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Giovedì, 23 Febbraio 2017 09:32

Gheorghe Muresan, il gigante rumeno

La Nba è un'entità vivente, in costante mutamento nei 28x15 metri che delimitano il campo di gioco. Il cronometro dei 24 secondi, la linea dei tre punti, niente di tutto ciò esisteva al tempo della prima palla a due Nba, nel 1946, e l'impatto di queste novità ha rivoluzionato e cambiato il modo in cui si gioca a basket. Lo stile di gioco, e dei giocatori stessi, è sempre mutato nei corsi dei decenni Nba, sviluppando ipotesi di gioco immaginabili pochi anni prima. Guardie e ali piccoli hanno, da sempre, bombardato il canestro da dietro la linea dei tre punti; ma cosa succede quando si parla di lunghi? Nella Nba moderna i veri centri dominanti si sono quasi oramai estinti, per lasciar posto ai lunghi letali dalla distanza, in grado di costringere le difese avversarie a modificare le proprio tattiche. Anche solo una trentina di anni fa, in una Nba dallo stile fisico e roccioso, un'ipotesi del genere avrebbe fatto sorridere tutti gli addetti al lavoro. I lunghi erano in campo per far guizzare i muscoli e conquistare i rimbalzi, rimandare al mittente i tiri degli avversi e fare il lavoro sporco nel pitturato ( basti pensare a giocatori come David Robinson, Bill Russel, Wilt Chamberlain, Kareem Abdul Jabbar, ecc.). Ma alla fine degli anni '80 e inizi anni '90, la lega ha modificato il proprio gioco andando verso uno stile sempre più fluido, con lunghi capaci di colpire anche in sospensione dal perimetro con grande efficacia. Tutto ciò ha portato le squadre sempre di più ad "aprire il campo", nella metà campo offensiva, portando spesso gli allenatori a giocare con un quintetto senza pivot, ma composto da "5 piccoli".

Ma chi è stato "il gigante" più alto di tutti mai visto in Nba? E' rumeno, e si chiama Gheorghe Muresan. Gheorghe Muresan, soprannominato Big Ghita o semplicemente George, è un ex giocatore professionista della Nba ed è stato l'atleta più alto che la Nba abbia mai avuto. Con i suoi 231,4 cm supera di qualche millimetro un altro gigante della Nba, Manute Bol. Oltre ad essere l'uomo più alto in Romania, Muresan è il secondo uomo più alto in Europa, dopo l'attore e giocatore di basket Neil Fingleton. Nasce il 14 Febbraio 1971 in un distretto di Cluj, Tritenii de Jos, in una famiglia povera. Non eredita la sua altezza dai genitori; suo padre era alto 173 cm, mentre sua madre 170 cm. Secondo alcuni reperti medici la sua incredibile altezza era dovuta all'ipofisi o ghiandola pituitaria, ovvero una ghiandola endocrina situata alla base del cranio, nella fossa ipofisaria della sella turcica dell'osso sfenoide. La sua esperienza col basket inizia grazie a una visita dal dentista; il dentista di Gheorghe, che era un arbitro di pallacanestro, rimasto sbalordito davanti all'incredibile altezza del giovane ragazzo (aveva 14 anni), decide di reclutarlo per la squadra locale. Frequenta l'Università di Cluj e diventa il perno della squadra universitaria. Nel suo primo anno all'Università, Gheorghe riesce a mettere in luce tutte le sue doti, tanto che arrivano talent scout da tutta l'Europa per osservare da vicino questo ragazzone che domina, anzi stradomina ogni partita. Nella stagione 1992-1993 decide di diventare un giocatore professionista, firmando per l'Élan Béarnais Pau-Orthez, squadra che militava nella massima competizione del campionato francese. Diventa subito un idolo per i tifosi. Fin da piccolo il suo "eroe" è Arnold Schwarzenegger, e lo stesso Muresan lo conferma in un' intervista a fine partita, quando un giornalista gli pone la classica domanda su chi fosse il personaggio a cui si ispirava e che idolatrava. La possibilità di conoscere il suo idolo l'ha l'anno seguente, quando la Nba vuole portare negli Stati Uniti quello che sarà il giocatore di basket più alto in assoluto nella sua storia. Infatti Gheorghe fu selezionato dai Washington Bullets con la scelta numero 30 al Draft del 1993. Gioca nella Nba dal 1993 al 2000 e nonostante la sua carriera sia costellata da infortuni , nel complesso fa registrare una discreta media in carriera di 9.8 punti, 6.4 rimbalzi, 0.5 assist e 1.48 stoppate a partita con una percentuale dal campo del 57%. Nella stagione 1995-1996, dopo essere tornato in Francia per circa due mesi e dopo aver giocato alcune partite nel Pau-Orthez, ritorna a Washington e a fine di quella stagione viene eletto Most Improved Player (giocatore più migliorato in quella stagione) grazie a una media di 14.5 punti, 9.6 rimbalzi e 2.26 stoppate a partite. Inoltre, in quell'anno e nella stagione seguente, guida la classifica dei giocatori con la maggior percentuale di tiri dal campo, 58.4% e 60.4%. Il centro rumeno nel 1998 firma con i New Jersey , ma a causa dei continui infortuni riesce a giocare una sola partita. Conclude la sua carriera l'anno seguente, nella stagione 1999-2000 giocando 30 partite con i Nets. La sua ultima partita a basket è datata 7 Marzo del 2007, quando gioca per i Maryland Nighthawks; incredibile ma vero, quella è stata l'unica partita in assoluto in cui Muresan non era il giocatore più alto in campo. A superarlo? Sun Mingming, giocatore cinese alto 236 cm. Oltre ad essersi costruito una discreta carriera in Nba, Gheorghe se nè costruita un'altra fuori dal campo. Muresan è diletto nella recitazione, e quando recita al fianco di Billy Cristal nel film "My Giant" del 1998, riceve ottime critiche e recensioni. E' lui a recitare nella parte del ventriloquo nel video musicale di Eminem "My name is" e inoltre è stato per tempo testimonial delle tavolette di cioccolato Snickers. Nel 2004 fonda la "Giant Basketball Academy" (GBA), un'accademia devota ad insegnare i principali fondamentali della pallacanestro ai ragazzi e alle ragazze di tutte le età. Cosa fa oggi Muresan? Oltre a comparire qualche volta in programmi della tv rumena e oltre aver commentato qualche partita degli Washington Wizards, ha molto più tempo libero, da passare con i suoi figli George e Victor. E ha molto tempo per pescare!! Una delle sue più grandi passioni è la pesca e spesso esce in mare col suo amico Billy Brener per dilettarsi con lenza e canna in mano; uno alto 231 cm, l'altro 160 cm. La moglie di Billy confessa: "Gheorghe seduto è più alto di Billy in piedi". Un grande uomo, dentro e fuori dal campo, che è sempre stato orgoglioso della sua nazionalità e della sua incredibile altezza; chissà se rivedremo mai un gigante del genere in Nba....

