del 1981, i Golden State Warriors selezionarono alla posizione numero 171 Yasutaka Okayama, ex giocatore di basket giapponese che misurava 234 cm e pesava 150 kg. Okayama, che grazie a uno scambio culturale studiò all'università di Portland dal 1976 al 1977, rifiutò di giocare per i Golden State Warriors e non potè così mai esordire in NBA; è stata la persona più alta ad essere mai draftata da una squadra NBA e se avesse giocato anche solo 1 minuto sarebbe diventato il giocatore più alto nella storia della NBA. Ma se non è Okayama, chi è il giocatore più alto di sempre?

10 Ralph Sampson, 224 cm: prima scelta assoluta del Draft del 1983, selezionato dagli Houston Rockets e al termine di quell'anno si aggiudicò il premio di Rookie of the Year. Formidabile il duo Sampson- Hakeem Olajuwon, il primo ala grande nonostante l'incredibile altezza, il secondo utilizzato come centro per la potenza disumana. In carriera ha vinto il trofeo di miglior giocatore dell'All-Star Game del 1985 partecipando in tutto a tre All-Star Game: 1984, 1985, 1986. Sampson realizzò anche il tiro decisivo nella finale della Western Confernce contro i Lakers nel 1986; canestro che permise a Houston di andare per la seconda volta nella propria storia in Finale NBA, persa però contro i Boston Celtics di Larry Bird. Le statistiche di Ralph in NBA: 9 stagioni, 456 partite, 29.8 minuti per partita, 15.4 punti , 8.8 rimbalzi e 1.6 stoppate di media a partita.

9 Mark Eaton, 224 cm: "Eaton cambia i tuoi tiri quando è in campo. In più cambia i tuoi tiri anche quando sta fuori perché sei così abituato a provare a scavalcarlo quando tiri che ti dimentichi che lui non è lì". Eaton è stato uno dei giocatori più fisici che l'NBA abbia mai visto (224 cm per 115 kg), ma soprattutto è stato uno dei migliori difensori del ferro di tutta la storia NBA. Ottimo nella difesa in post basso, il celeberrimo marchio di fabbrica di Mark Eaton è stata la stoppata; la sua presenza sotto canestro impauriva gli avversari, che prima di vedersi stoppato un tiro, preferivano far circolare la palla sul perimetro forzando molte volte un tiro dalla distanza. Eaton è tutt'oggi lo stoppatore più prolifico di sempre . Passando all'altra sponda del campo, i movimenti offensivi di Eaton erano piuttosto limitati, pur essendo dotato di un pregevole gancio-cielo; nonostante le scarse capacità realizzative, non mancava di dare aiuto all'attacco, specie portando blocchi granitici per i suoi compagni, oltre ad essere stato un ottimo rimbalzista. 11 stagioni in NBA, 875 partite, 28.8 minuti per gara, 6 punti, 7.9 rimbalzi e 3.5 stoppate di media a partita.

8. Pavel Podkolzin, 226 cm: Chi si ricorda di Pavel Podkolzin? E' un cestista russo nato nel 1985 e naturalizzato italiano. La carriera di Podkolzin in Italia iniziò nel 2002, quando si unì al roster di Varese dopo alcune stagioni al Lokomotiv Mosca. In Italia però non dimostrò le potenzialità tanto decantate di pivot veloce e dal buono tiro, ma nonostante ciò due anni dopo provocò l'interesse di alcuni scout NBA, interesse dovuto alla sua incredibile altezza (226 cm). Fu selezionato alla posizione numeri 21 dagli Utah Jazz, che lo scambiarono immediatamente con Dallas. La sua carriera NBA non decollò mai; a causa di una frattura al piede, Podkolzin giocò solo 6 partite in NBA, prima di essere "retrocesso" in D-League, per poi tornare di nuovo nella sua amata Russia a giocare per il Chimki.

7. Chuck Nevitt, 226 cm: giocatore formidabile che fa parte della NBA vintage; Nevitt ha giocato in NBA con le maglie di Houston, Detroit, Lakers, Chicago e San Antonio, oltre ad aver giocato anche in Italia con la maglia di Forli. Indubbiamente uno dei miglior stoppati della NBA passata, grazie soprattutto ai suoi 226 cm. Fu eletto miglior stoppatore USBL, la lega di pallacanestro statunitense estiva che si è svolta fino al 2007. Oltre a questo Nevitt ha vinto un titolo con i Los Angeles Lakers nel 1985. Giocò in NBA 150 partite (9 stagioni) con una media di 1.6 punti, 1.5 rimbalzi e 1 stoppata a partita.

6. Sim Bhullar, 226 cm: giocatore giovanissimo (ha soli 24 anni) che attualmente milita nella lega di basket a Taiwan. E' stato il primo giocatore indiano a giocare in NBA con l'imponente altezza di 226 cm. Nonostante le ottime speranze, il giocatore indiano ha giocato pochissimo in NBA; infatti Bhullar non essendo stato selezionato al Draft del 2014, decise di firmare un contratto di 10 giorni con i Sacramento Kings, ma nella sua breve esperienza con la squadra californiana collezionò solo 3 spezzoni di partita per complessivi tre minuti di gioco, durante i quali segnò un canestro e catturò un rimbalzo.

5. Yao Ming, 229 cm: per Yao Ming parlano le statistiche: 8 stagioni in NBA, 486 partite, 32.5 minuti per gara, 19.punti, 9.2 rimbalzi and 1.9 stoppate di media a partita e oltre a tutto ciò un'eleganza e una raffinatezza dentro e fuori dal campo che hanno permesso a Yao Ming di essere uno dei giocatori più amati e ben ricordati della storia NBA. Se la sua carriera non fosse stata condizionata dagli infortuni, Yao era destinato a dominare l'NBA per molti e molti anni.

4. Shawn Bradley, 229 cm: Shawn Bradley è ricordato da tutti specialmente per la sua comparsa in Space Jam. A parte gli scherzi Bradley è ricordato per la sua incredibile altezza e per essere stato uno dei miglior stoppatori degli anni '90. Con i suoi 229 cm vinse il premio di miglior stoppatore nella stagione 1997. In NBA ha giocato per tre squadre: Philadelphia, N.J. Nets e i Dallas Mavericks. Ha avuto una carriera molto discreta facendo mettere a referto: 12 stagioni, 832 partite giocate, 23.5 minuti per gara, 8.1 punti, 6.3 rimbalzi e 2.5 stoppate a partita.

3. Slavko Vranes, 230 cm: giocatore montenegrino che ha fatto parlare di sè più in Europa che in NBA. Vranes ha giocato in NBA la bellezza di una partita, 3 minuti per la precisione, riuscendo a sbagliare un tiro e a commettere fallo. Il momento più alto della carriere di Vranes sono state le final four di Parigi nel 2010 (Eurolega) quando giocava per KK Partizan di Belgrado; purtroppo il sogno della squadra serba si interruppe in semifinale dove fu battuta all'overtime dall'Olympiacos. Vranes gioca ancora, in Iran, per l'Ayandeh Sazan di Tehran; è il secondo giocatore più alto al mondo ancora in attività, dopo il britannico Paul Sturgess, alto 235 cm.

2. Manute Bol, 231 cm: 10 stagioni, 624 partite, 18.7 minuti per gara, 2.6 punti, 4.2 rimbalzi e 3.3 stoppate di media a partita. Bol fu selezionato al Draft del 1985 dai Washington Bullets; fu nella sua stagione da matricola, che Bol siglò una delle sue più celebri imprese: totalizzò 397 stoppate in 80 partite, con una media di 4,96 che, oltre a essere la seconda più alta nella storia della lega (dietro solo a Mark Eaton), costituisce un record assoluto per un rookie. L'apporto tecnico di Bol non andò mai tuttavia molto al di là della difesa, anche perché in attacco, sotto canestro, pativa notevolmente la stazza dei lunghi avversari che, sebbene molto più bassi, possedevano un fisico ben più robusto.

