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Pazzesca è la stagione degli Houston Rockets, indubbiamente la squadra rivelazione di quest'anno: 51 vittorie e 22 sconfitte, il terzo posto ormai solido ad Ovest e un James Harden in piena corsa per il titolo MVP (29.5 punti, 8 rimbalzi e 11.3 assist di media a partita). Gran parte del successo dei Rockets deve essere attribuito alla società e all'allenatore, Mike D'Anthony, che è riuscito a inculcare ai propri giocatori lo stesso stile di gioco adottato a Phoenix e per adesso i risultati sono più che positivi. Sono stati acquistati quei giocatori che si sposassero benissimo con il progetto Houston e che fossero a totale disposizione della superstar Harden: Ryan Anderson, Sam Dekker, Eric Gordon, Lou Williams, tutti giocatori necessari e fondamentali per il gioco rapido e veloce dei Rockets. Ad inizio stagione, guardando il roster di Houston, tutti pensavano che il problema della squadra texana fosse la difesa, visto che l'attacco con questi giocatori segna di media 115 punti a partita; ma se andiamo ad analizzare le statistiche, possiamo notare che Houston è al 9° posto nel rating difensivo, se si considerano le partite del 2017. Ovviamente non possiamo considerare la difesa dei Rockets un punto forte della squadra e sicuramente nei playoff verrà messa ancora maggiormente sotto pressione, ma i miglioramenti visti nelle ultime partite hanno superato qualsiasi aspettativa, senza alcun dubbio. Patrick Beverley è il leader difensivo per Houston, la guida che aiuta i compagni nei momenti difficili, non molto amato e elogiato ma fondamentale per una squadra ispirata all''attacco. Ovviamente ci sono altri giocatori che devo menzionare, che hanno permesso ai Rockets di entrare nella top 10 difensiva nel 2017: Trevor Ariza è un eccellente difensore perimetrale, Clint Capela grazie alla sua atleticità e al sua fisico riesce a difendere benissimo il ferro e a conquistare tantissimi rimbalzi e Nene è una presenza solida sotto canestro. Ma è sicuramente Beverley il miglior difensore per i texani: nessun giocatore vorrebbere penetrare in mezzo all'area quando ha davanti a se Patrick Beverley, pronto a soffiargli via la palla. Beverley è implacabile, il suo istinto difensivo e il suo posizionamento sono sempre così buoni che ad ogni azione è possibile che rubi una palla e parta in contropiede: si inarca sulla schiena, piegando moltissimo le gambe ben oltre le sue spalle, testa bassa e aspetta il momento giusto per scippare il pallone dalle mani dell'avversario. Nonostante sia alto "solamente 185 cm" , uno dei giocatori più bassi in NBA, Beverley quest'anno ha una media di 6 rimbalzi a partita, e questo grazie alla sua straordinaria intelligenza cestistica e grazie al suo posizionamento, in quanto il play di Houston sa sempre in che punto del campo cadrà la palla, una sorta di sesto senso. Non è una sorpresa che Patrick è il leader dei Rockets per quanto riguarda il "Defensive Box Plus/Minus" (1.9), ma lo è il fatto che si colloca al secondo posto tra tutti i playmaker (dietro a Chris Paul) per il "Defensive Box Plus/Minus". Grandi capacità difensive, grandissima voglia di conquistare ogni pallone, infinita energia messa in campo, ottime posizioni a rimbalzi, tutte queste caratteristiche fanno di Beverley il miglior playmaker difensore della lega ma oltre a ciò, per i Rockets, è fondamentale vista la poca attitudine a difendere di James Harden (anche se nell'ultima stagione è migliorato tantissimo). Un esempio? Quando Beverley è in campo, Houston su 100 possessi subisce 101.8 punti , mentre quando il playmaker di Chicago è in panchina su 100 possessi ne subisce 106. Beverley è sicuramente l'arma in più per questi Houston Rockets, probabilmente la rivelazione difensiva dell'anno; non sono io a dirlo, ma è proprio l'ex Olympiakos a candidarsi per il premio di "difensore dell'anno":


" Io sono la miglior guardia nella lega, senza alcun dubbio. Potete domandare a qualsiasi squadra, a qualsiasi allenatore, a qualsiasi giocatore. Vi diranno che questa è la verità. Questa stagione, io sono il miglior difensore della lega. I giocatori di basket vogliono sentirsi a loro agio, vogliono essere perfetti vogliono fare passaggi giusti e prendere buoni tiri. No . Quando giochi contro di me ti affronterò senza problemi e capirai che sarà una lunga giornata. Ti farò capire che sarà dura, sara' uno scontro fisico. Sarà qualcosa che non ti piace, sarà un inferno."


" I am the best guard in this league, defensively, man, hand down. You can ask any team, ask any coach, ask any player. They will tell you the truth. This year, i am the best defender in the league". "Basketball players want to be comfortable, they want to be lackadaisical, they want to make the right passes and take the right shots. No. When you play me, I'm going to get right up in your grill and let you know it's going to be a long day. It's going to be physical. It's going to be something you don't like. It's going to be hell."

 

 

Marco Mugnaini

 

 

La cultura sportiva negli Stati Uniti d'America è avanti anni luce rispetto a quella europea e a quella del resto del pianeta; quando, in America, vai al palazzetto per seguire la tua squadra, non assisti solamente a una partita di basket, ma assisti ad uno spettacolo vero e proprio. All'interno del palazzetto puoi trovare Store, Fast food, insomma tutto il necessario per goderti a pieno quelle due/tre ore di partita, per assistere allo sport più bello del mondo; anche i timeout in una partita di NBA diventano parte integrante dello spettacolo, con le varie dance cam e kiss cam oppure con vari spettacoli di ballo e canto che negli ultimi anni hanno visto protagonisti sia grandi che piccini. E poi le Mascotte, protagoniste indiscusse dei vari "momenti morti" di una partita, "create" apposta per intrattenere e divertire il pubblico. Chi è che non si ricorda di Hooper, la mascotte tormentata da Robin Lopez nel 2013 prima del match tra Portland e Detroit? Di tutte le mascotte, Hooper è forse quello con la storia più pittoresca. Egli appare nelle partite casalinghe dei Pistons con addosso una maglia 00 di Detroit e, nemmeno a dirlo, Hooper è un cavallo ( simbolismo riferito alla città di Detroit, città di motori e "cavalli"). Nato e cresciuto a Lucky, nel Kentucky - non per niente il "Bluegrass State" è famoso per i cavalli - alto circa 1.85 , questo "stallone" decise di scappare di casa per cercare fortuna e nuove avventure altrove. L' Interstate 94 lo portò fino a Detroit, che diventò la sua città adottiva. La prima apparizione del cavallo è datata 1 novembre 1996, in contemporanea con l’uscita del nuovo logo della franchigia, che però, a differenza di Hooper, è stato rimpiazzato qualche anno dopo con quello già precedentemente visto sulle maglie della squadra del Michigan. All'inizio la sua volontà era quella di giocare per i Detroit Pistons e così l'idea di presentarsi all'audizioni per i Detroit della Nba: le abilità non gli mancavano ma il tiro in sospensione era un disastro e così fu tagliato fuori. Ma non è l'America la patria delle secondo opportunità? Hooper venne subito riassunto come venditore all'interno del The Palace of Auburn Hills, ma la sua esuberanza, balli e danze tra il pubblico, mal si accordava con il suo nuovo mestiere. E' da li che venne in mente agli addetti ai lavori dei Pistons, visto tutto quell'entusiasmo, di far diventare Hooper la mascotte ufficiale della squadra? Detroit è o non è la città dei motori, Motorcity? E la potenza dei motori non si misura mica in cavalli? Ecco, un cavallo era perfetto per rappresentare e diventare il simbolo della squadra del Michigan e così nel 1996 Hooper impazza tutte le gare interne dei Pistons, facendo impazzire dalla gioie i tifosi più piccoli ma anche quelli più grandi. Oltre ad intrattenere il pubblico durante i timeout, Hooper si dedica a show acrobatici con la “Detroit Pistons Flight Crew”, con la quale viaggia spesso all’interno dello Stato partecipando ad eventi di sensibilizzazione all’interno di scuole e ospedali, dove viene sempre accolto da grande entusiasmo.

 

 

Marco Mugnaini

 

 

Martedì, 21 Marzo 2017 13:16

Milos Teodosic parla del suo futuro

Negli ultimi due anni si è parlato molto di un possibile approdo in NBA di uno dei giocatori più forti visti negli ultimi anni in Europa: Milos Todosic. Questa estate sarà free agent, ovvero si concluderà il suo contratto con il CSKA di Mosca, e secondo molti Teodosic, all'età di 30 anni è pronto per entrare a far parte del campionato più spettacolare del mondo. Il play serbo, che per spettacolo e talento non è dietro a nessuno, gioca per Mosca da ben 7 anni e il suo palmares è pieno di trofei: 1 coppa di Serbia vinta con il FMP Železnik nel 2007, 2 coppe di Grecia nel 2010 e 2010 con l'Olympiakos, 2 campionati russi, 5 coppe di Russia, 1 Eurolega, medaglia d'argento agli Europei di Polonia 2009, medagloa d'argento ai Mondiali di Spagna nel 2014 e un'altra medaglia d'argento alle Olimpiadi di Rio nel 2016. Oltre ai premi di squadra, fu eletto MVP dell'Eurolega 2009-2010. Uno dei talenti più sottovalutati nell'intero palcoscenico cestistico e, a mio avviso, il suo approdo in NBA poteva avvenire qualche anno fa; è notizie di alcuni giorni fa del forte interesse da parte dei Denver Nuggets nei confronti del giocatore serbo. Ma è proprio Teodosic a far calmare le acque, parlando del suo presente e del futuro che verrà.

"Tanti mi chiedono del futuro. Prima di tutto, non voglio pensare a nulla se non al CSKA finché la stagione non sarà finita, voglio vincere tutti i titoli qui a Mosca per un’altra volta. Poi, una volta free agent [il suo contratto scade quest’anno], prenderò la mia decisione. Ho 30 anni, e la mia età giocherà un ruolo importante. La verità è che ci ho pensato, ma non succederà nulla e non trapelerà nulla fino all’estate. Se andrò negli Stati Uniti la squadra dovrà soddisfare la mia voglia di vincere – che è la cosa più importante – così come la parte finanziaria e della lunghezza del contratto".

 

 

Marco Mugnaini

 

Rajon Rondo non sta vivendo una bellissima stagione; quella con i Bulls probabilmente è l'annata più deludente dell'ex playmaker dei Boston Celtics, soprattutto se si pensa alle grandi aspettative riposte in questa squadra. Se però non ha impressionato con le sue prestazioni, Rondo ha fatto parlare di sè per alcune dichiarazioni lasciate durante questi 6 mesi a Chicago. L'ultima "sua provocazione" è rivolta all'ex amico e compagno Ray Allen: il natio di Louisville ha deciso infatti di organizzare un viaggio vacanza insieme ai suoi ex compagni di Boston, vincitori del titolo NBA nel 2008, per celebrare il 10° anniversario. Ma tra gli invitati non figura il nome di Ray Allen; il motivo lo sanno tutti, ovvero il trasferimento di Allen a Miami, l'altra franchigia dominante ad East in quei anni. La nascita della leggenda dei "big Three" di Boston (diventati poi "Big Four" con l'esplosione di Rondo), avviene nell'estate del 2007, quando le superstar Ray Allen e Kevin Garnett, si vanno unire a Paul Pierce per formare uno dei trii più forti e competitivi mai visti (e fino a quel momento anche perdenti). Questi tre giocatori e l'aggiunta di un giovanissimo Rajon Rondo sono diventati una delle squadre più amate dell'ultimo decennio, una collezione di talenti e personaggi che in un solo anno sono riusciti immediatamente a vincere il titolo NBA, riportando l'anello a Boston dopo ben 22 anni e rimanendo sempre al top della lega per altri 4 stagioni. Ma il 10 Luglio 2012, l'ex giocatore dei Bucks e dei Seattle Sonics, prese una decisione che cambiò per sempre il rapporto con Rondo, Pierce e Garnett, accettando un contratto di 12 milioni l'anno per tre anni offerto dai Miami Heat. Questo fu visto come un vero e proprio tradimento e la scelta di Allen di approdare nella squadra diretta concorrente per le Finals, provocò e provoca tutt'ora l'ira di Rajon Rondo, sicuramente il giocatore che più si è legato al dito questa storia. Questa notte, Rondo ha ufficialamente dichiarato "il suo odio" per Allen: "Eravamo molto uniti, e la sua scelta non fu la cosa più bella che potesse capitarci come squadra. Avevamo una forte rivalità con Miami, e lui è andato dal nemico. E' una cosa che non si poteva sentire nel mondo dello sport anche se ora è diventata più comune. Nessuno di noi lo avrebbe mai fatto. Ti fa pensare alle sfide precedenti. Ti fa domandare, per chi giocavi? Non avevi il "sangue verde". La gente pensava che io ed Allen non avessimo un ottimo rapporto, ma non ero solo io. Ho contattato un paio di miei ex compagni di squadra e mi hanno chiesto di fare senza di lui." Ray Allen non ha ancora lasciato interviste o dichiarazioni a proposito del suo non invito, ma a parlare è stato Paul Pierce, leader e trascinatore di quei Celtics: "È stata una situazione difficile perché pensavamo che fosse un tradimento. Per questo alla fine si è evoluta in quel modo, bloccando le comunicazioni tra di noi. Ray non aveva un grande rapporto con Rondo, ma non c’entrava: prima di prendere la sua decisione non ha parlato con nessuno di noi, da me a Kevin a Rajon. Avevo cercato di chiamarlo, ma non mi ha mai risposto prima della firma. Miami era la nostra rivale. Eravamo fratelli, eravamo arrivati assieme. Volevamo almeno un cenno o un’idea di cosa gli stesse passando per la testa. Poi all’improvviso se ne è andato. Quella è stata la più grande delusione per me: non ricevere nemmeno una chiamata in quel periodo". Il viaggio degli ex campioni dei Boston Celtics vedrà partecipare anche Eddie House , Brian Scalabrine, Leon Powe e gli amici/compagni andranno in una località segreta, staranno insieme, si godranno la vita e si racconteranno come stanno andando le cose e anche se il decennale sarà solo l’anno prossimo, Rondo ha deciso di anticiparlo a quest’estate; tutto questo senza Ray Allen, senza "JESUS SHUTTLESWORTH", l'ormai ex amico dei Boston Celtics.

 

 

Marco Mugnaini

 

 

La domanda a Michael Jordan fu: "Who was the best defensive player you ever played against?" La sua risposta: "Joe Dumars , he was the toughest guy for me to drive by."