Marco Mugnaini

 

 

 

Adam Morrison: storia incredibile quella di Adam Morrison, considerato da molti il più grande "bust", bidone", della storia della NBA recente. Ala piccola dotata di un discreto tiro dalla linea da tre punti, Morrison è stato un giocatore "vintage" per via di uno scarso atletismo, ma dotato di buoni fondamentali. Prima di parlare della sua carriera cestistica, è necessario aprire una piccola parentesi: fin da ragazzino il giocatore di Glendive ha dovuto combattere contro il diabate. A 13 anni Adam perse ben 14 kg e quando nello stesso arco di tempo partecipò ad un ritiro per la sua futura università, Gonzaga, finì addirittura per ammalarsi. Lo stesso Adam raccontò poi di quel tragico camp: "Penso di essermi fatto un'unica tirata di tre giorni, mi sentivo male da cani. Non me la sentivo di giocare, non ce la facevo a fare nulla." Poco dopo, gli venne diagnosticato il diabete di tipo 1, diagnosi che Adam accolse sorprendentemente con forza. Si racconta che appena alla sua seconda somministrazione di insulina, Adam fermò l'infermiera chiedendole di insegnargli a farla da solo: "visto che dovrò farlo per il resto della mia vita, sarebbe meglio mostrarmi come si fa." Tuttavia la scoperta della malattia non sembrò preoccupare Adam, che voleva a tutti i costi giocare a basket. All'High School, durante la finale di Stato, Adam segnò ben 37 punti finendo in una forte ipoglicemia che lo portò vicino ad un collasso. Dopo quell'episodio tutti erano convinti che Morrison avrebbe smesso, ma la voglia di giocare a basket, di realizzare il suo sogno era più importante del diabete. Adam si iscrisse all'Università di Gonzaga e cominciò a giocare per i Gonzaga Bulldogs nel 2003: nel suo anno da matricola dimostrò che il talento c'era, anche se il suo fisico non era pronto per un livello agonistico così alto. In quell'anno trascinò comunque Gonzaga alla vittoria della "West Coast Conference", mettendo a referto 14 punti di media a partita e venendo selezionato nel primo quintetto delle matricole dell'anno 2003. Con una carriera collegiale degna di livello, attirò tutti gli sguardi degli scout NBA. Proprio nel Draft del 2006, Morrison venne selezionato alla posizione numero 3, con grandi speranze da parte dei Charlotte Bobcats: fu scelto solo dietro a Bagnani e Lamarcus Aldrige. Gli Charlotte Bobcats decisero di scegliere Morrison per le sue ottime medie ottenute nell'ultimo anno in NCAA, preferendolo a giocatori che sono diventati delle verie e proprie superstar, come Rudy Gay, Rondo e Brandon Roy: 28.1 punti , 7 rimbalzi e 3 assist furono le medie di Adam nel suo anno da senior. E il suo primo anno in NBA con i Bobcats, ovvero quella stagione 2006/07 che chiuse con una media di 11.8 punti, 2.9 rimbalzi e 2.1 asisst, non fu neppure troppo malvagio, seppur caratterizzato da un rendimento altalenante. Purtroppo, un infortunio (legamento crociato anteriore) durante un incontro di preseason con i Lakers nell’Ottobre del 2007 ne pregiudicò il resto della carriera: dopo aver saltato una intera stagione, giocò la stagione 2008/09 ancora a Charlotte tenendo medie da 4.5 punti e 1 assist, per poi trasferirsi per un biennio ai Lakers dove, offrendo ai suoi compagni solamente 1.8 punti di media a partita, passò quasi tutta la stagione e i playoff in panchina mentre Kobe e compagni vincevano due titoli. Rilasciato dai Lakers, tentò di trasferirsi ai Washington Wizards ma venne immediatamente tagliato al termine del training camp; andò in Europa, doce ebbe due brevi esperienze europee prima con la Stella Rossa di Belgrado ed e poi con il Besiktas, ma anche qui con pessimi risultati. Talento sprecato quello di Morrison, che probabilmente senza diabete e con un fisico all'altezza della NBA, avrebbe anche potuto avere una carriera decente.

Eddie Griffin: Eddie Griffin aveva un carattere molto ma molto pessimo; già ai tempi dell'High School venne cacciato dalla Roman Catholic High School per avere colpito un altro studente durante una partita. Ma il talento non gli mancava: in quei suoi anni alle superiori, infatti, portò la propria scuola alle finali del torneo nazionale per ben due anni consecutivi. Le sue ottime doti da cestista furono notate dalla Setton Hall University, università di Filadelfia molto rinomata nella pallacanestro, che decise di dargli una borsa di studio: nel primo anno da matricola, Griffin fece innamorare il pubblico e l'università di Setton, per le sue giocate e le sue prestazioni molto positive. 18 punti, 11 rimbalzi e 5 stoppate di media a partita, nel suo primo e unico anno in NCAA. Ma fu ancora il suo caratteraccio a rovinargli la reputazione; nel Gennaio del 2001, infatti, fece una rissa con il compagno di squadra Ty Shine e fu costretto ad abbondare l'Università. Grazie alle sue incredibili prestazioni a Sutton, però, Griffin fu inserito nel Draft del 2001, dove venne scelto alla posizione numero 7 dai New Jersey Nets, prima di essere ceduto agli Houston Rockets in cambio di Richard Jefferon, Jason Collins e Brandon Amstrong. Il suo primo anno in NBA fu abbastanza discreto: 8.8 punti, 4.1 rimbalzi e 1.8 stoppate di media e l'onore di essere inserito nel miglior secondo quintetto rookie di quella stagione. Ma già l'anno successivo, pur mantenendo medie di poco superiori al precedente, Eddie mostrò seri problemi con l'alcool e non finì la stagione 2002-03 con Houston; infatti a Dicembre i Rockets decisero di tagliarlo dal proprio roster dopo che Griffin saltò molti allenamenti e perse il volo per una trasferta. A Gennaio rifirmò con i Nets, la squadra che lo aveva portato in NBA, ma sempre a causa dell'alcool entrò in un centro di recupero di alcolisti e non giocò nemmeno una partita. Nell'estate del 2013, furono i Minnesota Timberwolves ha dargli un'altra possibilità. Fiducia che venne ripagata da Eddie, con una stagione molto simile nelle prestazioni al suo anno da rookie, e riuscì ad ottenere un prolungamento di contratto per altri 3 anni. Purtroppo il problema dell'acool continuò a perseguitare Griffin e fu proprio l'amore per gli alcolici a far concludere la carriera NBA di questo giocatore: nel 2006 andò a sbattere con il suv contro una macchina parcheggiata e pochi istanti prima, fu ripreso dalla telecamere del supermercato vicino a comprare alcolici. Minnesota decise di rinunciare al giocatore, che non ebbe altre possibilità in NBA; era l'Agosto del 2007 quando Eddie Griffin morì in seguito a un nuovo, tremendo incidente, dopo aver ignorato (probabilmente nemmeno visto) un passaggio a livello, andando a finire contro un treno in corsa. L'autopsia rivelò che l'ex giocatore aveva un tasso alcolico nel sangue oltre tre volte il livello medio consentito. Grandissimo dispiacere per un ragazzo che ci lasciò a soli 25 anni, perseguitato da quelle brutta bestia che ha perseguitato moltissimi ex giocatori NBA.