1. Gheorghe Muresan, 232 cm: Anche Muresan fu selezionato dai Washington Bullets, al Draft del 1993. Giocò nella NBA per 7 stagioni, dal 1993 al 200, prima con la maglia di Washngton e poi con quella dei NJ Nets. Oltre ad essere il giocatore più alto nella storia della NBA, nel 1995-1996 ricevette il NBA Most Improved Player Award, ovvero fu scelto come giocatore più migliorato in quella stagione. con una media di 14,5 punti, 9,6 rimbalzi, 2,26 stoppate a partita e una percentuale al tiro di 58,4%, la migliore da lui registrata nella NBA. Nella sua militanza nella NBA Mureşan ha messo a segno, in media, 9,8 punti, 6,4 rimbalzi, 0,5 assist a partita, con una percentuale del 57,3%, medie che potevano essere migliori se la carriera di Muresan non fosse stata caratterizzata dagli infortuni.

 

 

Lunedì, 05 Dicembre 2016 15:08

Giannis Antetokounmpo, "THE GREEK FREAK"

Dopo 18 partite di regular season i Milwaukee Bucks hanno un record di 10 vittorie e 8 sconfitte, record che gli permette di posizionarsi per il momento al quinto posto nell'Eastern Conference. I meriti vanno divisi tra l'allenatore Jason Kidd che con una squadra giovanissima sta impressionando tutti per il gioco veloce e la difesa solida e tra i giocatori, che in questo inizio di stagione sembrano avere tutte le carte in regola per ottenere un ottimo posizionamento ai prossimi playoff. Giannis sforna prestazioni sempre più da All-Star, Jabari sta rinascendo e Henson è sulla via per diventare il centro dominante che ci mancava. Brogdon è il valore aggiunto (soprattutto in difesa) ad una squadra orfana di Middleton, Monroe si è finalmente ritagliato il suo ruolo. Beasley e Terry stanno vivendo una seconda giovinezza a Milwaukee, Snell invece spazzando via tutte le critiche che credevano la trade per Michale Carter Williams fosse stata uno sbaglio. Dellavedova sta trovando la sua dimensione e l'altro australiano (che di australiano ha però ben poco), Thon Maker, è l'incognita che tutti aspettiamo di vedere in campo con ansia. Miles fa il suo, Mirza pure e Vaughn inizia a responsabilizzarsi. Jason Kidd un tempo era il giocatore che faceva il coach in campo, ora è il coach che esprime il suo gioco infondendone i dettami nei giocatori che manda sul parquet. Grand parte del successo dei Bucks va però attribuito a un giocatore che a mio avviso verrà eletto a fine stagione come "il giocatore più migliorato": Antetokounmpo sta trascinando la propria squadra, sono i numeri a parlare: miglior realizzatore, miglior rimbalzista, miglior assistman, miglior recuperatore di palloni, miglior stoppate. Giannis è il futuro della NBA, un playmaker in un corpo da extraterrestre e oltre a questo è in grado di coprire ogni ruolo in campo perchè ha la visione di gioco e la velocità di un esterno, l'elevazione di un'ala atletica e il senso della posizione di un lungo. Espn e Sports Science hanno studiato il corpo del fenomeno greco e ne sono uscite queste curiosità:

1) Con un’altezza di 211 cm,Antetokounmpo possiede un’apertura alare di 222 cm,ben11 cm maggiore rispetto al canonico “uomo di Leonardo”. 2) Quando è stato draftato nell’estate del 2013 era 8 centimetri più basso! 3) Il giorno del draft pesava 89 kg.Oggi è arrivato a toccare i 100 kg,mantenendo la stessa figura snella e atletica: non si è “gonfiato” aumentando la massa muscolare (ovviamente ha aumentato la sua massa muscolare, ma non in modo esagerato come abbiamo visto in passato) come siamo abituati a vedere nei giocatori europei sbarcati in NBA,ma ha acquisito forza. 4) La spanna di un uomo medio misura 19 centimetri.Ovviamente, una spanna più grande e mani più grandi permettono un controllo sulla palla migliore.La mano di LeBron James è larga 23,5 centimetri,mentre quella di Kawhi Leonard arriva a 28,6.Quella di Antetokounmpo misura 30 centimetri,ed è addirittura più larga del diametro di una palla da basket.Sostanzialmente,Giannis fa sempre “palming” quando palleggia,una condizione naturale che gli conferisce però un vantaggio importante sugli avversari. 5) Dal calcagno all’inserzione nel muscolo,il tendine d’Achille di Antetokounmpo misura 34,3 centimetri,quasi il doppio di quello di un uomo comune.Grazie a ciò,il greco ha molta più energia elastica che gli permette di caricare in misura minore per compiere un salto dopo l’altro.Sostanzialmente potrebbe saltellare per il campo come se fosse su un bastone a molla.

Draymond Green è tornato a far parlare di sè, non per le sue prestazioni bensì per il piccolo vizietto di tirare calci che ha fatto di Green uno dei giocatori più "odiati"e criticati dal resto della lega e soprattutto dai tifosi. Il giocatore dei Golden State Warriors nella partita di Sabato notte a Phoenix, ha tentato di colpire con un calcione il povero Marquese Chriss dopo aver subito fallo dalla linea dei tre punti. Difficile dire se il gesto di Green è stato casuale o meno, vero però che il movimento della gamba è molto innaturale e il ricordo di quello che è successo nei playoff scorsi fa pensare a un gesto volantario da parte di Draymond. Per chi non se lo ricordasse, nella passata stagione nella seria contro OKC, durante una lotta sotto canestro contro Adams, Green colpì con un calcio il neozelandese nelle parte intime, scatenando l'ira dei giocatori dei Thunder e del pubblico di Oklahoma. In quella occasione non venne squalificato e giocò regolarmente Gara 4; ci furono molte critiche per questa decisione in quanto poche ore prima, l'NBA aveva deciso di squalificare Danthay Jones di Cleveland per gara-4 contro Toronto per colpa di un calcio in zona proibita a Bismack Biyombo. Ancora non sono arrivate possibili notizie su una squalifica di Draymond Green per il fatto accaduto contro Phoenix, ma certamente il suo comportamento antisportivo sta stufando sia gli altri giocatori NBA sia il pubblico. Poche ore fa Green ha lasciato queste dichiarazioni:

"Mi viene semplicemente da ridere perché è divertente come la gente mi dice come vengo colpito e come il mio corpo reagisce" confessa Draymond Green nell'intervista rilasciata a Espn questa notte. "Non capisco come la gente della lega che lavora negli uffici siano cosi intelligenti quando si parla del movimento del tuo corpo.Non so se questa gente ha studiato per dirti come il tuo corpo andrà a reagire, se colpito in una certa posizione oppure se vai su e quanto alcuni ragazzi possono saltare fino al soffitto, sono sicuro che molte di queste persone che fanno le regole non toccano nemmeno il ferro. Come dunque fanno questi ultimi a dirti come fai a saltare cosi in alto e come il tuo corpo reagirà? Davvero non lo capisco. E' come se io andassi la e dicessi loro "Hey hai sbagliato qualcosa su questo articolo..non so nemmeno come un articolo di giornale possa essere. E' quel che e credo che abbiano fatto le regole e fanno le tue regole. Non me ne frega niente."