 

Venerdì, 17 Marzo 2017 09:19

Dwyane Wade elogiato da Gilbert Arenas

Dwyane Wade è senza dubbio una delle guardie più dominanti dell'ultimo decennio Nba; lo dimostrano i numeri e le sue giocate. Purtroppo in questa stagione a Chicago le cose non sono andate come avrebbe voluto e a causa di un infortunio al gomito ha terminato in anticipo il suo campionato. I Bulls sono stati una vera e propria delusione, solo Butler e "The Flash" si salvano in questa stagione ed è grazie a questi due giocatori che "la città del vento" nutre ancora speranze playoff. L'ex stella dei Miami Heat non potrà aiutare la squadra a raggiungere questo obiettivo, ma senza dubbio, anche in questa stagione, Wade ha dimostrato di poter ancora dominare partite a 35 anni, nonostante i vari infortuni e un fisico non più atletico come dieci anni fa. Ma è davvero così forte Dwyane Wade? Chi può spiegarcelo meglio dei suoi colleghi, che affronta sera dopo sera? Nessuno. Ecco cosa ha dichiarato Gilbert Arenas sul suo profilo instagram a proposito di "The Flash".

 

Nella storia del basket, e in particolar modo nella storia della Nba, i momenti più speciali spesso arrivano nei finali di una partita, quei momenti in cui le grandi squadre diventano campioni, perseverando nonostante le difficoltà, e i grandi giocatori diventano leggende, rifiutandosi di perdere. Tutte le persone, di ogni angolo sulla Terra, che hanno calpestato il parquet di un palazzetto, hanno sognato la scena in cui risolvono la partita grazie a un loro tiro allo scadere, con la folla acclamante e i compagni che ti saltano addosso per gioia; è la massima consacrazione per un giocatore. Nella Nba, questi "tipi" di giocatori, che si esaltano soprattutto durante i finali di partita, si prendono sulle spalle la propria squadra, cercando di portarla al successo nonostante l'enorme pressione addosso; riescono ad incanalare dentro di sè la giusta concentrazione, forza e rabbia agonistica per poter modificare l'esito della partita. Vengono etichettati con il nome di Clutch Players ( giocatori decisivi ); per questi campioni, nulla è più eccitante di quando il cronometro si avvicina alla zero, con la partita ancora in bilico. Tutto si decide all'ultimo canestro ed è allora che danno il massimo, quando hanno la palla in mano e la chance di vincere o perdere la partita. Ciò che distingue i grandi giocatori dalle leggende è il "killer instinct", la dote di poter ammazzare la partita. Perchè certi giocatori sono semplicemente più duri da marcare di altri, soprattutto quando hanno l'entusiasmo dalla loro. Sono quei giocatori che amano la competizione, che nemmeno sotto 20 punti demordono, ma vanno avanti, trascinando la propria squadra, come dei veri leader. Questa cosa non la si può insegnare, o ce l'hai o non ce l'hai. Possono iniziare la partita tirando 0/6 dal campo, ma essendo il fulcro dell'attacco della loro squadra, questi campioni avranno sicuramente altre chance per rifarasi all'interno della stessa gara. Lo sanno loro, lo sanno anche i loro compagni e quindi difficilmente ci saranno effetti negativi anche se parte male al tiro (a meno che non sia una serata proprio NO), perchè possono chiudere sempre con un buon 12/24.
Se ripenso ai tantissimi giocatori dominanti che militano e hanno militato nella Nba, mi vengono in mente due nomi , in particolar modo per ricordo e per "gusto cestistico" personale: Magic Johnson e Reggie Miller

Earvin Johnson Jr.
Primo stagione Nba ( Rookie ) : giocò 77 partite, mantenedendo una media punti di 18 punti e 7,3 assist a partita. Earvin guidò i Lakers ai play-off per il titolo, e durante le finali contro i Philadelphia 76ers si consacrò campione. In gara-6 fu schierato nel ruolo di centro, a causa dell'infortunio subito da Kareem Abdul-Jabbar in gara-5; il ventenne Earvin Johnson Jr. disputò una partita eccellente: 42 punti, 15 rimbalzi, 7 assist e 3 palle rubate. I Lakers vinsero il titolo sul campo dei 76ers, e Johnson fu il primo Rookie della storia a essere eletto miglior giocatore delle finali NBA. Ecco uno dei tanti motivi per cui Johnson viene soprannominato " sforna miracoli" e perchè ha ereditato, da Jerry West, il soprannome di "Mister Clutch". "E' come se sapessi che non puoi fallire, particolarmente quando si decide la partita. Spesso nella mia carriera, durante un time-out, in una partita punto a punto, dicevo solo "Datemi la palla e vediamo cosa succede!"; è quella la mentalità che devi avere in quei momenti, non puoi avere paura." Magic Johnson 9 Giugno 1987, gara 4 delle finali Nba al Boston Garden. I Boston Celtics di Larry Bird ospitano i Los Angeles Lakers di Earvin Johnson per una sfida tra due grandi rivali. Il Boston Garden è tutto in piedi quando Bird realizza un arresto e tiro da tre dall'angolo sinistro a 12 secondi dalla fine, portando il punteggio sul 106-104 per i Celtics e indirizzando la serie sul 2-2. Time-out Lakers; hanno realizzato 8 punti negli ultimi 3 minuti e mezzo e si affidano ad Abdul-Jabbar, che subisce fallo andando in lunetta. Realizza il primo. Tira il secondo ma la palla è lunga sul secondo ferro; lotta sotto canestro con McHale (giocatore dei Boston), disturbato al rimbalzo, che spedisce la falla fuori, regalando la rimessa ai Lakers con 7 secondi a disposizione con il punteggio di 106-105. Altro time-out L.A. : l'allenatore Pat Riley disegna lo schema offensivo, che prevede la palla nelle mani o di Kareem o di Earvin. Blocco del centro per il playmaker ,che riceve nell'angolo sinistro del campo, marcato da McHale; serie di crossover con 4 secondi rimasti. Johnson decide di penetrare centralmente e effettua un gancio cielo, nonostante le lunghissime braccia di McHale e di Parish che cercano di contrastare il tiro. Ma a lui non interessa, vuole vincere; e con un tiro dolce ed efficace allo stesso tempo porta in vantaggio i Lakers con 1 misero secondo alla fine, guidandoli al successo nella partita e alla conquista di un altro anello. "Io voglio la palla nelle mie mani," dirà a fine partita Johnson. "Ragazzi, giocatori come me e Larry Bird vogliono avere la palla per l'ultimo tiro. Questo è per cui giochiamo, per cui ogni giorno lavoriamo sodo e senza mai fermarsi." Anche Bird commenterà il tirò di Magic, con un sorriso sulla faccia, dicendo: " Ci si può aspettare di perdere per colpa di un gangio cielo, ma semplicemente non ci si aspettava di perdere per colpa di una magia!!".
In una parola? Magic Johnson

Reggie Miller
Soprannominato Killer Miller, è stato sicuramente uno dei giocatori più affascinanti in Nba negli anni '90. Alto 201 cm con il peso di 89 kg, Reggie è stato il pilastro degli Indiana Pacers dalla stagione 89-90 fino alla stagione 2004-2005 e nonostante il suo fisico smilzo e, come direbbero molti, non adatto all'Nba, ha dimostrato di poter essere considerato uno dei tiratori più forti di tutti i tempi. La leggenda di Killer Miller nasce in gara 5 nelle finali della Eastern Conference, contro i New York Knicks, nel 1994. All'inizio della stagione, Indiana aveva assunto come coach Larry Brown, sperando che riuscisse a interrompere la maledizione che aveva visto i Pacers uscire per ben 4 volte consecutive al primo turno di playoff. E ci riuscì, eliminando prima gli Orlando Magic in 3 partite e poi gli Atlanta Hawks in 6, raggiungendo così in finale di Conference New York, già incontrati la stagione precedente al primo turno. I Knicks erano strafavoriti per la vittoria della seria, e le prime due partite al Madison Square Garden sembravano confermare lo scontato pronostico. Ma incredibilmente Indiana ribalta la finale di Conference, vincendo le due gare a Indianapolis e andando a New York per gara 5 con la serie in parità. Gara 5 sembra una replica delle prime due gare, con i Knicks in netto controllo della partita e del risultato, in vantaggio di 20 punti a fine 3° quarto. Ma è qui che Miller si infiamma, con un 4° quarto da leggenda, segnando ben 25 punti in 12 minuti con 5 canestri da tre. Reggie ribalta la gara, portando Indiana sul 3-2 e ricevendo, durante la partita, una serie di insulti da Spike Lee (tifossismo di New York), adirato per come stava andando la partita; Miller, dopo l'ennesima tripla, si rivolge al regista invitandolo a stare zitto e a godersi lo spettacolo. Nonostante questa prova mostruosa di Killer Miller, i Knicks vinceranno la serie per 4-3. Ma non è l'unico dispiacere che il giocatore di Indiana ha dato a New York;"Non vogliamo passare alla storia come quelli che non hanno saputo battere i Knicks", sono le parole usate da Reggie l'anno successivo , prima dell'inizio di semifinale di Conference, sempre tra New York e Indiana. Gara 1 si gioca al Madison, grazie al fattore campo dei Knicks. Mancano 18.6 secondi alla fine, i Pacers stanno perdendo 105-99; Miller realizza un canestro da 3  sopra la testa di John Starks a 16 secondi dalla fine. Dopo aver realizzato il canestro, corre a pressare sulla rimessa dal fondo effettuata da Anthony Mason. Tutti i giocatori dei Knicks sono marcati, panico al Madison Square Garden. Mason cerca di far arrivare la palla a Greg Anthony, che però è marcato alle strette da Miller. Reggie ruba la palla, palleggio indietro e piedi oltre l'arco dei tre punti: chaf!!, si muove solo la retina e Indiana ritrova la parità a 13.2 secondi alla fine. Indietreggia verso la sua area, guardando con aria compiaciuta e di sfida il pubblico di New York. Il palazzetto è ammutolito. Indiana commette subito fallo su Starks, che in stagione aveva avuto una media del 74% ai tiri liberi. Tira il primo e lo sbaglio, scatenando gli applausi di felicità di Miller. Tira il secondo e sbaglia ancora, ma Ewing conquista il rimbalzo provando a segnare con un fade-away, ma la palla colpisce il secondo ferro e il rimbalzo viene conquistato dalle braccia chilometriche di Reggie che subisce fallo a 7 secondi dalla fine. A differenza di Starks , Killer Miller ha il sangue freddo come i relitti e realizza entrambi i tiri liberi, portando la sua squadra sul +2. Il pubblico non riesce a credere a ciò che è appena successo. Inutile il tentativo disperato di New York; Indiana vince gara 1 e vincerà anche la serie (facendosi eliminare in finale di conference dagli Orlando Magic). Da quel momento a Reggie Miller gli verrà attribuito il soprannome di " The Knicks Killer", il peggior incubo per i tifosi di New York. Riguardo a questi due episodi, Reggie ha dichiarato: "Sono nel mio elemento in situazioni come queste, non riesco ad immaginare un momento più elettrizzante della partita dei tiri decisivi. Per qualche ragione, in fondo alla mente, sento la fiducia in me stesso e questa fiducia ce l'avrò sempre, sia grazie ai successi che ho avuto, sia alle delusioni, che mi hanno fatto crescere come giocatore. In queste occasioni, io voglio il pallone tra le mani!" Semplicemente Reggie Miller.

 

 

Marco Mugnaini

 

Martedì, 14 Marzo 2017 13:15

NBA: i risultati della notte

Questa notte in NBA sono state giocate 8 partite, alcune delle quali fondamentali per la corsa ai playoff, in una stagione regolare che sta volgendo al termine visto che mancano più o meno 15 giornate alla fine del campionato.

 

Essere una matricola e arrivare a disputare la Finale di Conference deve già essere una grandissima emozione, giocarla marcando quello che è sempre stato considerato il proprio "giocatore preferito di tutti i tempi" è roba da far saltare il cuore alla gola e da far venire i brividi sulla pelle per felicità. Tutto questo è successo a Daniel "Boobie" Gibson (soprannome datogli dalla madre); Gibson ha giocato in Nba per 7 anni, dal 2006 al 2013, indossando sempre la casacca dei Cavs; giocatore la cui carriera nella Nba ha avuto molti alti e bassi, sia per i vari infortuni sia perchè il successo ha dato un pò alla testa al giovane "Boobie". Nonostante ciò, il giocatore di origine texana, ha avuto molte soddisfazioni nella Nba, come appunto marcare il proprio idolo. E' successo nello scontro tra Detroit - Cleveland, finali della Eastern Conference del 2007, dove Gibson si è ritrovato di fronte niente meno che Chauncey Billups. "Quando giocavo al campetto facevo sempre finta di essere Billups", raccontò in maniera molto sincera in conferenza stampa dove la vittoria dei Cavs in Gara 6 e l'approdo in finale contro i San Antonio Spurs. "Cercavo di muovermi come lui, imitavo la sua capacità di esitare in palleggio e poi quella di colpire con la tripla spacca partita allo scadere. Se mai un giorno dovessero fare un film su Chauncey, credo proprio che potrei interpretarlo davvero bene!" Intanto l'ha dovuto affrontare in campo in quella serie, e per un rookie alla prima esperienza nei playoff, Boobie se la cavò davvero bene: in Gara 4 fece registrare il suo massimo nei punti per quella stagione, 21, e in Gara 6 il suo talento trascinò i Cavs alla vittoria della partita e alle finali Nba. Quella non fu la notte di Lebron James, che dopo le fatiche di Gara 5 (aveva portato la serie sul 3-2, dominando in casa dei Pistons con 48 punti) si era concesso "una pausa"; fu allora che il rookie dell'Università di Houston prese in mano le redini del gioco. Alla fine del terzo quarto il punteggio diceva Cavs 67 Detroit 66, con Gibson che aveva messo al referto 12 punti. Ma è all'inizio del quarto periodo che Cleveland prese un lungo vantaggio sui propri avversari, arrivando addirittura sul + 15 a 6 minuti dalla sirena finale. Chi fu il principale artefice di questa impresa? Daniel Gibson, autore di 31 punti in 29 minuti, 19 solo nel quarto quarto, e 6 rimbalzi conquistati. "Ci eravamo detti che ci avrebbe dovuto battere qualcun altro – disse Chauncey Billups a margine di quella sfida facendo riferimento a James – e il bimbo ce ne ha fatti 30". Una serata e una serie di playoff che "Boobie" difficilmente si scorderà.