Ed O'Bannon: forse la più grande delusione della storia dei New Jersey Nets. Ed O'Bannon, ala piccola di 203 cm e 101 kg, fin dall'High School dimostrò di essere perfetto per il basket. 24.6 punti e 10 rimbalzi di media nel suo anno da Senior all'Artesia High School; in quell'anno trascinò la propria squadra a un record di 29 vittorie e sconfitte, portandola alla vittoria della California Interscholastic Federation (CIF), la seconda divisione del campionato statale. Venne eletto MVP del torneo e fu inserito nel primo quintetto dellla McDonald's High School. Le sue potenzialità furono notate dall'UNLV, Università del Nevada Las Vegas, ma a causa della restrizioni di mercato per irregolarità di reclutamento imposta a UNLV, O'Bannon annullò la sua lettera di impegno con quel college per poi frequentare UCLA, di cui diventerà una delle figure più importanti nella storia di questa università. Sei giorni prima dell'inizio del campionato con UCLA, però, Ed si strappò il legamento del crociato anteriore, dopo aver schiacciato in allenamento. Non giocò per tutta la stagione e tornò sui campi solamente 18 mesi dopo quel bruttissimo infortunio; nella sua prima , vera stagione giocò 23 partite, segnando 4 punti di media e non partendo mai in quintetto titolare. Ma è nella stagione seguente, 1992-1993, che O'Bannon comincia la sua carriera in NCAA, venendo selezionato nel primo quintetto dell'All-Pacific, ovvero nel miglior quintetto di quella conference. Nel suo anno da junior, 1993-1994, fu primo in tutte le statistiche fra i giocatori di UCLA: 509 punti, 245 rimbalzi, 59 assist, 30 stoppate in sole 28 partite giocate. Mostruoso. Fu giustamente eletto MVP della squadra e inserito nuovamente fra i 5 migliori giocatori nella Pacifc Conference. Al suo quarto anno al college O'Bannon consacrò definitivamente il suo talento: fu l'elemento di spicco nella vittoria del torneo NCAA da parte di UCLA, segnando oltre 30 punti e prendendo 17 rimbalzi di media a partita e fu eletto miglior giocatore del torneo NCAA. In quella stagione, grazie alle sue magnifiche prestazioni, ottenne moltissimi premi, ma come Ed O'Bannon disse una volta, i riconoscimenti più importanti arrivarono da UCLA: nel 1996, decisero di ritirare la sua maglietta numero 31 e venne inserito nella UCLA Athletics Hall of Famme nel 2005, un premio importantissimo nella carriera NCAA del giocatore natio di Los Angeles. Peccato che la sua carriera NBA non fu altrettanto prosperosa: i New Jersey Nets decisero di selezionarlo alla posizione numero 9 nel Draft del 1995, convinti che O'Bannon sarebbe diventato una superstar come lo era ad UCLA, offrendogli un contratto da $3.9 milioni di dollari all'anno per tre anni. Ma ben presto i Nets si accorsero di aver fatto l'ennessimo errore di mercato: troppo basso per giocare sotto canestro, troppo lento a causa dell'operazione al ginocchio per difendere sulle guardie perimetrali avversarie, Ed O'Bennon non riuscì mai a trovare posto in NBA. Nei due anni con i Nets fece registrare rispettivamente 6.2 punti e 4.2 punti di media a partite e New Jersey fu costretta a tagliare fuori il giocatore. Ed ci riprovò a Dallas, ma nemmeno lì ottenne buoni risultati. Decise così di girare il mondo, andando a giocare prima in Italia, a Treviso, poi in Spagna, Grecia, Argentina e in Polonia per poi concludere la sua carriera da cestista in ABA, con i Los Angeles Stars. Purtroppo O'Bannon non è riuscito a trovare la sua "nicchia" in NBA, non si è ritrovato nella situazione e nella franchigia giusta per crescere e sviluppare il proprio gioco, non ha mai avuto la possibilità di dimostrare quello che poteva fare. Sicuramente l'infortunio al ginocchio pesò moltissimo sulla sua carriera, ma con molto rammarico devo inserire O'Bannon tra le più grandi delusioni della NBA.