"I just laugh at it because it’s funny how you can tell me how I get hit and how my body is supposed to react," Green said. "I didn't know the people in the league office were that smart when it came to your body movement. I’m not sure if they took kinesiology and all this stuff for their positions to kind of tell you how your body is going to react when you get hit at certain positions. Or you go up and you got guys that jump to the ceiling, and I’m sure a lot of these people that make these rules can’t touch the rim. Yet they tell you (that) you are way up there in the air and which way your body (is supposed to react). I don’t really understand that. That’s like me going in there and telling them, "Hey, you did something on this paperwork in here wrong." Like, I don’t know what your paperwork looks like. It is what it is. I think they made the rule and make your rule. Like, I don’t care."

 

 

Vincendo un titolo NBA entri nella storia del bellissimo sport che la pallacanestro; anche se Lebron James e Jr Smith erano già sicuri di divenire un icona (chi per alcuni motivi, chi per altri) per tutti i bambini e ragazzi che giocano nei vari campini di tutto il mondo, la vittoria dell'anello nella passata stagione gli ha permesso di togliersi qualche sassolino dalle scarpe e di scacciare tutte le critiche degli anni precedenti. Lebron è sempre stato un giocatore su cui pesavano molte aspettative, sin dal suo ultimo anno all'High School; quando approdò in NBA tutta la città di Cleveland sperava in lui per la vittoria di un possibile anello che non era mai arrivato nella storia della franchigia dell'Ohio. Dovette portare il suo talento a Miami e vincere due anelli con Wade e compagni per togliersi di dosso l'etichetta di "perdente", ma allo stesso tempo l'odio era divampato nei tifosi dei Cavs, che si sentirono traditi e abbandonati. Ma come succede in tutte le più belle storie d'amore, il "Prescelto" tornò a casa per ricongiungersi con la sua città, la sua gente. Jr Smith invece è sempre stato bersagliato dalla stampa e dai media, ha sempre fatto parlare di sè per le sue azioni fuori dal campo e in tutta onestà sembrava un giocatore che si stava avviando verso un finale di carriera piuttosto anonimo, se non appunto per le sue "bravate". Ma l'arrivo in Ohio, la compattezza che ha trovato nella squadra e la stretta amicizia che si è venuta a creare con James, hanno fatto rinascere Smith come giocatore, facendolo diventare un elemento fondamentale per l'attacco dei Cavaliers. Lebron, Smith, Irving e tutto il resto della squadra sono riusciti a ribaltare ogni pronostico nelle scorse Finals, hanno portato i Cleveland Cavs sul tetto del mondo, zittendo tutti i critici: ma quali sono le emozioni, le sensazioni che un giocatore prova dopo la vittoria e la consegna dell'anello? Ecco qui una chicca, le parole di Jr Smith e Lebron James dopo la consegna dell'anello a inizio stagione.
JR SMITH:
"Non puoi vincere con lui. È un cancro in ogni squadra in cui gioca. È quello che ti fa perdere le partite. Non è un buon compagno di squadra. Non difende. Non si impegna. Ama solo fare festa. È talento sprecato. LUI ADESSO È CAMPIONE NBA! Lasciali parlare e il tuo tempo verrà." "You can't win with him... He's a cancer to any team... He will shoot you in or out the game... He's not a good teammate... He doesn't play defense... He was a throw in... He doesn't work hard... He loves to party... He's a waste of talent... HE IS A CHAMPION!!! Let them talk BE YOU an your time will come!
LEBRON JAMES:
"Credo che non ci siano abbastanza parole da assimilare per descrivere le emozioni che sto provando in questo momento, quando ho ricevuto l'anello questo notte. Le emozioni sono forti, sono orgogliossisimo dei miei compagni, la loro felicità e loro gioia mi riempo il cuore di emozioni. E' stato una notte speciale, da condividere con tutti i tifosi di Cleveland, una notte che non dimenticherò mai. Un ultimo ringraziamento va a tutti i tifosi che ci sono stati vicini e che dovranno starci vicini per cercare di ottenere un altro grande successo per la città di Cleveland, la città che io amo". "There's just not enough words I can put together to express the feelings I had when I received this last night! Emotions was running heavy and I'm just so proud of my teammates, their joy and happiness receiving theirs as well! It was a SPECIAL night to say the lease and I'll never forget that moment for the rest of my life. Final thing THANK YOU and you're extremely welcome to our UNBELIEVABLE fans for sharing that moment with us because honestly we did it for yall!"

 

 