 

 

Marco Mugnaini

 

 

Un ritorno al passato; le divise che dal 2003 ad oggi indossano i Cleveland Cavaliers hanno moltissimi riferimenti in comune con le maglie del passato. In primis, il recupero dei colori: vinaccia e oro, i colori simbolo fin dal 1970, anno di debutto nella Nba. Divise molto semplici, con la scritta "CAVALIERS" (nel 1970 un giornale di Cleveland propose un concorso con in palio l'opportunità di assegnare il nome alla franchigia dell'Ohio. Vinse chi propose Cavaliers, per onorare i cavalieri settecenteschi); gialla con nome e numero rosso in casa, viceversa per le partite in trasferta. Il primo cambiamento nella stagione 1974-1975; i colori restano invariati, ma vengono introdotte delle piccole strisce orizzontali ai bordi delle divise di colore bianche, rosse e gialle, sia nella divisa casalinga che in quella di trasferta. Ma è quasi dieci anni dopo, per il campionato 1983-1984, che cambia tutto: nelle divise dei Cavs viene introdotto l'arancione come colore primario, con la comparsa del blu e del bianco; per le partite in casa, le divise erano tutte bianche con un nuovo logo Cavs, di colore arancione, al centro poco sopra il numero, mentre per le gare in trasferta, le divise erano completamente arancione con logo, nome e numero bianco e blu. Questo fino alla stagione 1987-88, quando l'arancione viene relegato come colore secondario per far spazio al blu sia per le partite interne che per quelle fuori casa. Sono i colori della squadra di Mark Price, Ron Harper e Brad Drugherty, ma anche quella di Craig Ehlo, tristemente nota per essersi fermata sempre di fronte a Jordan e ai Bulls in anni e anni di play-off. Altro decennio, altro cambiamento. Nel 1994 è pronta la Gund Arena, da qui la decisione di cambiare le divise della squadra; i Cavs si rifanno il trucco e per la prima volta nella loro storia introducono il colore nero. Divisa tutta bianca con la scritta Cavs in arancione per i match alla Gund Arena, tutta nera con la scritta CLEVELAND in bianco per le partite giocate fuori dall'Ohio. Su entrambe le divise viene introdotto una linea spezzettata di colore blu marino che le divide a metà. Sono anni meno fortunati per i successi della squadra del playmaker Terrel Brandon e di un Shawn Kemp in pessima forma. Nella stagione 1999-2000 nuova modifica per la franchigia dell'Ohio. Maglia casalinga bianca, con la scritta Cavs in blu, poco sopra il numero dello stesso colore e una linea laterale e verticale di colore blu. La divisa usata fuori da Cleveland è nera sullo stile di quella casalinga, con la scritta CLEVELAND. Ma tutto è destinato a cambiare, di nuovo. Il momento opportuno? La prima scelta assoluta al Draft 2003, con l'arrivo del figliol prodigo Lebron James proveniente da St.Vincent-St.Mary High School. Con Lebron, dalla stagione 2003-2004, la moda in casa Cavs si modifica radicalmente (come anche i risultati). Proprio in quell'anno i Cavaliers riscoprono i loro colori originari (Oro e vinaccia) scelti a stragrande maggioranza dagli oltre 12.000 tifosi che online hanno dato il loro parere in un sondaggio voluto dalla proprietà. La divisa per le partite in casa è bianca con la scritta CAVALIERS di color vinaccia, come il nome del giocatore. Il numero invece, appena sotto la scritta CAVALIERS, è di color blu e tutti (sia scritta, sia il nome, sia il numero) hanno delle finiture in oro. La divisa in trasferta invece è tutta color vinaccia con la scritta CLEVELAND, il nome del giocatore e il numero di maglia in bianco, con bordi di colore oro. Dal 2005 al 2010 viene inoltre introdotta l' "Alternate Uniforme" di colore Blu e tutto il resto bianco con bordi oro e rosso. Divisa che riscuote molto successo ed è tra le più vendute, merito sicuramente dell'approdo nella Lega e a Cleveland di "The King". Nelle ultime stagioni e in particolare nei Play-off dell'anno scorso (2016), i Cavs propongo delle divise alternative di colore giallo, rosso, blu scuro e nero, rifacendosi alle maglie storiche della franchigia.

 

Marco Mugnaini

 

 

Andrebbe smentita la credenza che nella pallacanestro ci sia posto solo per i giganti, che solo giocatori con una struttura fisica precisa possano entrare a far parte del mondo professionistico (specialmente nella Nba). Nella storia della Nba, abbiamo assistito ad atleti in grado di compiere delle gesta sovrannaturali, costruendosi un'ottima reputazione come giocatori nonostante non superassero i 180 cm e nonostante ogni sera dovessero fronteggiare avversari più alti di loro di 20/30 cm. Giocatori come Spud Webb (1.73cm) o Nate Robinson (1.79 cm) che, oltre ad aver dimostrato di poter competere a grandissimi livelli ed oltre essersi costruiti una buonissima carriera Nba, "hanno osato" sfidare " giocatori molto più alti di loro nello Slam Dunk Contest, riuscendo addirittura a portarsi a casa la vittoria ( Spud nel 1996 e Nate 2006,2009,2010) e facendo impazzire il pubblico per le gesta atletiche e le loro schiacciate. Ho così voluto fare una sorta di personale classifica su quelli che considero i 5 miglior "piccoletti" che hanno giocato in Nba negli ultimi due anni:

 

Lunedì, 06 Marzo 2017 09:20

NBA: giocatori baciati dalla fortuna...

Quante volte ci siamo sentiti dire che per ottenere dei buoni risultati e realizzare i nostri sogni bisogna lavorare sodo, farsi il cosiddetto "culo" per far sì che un giorno potremmo realizzare i nostri sogni? Tutto ciò è verità, così come lo è nella vita, così lo è anche nel basket; molti campioni hanno dovuto sputare sangue per essere dove sono, hanno dovuto lottare per conquistare la fiducia degli allenatori e dei media; giocatori come Allen Iverson, Stephon Marbury, Jimmy Butler,Caron Butler, Carmelo Anthony, Kevin Durant, LeBron James e Kawhi Leonard, che nonostante un' infanzia difficile, sono riusciti ad non entrare in quel mondo criminale di cui facevano parte alcuni amici e parenti, ma a realizzare il sogno di ogni bambino che gioca a basket. Ma altri sono stati più fortunati; parlo di quei giocatori, che oltre al talento, all'allenamento e ai sacrifici, sono stati "baciati dalla fortuna", hanno avuto un' infanzia ricca e felice, una famiglia alle spalle che già aveva fatto conoscere il proprio nome e che in minima, e in altri casi grande parte, "ha agevolato" la loro ascesa in Nba. Durante la loro infanzia non hanno mai dovuto affrontare problemi familiari e di amici riguardanti l'abuso di droga, la violenza domestica, non hanno avuto problemi di formazione e di relazione con gli altri ragazzi; cose che purtroppo giocatori come Iverson hanno vissuto sulla proprio pelle. Ecco allora 10 giocatori Nba che fin da bambini sono stati baciati dalla fortuna:

 

Giovedì, 02 Marzo 2017 11:59

George Gervin, The Iceman

Peccato per la reputazione di non-vincente - dire perdente sarebbe troppo - perchè George Gervin è stato uno dei giocatori più forti degli anni '70; era essenzialmente una guardia offensiva, dotato di un tiro da tre formidabile e bravissimo nell'uno contro uno concludendo spesso con appoggi al tabellone che grazie ad un particolare "effetto" impresso con la punta delle dita ( il suo marchio di fabbrica, "finger rool" ) riusciva ad eludere le stoppate. "Avrei sempre voluto dire, "Kareem (Kareem Abdul-Jabbar), vai a prendere il mio finger rool se ci riesci!"; mi avrebbe risposto, " Lo sai che non possa farcela a stopparlo!". George Gervin Le eccellenti doti offensive riuscivano molto spesso a nascondere le sue grosse lacune nella metà campo difensiva; era superficiale in difesa, ma non per mancanza di talento, bensì per mancanza di voglia. Le capacità le aveva, come dimostrano le oltre 1000 stoppate in carriera. Non è mai stato un vero e proprio trascinatore in campo, tanto che non riuscì a portare una sua squadra alle finali NBA o ABA; in compenso ha guidato per 4 anni consecutivi la classifica marcatori NBA, dal 1978 alll '82; se vi sembra poco....

 

Lunedì, 27 Febbraio 2017 10:20

NBA: il pressing a tutto campo

La versatilità dei giocatori NBA di oggi rende le squadre praticamente inattacabili con il pressing a tutto campo; se volete mettere un sorriso sulla faccia di Mike D'Antoni, allenatore degli Houston Rockets con i quali sta vivendo una stagione da sogno ( 42-18), ditegli semplicemente che la squadra avversaria di giornata ha intenzione di pressare per 48 minuti a tutto campo. Un suicidio. Immaginatevi James Harden, Trevor Ariza, Patrick Beverley, Lou Williams, Ryan Anderson e il resto della banda potersi muovere contro una squadra che cerca disperatamente di coprire tutto il campo, potrebbero benissimo segnare 200 punti! "Non ci sono dubbi, l'unica cosa che il pressing potrebbe ottenere contro di noi è quella di farci giocare a una velocità ancora superiore. Abbiamo troppi giocatori in grado di prendere il centro del campo e fare un palleggio o un passaggio" spiega D'Antoni. Il pressing è uno stato mentale, cioè una difesa che non aspetta l'attacco cercando di limitarlo, ma una difesa che cerca di aggredire l'attacco e togliere certezze ed abitudini; ma quali sono i principali obiettivi del pressing a tutto campo? Mettere pressione sulla palla e mettere difficoltà a chi ha la palla in mano, cercare di fare perdere secondi utili all'attacco, impedire ad un ottimo portatore di palla di avere la palla in mano, raddoppiare nel momento in cui l'attacco si trova in difficoltà, raddoppiare appena l'attacco ha superato la linea della metà campo, variare la disposizione iniziale per non dare riferimenti all'attacco, fare raddoppi (metà campo) per impedire situazioni tattiche efficaci all'attacco. Ma i giorni in cui alcune squadre erano in grado di mandare in bambola gli avversari pressando sono ormai finiti, almeno nella NBA. Può funzionare ancora al College, magari, e sicuramente a livello di High School, visto la disparità di talento che spesso schierano i grandi programmi rispetto alle piccole scuole locali. "Il pressing va bene per i tornei amatoriali, con i ragazzini dai 10 ai 14 anni, e magari fino a livello liceale" conferma l'ex assistente allenatore dei Dallas Mavericks e ora proprietario dei Texax Legends Del Harris, uno che di basket se ne intende. "Alcune squadre se si ritrovano gli avversari aggressivi già ad inizio azione, perdono la bussola e finiscono per non passare più la metà campo". Uno dei più grandi estimatori del pressing a tutto campo è sicuramente Rick Pitino, allenatore dell'Università di Louisville, che utilizzò questa arma difensiva anche quando si sedette sulla panchina dei New York Knicks nel 1987. Il press a tutto campo ebbe un buon effetto e funzionò abbastanza da far vincere 14 partite in più ai Knicks rispetto alla stagione precedente e portarli alla vittoria divisionale nell'anno successivo. Quando però Pitino cercò di replicare lo stesso sistema con la sua seconda squadra NBA, i Boston Celtics dal 1999 al 2001, gli avversari misero facilmente in crisi il sistema difensivo di Boston. Un'altro grandissimo ex allenatore amante del pressing a tutto campo e del basket giocato in contropiede è sicuramente Paul Westhead: nel 1990 i Denver Nuggets assunsero Westhead per guidare la loro squadra dopo anni di fallimenti, nella speranza che potesse avere lo stesso successo avuto nel fare del piccolo college di Loyola Marymount una forza a livello NCAA. Il coach natio di Philadelphia aveva sviluppato un sistema che richiedeva ai propri giocatori di allenarsi come se fossero degli atleti pronti a correre gli 800 metri piani. Gli allenamenti comprendevano esercizi con il pallone ma anche un tipo di preparazione fisica tipica dell'atletica leggera, il tutto con l'idea di sviluppare uno stile perfetto per giocare ai 1.600 metri di altitudine di Denver. Purtroppo l'esperimento non funzionò e in due stagioni Westhead vinse un totale di 44 partite, finendo per essere licenziato. Adottare questa difesa come sistema di gioco non è sicuramente esente da rischi, e ogni allenatore è consapevole che usarla sempre e comunque a volte potrebbe essere un suicidio. Quando non va utilizzata la difesa pressing a tutto campo? Quando una squadra ha molti portatori di palla e buoni passatori, quando una squadra ha un gioco offensivo molto libero e non ha bisogno di organizzarsi prima di attaccare il canestro, quando gli avversari sono in grado di trovare in pochi secondi una buona scelta di tiro e quando nella squadra avversaria ci sono lunghi che sanno come trattare la palla. La NBA nella sua versione moderna, presenta troppe contro-tattiche per subire uno stile difensivo del genere: i giorni in cui in campo c'erano solo due, massimo tre trattatori di palla alla volta sono ormai storia. Anche i giocatori più "massicci" oggi nella Lega, i Draymond Green o i Kevin Love, non sarebbero più di tanto dal pressing. "Ci sono tantissime squadre con ottimi trattori di palla e realizzatori anche nelle seconde linee. Si può magari cogliere impreparata qualche squadra in certe circostanze, a seconda del quintetto che hanno in campo, ma è impossibile pensare di pressare con continuità per tutta la gara" dice Terry Stotts, allenatore dei Portland Trail Blazers. Anche se un allenatore riuscisse a mettere assieme una squadra così straordinariamente veloce e aggressiva da poter pressare sempre con successo, è difficile pensare che i giocatori siano in grado di mantenere un ritmo molto alto e aggressivo in tutte le 82 partite di Regular Season. Pressare 48 minuti a partita per 82 gare è una cosa difficilissima da fare, durissimo mantenere quel tipo di ritmo. Questo è il principale motivo per cui la difesa pressing a tutto campo è ormai svanita dalle tattiche difensive delle squadra NBA, tattica ancora utilizzata moltissimo a livello NCAA invece. Ma in una lega in continua evoluzione, dove quasi tutti i giocatori hanno visione di gioco, capacità di trattamento della palla, ottima mano al tiro, soprattutto da tre punti, in questa lega non c'è più spazio per la difesa press. Purtroppo per Coach D'Antoni questa tattica difensiva è sparita quasi totalmente dalla NBA, in una pallacanestro sempre più distante e diversa rispetto a quella di 30 anni fa.

 

 

Marco Mugnaini

 

 

 

Giovedì, 23 Febbraio 2017 09:32

Gheorghe Muresan, il gigante rumeno

La Nba è un'entità vivente, in costante mutamento nei 28x15 metri che delimitano il campo di gioco. Il cronometro dei 24 secondi, la linea dei tre punti, niente di tutto ciò esisteva al tempo della prima palla a due Nba, nel 1946, e l'impatto di queste novità ha rivoluzionato e cambiato il modo in cui si gioca a basket. Lo stile di gioco, e dei giocatori stessi, è sempre mutato nei corsi dei decenni Nba, sviluppando ipotesi di gioco immaginabili pochi anni prima. Guardie e ali piccoli hanno, da sempre, bombardato il canestro da dietro la linea dei tre punti; ma cosa succede quando si parla di lunghi? Nella Nba moderna i veri centri dominanti si sono quasi oramai estinti, per lasciar posto ai lunghi letali dalla distanza, in grado di costringere le difese avversarie a modificare le proprio tattiche. Anche solo una trentina di anni fa, in una Nba dallo stile fisico e roccioso, un'ipotesi del genere avrebbe fatto sorridere tutti gli addetti al lavoro. I lunghi erano in campo per far guizzare i muscoli e conquistare i rimbalzi, rimandare al mittente i tiri degli avversi e fare il lavoro sporco nel pitturato ( basti pensare a giocatori come David Robinson, Bill Russel, Wilt Chamberlain, Kareem Abdul Jabbar, ecc.). Ma alla fine degli anni '80 e inizi anni '90, la lega ha modificato il proprio gioco andando verso uno stile sempre più fluido, con lunghi capaci di colpire anche in sospensione dal perimetro con grande efficacia. Tutto ciò ha portato le squadre sempre di più ad "aprire il campo", nella metà campo offensiva, portando spesso gli allenatori a giocare con un quintetto senza pivot, ma composto da "5 piccoli".