Jimmer Fredette: la più grande delusione della NBA recente, insieme a Bennett, è sicuramente Jimmer Fredette, guardia di 188 cm e 88 kg che ha militato in NBA per 5 anni. Fin dall'infanzia, James Taft "Jimmer" Fredette, dimostrò una grandissima dedizione all'atletica e molto lo deve a suo fratello TJ, che lo ha aiutato a costruire la sua carriera di basket fin dai tempi dell'asilo; infatti a soli 4 anni, Jimmer sapeva già tirare a canestro da dietro la linea dei tre punti. Un predestinato, questo era ciò che diceva la gente del natio di New York. All'High School freqeuntò la Glens Falls High School, diventandone il capocannoniere per punti di tutti i tempi e 16° nella graduatoria tra i giocatori di New York, con 2404 punti. Inoltre venne inserito tra le prime 75 guardie tiratrici all'High School da Espn. Nella sua carriera al Liceo superò moltissime volte la soglia dei 40 punti e portò la sua squadra alla finale del campionato nazionale, persa contro Peekskill High School. Al College frequentò la Brighman Young University (BYU) dal 2007 al 2011, indossando la maglia numero 32. Nel suo anno da matricola giocò tutte le 35 partite disputate dai Cougars di BYU, aiutando la squadra ad arrivare al record di 27 vittorie e 8 sconfitte e alla vittoria del campionato Mountain West Conference: 7 punti, 1 rimbalzo e 1.7 assist, furono le sue medie nella stagione 2007-2008. Durante il suo secondo anno, Fredette divenne la pedina fondamentale del gioco offensivo di BYU, aumentando vistosamente le proprie medie: 17 punti, 3 rimbalzi e 4 assist di media. Ebbe l'onore di essere il primo Playmaker dell'università di BYU a guadagnare un posto nella prima squadra all' All-Conference. Ma fu nel suo anno da senior che Fredette stupì tutti gli Stati Uniti d'America. Nel Gennaio del 2011, Jimmer fece registrare tre prestazioni paurose: 39 punti contro UNLV il 5 Gennaio, 47 punti contro Utah l'11 Gennaio e 42 punti contro Gonzaga il 20 Gennaio. Non solo; il 26 Gennaio, nella prima partita tra le top 10 squadre del campionato Mountain West Conference contro l'imbattuta San Diego, ne mise 46 nella vittoria di BYU per 71 a 58. Il 7 Marzo 2011 fu nominato National Player of The Year da CBSS.sports, mentre il 17 Marzo, nel primo turno del torneo NCAA, segnò 32 punti nella vittoria dei Cougars contro Wofford. BYU superò anche il secondo turno contro Gonzaga ( 34 punti ) per poi arrendersi, come l'anno precedente, al turzo contro Florida Gators. Tutti erano convinti che il talento di New York, avrebbe conquistato i tifosi NBA con le sue triple e con la sua precisione al tiro; venne scelto alla posizione numero 10 nel Draft del 2011 dai Milwaukee Bucks, ma successivamente venne ceduto ai Sacramento Kings in una trade tra i Kings, Bucks e Bobcats che vide coinvolti Jhon Salmons, Ben Udrih, Shaun Livingston, Corey Maggette e Stephen Jackson. A Sacramento scoppiò immediatamente la "Jimmer-mania" e la vendita delle sue magliette aumentò del 540% le vendite merci dei Kings e la sua maglia #7 si esaurì in pochissimo tempo sia negli store dei Kings sia on-line. Ma la "Jimmer-mania" finì molto presto, visto che molto probabilmente in 3 anni, i tifosi di Sacramento si ricorderanno di una sola partita decente disputata da Fredette: 12 Febbraio 2014, segnò 24 punti e due assist nella vittoria dei Kings contro New York. A Febbraio di quello stesso, Sacramento decise di rinunciare al giocatore, che finì la stagione con la maglia dei Chicago Bulls. Girò per l'NBA per altri due anni, giocando per i Pellicans, San Antonio Spurs, New York e qualche squadra di D-League, fino all'Agosto del 2016, quando Jimmer ha deciso di portare il suo mediocre talento in Cina, firmando con gli Shangai Sharks, squadra per cui gioca attualmente. Pessima fine per un giocatore che doveva far innamorare l'NBA con le sue triple e che in realtà non è mai stato all'altezza di un ruolo così importante.

(Se siete interessati alla prima parte dell'articolo, ecco il link http://www.basketnet.it/nba/item/41627-dal-college-alla-nba,-non-tutti-i-giocatori-sono-pronti-al-grande-salto-parte-i.html)

 

Marco Mugnaini

 

 

La NCAA ( National Collegiate Athletic Assosacioton) rappresenta il massimo livello del basket collegiale negli Stati Uniti e ogni anno moltissimi giocatori del College vengono selezionati al Draft NBA con la speranza di diventare le future stelle del basket americano. Il sistema del Draft è uno degli aspetti del basket "made in U.S.A." che più mi affascina, perchè pensare che quasi tutti i giocatori NBA siano il prodotto di una carriera al college, più o meno lunga e più o meno di successo, e che ogni giocatore di college fosse il risultato di una esperienza all'high school, fa capire quanto importante sia lo sport nella società americana, non visto solo come passatempo, ma come una vera e propria opportunità per avere successo nella vita. Come è affascinante e giusto il fatto che, ogni anno, a scegliere i giocatori considerati "più forti" dei vari college americani, siano le squadre più deboli. In teoria. Perchè il Draft non è una scienza esatta e nella storia della NBA ci sono stati moltissimi giocatori dalle ottime "carriere" al college e dalla grandissime aspettative che però in NBA non hanno dimostrato tutto il loro talento; forse non pronti al grande salto dal college al campionato di basket più spettacolare al mondo, forse condizionati dalle pressioni mediatiche e dei tifosi, a poco a poco hanno lasciato l'NBA per andare a giocare in Europa o in leghe minori. Questi giocatori negli Stati Uniti vengono etichettati con l'aggettivo "busts", ovvero coloro che sono stati selezionati al primo turno dei Draft, ma che hanno resistito molto ma molto meno del previsto. Ecco , a mio avviso, alcune delle più grandi delusioni collegiali, quei giocatori che in NBA non hanno dimostrato le proprie qualità fatte vedere nei loro anni universitari:

"C'mon "Dice", lets'go". Antonio McDyess, appoggiato alla parete di un corridoio dell' SBC Center di San Antonio, guarda l'amico e il compagno Ben Wallace che lo invita a risalire sul pullman dei Detroit Pistons. Si è appena conclusa Gara 7 delle Finali NBA; era il 2005 e i San Antonio Spurs avevano vinto il loro terzo titolo NBA, battendo Detroit per 4-3 in una delle sfide più avvincenti e spumeggianti mai viste tra queste due franchigie. McDyess è appoggiato al muro, quasi non riesce a muoversi ed a sopportare il peso di quell'ennesima delusione; ripensa alla sua carriera e all'ennesima sconfitta quando era arrivato ad un passo dall'anello, l'ennesima delusione quando era ad un passo dalla consacrazione e dalla grande gioia dopo essere uscito dal baratro. Ma McDyess, mentre è sul pullman con i suoi compagni di squadra, capisce che in fondo quello che gli è successo non è solo l'ennesimo colpo sfortunato della sua carriera, ma qualcosa da annotare come uno dei ricordi più belli e più ricchi di significato. Giocare una Finale NBA da protagonista dopo aver visto la propria carriera finire per ben più di una volta; perchè la fortuna ha girato le spalle a McDyess nei suoi anni da professionista, giocatore che è considerato da molti, come una delle migliori "power forward" deglianni '90. 