Da talento sottovaluto a uomo di spicco della squadra; è stato questa la trasformazione di Isaiah Thomas, scelta numero 62 del Draft del 2011. Avete letto bene, Thomas da 62esima scelta è diventato leader di una squadra che lotta per i playoff. Il suo fisico, la sua statura, sono qualcosa di anomalo per l'NBA, visto che è alto 173 cm e pesa 80 kg; ma allo stesso tempo è anomalo e raro il talento, il coraggio e il cuore di un giocatore che anno dopo anno ha lavorato per arrivare ai livelli più alti della pallacanestro; ha approfittato di ogni possibilità che avuto, sfruttando ogni minima occasione e questo ha fatto la differenza nella sua carriera. Ha sempre cercato di dare il meglio, dando prova a chi lo criticava, di meritava il posto che si era guadagnato, cercando di migliorare il suo gioco partita dopo partita, perchè è quello che fanno i campioni. E Thomas è un campione. Il suo inizio di carriera a Sacramento e poi ai Suns non è stato dei migliori; forse problemi di spogliatoio, forse incomprensioni con gli allenatori, ma quelle non erano franchigie e situazioni consone al talento di Thomas. Tutto è cambiato a Boston, è diventato subito leader di una squadra giovane che ha accolto il talento di Tacoma a braccia aperte, sapendo che poteva essere l'uomo giusto per arrivare ai playoff. E così è stato. Una squadra che non ha mai chiesto a Thomas di cambiare comportamento, ma di essere sempre se stesso e questo lo ha ovviamente facilitato nell'inserimento. Indimenticabile il suo esordio con la maglia verde dei Celtics, come le partite successive che ha giocato con la sua nuova squadra. E' proprio Isaiah Thomas a raccontare del suo arrivo a Boston e del rapporto speciale che si è subito creato con la tifoseria dei Celtics:
"Ero appena stato espulso. Giocavamo allo Staples, contro i Lakers – la mia prima partita in maglia Celtics – ed avevo preso due tecnici. Camminavo nel tunnel, poi nello spogliatoio, ancora con la divisa, ancora sudato ed ancora inca**ato per la chiamata dell'arbitro. Uno degli allenatori mi si avvicina, mi guarda, sorride. "Amico, i tifosi dei Celtics ti ameranno!" Pensavo che la gente si sarebbe infuriata per quanto avevo appena fatto. Debutto ed espulsione. Non proprio un gran biglietto da visita. "Cosa dici? Mi ameranno?". "Si! La tua prima gara, 21 punti ed espulsione. Boston ama questa roba!" Non sapevo di cosa stesse parlando. Ero nuovo, non sapevo nulla su Boston ed i suoi tifosi. Pensavo fosse matto. Tre giorni dopo – sei giorni dopo la trade che mi ha spedito ai Celtics dai Sun – ho giocato la prima al TD Garden. E' stato irreale. Cioè, camminare nei corridoi del Garden con quella maglia addosso, vedere le foto di Russell e di Larry Bird, fare riscaldamento, guardare il soffitto e vede tutti gli stendardi – c'è semplicemente troppa storia. L'arena si riempie molto prima della palla a due, molto più velocemente di qualsiasi altra arena del paese. Come se questi tifosi non vedessero l'ora di veder giocare i loro Celtics. Era solo la mia terza partita con la squadra, quindi sarei uscito dalla panchina. Quando il coach mi fece entrare per la prima volta, appena misi piede in campo, sentii una scossa elettrica pervadere l'edificio. Quando mi alzai per entrare in campo, il pubblico si alzò con me – ed impazzii! Era la mia prima volta al Garden e loro mi dedicarono una standing ovation come se fossi un Celtic da sempre. Questo è stato il mio primo contatto con i tifosi dei Celtics. Ho pensato: "Mamma mia, questi mi amano davvero!" La parte più assurda di questa storia però, risale a meno di una settimana prima del debutto al Garden. Ero a Phoenix, sul pullman, aspettando che la trade deadline passasse. Goran (Dragic, ndr) era stato appena ceduto agli Heat. "Ok, è fatta, questa è quella che sarà la squadra adesso!". Cominciai a pensare al mio nuovo ruolo. Più minuti, più responsabilità, più possibilità di mostrare di che pasta fossi fatto. Cinque minuti dopo la deadline, il bus era ancora fermo. Brendan Wright, seduto qualche posto avanti a me, si girò e mi guardò: "I.T, sei stato scambiato." Mi mostrò la notifica sul suo cellulare: Isaiah Thomas ceduto ai Celtics in cambio di Marcus Thornton ed una scelta al primo turno nel Draft 2016. Ero scioccato. Presi la mia roba, salutai, tutti mi augurarono buona fortuna e scesi. Tutto stava accadendo così velocemente. Era febbraio, il meteo a Boston era pazzesco ed io.. Io venivo dal deserto. Quando scesi dall'aereo nevicava. Superai le visite mediche quella notte. La squadra stava giocando a Sacramento contro i Kings ed io guardai la partita con Danny Ainge nel suo ufficio. Solo io e lui. Parlammo della squadra, della trade, di me. E mi disse qualcosa a cui io non potevo credere. "Isaiah... il modo in cui giochi a Basket, potresti diventare una leggenda dei Celtics." Una leggenda? Ho creduto fosse fuori di testa, pensai che fosse solo eccitato dall'idea di aver chiuso un buono scambio, poi quella notte, parlai su Skype con coach Brad Stevens. Lui non era solo felice per la trade, era entusiasta di me. Mi disse che non voleva che io mi adattassi alla squadra, voleva che la squadra si adattasse a me. Disse che voleva vedermi giocare il mio Basket, esprimere me stesso al massimo delle mie possibilità. Nessuno, durante la mia carriera mi aveva mai detto nulla di simile. Questa era la possibilità che avevo sempre desiderato. Tutto quello per cui avevo sempre lavorato. Ed ero pronto a tutto per sfruttarla al massimo. L'inizio non fu facile, giocavamo spesso ed avevamo pochissimo tempo per allenarci. Non fu facile apprendere il sistema di Coach Stevens. Stavo imparando molto. Nonostante venimmo spazzati via dai Cavs, imparai moltissimo da quella serie. Avevamo avuto la possibilità di vincere in tre delle quattro partite, solo che semplicemente non sapevamo come vincere o almeno, come vincere nei Playoffs. Quando si dice che in Post-Season ogni giocata conta, ogni possesso è cruciale, è vero. Suona come un cliché e forse lo è, ma non puoi capire cosa significhi davvero, finché non ti trovi a giocare una partita punto a punto e perdi. Ero orgoglioso della mentalità che avevamo avuto in quella serie. Perdemmo, ma guadagnammo mentalità. "Ok, ecco cosa ci serve per vincere una serie playoff. Ora lo so, lo sappiamo" Capii anche cosa significasse giocare a Boston. Perdemmo 4-0, un duro colpo, una pugnalata, ma quando ci incamminammo negli spogliatoi, alla fine della quarta partita, i tifosi si alzarono in piedi e cominciarono a cantare: "Let's go Celtics, let's go Celtics!" Stavano dedicando alla loro squadra una standing ovation sebbene eravamo appena stati spazzati via. In quel momento capii esattamente cosa fosse quella città. Sebbene la stagione fosse finita, sentii che stavamo cominciando qualcosa. Quando cammino per strada, sebbene sia alto solo cinque piedi e otto, mi fermano per una foto, un autografo, la gente mi riconosce ovunque vada. E' differente da qualsiasi altra città in cui sono stato ed io mi godo ogni minuto. I miei genitori vengono spesso al Garden ed ogni volta mi dicono: “Ma non vedi quante magliette numero 4 ci sono tra la folla?” Vedo, vedo. Lo apprezzo, Boston ed apprezzo, più di ogni altra cosa che mi avete accolto, accettato come Isaiah Thomas. Come me stesso. Isaiah Thomas, quello vecchio, la leggenda, quando arrivai qui mi mandò un messaggio dicendo che la trade che mi ha portato qui è stata la miglior cosa potesse succedermi in quel momento della mia carriera. Aveva ragione. Sono onorato di far parte di questa città e di questa organizzazione; dicono che se vinci un titolo a Boston, sarai amato per sempre. Voglio che ogni ragazzo in questa squadra possa provare questa sensazione."

 

 

Lutto in casa Cavs; il padre di Channing Frye è venuto a mancare qualche giorno fa. Tutti i Cleveland Cavaliers, tutta la Nba, tutti i tifosi NBA sono vicini a Frye che in poco più di un mese ha dovuto dire addio, oltre che al padre, anche alla madre, deceduta a fine Ottobre dopo una lunga lotta contro il cancro. Le più sentite condoglianze ha un giocatore che ha sempre dovuto lottare, anche nella sua carriera cestistica, molto sfortunata a causa degli infortuni. Numerosi, soprattutto durante i suoi anni a New York, agli Orlando Magic e ai Suns; ma Frye è un lottatore e nonostante le critiche continue e ingiuste, è riuscito a rimettersi in gioco la scorsa all'età di 32 anni e diventando un tassello importante dei Cavaliers e un ingrediente fondamentale per la vittoria dell'anello. Indimenticabile la standing ovation dei tifosi dei Suns nel 2013 al suo rientro in campo dopo un anno di stop a causa di problemi cardiaci; giocatore amato in tutte le franchigie in cui è stato e dall'anno scorso può dire di essere campione NBA, giusto premio per un campione come lui. Ecco un'estratto della sua intervista ad "THE PLAYER'S TRIBUNE" di inizio di stagione; godetevela.

"30 secondi prima di entrare in campo faccio sempre qualche esercizio di stretching e penso molto; nella mia mente ripercorro tutti i palazzetti che ho visitato durante la mia carriera, ne sento gli odori, i rumori e cerco di ricordarmi le espressioni dei miei tifosi. Dopo tutto quello che ho passato chi l'avrebbe mai detto che sarei stato capace di segnare 27 punti in gara 3 contro gli Hawks nel secondo turno dei playoff? O che fossi in grado di aiutare i miei compagni a battere i Raptors nella finali della Eastern Conference?"