Ma chi è stato "il gigante" più alto di tutti mai visto in Nba? E' rumeno, e si chiama Gheorghe Muresan. Gheorghe Muresan, soprannominato Big Ghita o semplicemente George, è un ex giocatore professionista della Nba ed è stato l'atleta più alto che la Nba abbia mai avuto. Con i suoi 231,4 cm supera di qualche millimetro un altro gigante della Nba, Manute Bol. Oltre ad essere l'uomo più alto in Romania, Muresan è il secondo uomo più alto in Europa, dopo l'attore e giocatore di basket Neil Fingleton. Nasce il 14 Febbraio 1971 in un distretto di Cluj, Tritenii de Jos, in una famiglia povera. Non eredita la sua altezza dai genitori; suo padre era alto 173 cm, mentre sua madre 170 cm. Secondo alcuni reperti medici la sua incredibile altezza era dovuta all'ipofisi o ghiandola pituitaria, ovvero una ghiandola endocrina situata alla base del cranio, nella fossa ipofisaria della sella turcica dell'osso sfenoide. La sua esperienza col basket inizia grazie a una visita dal dentista; il dentista di Gheorghe, che era un arbitro di pallacanestro, rimasto sbalordito davanti all'incredibile altezza del giovane ragazzo (aveva 14 anni), decide di reclutarlo per la squadra locale. Frequenta l'Università di Cluj e diventa il perno della squadra universitaria. Nel suo primo anno all'Università, Gheorghe riesce a mettere in luce tutte le sue doti, tanto che arrivano talent scout da tutta l'Europa per osservare da vicino questo ragazzone che domina, anzi stradomina ogni partita. Nella stagione 1992-1993 decide di diventare un giocatore professionista, firmando per l'Élan Béarnais Pau-Orthez, squadra che militava nella massima competizione del campionato francese. Diventa subito un idolo per i tifosi. Fin da piccolo il suo "eroe" è Arnold Schwarzenegger, e lo stesso Muresan lo conferma in un' intervista a fine partita, quando un giornalista gli pone la classica domanda su chi fosse il personaggio a cui si ispirava e che idolatrava. La possibilità di conoscere il suo idolo l'ha l'anno seguente, quando la Nba vuole portare negli Stati Uniti quello che sarà il giocatore di basket più alto in assoluto nella sua storia. Infatti Gheorghe fu selezionato dai Washington Bullets con la scelta numero 30 al Draft del 1993. Gioca nella Nba dal 1993 al 2000 e nonostante la sua carriera sia costellata da infortuni , nel complesso fa registrare una discreta media in carriera di 9.8 punti, 6.4 rimbalzi, 0.5 assist e 1.48 stoppate a partita con una percentuale dal campo del 57%. Nella stagione 1995-1996, dopo essere tornato in Francia per circa due mesi e dopo aver giocato alcune partite nel Pau-Orthez, ritorna a Washington e a fine di quella stagione viene eletto Most Improved Player (giocatore più migliorato in quella stagione) grazie a una media di 14.5 punti, 9.6 rimbalzi e 2.26 stoppate a partite. Inoltre, in quell'anno e nella stagione seguente, guida la classifica dei giocatori con la maggior percentuale di tiri dal campo, 58.4% e 60.4%. Il centro rumeno nel 1998 firma con i New Jersey , ma a causa dei continui infortuni riesce a giocare una sola partita. Conclude la sua carriera l'anno seguente, nella stagione 1999-2000 giocando 30 partite con i Nets. La sua ultima partita a basket è datata 7 Marzo del 2007, quando gioca per i Maryland Nighthawks; incredibile ma vero, quella è stata l'unica partita in assoluto in cui Muresan non era il giocatore più alto in campo. A superarlo? Sun Mingming, giocatore cinese alto 236 cm. Oltre ad essersi costruito una discreta carriera in Nba, Gheorghe se nè costruita un'altra fuori dal campo. Muresan è diletto nella recitazione, e quando recita al fianco di Billy Cristal nel film "My Giant" del 1998, riceve ottime critiche e recensioni. E' lui a recitare nella parte del ventriloquo nel video musicale di Eminem "My name is" e inoltre è stato per tempo testimonial delle tavolette di cioccolato Snickers. Nel 2004 fonda la "Giant Basketball Academy" (GBA), un'accademia devota ad insegnare i principali fondamentali della pallacanestro ai ragazzi e alle ragazze di tutte le età. Cosa fa oggi Muresan? Oltre a comparire qualche volta in programmi della tv rumena e oltre aver commentato qualche partita degli Washington Wizards, ha molto più tempo libero, da passare con i suoi figli George e Victor. E ha molto tempo per pescare!! Una delle sue più grandi passioni è la pesca e spesso esce in mare col suo amico Billy Brener per dilettarsi con lenza e canna in mano; uno alto 231 cm, l'altro 160 cm. La moglie di Billy confessa: "Gheorghe seduto è più alto di Billy in piedi". Un grande uomo, dentro e fuori dal campo, che è sempre stato orgoglioso della sua nazionalità e della sua incredibile altezza; chissà se rivedremo mai un gigante del genere in Nba....

Marco Mugnaini

 

 

 

Adam Morrison: storia incredibile quella di Adam Morrison, considerato da molti il più grande "bust", bidone", della storia della NBA recente. Ala piccola dotata di un discreto tiro dalla linea da tre punti, Morrison è stato un giocatore "vintage" per via di uno scarso atletismo, ma dotato di buoni fondamentali. Prima di parlare della sua carriera cestistica, è necessario aprire una piccola parentesi: fin da ragazzino il giocatore di Glendive ha dovuto combattere contro il diabate. A 13 anni Adam perse ben 14 kg e quando nello stesso arco di tempo partecipò ad un ritiro per la sua futura università, Gonzaga, finì addirittura per ammalarsi. Lo stesso Adam raccontò poi di quel tragico camp: "Penso di essermi fatto un'unica tirata di tre giorni, mi sentivo male da cani. Non me la sentivo di giocare, non ce la facevo a fare nulla." Poco dopo, gli venne diagnosticato il diabete di tipo 1, diagnosi che Adam accolse sorprendentemente con forza. Si racconta che appena alla sua seconda somministrazione di insulina, Adam fermò l'infermiera chiedendole di insegnargli a farla da solo: "visto che dovrò farlo per il resto della mia vita, sarebbe meglio mostrarmi come si fa." Tuttavia la scoperta della malattia non sembrò preoccupare Adam, che voleva a tutti i costi giocare a basket. All'High School, durante la finale di Stato, Adam segnò ben 37 punti finendo in una forte ipoglicemia che lo portò vicino ad un collasso. Dopo quell'episodio tutti erano convinti che Morrison avrebbe smesso, ma la voglia di giocare a basket, di realizzare il suo sogno era più importante del diabete. Adam si iscrisse all'Università di Gonzaga e cominciò a giocare per i Gonzaga Bulldogs nel 2003: nel suo anno da matricola dimostrò che il talento c'era, anche se il suo fisico non era pronto per un livello agonistico così alto. In quell'anno trascinò comunque Gonzaga alla vittoria della "West Coast Conference", mettendo a referto 14 punti di media a partita e venendo selezionato nel primo quintetto delle matricole dell'anno 2003. Con una carriera collegiale degna di livello, attirò tutti gli sguardi degli scout NBA. Proprio nel Draft del 2006, Morrison venne selezionato alla posizione numero 3, con grandi speranze da parte dei Charlotte Bobcats: fu scelto solo dietro a Bagnani e Lamarcus Aldrige. Gli Charlotte Bobcats decisero di scegliere Morrison per le sue ottime medie ottenute nell'ultimo anno in NCAA, preferendolo a giocatori che sono diventati delle verie e proprie superstar, come Rudy Gay, Rondo e Brandon Roy: 28.1 punti , 7 rimbalzi e 3 assist furono le medie di Adam nel suo anno da senior. E il suo primo anno in NBA con i Bobcats, ovvero quella stagione 2006/07 che chiuse con una media di 11.8 punti, 2.9 rimbalzi e 2.1 asisst, non fu neppure troppo malvagio, seppur caratterizzato da un rendimento altalenante. Purtroppo, un infortunio (legamento crociato anteriore) durante un incontro di preseason con i Lakers nell’Ottobre del 2007 ne pregiudicò il resto della carriera: dopo aver saltato una intera stagione, giocò la stagione 2008/09 ancora a Charlotte tenendo medie da 4.5 punti e 1 assist, per poi trasferirsi per un biennio ai Lakers dove, offrendo ai suoi compagni solamente 1.8 punti di media a partita, passò quasi tutta la stagione e i playoff in panchina mentre Kobe e compagni vincevano due titoli. Rilasciato dai Lakers, tentò di trasferirsi ai Washington Wizards ma venne immediatamente tagliato al termine del training camp; andò in Europa, doce ebbe due brevi esperienze europee prima con la Stella Rossa di Belgrado ed e poi con il Besiktas, ma anche qui con pessimi risultati. Talento sprecato quello di Morrison, che probabilmente senza diabete e con un fisico all'altezza della NBA, avrebbe anche potuto avere una carriera decente.

Eddie Griffin: Eddie Griffin aveva un carattere molto ma molto pessimo; già ai tempi dell'High School venne cacciato dalla Roman Catholic High School per avere colpito un altro studente durante una partita. Ma il talento non gli mancava: in quei suoi anni alle superiori, infatti, portò la propria scuola alle finali del torneo nazionale per ben due anni consecutivi. Le sue ottime doti da cestista furono notate dalla Setton Hall University, università di Filadelfia molto rinomata nella pallacanestro, che decise di dargli una borsa di studio: nel primo anno da matricola, Griffin fece innamorare il pubblico e l'università di Setton, per le sue giocate e le sue prestazioni molto positive. 18 punti, 11 rimbalzi e 5 stoppate di media a partita, nel suo primo e unico anno in NCAA. Ma fu ancora il suo caratteraccio a rovinargli la reputazione; nel Gennaio del 2001, infatti, fece una rissa con il compagno di squadra Ty Shine e fu costretto ad abbondare l'Università. Grazie alle sue incredibili prestazioni a Sutton, però, Griffin fu inserito nel Draft del 2001, dove venne scelto alla posizione numero 7 dai New Jersey Nets, prima di essere ceduto agli Houston Rockets in cambio di Richard Jefferon, Jason Collins e Brandon Amstrong. Il suo primo anno in NBA fu abbastanza discreto: 8.8 punti, 4.1 rimbalzi e 1.8 stoppate di media e l'onore di essere inserito nel miglior secondo quintetto rookie di quella stagione. Ma già l'anno successivo, pur mantenendo medie di poco superiori al precedente, Eddie mostrò seri problemi con l'alcool e non finì la stagione 2002-03 con Houston; infatti a Dicembre i Rockets decisero di tagliarlo dal proprio roster dopo che Griffin saltò molti allenamenti e perse il volo per una trasferta. A Gennaio rifirmò con i Nets, la squadra che lo aveva portato in NBA, ma sempre a causa dell'alcool entrò in un centro di recupero di alcolisti e non giocò nemmeno una partita. Nell'estate del 2013, furono i Minnesota Timberwolves ha dargli un'altra possibilità. Fiducia che venne ripagata da Eddie, con una stagione molto simile nelle prestazioni al suo anno da rookie, e riuscì ad ottenere un prolungamento di contratto per altri 3 anni. Purtroppo il problema dell'acool continuò a perseguitare Griffin e fu proprio l'amore per gli alcolici a far concludere la carriera NBA di questo giocatore: nel 2006 andò a sbattere con il suv contro una macchina parcheggiata e pochi istanti prima, fu ripreso dalla telecamere del supermercato vicino a comprare alcolici. Minnesota decise di rinunciare al giocatore, che non ebbe altre possibilità in NBA; era l'Agosto del 2007 quando Eddie Griffin morì in seguito a un nuovo, tremendo incidente, dopo aver ignorato (probabilmente nemmeno visto) un passaggio a livello, andando a finire contro un treno in corsa. L'autopsia rivelò che l'ex giocatore aveva un tasso alcolico nel sangue oltre tre volte il livello medio consentito. Grandissimo dispiacere per un ragazzo che ci lasciò a soli 25 anni, perseguitato da quelle brutta bestia che ha perseguitato moltissimi ex giocatori NBA.

Ed O'Bannon: forse la più grande delusione della storia dei New Jersey Nets. Ed O'Bannon, ala piccola di 203 cm e 101 kg, fin dall'High School dimostrò di essere perfetto per il basket. 24.6 punti e 10 rimbalzi di media nel suo anno da Senior all'Artesia High School; in quell'anno trascinò la propria squadra a un record di 29 vittorie e sconfitte, portandola alla vittoria della California Interscholastic Federation (CIF), la seconda divisione del campionato statale. Venne eletto MVP del torneo e fu inserito nel primo quintetto dellla McDonald's High School. Le sue potenzialità furono notate dall'UNLV, Università del Nevada Las Vegas, ma a causa della restrizioni di mercato per irregolarità di reclutamento imposta a UNLV, O'Bannon annullò la sua lettera di impegno con quel college per poi frequentare UCLA, di cui diventerà una delle figure più importanti nella storia di questa università. Sei giorni prima dell'inizio del campionato con UCLA, però, Ed si strappò il legamento del crociato anteriore, dopo aver schiacciato in allenamento. Non giocò per tutta la stagione e tornò sui campi solamente 18 mesi dopo quel bruttissimo infortunio; nella sua prima , vera stagione giocò 23 partite, segnando 4 punti di media e non partendo mai in quintetto titolare. Ma è nella stagione seguente, 1992-1993, che O'Bannon comincia la sua carriera in NCAA, venendo selezionato nel primo quintetto dell'All-Pacific, ovvero nel miglior quintetto di quella conference. Nel suo anno da junior, 1993-1994, fu primo in tutte le statistiche fra i giocatori di UCLA: 509 punti, 245 rimbalzi, 59 assist, 30 stoppate in sole 28 partite giocate. Mostruoso. Fu giustamente eletto MVP della squadra e inserito nuovamente fra i 5 migliori giocatori nella Pacifc Conference. Al suo quarto anno al college O'Bannon consacrò definitivamente il suo talento: fu l'elemento di spicco nella vittoria del torneo NCAA da parte di UCLA, segnando oltre 30 punti e prendendo 17 rimbalzi di media a partita e fu eletto miglior giocatore del torneo NCAA. In quella stagione, grazie alle sue magnifiche prestazioni, ottenne moltissimi premi, ma come Ed O'Bannon disse una volta, i riconoscimenti più importanti arrivarono da UCLA: nel 1996, decisero di ritirare la sua maglietta numero 31 e venne inserito nella UCLA Athletics Hall of Famme nel 2005, un premio importantissimo nella carriera NCAA del giocatore natio di Los Angeles. Peccato che la sua carriera NBA non fu altrettanto prosperosa: i New Jersey Nets decisero di selezionarlo alla posizione numero 9 nel Draft del 1995, convinti che O'Bannon sarebbe diventato una superstar come lo era ad UCLA, offrendogli un contratto da $3.9 milioni di dollari all'anno per tre anni. Ma ben presto i Nets si accorsero di aver fatto l'ennessimo errore di mercato: troppo basso per giocare sotto canestro, troppo lento a causa dell'operazione al ginocchio per difendere sulle guardie perimetrali avversarie, Ed O'Bennon non riuscì mai a trovare posto in NBA. Nei due anni con i Nets fece registrare rispettivamente 6.2 punti e 4.2 punti di media a partite e New Jersey fu costretta a tagliare fuori il giocatore. Ed ci riprovò a Dallas, ma nemmeno lì ottenne buoni risultati. Decise così di girare il mondo, andando a giocare prima in Italia, a Treviso, poi in Spagna, Grecia, Argentina e in Polonia per poi concludere la sua carriera da cestista in ABA, con i Los Angeles Stars. Purtroppo O'Bannon non è riuscito a trovare la sua "nicchia" in NBA, non si è ritrovato nella situazione e nella franchigia giusta per crescere e sviluppare il proprio gioco, non ha mai avuto la possibilità di dimostrare quello che poteva fare. Sicuramente l'infortunio al ginocchio pesò moltissimo sulla sua carriera, ma con molto rammarico devo inserire O'Bannon tra le più grandi delusioni della NBA.