"Nessuno vince da solo"; no, non è l'ultimo libro scritto da Valerio Manfredi, ma è la regola fondamentale della NBA; oltre alle due/tre superstar per squadra, a brillare sul campo devono essere anche gli altri giocatori, " i gregari", fondamentali se si vuole vincere in Regular Season e specialmente ai playoff. Certo, giocatori come James, Harden, Westbrook, sono in grado di dominare e vincere le partite da soli, ma negli ultimi anni in NBA, se non hai una panchina abbastanza lunga e competitiva, difficilmente riuscirai a portare a casa il titolo nelle Finals. Sono quei giocatori chiamati ad alzarsi dalla panchina per dare un contributo, per due quarti, per un minuto o anche per un singolo secondo, non è importante, perchè una stagione intera finisce per giocarsi sui dettagli. I giocatori che partano dalla panchina sono diventati fondamentali per gli allenatori e le franchigie; infatti nella NBA moderna, che è in continua mutazione ed evoluzione, ogni squadra gioca minimo 3/4 partite a settimane, spostandosi in continuazione in ogni parte del territorio americano; questo fa si che gli allenatori siano più cauti nell'adoperare i giocatori (soprattutto i titolarissimi) e tenerli in panchina per un quarto o un intera partita è una scelta finalizzata a risparmiare le energie. La questione non è affatto priva di logica: diminuire il carico di lavoro e di gioco a cui sono sottoposti i giocatori durante la stagione è un modo per evitare infortuni, prolungare la durata della carriera e conservarli freschi e sani per il momento dei play-off. Ecco così che la panchina diventa fondamentale, perchè ogni squadra ha bisogno del supporto di tutti i giocatori presenti nel roster per arrivare all'obiettivo finale: vincere. Avere una panchina composta da buoni giocatori è fondamentale nella NBA di oggi e non solo per far rifiatare le grandi superstar, ma anche per dare una scossa alla partita; la stagione 2016/2017, anche se non è ancora conclusa, ci ha regalato prestazioni magnifiche e giocate sublimi realizzate da giocatori non presente nel quintetto titolare. Ecco, a mio avviso, i 5 migliori "sesto uomo" della NBA:

 

 

Giovedì, 09 Febbraio 2017 09:20

Ritorno al passato,"il tiro libero dal basso"

Un tiro libero è un’opportunità concessa ad un giocatore di segnare 1 punto, non disturbato, da una posizione dietro la linea di tiro libero e all'interno del semicerchio. I tiri liberi, spesse volte, possono risultare decisivi in una partita; si tratta di un fondamentale del basket, e come ogni fondamentale va allenato. Dal punto di vista tecnico è importantissimo avere il giusto equilibrio, i piedi paralleli fra loro e rivolti al canestro e soprattutto la giusta flessione delle gambe, che ti permettono di realizzare un tiro più dolce ed elastico. Negli ultimi anni però, molti dei giocatori Nba sembrano si siano dimenticati di come realizzare un tiro libero, ricevendo continue critiche per le scarse percentuali dalla lunetta; un possibile errore dalla lunetta viene commentato dai tifosi con un rumore di disappunto, mentre gli occhi di tutti sono sul tiratore. Un libero sbagliato è un punto perso, e un punto perso a volte può significare perdere una partita. Il professor Larry Silverberg della North Carolina State University ha elaborato la formula perfetta: angolo di rilascio di 52 gradi, tre rotazioni all’indietro al secondo della palla, mirare a un punto a 7 centimetri dietro il centro del canestro. Formula che giocatori come Shaq O'Neal non hanno studiato, tanto che è stato inventato un termine qualche anno fa: "hack a shaq", ovvero il fallo sistematico fatto proprio a Shaquille (e in seguito a quasi tutti i giocatori con una percentuale bassa come la sua) per mandarlo in lunetta, nella speranza di uno suo 0/2 e anche con l'intenzione di far perdere ritmo alla squadra avversaria. Nella serie tra Houston Rocktes e Los Angeles Clippers dei pla-off dell'anno scorso, le squadre, secondo molti addetti ai lavori, hanno abusato di questa strategia, soprattutto Los Angeles. Doc Rivers ha usato " l'hack a shaq" su Dwight Howard, facendo tirare al giocatore di Houston ben 85 tiri liberi nella serie; e la strategia ha anche funzionato, visto che Howard ha realizzato solo lo 0,38% dei tiri liberi (33/85). Allenatori, giornalisti e tifosi si chiedono se sia il caso di mettere una regola per fermare questa strategia, che danneggi molti momenti della partita, rendendo l'incontro stesso molto spezzetato e poco spettacolare. Io credo che ci sia un altro modo per combattere l'"hack a shaq" che ormai si sta sempre più espandendo in Nba (oltre a far allenare per 40 minuti al giorno tutti quei giocatori che hanno una percentuale ai liberi al di sotto dell'80%); ritornare al libero tirato dal basso.Il tiro esce dalla mani molto più morbido e parte da una posizione più naturale rispetto alla parabola convenzionale e produce ottimi risultati. Molti dei giocatori attuali (non solo della Nba) riderebbero di fronte a questa affermazione, ma forse non sanno che Rick Barry (grandissimo ex giocatore Nba, vincitore con i Golden State Warriors di un anello nel 1975) con questa tecnica ha tenuto il 90% dalla lunetta (Barry è stato inoltre inserito nella Hall Of Fame ed eletto tra i 50 giocatori più grandi del gioco). Barry è il padrino di questa specialità e non riesce a capacitarsi di come mai i giocatori di oggi con une media attorno al 60% in giù non facciano almeno un tentativo. Rick si era anche offerto di poter insegnare a Shaq a tirare dal basso, visto la sua media ai tiri liberi era a malapena del 53%; ma "The Diesel" rifiutò, affermando "che per uno che appartiene alla generazione hip-hop meglio sbagliarne tanti piuttosto che segnarli a due mani piegandosi sulle ginocchia." Nonostante oggi questa tecnica di tiro libero possa sembrare "ridicola" , in passato i giocatori facevano molto più affidamento su questo tiro, questo perchè, come detto prima, il tiro viene spinto meglio e crea rimbalzi migliori sul ferro e sul tabellone, poichè l'arco disegnato è più naturale rispetto alla parabola piatta del tiro sopra la testa. Molti giocatori forse tirerebbero ancora in quel modo se non fosse stato per Bill Shermani, che ha vinto per 7 volte la classifica dei liberi negli anni '50, terminando la carriera con l'88.3% dalla lunetta, tirando da sopra la testa. Perfino Chamberlain , che non era proprio un asso nei tiri liberi, ci provò per qualche anno, prima di tornare sui suoi passi perchè a suo dire "mi sentivo davvero un cretino a tirare in quel modo". Molto probabilmente i giocatori di oggi snobbano questa tecnica per paura di essere presi in giro o di fare figura ben peggiori delle loro scarse percentuali da cronometro fermo. Barry, però non molla con la sua idea. Continua a fare completamente affidamento su questo tiro. Ogni volta che guarda una partita di basket e vede un tiro libero sbagliato, non riesce a trattenere la sua frustrazione, ripensando al fatto di essere l'unico interprete rimasto del tiro libero dal basso. "Nessuno ha usato la mia tecnica per decenni, una tecnica differente rispetto a tutte le altre. Se qualcuno volesse imparare dall'originale e migliorare le proprie percentuali, potrei insegnarlo solo io". Magari qualche giocatore attuale dell'Nba potrebbe imparare molto dal maestro Barry, invece di massacrare sera dopo sera i ferri del canestro.