La vita di Channing Frye non è stata mai rose e fiori. Specie in quel maledetto 2012.
"Era il 2012. Con i Suns ci stavamo battendo per raggiungere i playoff a Ovest e mi infortunai alla spalla. Dovevo essere operato. Mia figlia era nata da poco più di 6 settimane e ricevetti una bruttissima notizia: Margaux rischiava di diventare cieca a causa di problemi di cataratta ad entrambi gli occhi. Ero distrutto. A settembre dello stesso anno ricevetti un'altra brutta notizia: ero rientrato a Phoenix, volevo allenarmi intensamente per continuare a migliorare fisicamente. Dopo i test coi medici dei Suns venni chiamato dallo staff. Mi dissero che il mio cuore si era ingrossato e che, gli sforzi fisici, mi avrebbero potuto uccidere. In pratica avrei dovuto abbandonare il basket. Consultai i migliori medici al mondo e i maestri di yoga, persi peso e nell'agosto del 2013, ricominciai a correre e tirare. Cosa molto più importante iniziai a tirare da 3; è stato proprio grazie al tiro da 3 punti che sono rinato". Il suo ricordo di Gara 7 delle Finali dello scorso anno? "Ricordo gli ultimi istanti di gara 7, il tiro sbagliato di Curry e la mia indecisione: chi vado ad abbracciare ora? Al basket devo tutto e non smetterò mai di ringraziarlo. Grazie per queste emozioni."

 

 

DEVIN BOOKER (20 anni): guardando un pò di partite dei Phoenix Suns di questo inizio di stagione, mi sono domandato come è stato possibile che Devin Booker sia stato scelto solo alla posizione numero 13 del Draft della passata stagione; l'inizio nella NBA per Booker non è stato uno dei più fortunati visto che ha dovuto fare per molte partite la riserva di Eric Bledsoe, per poi infortunarsi a Dicembre e saltando molti match, giocando un complessivo di solo 52 partite. Anche se la sua media punti è stata un pò bassa (13,4 a partita), nelle poche partite che ha giocato ha fatto registrare dei record molto ma molto interessanti: è stato il giocatore più giovane della storia della NBA ha far registrare una doppia doppia, il più giovane a realizzare 30 punti in una partita (in totale sono state 6 le prestazioni con almeno 30 punti nella season 2015/2016) e il quarto giocatore più giovane a realizzare 1000 punti. Un predestinato. E l'impatto di Booker in queste prime partite è stato incredibile, non solo perchè è stato il trascinatore nelle poche vittorie dei Suns, ma anche perchè ha dimostrato di essere già una delle guardie piu interessanti della NBA a soli 20 anni. Mostruose sono state le due prestazioni consecutive contro i Pellicans (38 punti) e i Lakers (39 punti) che hanno proiettato Booker ha diventare quasi un sicuro All Star già in questa stagione.

ANDREW WIGGINS (21 anni): Wiggins è un giocatore dal futuro radioso. Scelto alla posizione numero 1 dai Cavs nel Draft del 2014, fu subito ceduto a Minnesota nello scambio che ha visto Kevin Love portare il proprio talento in Ohio. Nelle sue prime due stagioni, Wiggins ha dimostrato di essere un marcatore eccellente, e alcune suoi movimenti, alcune sue schiacciate mi ricordano molto T-Mac (inutile dire che Wiggins ha molto da lavorare prima di arrivare al livello di McGrady). L'inizio di carriera in NBA è stato incredibile per Andrew: nel suo anno da rookie ha vinto il premio di Rookie of the Year, mettendo a referto 17 punti, 5 rimbalzi e 2 assist di media a partita, mentre nella sua stagione da Sophomore ha mantenuto una media di almeno 20 punti a partita diventando un perno fondamentale per l'attacco dei Wolves. In questo stagione ha già fatto registrare un quarantello: 47 sono stati i punti segnati da Wiggins nella vittoria di Minnesota sui Lakers. Anche se le sue statistiche per quanto riguardano i rimbalzi e gli assist sono un pò calecate rispetto al suo primo anno da Rookie, ha migliorato moltissimo il suo passaggio e la sua visione di gioco. Semplicemente Minnesota non ha bisogno che Wiggins sia un passatore, non ha bisogno che fornisca assist, ha bisogno che Wiggins segni e quello li riesce molto ma molto bene. Andrew ha un grandissimo futuro davanti a se e molto probabilmente è destinato a diventare uno dei miglior marcatori della NBA.

KARL-ANTHONY TOWNS (21 anni): Minnesota se riuscirà a tenere due talenti come Wiggins e Towns potrà competere per l'anello nei prossimo 3-4 anni. Non sono impazzito, perchè sono sicuro che questa coppia di giocatori sarà il futuro della NBA. Towns in particolar modo, che dopo il suo anno da rookie e anno della sua consacrazione, è pronto a dominare nelle prossime stagioni; nel suo primo anno in NBA ha avuto una media di 18 punti e 10 rimbalzi, che gli hanno permesso di essere eletto come Rookie of the Year e gli è valso un posto nel quintetto dei miglior Rookie all'All Star Game. E' un giocatore completo: non solo è alto 213 cm e il suo post basso dovrebbe essere studiato e insegnato in tutte le palestre del mondo, ma ha anche una buonissima qualità di palleggio, un ottimo uno contro uno e un tiro da far invidia a molte guardie NBA. Per farvi capire quanto completo sia questo giocatore, basti pensare che l'anno scorso ha partecipato al All-Star Weekend Skills Challenge, sconfiggendo in finale Isaiah Thomas e diventando così il giocatore più alto, più grosso, più giovane a vincere questa sfida. Inoltre è finito terzo tra i giocatori che hanno realizzato più doppie doppie in stagione; ben 52, a soli 21 anni. E anche l'inizio di questa stagione è dei più promettenti: nonostante le statistiche sui rimbalzi sia un pò calata, Towns segna 4 punti in più di media rispetto alla scorsa stagione, migliorandosi del 4% dal tiro dalla lunga distanza. Il classico prototipo di giocatore moderno e modello, visto che in NBA son sempre più numerosi i lunghi tiratori da tre, ma nessuno può contare sul talento che ha questo giovane ragazzo dalle grandissime speranze.

KYRIE IRVING (24 anni): è da un pò difficile da credere, ma i prossimi tre giocatori hanno 25 anni o sono più giovani. Kyle Irving ha soli 24 anni ed è già alla sua sesta stagione in NBA, giocando ogni singola partita da titolare nelle partite che ha disputato con la maglia dei Cavs. Ha una media di 21 punti a partita ed è stato eletto già 3 volte All Star e inoltre ha vinto: Rookie of the Year, Rising Stars Challenge MVP, Three-Point Shootout, All-Star Game MVP e ha vinto un anello nella sua giovane carriera NBA. Non male come curriculum. E' considerato come uno dei miglior playmaker dalla lega, indiscutibilmente il giocatore con il pallaggio e il ball handing più bello dell'intera NBA e un grandissimo attaccante nell'1 vs 1, visto le sue molteplici capacità nel fare canestro. Ovviamente il ritorno di Lebron James e l'arrivo di Love hanno pesato molto sui numeri e sul rendimento di gioco dei Cavs e di Irving. In Gara 7 però è stato lui a segnare il canestro decisivo per la vittoria del titolo, è lui che prende in mano le redini del gioco quando la squadra comincia a sbandare. Lebron è la stella dei Cavs, ma Irving è il futuro e a 24 anni può solo che migliorare.