Jimmer Fredette: la più grande delusione della NBA recente, insieme a Bennett, è sicuramente Jimmer Fredette, guardia di 188 cm e 88 kg che ha militato in NBA per 5 anni. Fin dall'infanzia, James Taft "Jimmer" Fredette, dimostrò una grandissima dedizione all'atletica e molto lo deve a suo fratello TJ, che lo ha aiutato a costruire la sua carriera di basket fin dai tempi dell'asilo; infatti a soli 4 anni, Jimmer sapeva già tirare a canestro da dietro la linea dei tre punti. Un predestinato, questo era ciò che diceva la gente del natio di New York. All'High School freqeuntò la Glens Falls High School, diventandone il capocannoniere per punti di tutti i tempi e 16° nella graduatoria tra i giocatori di New York, con 2404 punti. Inoltre venne inserito tra le prime 75 guardie tiratrici all'High School da Espn. Nella sua carriera al Liceo superò moltissime volte la soglia dei 40 punti e portò la sua squadra alla finale del campionato nazionale, persa contro Peekskill High School. Al College frequentò la Brighman Young University (BYU) dal 2007 al 2011, indossando la maglia numero 32. Nel suo anno da matricola giocò tutte le 35 partite disputate dai Cougars di BYU, aiutando la squadra ad arrivare al record di 27 vittorie e 8 sconfitte e alla vittoria del campionato Mountain West Conference: 7 punti, 1 rimbalzo e 1.7 assist, furono le sue medie nella stagione 2007-2008. Durante il suo secondo anno, Fredette divenne la pedina fondamentale del gioco offensivo di BYU, aumentando vistosamente le proprie medie: 17 punti, 3 rimbalzi e 4 assist di media. Ebbe l'onore di essere il primo Playmaker dell'università di BYU a guadagnare un posto nella prima squadra all' All-Conference. Ma fu nel suo anno da senior che Fredette stupì tutti gli Stati Uniti d'America. Nel Gennaio del 2011, Jimmer fece registrare tre prestazioni paurose: 39 punti contro UNLV il 5 Gennaio, 47 punti contro Utah l'11 Gennaio e 42 punti contro Gonzaga il 20 Gennaio. Non solo; il 26 Gennaio, nella prima partita tra le top 10 squadre del campionato Mountain West Conference contro l'imbattuta San Diego, ne mise 46 nella vittoria di BYU per 71 a 58. Il 7 Marzo 2011 fu nominato National Player of The Year da CBSS.sports, mentre il 17 Marzo, nel primo turno del torneo NCAA, segnò 32 punti nella vittoria dei Cougars contro Wofford. BYU superò anche il secondo turno contro Gonzaga ( 34 punti ) per poi arrendersi, come l'anno precedente, al turzo contro Florida Gators. Tutti erano convinti che il talento di New York, avrebbe conquistato i tifosi NBA con le sue triple e con la sua precisione al tiro; venne scelto alla posizione numero 10 nel Draft del 2011 dai Milwaukee Bucks, ma successivamente venne ceduto ai Sacramento Kings in una trade tra i Kings, Bucks e Bobcats che vide coinvolti Jhon Salmons, Ben Udrih, Shaun Livingston, Corey Maggette e Stephen Jackson. A Sacramento scoppiò immediatamente la "Jimmer-mania" e la vendita delle sue magliette aumentò del 540% le vendite merci dei Kings e la sua maglia #7 si esaurì in pochissimo tempo sia negli store dei Kings sia on-line. Ma la "Jimmer-mania" finì molto presto, visto che molto probabilmente in 3 anni, i tifosi di Sacramento si ricorderanno di una sola partita decente disputata da Fredette: 12 Febbraio 2014, segnò 24 punti e due assist nella vittoria dei Kings contro New York. A Febbraio di quello stesso, Sacramento decise di rinunciare al giocatore, che finì la stagione con la maglia dei Chicago Bulls. Girò per l'NBA per altri due anni, giocando per i Pellicans, San Antonio Spurs, New York e qualche squadra di D-League, fino all'Agosto del 2016, quando Jimmer ha deciso di portare il suo mediocre talento in Cina, firmando con gli Shangai Sharks, squadra per cui gioca attualmente. Pessima fine per un giocatore che doveva far innamorare l'NBA con le sue triple e che in realtà non è mai stato all'altezza di un ruolo così importante.

(Se siete interessati alla prima parte dell'articolo, ecco il link http://www.basketnet.it/nba/item/41627-dal-college-alla-nba,-non-tutti-i-giocatori-sono-pronti-al-grande-salto-parte-i.html)

 

Marco Mugnaini

 

 

La NCAA ( National Collegiate Athletic Assosacioton) rappresenta il massimo livello del basket collegiale negli Stati Uniti e ogni anno moltissimi giocatori del College vengono selezionati al Draft NBA con la speranza di diventare le future stelle del basket americano. Il sistema del Draft è uno degli aspetti del basket "made in U.S.A." che più mi affascina, perchè pensare che quasi tutti i giocatori NBA siano il prodotto di una carriera al college, più o meno lunga e più o meno di successo, e che ogni giocatore di college fosse il risultato di una esperienza all'high school, fa capire quanto importante sia lo sport nella società americana, non visto solo come passatempo, ma come una vera e propria opportunità per avere successo nella vita. Come è affascinante e giusto il fatto che, ogni anno, a scegliere i giocatori considerati "più forti" dei vari college americani, siano le squadre più deboli. In teoria. Perchè il Draft non è una scienza esatta e nella storia della NBA ci sono stati moltissimi giocatori dalle ottime "carriere" al college e dalla grandissime aspettative che però in NBA non hanno dimostrato tutto il loro talento; forse non pronti al grande salto dal college al campionato di basket più spettacolare al mondo, forse condizionati dalle pressioni mediatiche e dei tifosi, a poco a poco hanno lasciato l'NBA per andare a giocare in Europa o in leghe minori. Questi giocatori negli Stati Uniti vengono etichettati con l'aggettivo "busts", ovvero coloro che sono stati selezionati al primo turno dei Draft, ma che hanno resistito molto ma molto meno del previsto. Ecco , a mio avviso, alcune delle più grandi delusioni collegiali, quei giocatori che in NBA non hanno dimostrato le proprie qualità fatte vedere nei loro anni universitari:

"C'mon "Dice", lets'go". Antonio McDyess, appoggiato alla parete di un corridoio dell' SBC Center di San Antonio, guarda l'amico e il compagno Ben Wallace che lo invita a risalire sul pullman dei Detroit Pistons. Si è appena conclusa Gara 7 delle Finali NBA; era il 2005 e i San Antonio Spurs avevano vinto il loro terzo titolo NBA, battendo Detroit per 4-3 in una delle sfide più avvincenti e spumeggianti mai viste tra queste due franchigie. McDyess è appoggiato al muro, quasi non riesce a muoversi ed a sopportare il peso di quell'ennesima delusione; ripensa alla sua carriera e all'ennesima sconfitta quando era arrivato ad un passo dall'anello, l'ennesima delusione quando era ad un passo dalla consacrazione e dalla grande gioia dopo essere uscito dal baratro. Ma McDyess, mentre è sul pullman con i suoi compagni di squadra, capisce che in fondo quello che gli è successo non è solo l'ennesimo colpo sfortunato della sua carriera, ma qualcosa da annotare come uno dei ricordi più belli e più ricchi di significato. Giocare una Finale NBA da protagonista dopo aver visto la propria carriera finire per ben più di una volta; perchè la fortuna ha girato le spalle a McDyess nei suoi anni da professionista, giocatore che è considerato da molti, come una delle migliori "power forward" deglianni '90. 

"Nessuno vince da solo"; no, non è l'ultimo libro scritto da Valerio Manfredi, ma è la regola fondamentale della NBA; oltre alle due/tre superstar per squadra, a brillare sul campo devono essere anche gli altri giocatori, " i gregari", fondamentali se si vuole vincere in Regular Season e specialmente ai playoff. Certo, giocatori come James, Harden, Westbrook, sono in grado di dominare e vincere le partite da soli, ma negli ultimi anni in NBA, se non hai una panchina abbastanza lunga e competitiva, difficilmente riuscirai a portare a casa il titolo nelle Finals. Sono quei giocatori chiamati ad alzarsi dalla panchina per dare un contributo, per due quarti, per un minuto o anche per un singolo secondo, non è importante, perchè una stagione intera finisce per giocarsi sui dettagli. I giocatori che partano dalla panchina sono diventati fondamentali per gli allenatori e le franchigie; infatti nella NBA moderna, che è in continua mutazione ed evoluzione, ogni squadra gioca minimo 3/4 partite a settimane, spostandosi in continuazione in ogni parte del territorio americano; questo fa si che gli allenatori siano più cauti nell'adoperare i giocatori (soprattutto i titolarissimi) e tenerli in panchina per un quarto o un intera partita è una scelta finalizzata a risparmiare le energie. La questione non è affatto priva di logica: diminuire il carico di lavoro e di gioco a cui sono sottoposti i giocatori durante la stagione è un modo per evitare infortuni, prolungare la durata della carriera e conservarli freschi e sani per il momento dei play-off. Ecco così che la panchina diventa fondamentale, perchè ogni squadra ha bisogno del supporto di tutti i giocatori presenti nel roster per arrivare all'obiettivo finale: vincere. Avere una panchina composta da buoni giocatori è fondamentale nella NBA di oggi e non solo per far rifiatare le grandi superstar, ma anche per dare una scossa alla partita; la stagione 2016/2017, anche se non è ancora conclusa, ci ha regalato prestazioni magnifiche e giocate sublimi realizzate da giocatori non presente nel quintetto titolare. Ecco, a mio avviso, i 5 migliori "sesto uomo" della NBA:

 

 

Giovedì, 09 Febbraio 2017 09:20

Ritorno al passato,"il tiro libero dal basso"

Un tiro libero è un’opportunità concessa ad un giocatore di segnare 1 punto, non disturbato, da una posizione dietro la linea di tiro libero e all'interno del semicerchio. I tiri liberi, spesse volte, possono risultare decisivi in una partita; si tratta di un fondamentale del basket, e come ogni fondamentale va allenato. Dal punto di vista tecnico è importantissimo avere il giusto equilibrio, i piedi paralleli fra loro e rivolti al canestro e soprattutto la giusta flessione delle gambe, che ti permettono di realizzare un tiro più dolce ed elastico. Negli ultimi anni però, molti dei giocatori Nba sembrano si siano dimenticati di come realizzare un tiro libero, ricevendo continue critiche per le scarse percentuali dalla lunetta; un possibile errore dalla lunetta viene commentato dai tifosi con un rumore di disappunto, mentre gli occhi di tutti sono sul tiratore. Un libero sbagliato è un punto perso, e un punto perso a volte può significare perdere una partita. Il professor Larry Silverberg della North Carolina State University ha elaborato la formula perfetta: angolo di rilascio di 52 gradi, tre rotazioni all’indietro al secondo della palla, mirare a un punto a 7 centimetri dietro il centro del canestro. Formula che giocatori come Shaq O'Neal non hanno studiato, tanto che è stato inventato un termine qualche anno fa: "hack a shaq", ovvero il fallo sistematico fatto proprio a Shaquille (e in seguito a quasi tutti i giocatori con una percentuale bassa come la sua) per mandarlo in lunetta, nella speranza di uno suo 0/2 e anche con l'intenzione di far perdere ritmo alla squadra avversaria. Nella serie tra Houston Rocktes e Los Angeles Clippers dei pla-off dell'anno scorso, le squadre, secondo molti addetti ai lavori, hanno abusato di questa strategia, soprattutto Los Angeles. Doc Rivers ha usato " l'hack a shaq" su Dwight Howard, facendo tirare al giocatore di Houston ben 85 tiri liberi nella serie; e la strategia ha anche funzionato, visto che Howard ha realizzato solo lo 0,38% dei tiri liberi (33/85). Allenatori, giornalisti e tifosi si chiedono se sia il caso di mettere una regola per fermare questa strategia, che danneggi molti momenti della partita, rendendo l'incontro stesso molto spezzetato e poco spettacolare. Io credo che ci sia un altro modo per combattere l'"hack a shaq" che ormai si sta sempre più espandendo in Nba (oltre a far allenare per 40 minuti al giorno tutti quei giocatori che hanno una percentuale ai liberi al di sotto dell'80%); ritornare al libero tirato dal basso.Il tiro esce dalla mani molto più morbido e parte da una posizione più naturale rispetto alla parabola convenzionale e produce ottimi risultati. Molti dei giocatori attuali (non solo della Nba) riderebbero di fronte a questa affermazione, ma forse non sanno che Rick Barry (grandissimo ex giocatore Nba, vincitore con i Golden State Warriors di un anello nel 1975) con questa tecnica ha tenuto il 90% dalla lunetta (Barry è stato inoltre inserito nella Hall Of Fame ed eletto tra i 50 giocatori più grandi del gioco). Barry è il padrino di questa specialità e non riesce a capacitarsi di come mai i giocatori di oggi con une media attorno al 60% in giù non facciano almeno un tentativo. Rick si era anche offerto di poter insegnare a Shaq a tirare dal basso, visto la sua media ai tiri liberi era a malapena del 53%; ma "The Diesel" rifiutò, affermando "che per uno che appartiene alla generazione hip-hop meglio sbagliarne tanti piuttosto che segnarli a due mani piegandosi sulle ginocchia." Nonostante oggi questa tecnica di tiro libero possa sembrare "ridicola" , in passato i giocatori facevano molto più affidamento su questo tiro, questo perchè, come detto prima, il tiro viene spinto meglio e crea rimbalzi migliori sul ferro e sul tabellone, poichè l'arco disegnato è più naturale rispetto alla parabola piatta del tiro sopra la testa. Molti giocatori forse tirerebbero ancora in quel modo se non fosse stato per Bill Shermani, che ha vinto per 7 volte la classifica dei liberi negli anni '50, terminando la carriera con l'88.3% dalla lunetta, tirando da sopra la testa. Perfino Chamberlain , che non era proprio un asso nei tiri liberi, ci provò per qualche anno, prima di tornare sui suoi passi perchè a suo dire "mi sentivo davvero un cretino a tirare in quel modo". Molto probabilmente i giocatori di oggi snobbano questa tecnica per paura di essere presi in giro o di fare figura ben peggiori delle loro scarse percentuali da cronometro fermo. Barry, però non molla con la sua idea. Continua a fare completamente affidamento su questo tiro. Ogni volta che guarda una partita di basket e vede un tiro libero sbagliato, non riesce a trattenere la sua frustrazione, ripensando al fatto di essere l'unico interprete rimasto del tiro libero dal basso. "Nessuno ha usato la mia tecnica per decenni, una tecnica differente rispetto a tutte le altre. Se qualcuno volesse imparare dall'originale e migliorare le proprie percentuali, potrei insegnarlo solo io". Magari qualche giocatore attuale dell'Nba potrebbe imparare molto dal maestro Barry, invece di massacrare sera dopo sera i ferri del canestro.