 


Marco Mugnaini

 

La National Basketball Association, comunemente nota come NBA, è la principale lega professionistica di pallacanestro degli Stati Uniti d'America. Molti dei migliori cestisti del mondo giocano nella NBA e il livello complessivo della competizione è considerato il più alto al mondo. Quando pensiamo alla NBA, si pensa alla lega dove militano i giocatori di livello superiore rispetto agli altri campionati del mondo, sia dal punto di vista atletico sia dal punto di vista del gioco. L'NBA è piena zeppa di super talenti, che hanno fatto o stanno facendo la storia della pallacanestro: giocatori come Lebron James, unico al mondo ad avere un fisico di 203 cm e 113 kg, ma con una velocità che solo chi pesa 20 chili meno di lui riesce ad esibire nel parquet, ed ad avere una raffinatezza e una visione di gioco degna del miglior John Stockton; giocatori come Steph Curry, il re del tiro da tre punti, in grado di segnare da qualsiasi posizione del campo e demolire le speranze delle difese avversarie; oppure come Isaiah Thomas, un ragazzo che senza mezzi fisici ed atletici (175 cm per 84 kg) riesce a dominare intere partite in una lega che fa della fisicità e dell'atleticità elementi fondamentali; ed Anthony Davis? A mio avviso il futuro della NBA insieme a Leonard, il centro che ogni franchigia vorrebbe avere perchè è in grado di giocare un eccellente post basso (il suo fisico lo aiuta, 208 cm per 115 kg), ma altrettanto letale è dalla linea da tre punti. Questi sono solo alcuni dei grandissimi talenti che giocano nel campionato sportivo più bello al mondo; potrei citare i nomi di Westbrook, Harden, Irving, Towns, Dragic, DeRozan, M. Gasol, Lillard, per dimostrare quanto spettacolare è questa lega. Ma non tutti i giocatori NBA sono dotati di talento; giocatori che sembrano poter dimostrare qualcosa, sembrano poter dare un contributo alle squadre che credono in loro e invece nella carriera hanno raccolto poco o niente. Molto spesso l'errore è proprio degli scout NBA che vanno a selezionare giocatori che, o al college o all'estero, dimostrano di avere buone qualità, ma che certamente non sono pronti pronti per il gioco della NBA. Un esempio? Kwame Brown nel 2001 fu il primo giocatore di High School ad essere selezionato come prima scelta di un draft NBA, fu cacciato dai Wizards dopo quattro anni sia per le pessime prestazioni che per il pessimo comportamento fuori e cambiò molte squadre prima di concludere la sua mediocre carriera oppure altra scelta alla posizione , rivelatosi poi uno dei peggiori giocatori di Nba di sempre, è Michael Olowokandi, scelto nel 1998 dai Los Angeles Clippers. Ecco, a mio avviso, i 5 peggiori giocatori che hanno militato nella NBA:

 

 

Venerdì, 03 Febbraio 2017 10:53

NBA News: Magic Johnson torna ai Lakers!

Ritorno alle origini: nella giornata di Giovedì 2 Febbraio, l'ex stella dei Los Angeles Lakers, Earvin Magic Johnson, è entrato a far parte dello staff dei 16 volte campioni NBA. I Los Angeles Lakers hanno annunciato che Magic tornerà ai Lakers per assistere Jeanie Buss in tutte le aree riguardanti sia il basket sia le attività di business della squadra. Jeanie Marie Buss, una dei proprietari e presidenti dei Lakers, ha dichiarato: " Siamo tutti entusiasti di poter aggiungere allo staff dei Los Angeles Lakers le competenze e le abilità di Magic, e io personalmente non vedo l'ora di lavorare con lui." Magic risponderà direttamente a Jeanie Buss, che dalla morte del padre Jerry (l’uomo che portò Magic ai Lakers nel 1979 e con cui Johnson aveva un rapporto molto intenso) gestisce il lato amministrativo dei Lakers con la gestione sportiva affidata al fratello Jim. Johnson si è ripreso i Lakers, come ai tempi dello Showtime; l'ex stella di Los Angeles avrà un ruolo di consigliere e di "fratello maggiore" per i giocatori, senza dubbio un ruolo chiave nel futuro della franchigia. I "doveri di Johnson comprendono, ma non sono limitati, : consulenza sulla proprietà su tutte le questioni d'affari e da basket, collaborazione con gli allenatori, valutazione e mentoring giocatori, valutazione sulle possibili necessità future nel franchising e aiutare la proprietà per determinare il miglior percorso per la crescita e successo. Anche Adam Silver, commissario NBA dal 2014, si è detto entusiasta per questo colpo di mercato effettutato dai Lakers: "Magic Johnson è uno dei più grandi giocatori della NBA ed è fantastico vederlo tornare ai Lakers," ha dichiarato il commissario NBA Adam Silver, "E 'una persona davvero speciale e un leader naturale con una passione inarrestabile per il basket e profonda conoscenza del gioco." Per Magic è il quarto ritorno ai Lakers, dopo il ritiro del 1991, con l’annuncio-choc: “Ho contratto il virus HIV”. Nel 1994 Magic tornò come allenatore, nel 1996, invece, Johnson visse l’ultima esperienza da giocatore, accompagnando i Lakers verso l’era di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant, che giunsero a Los Angeles proprio in quell’estate, quando Magic lasciò definitivamente il campo. Successivamente, è stato co-proprietario e vice presidente onorario fino al 2011. Un legame profondo ha legato da sempre Magic a Los Angeles, un legame d'amore che dura nel tempo e che sembra non finire mai.
"Tutti sanno che il mio amore per i Lakers non si è mai esaurito durante tutti questi anni.", ha detto Johnson, "Ho preso in considerazione altre opportunità di lavoro offerte da altre franchigie, ma tuttavia, la mia devozione al gioco, a Los Angeles e ai Lakers ha fatto si che questa fosse la mia prima e unica scelta. Farò quanto in mio poter per aiutare i Lakers a tornare nel posto che spetta a loro: nell'elitè della NBA."

Forse i tifosi dei Lakers possono tornare a sperare, tornare a sognare e credere in una rinascita che negli ultimi 4 anni sembrava lontana anni luce. Johnson non può certamente fare miracoli, ma il suo arrivo, sono sicuro, porterà grande euforia e grande gioia in tutta l'ambiente di Los Angeles sponda giallo-viola.