KAWHI LEONARD (25 anni): Kawhi Leonard non è un predestinato, non è un giocatore nato con il talento. Kawhi Leonard è un esempio per tutti, perchè ha dimostrato che con tanto lavoro, sudore e sacrificio si possono ottenere risultati impensabile, nonostante tutti i pronostici contro, nonostante non sia un predestinato. Leonard è venuto fuori dal nulla nella stagione 2014-2015, diventando inaspettatamente uno dei pilastri del gioco dei San Antonio Spurs. Gli Spurs quell'anno vinsero l'anello, battendo in finale la corazzata Miami e Leonard fu eletto MVP delle Finals. Riconoscimento che non avrebbe mai pensato di ricevere a inizio carriera. Leonard però è un "lavoratore", anno dopo anno ha migliorato le sue statistiche; la scorsa stagione è stato quasi perfetto, registrando il 50% dal campo e 44% dalla lunga distanza. Ha migliorato tantissimo il suo attacco, ma la difesa rimanere l'arma principale del suo gioco; ha due braccia lunghissime e una velocità di piedi che gli permette di difendere anche giocatori più rapidi e bassi di lui. Oltre ad essere stato eletto MVP delle Finals, ha vinto il premio come difensore dell'anno, ha guidato la classifica NBA nelle palle rubate, fu inserito nel quintetto iniziale dei Rookie all'All Star Game, è stato inserito nel quintetto dei miglior difensori per ben 2 volte consecutive e ha soli 25 anni è già un All Star confermato. Con l'addio di Duncan quest'estate, è diventato il leader degli Spurs e coach Popovich conta molto sul talento di Los Angeles che è destinato a diventare il tassello fondamentale di San Antonio da cui partirà tutto il progetto futuro, dopo gli addii di Parker e Ginobili. Leonard è il futuro degli Spurs, Leonard è il futuro della NBA.

ANTHONY DAVIS (23 anni): Davis è stato forse il giocatore più continuo in questi ultimi 3 anni di NBA; a soli 23 anni è già stato All Star 3 volte ed è stato inserito nella lista dei candidati MVP nelle ultime tre stagioni. E' stato inserito sia nel quintetto rookie nel suo primo anno in NBA, inserito nel quintetto ideale per ben due volte e per altre due volte ha dominato la classifica delle stoppate. Davis ha solo bisogno di avere una vera squadra al sua fianco, perchè ha tutte le carte in regola per poter trascinare qualsiasi squadra competitiva al titolo. In pochissimo tempo Anthony è diventato uno dei giocatori più rappresentativi della NBA, firmando un contratto con i Pellicans da capogiro: 145 milioni nei prossimi 5 anni, cifre mostruose per un ragazzo di appena 23 anni. Ma cifre meritate perchè Davis ha dimostrato di poter vincere le partite da solo, con prestazione stupefacenti al limite della perfezione. In questo inizio di stagione ha fatto registrare cifre da capogiro, con una media di 30 punti e 11 rimbalzi a partita fino ad ora, ed ha sempre segnato almeno 30 punti nelle ultime 4 partite. Indubbiamente è il giovane giocatore con maggior talento, anche se le sue capacità di palleggio e di tiro sono migliorabili, ma indubbiamente Davis è destinato a diventare un GRANDE della NBA.

 

 

Martedì, 29 Novembre 2016 15:34

NBA, un campionato di future leggende (Parte I)

L'NBA negli anni '90 ha "sfornato" giovani giocatori che hanno fatto e fanno la storia della pallacanestro. Soprattutto con l'avvenire del ventunesimo secolo le squadre NBA cominciarono a selezionare talenti giovanissimi che avevano appena finito il liceo ed erano pronti ad entrare nel mondo della pallacanestro importante; giocatori del calibro di Dwight Howard, Rashard Lewis, Amar'e Stoudemire, Jermain O'Neal, Tracy McGrady, Lebron James, Kevin Garnett, Kobe Bryant e tantissimi altri, che hanno rinunciato al college per dichiararsi subito pronti per l'NBA, dopo l'ultimo anno all'High School. Negli ultimi anni le cose sono un pò cambiate; le franchigie NBA sono più caute e aspettano che "il possibile futuro giocatore NBA" si faccia le ossa al College, così da poter confrontarsi in un basket molto superiore fisicamente e tecnicamente di quello liceale. Ma sia che provenga dal Liceo o dal College, se un giovane giocatore ha le potenzialità per lottare nella NBA deve dimostrarle più di qualsiasi altro componente della squadra, perchè la pressione sulle "matricole" è sempre alta e per di più acquisire notorietà non è semplice in questa lega : se non ti chiami Lebron e Curry,non basta indossare una divisa da gioco e aspettare che si accendano i riflettori dell’arena per cominciare a giocare. Per compiere il passo decisivo da buon giocatore a campione assoluto non basta il desiderio di essere grandi: per farlo servono anche spazio e una buona opportunità. Ma quali sono i giocatori più forti e più promettenti a dominare l'NBA nei prossimi anni? Ho pensato di fare una lista con i 10 giocatori under 25 di maggior talento, che nonostante la loro giovane età hanno già dimostrato di poter scrivere pagine importanti della storia della lega; non sorprendetevi se vedrete alcuni nomi di giocatori che già hanno fatto parlare molto di sè e che diventeranno leggende sport più bello al mondo.

D'ANGELO RUSSEL (20 anni) : Russel fu scelto con la posizione numero 2 al Draft dell'anno scorso, e come tutti sapete sono stati i Los Angeles Lakers ha puntare forte su questo ragazzo. Nella sua prima stagione da rookie ha avuti molti alti e bassi, anche se tutti i Lakers non sono stati all'altezza l'anno passato, ma ha comunque dimostrato di avere un talento purissimo e un carattere molto ma molto forte. Nella stagione 2015/2016 ha fatto parte del quintetto titolare per bene 42 partite sulle 80 giocate, facendo registrare delle ottime medie: 13.2 punti, 3.4 rimbalzi e 3.3 assist di media a partita con il 41% dal campo e 35% dalla lunga distanza, il tutto giocando 28 minuti di media a partita ovviamente. La sua miglior prestazione è avvenuta l'1 Marzo scorso contro i Nets facendo registrare 39 punti con 8 tiri da tre, miglior prestazione ta i rookie nella scorsa stagione ed oltre a questo è stato il giocatore più giovane a realizzare 130 triple o più in una stagione. D'Angelo ha dimostrato e sta dimostrando in questo inizio di stagione di avere già l'esperienza di un veterano ed è già pronto a prendersi i Lakers sulle spalle e cercare di portarli ai playoff.

ANDRE DRUMMOND (23 anni): Drummond fu selezionato al Draft del 2012 dai Pistons alla posizione numero 9, ed è gia considerato uno dei centri più forti in NBA. La stagione che è appena iniziata è la quarta per Drummond e anche se ha solo 23 anni è il leader dei Detroit Pistons, sia nella metà campo difensiva, sia in quella offensiva, sia nello spogliatoio. Ha una media paurosa nella sue tre stagioni in NBA: 13 punti e 13 rimbalzi di media a partita e ha guidato la classifica dei giocatori che hanno presi più rimbalzi, ben 14.8 di media a partita la scorsa stagione. Nonostante le pessime stagione dei Pistons, Andre si è sempre dimostrato di essere un ottimo giocatore, dominando sotto canestro con il suo possente fisico e la sua natura caparbietà; ha sempre migliorato l'aspetto del gioco di Detroit e da quando Greg Monroe ha lasciato la città dei motori è diventato il fulcro di questa squadra. Drummond può vantare di uno splendido record: dopo le sei partite della passata stagione aveva già messo a referto tre prestazioni da almeno 20 punti e 20 rimbalzi, unendosi così a due mostri della NBA, Kareem Abdul-Jabbar e Wilt Chamberlain. Il suo gioco nel pitturato è quasi implacabile e gli ha permesso di essere selezionato per la prima volta All Star Game; indubbiamente ha molto da migliorare, ma a soli 23 anni Drummond è già un leader confermato.