 


Marco Mugnaini

 

La National Basketball Association, comunemente nota come NBA, è la principale lega professionistica di pallacanestro degli Stati Uniti d'America. Molti dei migliori cestisti del mondo giocano nella NBA e il livello complessivo della competizione è considerato il più alto al mondo. Quando pensiamo alla NBA, si pensa alla lega dove militano i giocatori di livello superiore rispetto agli altri campionati del mondo, sia dal punto di vista atletico sia dal punto di vista del gioco. L'NBA è piena zeppa di super talenti, che hanno fatto o stanno facendo la storia della pallacanestro: giocatori come Lebron James, unico al mondo ad avere un fisico di 203 cm e 113 kg, ma con una velocità che solo chi pesa 20 chili meno di lui riesce ad esibire nel parquet, ed ad avere una raffinatezza e una visione di gioco degna del miglior John Stockton; giocatori come Steph Curry, il re del tiro da tre punti, in grado di segnare da qualsiasi posizione del campo e demolire le speranze delle difese avversarie; oppure come Isaiah Thomas, un ragazzo che senza mezzi fisici ed atletici (175 cm per 84 kg) riesce a dominare intere partite in una lega che fa della fisicità e dell'atleticità elementi fondamentali; ed Anthony Davis? A mio avviso il futuro della NBA insieme a Leonard, il centro che ogni franchigia vorrebbe avere perchè è in grado di giocare un eccellente post basso (il suo fisico lo aiuta, 208 cm per 115 kg), ma altrettanto letale è dalla linea da tre punti. Questi sono solo alcuni dei grandissimi talenti che giocano nel campionato sportivo più bello al mondo; potrei citare i nomi di Westbrook, Harden, Irving, Towns, Dragic, DeRozan, M. Gasol, Lillard, per dimostrare quanto spettacolare è questa lega. Ma non tutti i giocatori NBA sono dotati di talento; giocatori che sembrano poter dimostrare qualcosa, sembrano poter dare un contributo alle squadre che credono in loro e invece nella carriera hanno raccolto poco o niente. Molto spesso l'errore è proprio degli scout NBA che vanno a selezionare giocatori che, o al college o all'estero, dimostrano di avere buone qualità, ma che certamente non sono pronti pronti per il gioco della NBA. Un esempio? Kwame Brown nel 2001 fu il primo giocatore di High School ad essere selezionato come prima scelta di un draft NBA, fu cacciato dai Wizards dopo quattro anni sia per le pessime prestazioni che per il pessimo comportamento fuori e cambiò molte squadre prima di concludere la sua mediocre carriera oppure altra scelta alla posizione , rivelatosi poi uno dei peggiori giocatori di Nba di sempre, è Michael Olowokandi, scelto nel 1998 dai Los Angeles Clippers. Ecco, a mio avviso, i 5 peggiori giocatori che hanno militato nella NBA:

 

 

Venerdì, 03 Febbraio 2017 10:53

NBA News: Magic Johnson torna ai Lakers!

Ritorno alle origini: nella giornata di Giovedì 2 Febbraio, l'ex stella dei Los Angeles Lakers, Earvin Magic Johnson, è entrato a far parte dello staff dei 16 volte campioni NBA. I Los Angeles Lakers hanno annunciato che Magic tornerà ai Lakers per assistere Jeanie Buss in tutte le aree riguardanti sia il basket sia le attività di business della squadra. Jeanie Marie Buss, una dei proprietari e presidenti dei Lakers, ha dichiarato: " Siamo tutti entusiasti di poter aggiungere allo staff dei Los Angeles Lakers le competenze e le abilità di Magic, e io personalmente non vedo l'ora di lavorare con lui." Magic risponderà direttamente a Jeanie Buss, che dalla morte del padre Jerry (l’uomo che portò Magic ai Lakers nel 1979 e con cui Johnson aveva un rapporto molto intenso) gestisce il lato amministrativo dei Lakers con la gestione sportiva affidata al fratello Jim. Johnson si è ripreso i Lakers, come ai tempi dello Showtime; l'ex stella di Los Angeles avrà un ruolo di consigliere e di "fratello maggiore" per i giocatori, senza dubbio un ruolo chiave nel futuro della franchigia. I "doveri di Johnson comprendono, ma non sono limitati, : consulenza sulla proprietà su tutte le questioni d'affari e da basket, collaborazione con gli allenatori, valutazione e mentoring giocatori, valutazione sulle possibili necessità future nel franchising e aiutare la proprietà per determinare il miglior percorso per la crescita e successo. Anche Adam Silver, commissario NBA dal 2014, si è detto entusiasta per questo colpo di mercato effettutato dai Lakers: "Magic Johnson è uno dei più grandi giocatori della NBA ed è fantastico vederlo tornare ai Lakers," ha dichiarato il commissario NBA Adam Silver, "E 'una persona davvero speciale e un leader naturale con una passione inarrestabile per il basket e profonda conoscenza del gioco." Per Magic è il quarto ritorno ai Lakers, dopo il ritiro del 1991, con l’annuncio-choc: “Ho contratto il virus HIV”. Nel 1994 Magic tornò come allenatore, nel 1996, invece, Johnson visse l’ultima esperienza da giocatore, accompagnando i Lakers verso l’era di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant, che giunsero a Los Angeles proprio in quell’estate, quando Magic lasciò definitivamente il campo. Successivamente, è stato co-proprietario e vice presidente onorario fino al 2011. Un legame profondo ha legato da sempre Magic a Los Angeles, un legame d'amore che dura nel tempo e che sembra non finire mai.
"Tutti sanno che il mio amore per i Lakers non si è mai esaurito durante tutti questi anni.", ha detto Johnson, "Ho preso in considerazione altre opportunità di lavoro offerte da altre franchigie, ma tuttavia, la mia devozione al gioco, a Los Angeles e ai Lakers ha fatto si che questa fosse la mia prima e unica scelta. Farò quanto in mio poter per aiutare i Lakers a tornare nel posto che spetta a loro: nell'elitè della NBA."

Forse i tifosi dei Lakers possono tornare a sperare, tornare a sognare e credere in una rinascita che negli ultimi 4 anni sembrava lontana anni luce. Johnson non può certamente fare miracoli, ma il suo arrivo, sono sicuro, porterà grande euforia e grande gioia in tutta l'ambiente di Los Angeles sponda giallo-viola.

 

 
Marco Mugnaini

 

 

La franchigia dei Nets è una delle franchigie più "anziane" dell'intera NBA; venne costituita nel 1967 all'interno della American Basketball Association (ABA) col nome di New York Americans, ma date le difficoltà a trovare un campo di gioco a New York, assunse poco dopo la denominazione di New Jersey Americans dopo aver trovato un palazzetto a Teaneck, New Jersey. Dopo il primo anno, a seguito del trasferimento a Long Island, la franchigia cambiò nome in New York Nets; gli anni '70 furono gli anni più vincenti dell'intera storia dei Nets, durante i quali disputarono e persero la finale ABA nel 1972 contro Indiana, ma vinsero il titolo nel 1974 contro gli Utah Stars e nel 1976 contro i Denver Nuggets. Erano gli anni d'oro dei New York Nets, soprattutto grazie alla leggenda e al trascinatore Julius " Doctor J" Erving e all'allenatore e guida Kevin Loughery. Dopo la vittoria dell'ultimo anello a discapito di Denver, finì il periodo di successi dei Nets, a causa anche della fusione tra ABA e NBA. che vide costretti i New York Nets a vendere Erving per permettersi l'ingresso nel campionato; nel '78 la franchigia fece ritorno nel New Jersey e prese il nome di New Jersey Nets. Da lì iniziò un ventennio di totale anonimato per la squadra , che raggiunse un record positivo stagionale solo in pochissime volte, regalando zero soddisfazioni ai tifosi di New Jersey. Nel 1994 accadde qualcosa che avrebbe potuto cambiare per sempre la storia di questa franchigia: dopo che la stagione 1993-1994 si concluse con un discreto record di 45 vittorie e 37 perse, ma con la cocente eliminazione al primo turno dei playoff per mano dei rivali New York Knicks, uno dei sette proprietari dei Nets, Jon Spoelstra, decise che era giunta l'ora di cambiare e propose di dare un nuovo look alla squadra per tentare di farla risorgere dalle ceneri. Jon ebbe l'intuizione: "Risolleviamo l'immagine della franchigia cambiandole nome e logo": un enorme drago stilizzato e sorridente color viola e verde-acqua avrebbe campeggiato, sputando fuoco e facendo roteare una piccola palla da basket sull’indice, sopra il novo nome della franchigia: i New Jersey Swamp Dragons ( I Dragoni delle Paludi del New Jersey). I Nets, che raschiavano sul fondo della classifica non solo per le prestazioni sportive ma anche in termini di vendite legate al merchandising e per il livello di appeal che riuscivano ad avere sulle nuove generazioni, cercarono così di ricostruire e svecchiare un’immagine datata, logora e dal fascino perduto. Alcuni tifosi e alcuni dirigenti amministrativi Nets erano scettici a proposito di questa rivoluzione all'interna della franchigia, ma la "Secaucus Seven" , ovvero il consiglio di amministrazione della franchigia a quel tempo, approvò a maggioranza il nome e il logo e così fece anche l'NBA, che iniziò le pratiche legali per proteggere il brand e diffondere il marchio in tutti gli Stati Uniti d'America e non solo. Per poter procedere con la nascita della nuova franchigia, però, i New Jersey Nets avevano bisogno dell'approvazione di tutti i proprietari delle altre squadre della lega e i Nets, i cui proprietari facevano a rotazione per partecipare alle riunioni NBA, erano rappresentati da David Gerstein. I proprietari dei Chicago Bulls, Detroit Pistons e Los Angeles Lakers, tre delle franchigie più importanti del periodo, furono i primi a essere avvisati e convinti, e , quando arrivò il momento della votazione, gli Swamp Dragons stravinsero quasi all’unanimità con 26 voti a favore e uno solo contrario. Spoelstra chiamò immediatamente David Stern, l'allora Commissario NBA: "David, abbiamo ancora la maggioranza”. Quest’ultimo rispose, tra il sorpreso e il divertito: "Sì, ma quello che non ha votato a favore è il vostro proprietario". Già, proprio David Gerstein aveva fatto crollare il sogno di Spoelstra e della maggior parte dei dirigenti e dei proprietari dei Nets, che erano pronti a scrivere una pagina storica nella NBA. Gerstein spiegò che, al momento del voto, non se l’era sentita di schierarsi in favore del cambio di nome, considerandolo troppo fanciullesco e ridicolo e tra l'altro nel giro di pochi anni i New Jersey Nets sarebbero riemersi dal fango delle Meadowlands per centrare due Finals NBA consecutive con Jason Kidd a dirigere l’orchestra. Inoltre, come tutti sappiamo, la franchigia nel 2013 si spostò a Brooklyn e prese il nome di Brooklyn Nets ed è solo grazie o colpa, decidete voi, di David Gerstein se oggi non possiamo ammirare i Brooklyn Swamp Dragons. Storia incredibile per una franchigia che purtroppo non ha avuto molto soddisfazioni durante la propria storia, franchigia che è stata grandissima negli anni '70 e nei primi anni 2000 e che adesso, come negli anni '90, cerca di risorgere e di togliersi dagli ultimi posti in NBA, ma con scarsissimi risultati per adesso.

 

Marco Mugnaini

 

 

 

Danilo Gallinari e Marco Belinelli, i due italiani che militano in NBA rispettivamente nel roster dei Denver Nuggets e dei Charlotte Hornets, possono ritenersi soddisfatti delle loro stagioni. Giunti quasi al giro di boa del campionato entrambe le squadre in cui giocano disputerebbero i playoff, dato che si trovano all'ottavo posto della Western e della Eastern Conference. Il minutaggio dei due giocatori è piuttosto elevato ma ovviamente aspirano a fare ancora meglio. Analizziamo la stagione fin qui disputata da entrambi.

Martedì, 31 Gennaio 2017 10:49

Nba: NO al razzismo!!

Prima di parlare di Steve Kerr e delle sue parole rilasciate ad Espn dopo la vittoria contro Portland, vorrei portare l'attenzione di tutti voi lettori su un episodio, che definirei insensato e disumano, accaduto questo weekend durante una partita di calcio Juniores in Toscana, a Livorno. Un giovane calciatore originario del Gambia (18 anni) è finito in ospedale al termine di una partita juniores, ovvero giocata da ragazzi/giocatori Under 19. Insultato più volte durante la partita: "Nero di m..", "torna al tuo paese". Poi gli hanno sputato, ripetutamente. E a fine incontro lo hanno colpito, con una testata, mandandolo in ospedale con un forte trauma cranico. Vero, questo episodio non c'entra con l'NBA, ma quando nello sport accadano queste cose, qualsiasi tifoso si deve fermare e pensare: pensare a come mai ragazzi di 18/19 anni hanno tanta rabbia e tanto odio dentro di loro, pensare a come la società di oggi sia così razzista da infondere ideali e pregiudizi anomali nella testa delle persone , pensare a come sia possibile che una partita di calcio finisca con un povero ragazzo in ospedale. Eppure il giocatore gambiano era un ragazzo tranquillissimo, che non aveva mai dato problemi a nessuno ed è stato proprio il suo allenatore a raccontarmi la sua storia: " Lui è con noi da gennaio ma da un anno e mezzo si trova in Italia. Non ha genitori, è partito da solo, la sua storia è quella di tanti che vengono qui a bordo dei barconi nella speranza di una vita migliore. È un bravo ragazzo, per pagarsi il viaggio ha lavorato nelle miniere, ha camminato per giorni e giorni in situazioni disperate - ha raccontato il mister Mantovani - Ora vive in una specie di comunità dove vengono ospitate queste persone, va a scuola ed è integrato con i nostri ragazzi". Questi episodi non devono accadere negli sport, perchè lo sport è divertimento, unità di squadra, è giocare per se stessi ma soprattutto per i compagni, ma soprattutto lo sport condanna certi comportamenti."