 

 
Marco Mugnaini

 

 

La franchigia dei Nets è una delle franchigie più "anziane" dell'intera NBA; venne costituita nel 1967 all'interno della American Basketball Association (ABA) col nome di New York Americans, ma date le difficoltà a trovare un campo di gioco a New York, assunse poco dopo la denominazione di New Jersey Americans dopo aver trovato un palazzetto a Teaneck, New Jersey. Dopo il primo anno, a seguito del trasferimento a Long Island, la franchigia cambiò nome in New York Nets; gli anni '70 furono gli anni più vincenti dell'intera storia dei Nets, durante i quali disputarono e persero la finale ABA nel 1972 contro Indiana, ma vinsero il titolo nel 1974 contro gli Utah Stars e nel 1976 contro i Denver Nuggets. Erano gli anni d'oro dei New York Nets, soprattutto grazie alla leggenda e al trascinatore Julius " Doctor J" Erving e all'allenatore e guida Kevin Loughery. Dopo la vittoria dell'ultimo anello a discapito di Denver, finì il periodo di successi dei Nets, a causa anche della fusione tra ABA e NBA. che vide costretti i New York Nets a vendere Erving per permettersi l'ingresso nel campionato; nel '78 la franchigia fece ritorno nel New Jersey e prese il nome di New Jersey Nets. Da lì iniziò un ventennio di totale anonimato per la squadra , che raggiunse un record positivo stagionale solo in pochissime volte, regalando zero soddisfazioni ai tifosi di New Jersey. Nel 1994 accadde qualcosa che avrebbe potuto cambiare per sempre la storia di questa franchigia: dopo che la stagione 1993-1994 si concluse con un discreto record di 45 vittorie e 37 perse, ma con la cocente eliminazione al primo turno dei playoff per mano dei rivali New York Knicks, uno dei sette proprietari dei Nets, Jon Spoelstra, decise che era giunta l'ora di cambiare e propose di dare un nuovo look alla squadra per tentare di farla risorgere dalle ceneri. Jon ebbe l'intuizione: "Risolleviamo l'immagine della franchigia cambiandole nome e logo": un enorme drago stilizzato e sorridente color viola e verde-acqua avrebbe campeggiato, sputando fuoco e facendo roteare una piccola palla da basket sull’indice, sopra il novo nome della franchigia: i New Jersey Swamp Dragons ( I Dragoni delle Paludi del New Jersey). I Nets, che raschiavano sul fondo della classifica non solo per le prestazioni sportive ma anche in termini di vendite legate al merchandising e per il livello di appeal che riuscivano ad avere sulle nuove generazioni, cercarono così di ricostruire e svecchiare un’immagine datata, logora e dal fascino perduto. Alcuni tifosi e alcuni dirigenti amministrativi Nets erano scettici a proposito di questa rivoluzione all'interna della franchigia, ma la "Secaucus Seven" , ovvero il consiglio di amministrazione della franchigia a quel tempo, approvò a maggioranza il nome e il logo e così fece anche l'NBA, che iniziò le pratiche legali per proteggere il brand e diffondere il marchio in tutti gli Stati Uniti d'America e non solo. Per poter procedere con la nascita della nuova franchigia, però, i New Jersey Nets avevano bisogno dell'approvazione di tutti i proprietari delle altre squadre della lega e i Nets, i cui proprietari facevano a rotazione per partecipare alle riunioni NBA, erano rappresentati da David Gerstein. I proprietari dei Chicago Bulls, Detroit Pistons e Los Angeles Lakers, tre delle franchigie più importanti del periodo, furono i primi a essere avvisati e convinti, e , quando arrivò il momento della votazione, gli Swamp Dragons stravinsero quasi all’unanimità con 26 voti a favore e uno solo contrario. Spoelstra chiamò immediatamente David Stern, l'allora Commissario NBA: "David, abbiamo ancora la maggioranza”. Quest’ultimo rispose, tra il sorpreso e il divertito: "Sì, ma quello che non ha votato a favore è il vostro proprietario". Già, proprio David Gerstein aveva fatto crollare il sogno di Spoelstra e della maggior parte dei dirigenti e dei proprietari dei Nets, che erano pronti a scrivere una pagina storica nella NBA. Gerstein spiegò che, al momento del voto, non se l’era sentita di schierarsi in favore del cambio di nome, considerandolo troppo fanciullesco e ridicolo e tra l'altro nel giro di pochi anni i New Jersey Nets sarebbero riemersi dal fango delle Meadowlands per centrare due Finals NBA consecutive con Jason Kidd a dirigere l’orchestra. Inoltre, come tutti sappiamo, la franchigia nel 2013 si spostò a Brooklyn e prese il nome di Brooklyn Nets ed è solo grazie o colpa, decidete voi, di David Gerstein se oggi non possiamo ammirare i Brooklyn Swamp Dragons. Storia incredibile per una franchigia che purtroppo non ha avuto molto soddisfazioni durante la propria storia, franchigia che è stata grandissima negli anni '70 e nei primi anni 2000 e che adesso, come negli anni '90, cerca di risorgere e di togliersi dagli ultimi posti in NBA, ma con scarsissimi risultati per adesso.

 

Marco Mugnaini

 

 

 

Danilo Gallinari e Marco Belinelli, i due italiani che militano in NBA rispettivamente nel roster dei Denver Nuggets e dei Charlotte Hornets, possono ritenersi soddisfatti delle loro stagioni. Giunti quasi al giro di boa del campionato entrambe le squadre in cui giocano disputerebbero i playoff, dato che si trovano all'ottavo posto della Western e della Eastern Conference. Il minutaggio dei due giocatori è piuttosto elevato ma ovviamente aspirano a fare ancora meglio. Analizziamo la stagione fin qui disputata da entrambi.

Martedì, 31 Gennaio 2017 10:49

Nba: NO al razzismo!!

Prima di parlare di Steve Kerr e delle sue parole rilasciate ad Espn dopo la vittoria contro Portland, vorrei portare l'attenzione di tutti voi lettori su un episodio, che definirei insensato e disumano, accaduto questo weekend durante una partita di calcio Juniores in Toscana, a Livorno. Un giovane calciatore originario del Gambia (18 anni) è finito in ospedale al termine di una partita juniores, ovvero giocata da ragazzi/giocatori Under 19. Insultato più volte durante la partita: "Nero di m..", "torna al tuo paese". Poi gli hanno sputato, ripetutamente. E a fine incontro lo hanno colpito, con una testata, mandandolo in ospedale con un forte trauma cranico. Vero, questo episodio non c'entra con l'NBA, ma quando nello sport accadano queste cose, qualsiasi tifoso si deve fermare e pensare: pensare a come mai ragazzi di 18/19 anni hanno tanta rabbia e tanto odio dentro di loro, pensare a come la società di oggi sia così razzista da infondere ideali e pregiudizi anomali nella testa delle persone , pensare a come sia possibile che una partita di calcio finisca con un povero ragazzo in ospedale. Eppure il giocatore gambiano era un ragazzo tranquillissimo, che non aveva mai dato problemi a nessuno ed è stato proprio il suo allenatore a raccontarmi la sua storia: " Lui è con noi da gennaio ma da un anno e mezzo si trova in Italia. Non ha genitori, è partito da solo, la sua storia è quella di tanti che vengono qui a bordo dei barconi nella speranza di una vita migliore. È un bravo ragazzo, per pagarsi il viaggio ha lavorato nelle miniere, ha camminato per giorni e giorni in situazioni disperate - ha raccontato il mister Mantovani - Ora vive in una specie di comunità dove vengono ospitate queste persone, va a scuola ed è integrato con i nostri ragazzi". Questi episodi non devono accadere negli sport, perchè lo sport è divertimento, unità di squadra, è giocare per se stessi ma soprattutto per i compagni, ma soprattutto lo sport condanna certi comportamenti."