GIANNIS ANTETOKOUNMPO (21 anni): il fenomeno greco è stato uno delle scelte più azzeccate da parte dei Bucks negli ultimi 10 anni; selezionato alla numero 13 del Draft del 2013, Giannis ha appena iniziato il suo quarto anno in NBA, il secondo da protagonista. Basterebbero le cifre di questo inizio di stagione per capire quanto Antetokounmpo sia fondamentale per i Bucks: miglior realizzatore - Antetokounmpo (22,3 punti), miglio rimbalzista - Antetokounmpo (8,3), miglior assistman - Antetokounmpo (6,1), miglior recuperato di palloni - Antetokounmpo (1,9), miglior stoppatore - Antetokounmpo (2). La scora stagione è stata la stagione della sua consacrazione, diventando uno dei giovani più forti dell'intera lega: 16,9 punti, 7,7 rimbalzi e 4,3 assist di media e una seconda parte di stagione giocata in maniera mostruoso, in ruolo che non era il suo ma che forse lo sarà in futuro: playmaker. Da molti è considerato un Russell Westrbook di 211 cm, paragone difficile visto che non credo che esistono giocatori paragonabili al greco, sia per struttura fisica sia per atleticità. Il bagaglio offensivo di Antetokounmpo è davvero vario e la sua presenza nel pitturato difensivo fondamentale per evitare penetrazioni facili. Inoltre ha solo 21 anni, età che gli permette di migliorare ancora e ancora negli anni futuri.

KRISTAPS PORZINGIS (21 anni): Kevin Durant ha soprannominato il talento lettone "The Unicorn" ( l'unicorno) per la sua fisicità e la sua velocità allo stesso tempo, Dirk Nowitzki ha ammesso di voler allenarsi con Kristapas. Non male se i tuoi avversari che sfidi ogni sera hanno questo rispetto per te; Porzingis si è piazzato secondo nella classifica dei Rookie la scorsa stagione, realizzando 14 punti e 8 rimbalzi di media a partita ed è stato uno dei pochi punti luminosi per i New York Knicks. Il giovane giocatore lettone questa stagione potrà fare solo meglio, considerando che New York ha probabilmente una squadra competitiva per arrivare ai playoff. Insieme a Carmelo è sicuramente un pilastro per questa squadra e un gioiello per il futuro della franchigia dei Knicks. Kristaps è un giocatore che ogni allenatore vorrebbe avere nella propria squadra, non solo perchè è straripante fisicamente, ma anche perchè in grado di allargare il suo gioco e il gioco della prorpria squadra come pochi, grazie soprattutto alle sue ottime qualità al tiro. Ha iniziato la stagione con oltre il 40% dalla linea dei tre punti ed è un giocatore di 221 cm e 109 kg; una montagna insuperabile, che farà moltissimo parlare di se.

 

 

Martedì, 22 Novembre 2016 14:52

NBA: buon compleanno James Edwards

James Franklin Edwards nacque il 22 Novembre del 1955, e compie oggi 61 anni. Per chi non ricorda di questo ottimo giocatore, sottovaluto per tutta la sua intera carriera, ricordo i 3 campionati NBA vinti, due con i Detroit Pistons e uno con i Chicago Bulls. James Edwards ha militato nella NBA per ben 19 anni, giocando con la maglia dei Los Angeles Lakers (1977), degli Indiana Pacers (1977-1981), dei Cleveland Cavaliers (1981-1983), dei Phoneix Suns (1983-1988), di Detroit (1988-1991), dei Clippers (1991-1992), ancora dei Lakers (1992-1995) e infine quella dei Chicago Bulls (1995-1996). Dopo aver frequentato l'Università di Washington, entra a far parte del mondo NBA, diventando l'idolo di tutti i tifosi che gli attribuiscono il soprannome di Buddha per il suo aspetto e il suo atteggiamento forte e impassibile; altezza 216 cm, peso 102 Kg (Edwards faceva parlare di se anche per lo stile dei suoi baffi, Fu Manchu). E' stato un ottimo pivot, e nell'occorrenza anche un'eccellente ala grande; quasi implacabile era il suo tiro all'indietro in post basso, non solo perchè aveva braccia lunghissima, ma perchè con la sua fisicità era difficilissimo da contrastare. Anche se non ha mai partecipato all'All Star Game, Edwards è entrato nella memoria dei tifosi, soprattutto di quelli di Detroit; infatti faceva parte dei Bad Boys di Chuck Daly, ovvero i giocatori dei Detroit Pistons che componevano il roster dei due anelli vinti alla fine degli anni '80: Isiah Thomas, Joe Dumars, Dennis Rodmam, James Edwards, Bill Laimbeer, Mark Aguirre, Vinnie Johnson, Jhon Salley. Edwards è stato un tassello fondamentale per la vittoria dei titoli dei Pistons, sia nel 1989-1990; soprattutto nella stagione 1990 ha avuto un impatto devastante sulle partite della propria squadra, partendo da titolare in quasi tutte le partite. Oltre a questi due successi con Detroit, ne ottenne un terzo, con i Bulls nella stagione 1995-1996; in quel campionato non fu decisivo e il suo tempo di gioco fu molto limitato, visto che si stava avviando a fine carriera. Nella sua intera carriera James Edwards realizzò 14.862 punti e 6.004 rimbalzi, mettendo a referto 12 punti di media a partita in assoluto. Buon 61° compleanno James Edwards, i tuoi baffi mancano nella NBA odierna, anche se Steve Adams sembra sia sulla giusta strada!

 

 

Martedì, 22 Novembre 2016 14:47

Karl-Anthony Towns, il futuro della NBA

Il premio di rookie dell'anno vinto la scorsa stagione, è stato solo il trampolino di lancio per Karl Anthony Towns. Il ventunenne giocatore nativo di Piscataway (New Jersey), è destinato a dominare in NBA per tanto, tantissimo tempo. Il talento di KAT non si può definire come "una sorpresa" visto che è stato scelto alla posizione numero 1 del Draft del 2015, Draft ricco di giovanissimi talenti, ma non ci sono altri termini per poter descrivere l'impatto devastante che Towns ha avuto sui Timberwolves e su tutta la NBA. La stagione passata ha segnato un record negativo per Minnesota, raggiungendo al secondo posto i Golden State nella speciale classifica delle squadre che non hanno raggiunto i playoff per tot anni di fila; ben 12 anni che i T-Wolves non ragggiungono la post season (come i Warriors che dal 1994 al 2006 non hanno giocato i playoff). Ma rispetto al recento passato, sembra che in casa Minnesota ci siano grande speranze per il futuro, speranze che passano dalle mani di Andre Wiggins e appunto da Towns, le due stelle nascenti del mondo NBA. Con le sue prestazioni, continue e determinanti seppur in un contesto perdente, hanno spiazzato tutti, compresa la dirigenza di Minnesota, che si è accorta di avere tra le mani non solo un prospetto molto interessante, ma un ragazzo che nel suo primo anno e qualche spicciolo di partita, ha dimostrato di poter diventare uno dei centri più forti della storia NBA. Sto esagerando? Per capire il livello di grandezza di questo giocatore. basta soffermarsi anche solo alle cifre ottenute la scorsa stagione: solo 6 giocatori hanno cifre paragonabili al centro dei T Wolves nel loro anno di esordio e sono tutti nomi molto familiari a chi conosce anche solo un minimo di storia del gioco: Duncan, O’Neal, Robinson, Olajuwon, Mourning e Sampson. Quest' estate KAT ha lavorato tantissimo sulle sue capacità offensive, cercando di allargare il suo bagaglio tecnico ed avere un mentore come Kevin Garnett lo ha sicuramente aiutato:

"Quest'estate ho lavorato su ogni singolo aspetto del mio gioco. Devo molto al mio preparatore Bryce Stanhope: se sono migliorato e migliorerò ancora è solo merito suo. Il mio gioco è in continua evoluzione. Molto di quello che ho imparato quest'anno lo devo a Garnett: è un fantastico mentore. Il mio obiettivo è quello di continuare a migliorare sempre di più per crescere come giocatore e come leader. Quest'anno con i Timberwolves sarà un anno speciale, abbiamo tanti giovani talenti in squadra ed un gran coach. Con Thibodeau ci ho già parlato molte volte, è una persona estremamente intelligente. Non lo considero solo un grande allenatore ma lo considero anche un amico. Andremo sicuramente d'accordo". Cosa ne penso di Dunn? E' un grande. Ha un'etica lavorativa impressionante, cerca sempre di migliorare il suo gioco. Sarà divertente giocarci assieme quest'anno. Obiettivo stagionale? Sicuramente fare i playoff. E' il nostro obiettivo principale ed abbiamo tutte le carte in regola per raggiungerlo. Anche quest'anno darò una mano finanziando la ricerca sul cancro. Entrambi i miei nonni sono morti di cancro ed è mio dovere fare tutto il possibile per trovare una cura".