Anche Steve Kerr, Domenica notte, ha parlato di razzismo e dell'assurda e triste decisione del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Che il nuovo presidente USA non godesse di molta simpatia nel mondo NBA, lo si sapeva anche prima della sua elezione, con molti giocatori, allenatori e dirigenti che si sono più volte schierati contro le idee di Trump (Es: Popovich e James), ma dopo i recenti provvedimenti a favore di una politica anti- immigrazione che bandisce l’ingresso alle persone provenienti da 7 paesi a maggioranza islamica, anche se detentori di regolare green card e l'espatrio di quelli già residenti negli Stati Uniti, anche l'allenatore dei Golden State Warriors, Steve Kerr, ha voluto dire la sua e non si può certo dire che non abbia i requisiti per farlo. Nel 1984, l’allenatore dei Warriors ha infatti subito la perdita del padre proprio in un attacco terroristico mentre si trovava a Beirut, dove era presidente della American University. Fu assassinato da due uomini armati facenti parte di una cellula chiamata “Islamic Jihad”, che più tardi confluì in Hezbollah. Queste le sue parole: "Vorrei dire che, come persona cui un familiare è stato vittima di terrorismo, avendo perso mio padre, se stiamo provando a sconfiggere il terrorismo vietando alle persone di entrare in questo paese, andando veramente contro i principi espressi dalla nostra costituzione e creando paura, ci stiamo muovendo nel modo sbagliato. Penso che il provvedimento sia scioccante. È un’idea terribile e sono vicino a tutte le persone che ne sono state colpite. Famiglie sono state separate, e sono preoccupato per quello che questo può significare per la sicurezza del mondo. Sta avendo esattamente l’effetto contrario a ciò che vuole ottenere. Se si vuole risolvere il terrore, si vuole risolvere il crimine, non è questo il modo per farlo". Parole saggie di Steve Kerr; questa situazione che sta colpendo tutto il mondo, riguarda anche due giocatori NBA: il 19enne Thon Maker dei Bucks e il 32enne Loul Deng, veterano dei Los Angeles Lakers. Entrambi sono nati in Sudan, uno dei setti paesi coinvolti nel decreto Trump insieme a Libia, Iran, Iraq, Somalia, Siria e Yemen: Maker e Deng, ovviamente, sono in possesso di regolari permessi di soggiorno, oltretutto entrambi hanno un secondo passaporto: il lungo dei Bucks è cittadino australiano, visto che la sua famiglia venne accolta come rifugiata a Perth quando Maker aveva cinque anni. Una storia simile a quella di Deng, in possesso del passaporto britannico (con la Nazionale inglese ha disputato anche i Giochi di Londra 2012) dopo il trasferimento nell’età dell’infanzia a Londra. Ma il provvedimento di Trump tocca anche chi è in possesso di doppio passaporto. L'NBA, le franchigie, i dirigenti, i giocatori e i tifosi hanno dato subito il loro appoggio a questi due giocatori, mandando messaggi d'affetto e di supporto. Nella giornata di domenica il vice presidente e figlio del proprietario dei Bucks Alexander Lasry ha preso posizione ricordando che suo padre era immigrato dal Marocco negli USA alla ricerca del sogno americano: "Apprezzo il sostegno dei tifosi e dei giocatori che sono preoccupati per Thon. Oggi, un rifugiato sudanese, fuggito dalla guerra e dalla oppressione, inizierà la sua seconda partita di NBA come starter. Ne sono orgoglioso e felice. E' il simbolo di ciò che rende la grandezza e i valori che attirano gli immigrati qui in America. Sono orgoglioso che mio padre e Thon diano l'esempio."

 

Marco Mugnaini

 

 

 

Jared Anthony Dudley è un attuale giocatore NBA dei Phoenix Suns e all'età di 31 anni ha appena cominciato la sua decima stagione NBA. Dudley ha girato moltissime squadre NBA: 2007-2008 Charlotte Bobcats, 2008-2013 Phoenix Suns, 2013-2014 Los Angeles Clippers, 2014-2015 Washington Wizards, 2015 Phoenix Suns. Indubbiamente non è tra i 50 giocatori tecnicamente più forti della lega, ma avere un giocatore intraprendente e dalla grande esperienza, si sta rivelando un ottimo affare per i Suns, nonostante coach Earl Watson abbia deciso nelle ultime partite di farlo partire dalla panchina, preferendo come titolare Marqueese Chriss. Essendo una persona e un giocatore saggiom Dudley non ha preso sul personale questa decisione: "I cambiamenti sono naturali quando arrivano le sconfitte – ha detto Dudley ad Paul Coro di Arizona Republic – e potrebbero essercene altri. Spero che Marqueese faccia bene, da parte mia cercherò di aiutare soprattutto Brandon Knight e Barbosa a prendere tiri migliori grazie ai miei passaggi. Specialmente Brandon... dobbiamo trovare il modo di coinvolgerlo di più, è uno dei principali motivi per cui stiamo faticando. E’ il mio primo obiettivo." Pur non essendo un talento, Dudley ha lavorato moltissimo per migliorare il suo gioco in questi 10 anni in NBA, soprattutto ha lavorato con giocatori "sovrannaturali" che gli hanno permesso di crescere sia come giocatore sia come compagno e uomo spogliatoio: Steve Nash, Amar' e Stoudemire, Grant Hill, Chris Paul, ecc.. Recentemente Dudley ha parlato proprio dei suoi primi anni a Phoenix (2008-2013) e della fortuna che ha avuto potendo giocare con uno dei giocatori che più fenomenali e visionari del gioco che l'NBA abbia mai visto: il canadese Steve Nash.

"Oggi guardandomi alle spalle capisco quanto sono stato fortunato a poter giocare con un giocatore e un uomo del calibro di Steve Nash. Avete presente tutti quei circus shots che metteva su in partita? Niente era lasciato al caso, non era fortuna. Era allenamento. Steve non usciva mai dalla palestra. Era il primo ad arrivare e l'ultimo ad andare via, e non sono neanche sicuro che andasse via. Stava là ore da solo a schivare e fregare difensori immaginari, penso che trovasse il modo di passasserla pure quando era sul campo da solo. Steve è un due volte MVP che si sacrificava ogni singola notte per i suoi compagni. E ogni singola notte scendevamo in campo per ripagarlo almeno in parte per quello che faceva per noi. Mi ricordo i viaggi in pullman con Steve e Grant Hill, erano pozzi di conoscenza cestistica. Credo che abbiano fatto per me e per la mia carriera più di quanto avrei mai potuto immaginare."

 

Marco Mugnaini

 

 

 

23 vittorie e 24 sconfitte, questo è il record attuale di una squadra che durante l'estate aveva rivoluzionato completamente il suo roster, introducendo ottimi elementi e diventando, almeno sulla carta, una possibile contendente dei Cleveland Cavaliers per il dominio dell'East. Siamo a fine Gennaio e i Chicago Bulls non hanno ancora dimostrato di essere una vera squadra, anzi: tralasciando il gioco e i risultati (pessimi fino a questo momento) a Chicago è sembrato mancare quell'alchimia di squadra necessaria a raggiungere alti obiettivi, è sembrato mancare un allenatore che sapesse gestire tutti i suoi giocatori e soprattutto è sembrato venire meno il rispetto tra i vari giocatori. Molti dei tifosi e dei giornalisti hanno visto in Rajon Rondo il vero problema fondamentale della squadra, accusato di non "voler più vincere": i due pilastri della squadra, Butler e Wade, non si sono risparmiati e la scorsa notte hanno rilasciato queste interviste.
Butler: "Capisco che se c’è un tiro piedi a terra aperto te lo debba prendere, ma in un certo momento della partita la palla andare nelle mani dei tuoi giocatori migliori, come da prassi nel basket! Io e Dwyane siamo qui e pronti per queste responsabilità. Bisogna imparare dagli errori, ripeto, se sei libero è giusto che tu prenda il titro ma ci sono momenti e momenti per prenderlo." La stella dei Bulls ha "sbottato" contro i compagni colpevoli di aver escluso Jimmy e Dwyane dai possessi fondamentali e più importanti nelle ultime partite e soprattutto nella partita di Mercoledì notte persa 119 a 114 contro Atlanta.
Wade c'è andato molto ma molto meno sottile: "Non so cosa sia successo, continuiamo a finire in queste situazioni e a perdere partite, forse ad alcuni non interessa abbastanza vincere cosa che invece dovrebbe essere alla base, non so come si possa sistemare questa situazione, sono infastidito ma non posso farmi prendere dalla frustrazione prendermela troppo con questi ragazzi."
I destinatari di questi messaggi, sembrano essere principalmente Mirotic e Rondo, entrambi in scadenza di contratto e con Chicago pronti a lasciarli andare alla prima occasione buona possibile: Rondo è a libro paga per 14 milioni quest’anno e ha una team option sulla prossima stagione, anche se i suoi problemi comportamentali (anche se ha accettato l’esclusione dai titolari) frenano potenziali interessati. Mirotic invece ha uno stipendio di 5,8 milioni nel 2016-17, l’ultimo anno col contratto da rookie. Che la situazione in casa Bulls non fosse serena lo si era capito ormai da tempo, ma tutta questa frustrazione e "cattiveria" nei confronti di Rondo è difficile da capire: vero che non è più il Rondo visto a Boston, quando dava filo da torcere con le sue giocate a Lebron James e compagni, ma è anche vero che in questi 10 anni la pallacanestro NBA è cambiata parecchio: il campo che si apre, le triple che piovono, i playmaking four, le point guard alla Giannis che prendono più rimbalzi dei lunghi, Westbrook e Harden che non so cosa siano, la ricerca sempre più spasmodica di specialisti su entrambi i lati del campo. A mio avviso Rondo rimane un giocatore meraviglioso per come studia il gioco e le varie situazione sul parquet, solo che è inserito in un contesto non adatto a lui e non gli permette di esprimere le sue capacità al meglio. "I miei veterani non sarebbero mai andati dai media. Avrebbero parlato alla squadra. I miei veterani non sceglievano quando farsi avanti. Lo facevano ogni volta che scendevano in campo, indipendentemente che fosse un allenamento o una partita. Non si prendevano giorni liberi. Ai miei veterani non importava dei loro numeri. I miei veterani giocavano per la squadra. Quando perdevamo non ci davano la colpa. Si assumevano le responsabilità e andavano in palestra. Mostravano ai ragazzi giovani che cosa volesse dire lavorare. Anche a Boston, quando avevamo il miglior record della lega, se perdevamo una partita non si sentiva volare una mosca sul bus. Ci hanno mostrato la serietà del gioco. I miei veterani non avevano influenza sul coaching staff. Non cambiavano il piano partita perché li penalizzava. Ho giocato per uno dei coach più grandi, e lui ha sempre fatto sentire tutti importanti. Ci vogliono tutti e 15 i giocatori per vincere. Quando isoli qualcuno, non riuscirai mai a vincere in maniera consistente. Posso essere un sacco di cose, ma non sono un pessimo compagno di squadra. Il mio obiettivo è trasmettere ciò che ho imparato. I giovani lavorano. Lo stanno facendo vedere. Non si meritano di ricevere nessuna colpa. Se c'è qualcosa che può essere messo in dubbio, beh quella è leadership."
Perchè il concetto di basket e di gioco di squadra va al di là di ogni risultato personale, perchè la squadra e i compagni vengono prima di tutto anche dei risultati negativi, perchè un roster di giocatori che non si confrontano e che non si prendano le responsabilità arriverà da poche parti, perchè prima di essere un grande giocatore devi essere un grande uomo. I Bulls hanno tempo fino al 19 Febbraio per tentare di risollevare una squadra e una città, rimasta incredula dall'avvio di stagione dei suoi giocatori.

 

Marco Mugnaini

 

 

Molto spesso giudicare situazioni che non ci riguardano in primo piano, di cui conosciamo parzialmente la verità, non è mai produttivo, soprattutto se certe situazioni accadano a miglia e miglia di distanza da noi, dall'altra parte dell'Oceano Atlantico: ma quello che sta succedendo ai Cleveland Cavaliers è qualcosa di inaspettato, di assurdo, impossibile da non giudicare o da non commentare. Il record stagionale degli attuali campioni NBA è di 30 vittorie e 13 sconfitte, record molto simile a quello di David Blatt nella scorsa stagione quando venne licenziato: già lì iniziarono le prime polemiche, le prime inclinazioni, tra la stella Lebron James e la dirigenza dei Cavs. Tutti i piccoli screzi vennero spazzati via con la rimonta nelle Finals contro i Golden State e il primo anello nella storia dei Cleveland Cavaliers. In questa stagione sembra che il rapporto tra "The King" e lo staff dei Cavs sia peggiorato ed è stato lo stesso James ha manifestare tutta la sua rabbia e la sua delusione dopo la sconfitta di questa notte contro i Pellicans, privi di Anthony Davis.

"Non siamo più forti dell’anno scorso, almeno da un punto di vista del roster. Siamo una squadra sbilanciata. Siamo f***********e sbilanciati. Siamo io, Kyrie e Kevin. E in regular season è dura. Certo, nei playoff si scende a una rotazione di otto uomini, massimo nove se ci sono problemi di falli. Non ci sono back-to-back e abbiamo anche due giorni di pausa. Ma quando non hai corpi a disposizione, la regular season è un c***o di massacro. Non ho tempo da perdere. A fine anno avrò 33 anni e non ho tempo da perdere. Quando sentirò dentro di me che non avrò più le forze o la testa per competere per il titolo, non mi farò di questi problemi. Ma fino a quando questo non succederà, e direi che non succederà presto... "Ho detto faccia a faccia a Griffin quello che sto dicendo ora, perciò non è niente di nuovo. Se c’è una cosa che faccio è che se devo dire qualcosa, te la dico in faccia. Abbiamo bisogno di un c***o di playmaker."

Il "Prescelto" non si è per niente risparmiato: indubbiamente la panchina dei Cavs non può competere con le panchine delle altre squadre che competano per il titolo NBA, soprattutto se vediamo i roster delle squadre ad Ovest: Golden State, San Antonio, Houston e anche gli stessi Toronto Raptors, hanno indubbiamente una panchina più lunga e di maggior talento rispetto a quella di Cleveland e l'infortunio di J.R. Smith ha pesato molto sia sul rendimento che sulle rotazioni della squadra. Indubbiamente il quintetto titolare è da titolo, come ha detto Lebron. Irving, Lebron e Love nella partita di stanotte hanno dato spettacolo: il primo con 49 punti, 8/14 dalla lunga distanza e nessuna parla persa, il secondo con una sontuosa tripla doppia fatta da 26 punti, 10 rimbalzi e 12 assist mentre il terzo ha realizzato 22 punti. Nonostante i 97 punti messi a segno dalle tre stelle della squadra, i Cavs hanno perso 122-124 contro New Orleans. Questo dato dimostra quanto la panchina di Cleveland sia poco efficace, che l'innesto di un giocatore perfetto al tipo di gioco dei Cavs come Kyle Korver non basta a fronteggiare i continui back to back e la panchina poco lunga. I Cavs sono indubbiamente i favoriti ad East e molto probabilmente arriveranno anche quest'anno alle Finals, ma le domande sorgono spontanee: in che condizioni fisiche e mentali ci arriveranno? Lebron riuscirà a mettere da parte i dissidi con la dirigenza e a trascinare tutta Cleveland alla vittoria dell'anello?