 

 

Milos Teodosic è indubbiamente uno dei giocatori più forti, più intelligenti e più eccitanti del panorama del basket europeo. Per questo motivo tutti i tifosi di basket si pongono questa domanda:" Perchè Teodosic non è ancora in NBA?" Se dovessi paragonare Teodosic a un giocatore NBA, lo paragonerei a Jason Williams, The White Chocolate"; guardate gli assist di Teodosic e la sua capacità di trovare sempre il passaggio migliore per un compagno, anche in situazioni difficili. E' il Jason Williams di Europea, forse addirittura più forte. Perchè oltre ad essere un grandissimo passatore, Milos, ha un eccellente tiro dalla distanza e soprattutto è un leader, sia per il Cska Mosca che per la sua Nazionale, la Serbia. (Campionato Russo vinto 2 volte e 1 Eurolega vinta con Mosca la passata stagione; con la nazionale ha vinto l'argento agli Europei del 2009, argento ai mondiali di Spagna nel 2014 e argento alle olimpiadi di Rio questa estate). Teodosic ha 29 anni ed è prontissimo per la NBA: secondo alcune fonti di Espn, già tre anni fa i Memphis provarono a firmare Milos: i Grizzlies erano vicini a firmare Teodosic nell'estate del 2013; le fonti confermarono che Memphis offrì un contratto di due anni a 5 milioni di dollari al giocatore serbo, nel tentativo di attirarlo nel mondo NBA, ma il Cska rifiutò di privarsi di un giocatore fondamentale. Ma le cose stanno per cambiare: nell'estate del 2017 Teodosic sarà free agent ed è intenzionato a portare il suo talento negli Stati Uniti.
"In passato non ho mai pensato che il mondo della NBA fosse il mondo giusto per me, credevo che la mia realtà fosse quella europea e che difficilmente me ne sarei andato. Ora, che ho quasi 30 anni, ci penso continuamente; voglio viaggiare per tutti gli Stati Uniti, giocare nella NBA e competere contro i miglior giocatori del mondo, per mettere alla prova il mio talento. Ora sono più pronto mentalmente, sia fuori che dentro dal campo; so quello che posso fare, sono consapevole delle mia capacità, credo in me stesso e non avrò dubbi e ripensamenti se dovessi venire a giocare in NBA. Voglio sentire dire dai giornalisti che una squadra NBA fa di tutto per fermare il mio gioco, che lo conosce. Voglio vincere, sentirmi motivato e sapere che squadra e allenatori si fidano di me. Questo è importantissimo quando giochi per raggiungere degli obiettivi importanti. Voglio andare in NBA, ma non solo per fare la conferma, ma per essere un punto fisso della squadra e dare il contributo necessario per il raggiungimento degli obiettivi. Voglio lasciare il segno."
Grandissimo giocatore Teodosic, che si merita di giocare nel miglior campionato di basket del mondo. Quali potrebbero essere delle buone destinazione per il playmaker serbo?

Houston Rockets: Mike D'Antoni ama che le sue squadre corrino e tirano, e Milos Teodosic oltre ad avere un fanstatico tiro, può tranquillamente condurre un contropiede trovando il compagno smarcato nei primi 10 secondi dell'azione. Lasciatemi passare il paragone, ma potrebbe essere il "nuovo" Steve Nash visto ai Suns. Assist, tre punti e intelligenza in campo, quello che D'Antoni vorrebbe vedere da tutti i suoi giocatori e che Teodosic ha nel DNA. Milos rincontrerebbe un suo ex compagno all'Olympiacos, Patrick Beverly, e sarebbe l'innesto ideale per i Rockets, visto che un passatore come Teodosic sarebbe ideale per giocatori come Harden, Ryan Anderson e Eric Gordon. Immaginate questi 4 giocatori che corrono e tirano da qualsiasi posizione, il paradiso per D'Antoni; il problema potrebbe essere il gioco in isolamento di Harden, ma l'idea di un pick and roll tra Milos e Anderson, in grado di allargare gli spazi e di avere ottime soluzione dalla distanza, potrebbe essere un immaginario interessante in quel di Houston.

Sacramento Kings: in quel di Sacramento Peja Stojakovic è diventato uno dei migliori tiratori da tre punti nella storia della NBA, Vlade Divac è un componente fondamente dell'attuale staff di Sacramento e molto probabilmente ci sarà anche Bojan Bogdanovic, giocatore che interessa molto ai Kings. Se Sacramento volesse, potrebbe firmare in 5 minuti Teodosic la prossima estate. DeMarcus Cousins e Milos Teodosic. Immaginate un pick and roll tra questi due giocatori, poesia del basket. Sacramento ha necessità di un playmaker che organizzi la squadra e che si prenda in mano le redini del gioco. Milos sarebbe l'innesto perfetto per i Kings, che con il serbo potrebbero finalmente tornare ai playoff dopo 10 anni.

San Antonio Spurs: " I San Antonio Spurs, dal momento che ha un gioco molto simile a quello europeo, con molti passaggi e molte penetrazioni , potrebbero essere la squadra perfetta per me" dichiarazioni rilasciate da Teodosic nell'articolo di "EuroHoops", " anche gli Utah Jazz hanno un gioco che mi affascina molto e soprattutto conosco benissimo coach Quin Snyder, che è stato un assistente di Ettore Messina a Mosca. Oltre ad essere un grande uomo, è uno degli allenatori più promettenti in NBA, a mio avviso." Le possibilità che Milos vada agli Utah Jazz sono molte basse, soprattutto per la presenza nel roster di altri due ottimi playmaker come George Hill e Dante Extum. San Antonio rimane la squadra ideale per Teodosic, e non solo per il suo ottimo rapporto con Ettore Messina. Gli Spurs hanno un grandissimo allenatore come Popovich che sa come sfruttare le potenzialità dei giocatori proveniente dall'Europa e il suo stile di gioco si avvicina molto a quello europeo. Milos Teodosic potrebbe prendere il posto di Tony Parker (34 anni) e sarebbe la spalla ideale per due giocatori fondamentali degli Spurs, come Leonard e Aldridge. Inoltre la coppia di guardia Teodosic-Ginobili farebbe impazzire ogni difesa NBA, perchè sono due giocatori in grado di nascondere la palla agli avversari e di fornire assist in continuazione. Gli Spurs potrebbero essere la meta ideale per Milos.
Non ci resta che attendere l'Estate del 2017, sperando di vedere Teodosic incantare i tifosi americani con tutta la sua immensa classe e la sua intelligenza cestistica.

 

 

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