 

Marco Mugnaini

 

"Finirò la mia carriera con i Pacers, finirò la carriera qui, sarò un Pacers a vita perchè allo scadere di questo contratto credo proprio che mi ritirerò. Tutto ciò è molto eccitante perchè in questa epoca della NBA sono veramente rari quei giocatori che iniziano e finiscono una carriera indossando una sola maglia. Per cercare di conquistare il titolo non voglio andare in altre squadre, il titolo NBA voglio cercare di vincere con Indiana. Sono arrivato in questa città che ero un ragazzino inesperto e tutto pelle ed ossa; oggi, invece, sono un uomo e questo non lo devo solo a me stesso, ma anche a questa città, a questi tifosi, a miei compagni, al presidente e a tutto lo staff dei Pacers." Queste furono le parole di Reginald Wayne Miller, per tutti Reggie, dopo aver esteso il contratto con i Pacers di altri due anni nella stagione 2003-2004, all' età di 38 anni. La storia di Miller è ricca di valori positivi e importanti: è una storia che racconta di un campione e non di un mercenario, di un giocatore che conosce il significato della parola leatà e l'ha messa in pratica nei suoi 18 anni di carriera con la maglia di Indiana ( 1987-2005). Perchè Reggie non era solo un giocatore e il capitano di Indiana, ne era il simbolo. Nonostante non avesse mai vinto un anello con i Pacers, in quell'estate del 2003, rifiutò offerti importanti di squadre forti che avrebbero sicuramente lottato per il titolo, per restare un PACER a vita. Reggie Miller nacque a Riverside, California, il 24 Agosto 1965. Ritenuto da molti come uno tra i più grandi tiratori della storia, Reginald era una guardia di 200 cm per 86 chili e fin dal College dimostrò tutto il suo enorme potenziale, diventando una stella assoluta ad UCLA; a Los Angeles rimase per quattro anni chiudendo con delle ottime medie: 17.2 punti, 4.5 rimbalzi e 3 assist di media a partita, tirando con il 54,7% dal campo e il 46% da tre. Discreto tiratore. Le sue incredibili prestazioni al College UCLA, gli hanno permesso di entrare a far parte della Hall of Fame dell'ateneo californiano, nel 1998. Nel Draft del 1987 viene scelto dagli Indiana Pacers alla posizione numero 11; Draft che prevedeva giocatori del calibro di David Robinson (1°), Scottie Pippen (5°), Kenny Smith ( 6°), Kevin Johnson (7°) e Horace Grant (10°) ma anche giocatori che nella NBA non hanno dimostrato poco o niente: Armen Gilliam (2°), Dennis Hopson (3°), Reggie Williams (4°), Olden Polynice (8°) e Derrick McKey (11°). Dalla stagione 1988-1989 alla stagione 2001-2002, Reggie Miller non è mai sceso sotto i 16 punti di media e in sette di queste stagioni ha viaggiato con oltre 20 punti di media a partita. Impressionanti le sue cifre di media in queste 14 stagioni: 1243 partite giocate, 18.9 punti, 3.1 rimbalzi, 3.0 assist, tirando con il 47,4% dal campo e 39.8 % da tre. E durante i playoff, quando le partite contavano, giocava ancora meglio: 115 partite di playoff disputate a una media di 22.8 punti con il 45,3% dal campo, il 40% da tre e il 90% dalla lunetta: tiratore pure!In tutta la sua carriera, in ben 18 anni di NBA , Reggie Miller ha saltato solamente 87 partite, giocandone 1389 su 1476, giocatore di una longevità incredibile! Killer Miller non ha vinto un titolo NBA e questo può considerarsi il più grande rammarico della sua carriera; d'altro canto l'ex giocatore di Indiana ha partecipato a quattro edizioni dell'All Star Game ed ha vinto due medaglie d'oro con la nazionale americana, la prima ai Mondiali di Toronto del 1994 e la seconda alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Oltre ad essere il leader in campo per Indiana, Reggie Miller lo è stato e lo è tutt'ora anche fuori dal campo: legato molto ai tifosi e alla città che lo ha cullato per tantissimo tempo , Reggie è sempre stato molto attivo nelle organizzazioni di beneficenza, sia che quelle che coinvolgono la NBA, sia quelle legate ad Indianapolis. Nella stagione 2002-2003, decise di donare alla Croce Rossa 1000 dollari per ogni suo tiro da tre segnato. Alla fine dell'anno Reggie raccolse 206.000 (206 triple in una stagione!!). Oltre a questo per Miller è abitudine andare a far visite a sorprese nelle varie scuole di Indianapolis, provocando la gioia e la felicità sia di tutti i ragazzi sia dell'intero stato dell'Indiana. Miller è entrato di diretto a far parte di quell'èlite di giocatori che hanno deciso di legarsi per tutta la carriera a una città, legati ai tifosi e al loro amore per il basket e per la città, legati alla parola lealtà che va al di là di ogni contratto o vittoria individuale: John Havlicek, stella dei Celtics degli anni '60-'70 con Boston per tutta la carriera fatta di 16 stagioni, Dolph Schayes per lo stesso periodo, per tutta la carriera con la maglia di Philadelphia, David Robinson 14 anni con San Antonio, Elgyn Baylor e Joe Dumars rispettivamente per 14 anni con i Lakers e Detroit Pistons, Larry Bird, McHale e Bill Russel, tutti 13 stagioni con la maglia verde dei Celtics, Magic Johnson e Jerry West 13 campionati con i Lakers , Isiah Thomas e Wes Unseld stessi campionati dei sopracitati con le maglie di Detroit e Washington e infine Kobe Bryant e Tim Duncano, 20 stagione rispettivamente con i Lakers e San Antonio Spurs. Questi sono giocatori diventati eroi per la squadra per cui hanno giocato, simboli per la città che hanno deciso di rappresentare con onore per tutta la loro carriera. Reggie è uno di loro, Reggie è Indiana.

 

 Marco Mugnaini

 

 

Giovedì, 19 Gennaio 2017 11:58

10 giocatori Nba prossimi al ritiro (parte 2)

UDONIS HASLEM: Haslem è stato, è e sarà per sempre un pezzo di storia dei Miami Heat; uno dei pochissimi giocatori NBA a vestire una sola maglia in tutta la sua carriera (14 anni in Florida senza mai cambiare squadra). Ovviamente non stiamo parlando di una superstar, di un stella NBA, ma stiamo parlando di un giocatore che ha fatto sempre,e ribadisco sempre la cosa giusta; Haslem durante la sua carriera è stato sempre conscio delle sue potenzialità non eccellenti, ma il giocatore ormai 37enne, ha sempre avuto quella cosa che non si può insegnare: tantissimo cuore. Durante gli anni d'oro dei Big Three a Miami, Udonis è stato semplicemente una costante fondamentale per il gioco di Miami, grazie soprattutto alla sua intelligenza cestistica e la voglia che il giocatore ci metteva per lottare sotto canestro. Durante la sua carriera ha avuto sempre cifre molto buone: 8 punti, 7 rimbalzi e 1 assist di media a partita durante tutti suoi anni in NBA. E quest'anno? Quest'anno purtroppo Haslem ha visto pochissimo il campo (7.9 minuti giocati di media) e l'unica ragione per cui Miami molto probabilmente non lo ha ancora tagliato dal roster è il rispetto che tutta la franchigia ha nei suoi confronti, per quello che ha fatto in tutti questi 14 anni per i Miami Heat. Il tempo sembra voler concludere la carriera di un un grande lavoratore del gioco del basket. 3× NBA champion (2006, 2012, 2013),NBA All-Rookie Second Team (2004).Leader dei Miami Heat per i rimbalzi conquistati, Second-team All-American – NABC (2002), Third-team All-American – AP (2001).

MIKE MILLER: probabilmente uno dei miglior tiratori da tre che l'NBA abbia visto negli ultimi 10 anni e anche lui elemento molto fondamentale, come Haslem, dei tuoi titoli vinti consecutivamente dai Miami Heat (2012-2013). E’ sicuramente uno dei veterani più affidabili della NBA. La sua qualità maggiore è stata sicuramente la continuità: nel corso della sua carriera, le partite in cui ha giocato e non è andato a referto si contano sulle dita di una mano sola, ed in più è un giocatore che ha portato e porta con sé importanti doti di leadership. Le cose purtroppo sono cambiate negli ultimi anni. Dove gioca ora Mike Miller? Domanda lecita, visto che in questi due anni ,soprattutto in questa stagione, Miller non ha mai visto campo, giocando solamente 6 partite in totale. Ma all'età di 37 anni, dopo aver giocato un'ottima carriera e vinto due anelli, che cosa dovremmo chiedere di più a un giocatore così? 2× NBA champion (2012, 2013), NBA Sixth Man of the Year (2006), NBA Rookie of the Year (2001), NBA All-Rookie First Team (2001).

JASON TERRY: soprannominato "THE JET", solo per il soprannome sarebbe da Hall of Fame, Jason Terry è un giocatore che ha fatto impazzire tutti i tifosi NBA nel primo decennio del 2000. Indimenticabile la sua esultanza dopo aver realizzato un canestro da tre; se la ricordano bene diversi tifosi NBA, visto che Terry è stato l'anima e cuore di molte squadre e in particolare degli Atlanta Hawks, dei Boston Celtics e dei Dallas Mavericks. Ma purtroppo anche per lui sembra che "il tempo" abbia preso il sopravvento: nella scorsa stagione aveva firmato un contratto con i Milwaukee Bucks, ritrovando come coach il suo vecchio caro amico Jason Kidd, con il quale è stato campione NBA nel 2011 proprio con i Dallas Mavericks. Quest'anno però, nonostante il minutaggio sia buono, 17.4 minuti di media a partita, The Jet non riesce ad essere energico e spumeggiante come una volta, e i suoi 39 anni possono esserne il motivo: 3.2 punti, 1.2 rimbalzi e 1.4 assist di media, sono troppo pochi per un giocatore dal minutaggio così alto. Per questo nelle ultime partite l'allenatore Kidd ha deciso di abbassare i minuti in campo dell'ex giocatore degli Houston Rockets, che sembra sempre più ai margini di una squadra giovane e con obiettivi di playoff. Onore a una grandissima carriera di un giocatore dalle normalissime doti fisiche ma dalle mani vellutate. NBA champion (2011), NBA Sixth Man of the Year (2009), NBA All-Rookie Second Team (2000), NCAA champion (1997), Consensus first-team All-American (1999), Pac-10 Player of the Year (1999), First-team All-Pac-10 (1999).

CARON BUTLER: Butler è un freeagent, ovvero per adesso non ha una squadra, ma ancora non ha annunciato il suo ritiro, speranzoso di una chiamata da parte di un team che necessita di un veterano solido, bravissimo a crearsi opportunità di tiro dall'uno contro uno e nel tiro da tre nella metà campo offensiva, eccellente difensore e ruba palloni nella metà campo difensiva. E' vero che i quasi 37 anni si sono fatti sentire, soprattutto nelle ultime 3 stagioni disputate da Caron, ma a mio avviso è stato un giocatore sottovaluto durante i suoi anni in NBA. Durante la sua carriera, Butler ha giocato per molte squadre: Miami Heat (2002-2004), L.A. Lakers (2004-2005), Wash. Wizards (2005-2010), Dallas Mavericks (2010-2011), L.A. Clippers (2011-2013), Milwuakee Bucks (2013-2014), Thunder (2014), Detroit Pistons (2014-2015), Sacramento Kings (2015-2016). Stupendi, esaltanti, i suoi anni a Washington, componente fondamentale di una squadra giovane e forte che aveva nel roster giocatori del calibro di Gilbert Arenas, Chucky Atkins, Andray Blatche, Antonio Daniels, Antawn Jamison e Brendan Haywood (quando ancora sapeva giocare a basket). Butler è alla ricerca di una squadra per questa stagione e quasi sicuramente qualche franchigia potrà dargli l'occasione di concludere giocando una egregia carriera. NBA champion (2011), 2× NBA All-Star (2007, 2008), NBA All-Rookie First Team (2003), Second-team All-American – SN (2002), Big East Player of the Year (2002).

MANU GINOBILI: Immortale! Giocatore infinito, senza tempo oserei dire. Alla fine della scorsa stagione, con il ritiro di Duncan, sembrava finita anche la carriera in NBA del natio di Bahia Blanca, all'età di 40. Ma come in una favola, Manu ha annunciato al mondo intero del basket che il suo tempo di giocare non era finito, che avrebbe incantato i nostri occhi per un altro anno ancora. Recentemente Popovich, a riguardo delle prestazioni di Ginobili ha affermato: "Se gioca in questo modo, potrebbe continuare la sua carriera per altri 2-3 anni". Subito dopo il ritiro di Duncan, commovente per tutti coloro che amano il basket, Ginobili ha firmato subito un contratto di un anno per legarsi alla SUA squadra, quei San Antonio Spurs con i quali ha passato 15 anni bellissimi, dopo aver vinto tutto in Europa! Non sappiamo se questo sarà l'ultimo anno di Ginobili, se il prossimo anno i Big Three del Texax vedranno in Parker l'ultimo elemento rimasto. Indubbiamente, quando Manu darà l'addio al basket, sarà un giorno di lutto per la pallacanestro, che perderà uno degli interpreti più pregiati e rari che abbia mai avuto. Medaglia d'oro Olimpiadi Atene (2004) Medaglia di bronzo Olimpiadi Pechino (2008) Medaglia d'argento Mondiali Indianapolis (2002) 4× NBA champion (2003, 2005, 2007, 2014), 2× NBA All-Star (2005, 2011), 2× All-NBA Third Team (2008, 2011), NBA Sixth Man of the Year (2008), NBA All-Rookie Second Team (2003), EuroLeague champion (2001), EuroLeague Finals MVP (2001), All-EuroLeague First Team (2002), Coppa Italia MVP (2002), 2× Campionato Italiano MVP (2001, 2002).

RICHARD JEFFERSON: Altro giocatore senza tempo, aveva annunciato il suo ritiro dopo la vittoria dell'anello con i Cavs, l'ultimo vero tassello mancante di una carriera ottima, soprattutto negli anni passati con la maglia di New Jersey. Sorprendendo tutti, Richard Jefferson ha annunciato un prolungamento di contratto di un altro con Cleveland, sicuri che Jefferson possa dare ancora quel contributo necessario alla vittoria del titolo. Nonostante i 37 anni, Jefferson sembra essere un ottimo uomo spogliatoio e ancora un ottimo giocatore quando scende in campo e le sue medie ne sono la dimostrazione: 15 minuti, 8 punti, 3 rimbalzi, 3 assist e 0.9 stoppate di media a partita. Anche Richard Jefferson a girato molte squadre: N.J. Nets, Milwaukee Bucks, San Antonio Spurs, Golden St. Warriors, Utah Jazz Utah Jazz, Dallas Mavericks, Cleveland Cavaliers. Rimarranno sempre nel mio cuore gli anni di Richard Jefferson con i Nets, una squadra stupenda composta da giocatori stupendi: Richard Jefferson (schiacciatore dalle doti fisiche pazzesche), Jason Kidd (passatore eccellente e visione di gioco di un'altro pianeta), Kerry Kittles (tiratore formidabile), Kenyon Martin (giocatore "pazzo", dal fisico possente), Keith Van Horn (pivot altissimo dalle mani di guardia), squadra a cui è mancata solo la vittoria del titolo NBA. Jefferson si è rifatto però la scorsa stagione, e sia lui, sia i Cleveland Cavaliers, sperano di ripetere l'impresa dello scorso anno. Medaglia di Bronzo Olimpiadi di Atene (2004) NBA champion (2016), NBA All-Rookie Second Team (2002).

 

Marco Mugnaini

 

 

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