Anche Steve Kerr, Domenica notte, ha parlato di razzismo e dell'assurda e triste decisione del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Che il nuovo presidente USA non godesse di molta simpatia nel mondo NBA, lo si sapeva anche prima della sua elezione, con molti giocatori, allenatori e dirigenti che si sono più volte schierati contro le idee di Trump (Es: Popovich e James), ma dopo i recenti provvedimenti a favore di una politica anti- immigrazione che bandisce l’ingresso alle persone provenienti da 7 paesi a maggioranza islamica, anche se detentori di regolare green card e l'espatrio di quelli già residenti negli Stati Uniti, anche l'allenatore dei Golden State Warriors, Steve Kerr, ha voluto dire la sua e non si può certo dire che non abbia i requisiti per farlo. Nel 1984, l’allenatore dei Warriors ha infatti subito la perdita del padre proprio in un attacco terroristico mentre si trovava a Beirut, dove era presidente della American University. Fu assassinato da due uomini armati facenti parte di una cellula chiamata “Islamic Jihad”, che più tardi confluì in Hezbollah. Queste le sue parole: "Vorrei dire che, come persona cui un familiare è stato vittima di terrorismo, avendo perso mio padre, se stiamo provando a sconfiggere il terrorismo vietando alle persone di entrare in questo paese, andando veramente contro i principi espressi dalla nostra costituzione e creando paura, ci stiamo muovendo nel modo sbagliato. Penso che il provvedimento sia scioccante. È un’idea terribile e sono vicino a tutte le persone che ne sono state colpite. Famiglie sono state separate, e sono preoccupato per quello che questo può significare per la sicurezza del mondo. Sta avendo esattamente l’effetto contrario a ciò che vuole ottenere. Se si vuole risolvere il terrore, si vuole risolvere il crimine, non è questo il modo per farlo". Parole saggie di Steve Kerr; questa situazione che sta colpendo tutto il mondo, riguarda anche due giocatori NBA: il 19enne Thon Maker dei Bucks e il 32enne Loul Deng, veterano dei Los Angeles Lakers. Entrambi sono nati in Sudan, uno dei setti paesi coinvolti nel decreto Trump insieme a Libia, Iran, Iraq, Somalia, Siria e Yemen: Maker e Deng, ovviamente, sono in possesso di regolari permessi di soggiorno, oltretutto entrambi hanno un secondo passaporto: il lungo dei Bucks è cittadino australiano, visto che la sua famiglia venne accolta come rifugiata a Perth quando Maker aveva cinque anni. Una storia simile a quella di Deng, in possesso del passaporto britannico (con la Nazionale inglese ha disputato anche i Giochi di Londra 2012) dopo il trasferimento nell’età dell’infanzia a Londra. Ma il provvedimento di Trump tocca anche chi è in possesso di doppio passaporto. L'NBA, le franchigie, i dirigenti, i giocatori e i tifosi hanno dato subito il loro appoggio a questi due giocatori, mandando messaggi d'affetto e di supporto. Nella giornata di domenica il vice presidente e figlio del proprietario dei Bucks Alexander Lasry ha preso posizione ricordando che suo padre era immigrato dal Marocco negli USA alla ricerca del sogno americano: "Apprezzo il sostegno dei tifosi e dei giocatori che sono preoccupati per Thon. Oggi, un rifugiato sudanese, fuggito dalla guerra e dalla oppressione, inizierà la sua seconda partita di NBA come starter. Ne sono orgoglioso e felice. E' il simbolo di ciò che rende la grandezza e i valori che attirano gli immigrati qui in America. Sono orgoglioso che mio padre e Thon diano l'esempio."

 

Marco Mugnaini

 

 

 

Jared Anthony Dudley è un attuale giocatore NBA dei Phoenix Suns e all'età di 31 anni ha appena cominciato la sua decima stagione NBA. Dudley ha girato moltissime squadre NBA: 2007-2008 Charlotte Bobcats, 2008-2013 Phoenix Suns, 2013-2014 Los Angeles Clippers, 2014-2015 Washington Wizards, 2015 Phoenix Suns. Indubbiamente non è tra i 50 giocatori tecnicamente più forti della lega, ma avere un giocatore intraprendente e dalla grande esperienza, si sta rivelando un ottimo affare per i Suns, nonostante coach Earl Watson abbia deciso nelle ultime partite di farlo partire dalla panchina, preferendo come titolare Marqueese Chriss. Essendo una persona e un giocatore saggiom Dudley non ha preso sul personale questa decisione: "I cambiamenti sono naturali quando arrivano le sconfitte – ha detto Dudley ad Paul Coro di Arizona Republic – e potrebbero essercene altri. Spero che Marqueese faccia bene, da parte mia cercherò di aiutare soprattutto Brandon Knight e Barbosa a prendere tiri migliori grazie ai miei passaggi. Specialmente Brandon... dobbiamo trovare il modo di coinvolgerlo di più, è uno dei principali motivi per cui stiamo faticando. E’ il mio primo obiettivo." Pur non essendo un talento, Dudley ha lavorato moltissimo per migliorare il suo gioco in questi 10 anni in NBA, soprattutto ha lavorato con giocatori "sovrannaturali" che gli hanno permesso di crescere sia come giocatore sia come compagno e uomo spogliatoio: Steve Nash, Amar' e Stoudemire, Grant Hill, Chris Paul, ecc.. Recentemente Dudley ha parlato proprio dei suoi primi anni a Phoenix (2008-2013) e della fortuna che ha avuto potendo giocare con uno dei giocatori che più fenomenali e visionari del gioco che l'NBA abbia mai visto: il canadese Steve Nash.

"Oggi guardandomi alle spalle capisco quanto sono stato fortunato a poter giocare con un giocatore e un uomo del calibro di Steve Nash. Avete presente tutti quei circus shots che metteva su in partita? Niente era lasciato al caso, non era fortuna. Era allenamento. Steve non usciva mai dalla palestra. Era il primo ad arrivare e l'ultimo ad andare via, e non sono neanche sicuro che andasse via. Stava là ore da solo a schivare e fregare difensori immaginari, penso che trovasse il modo di passasserla pure quando era sul campo da solo. Steve è un due volte MVP che si sacrificava ogni singola notte per i suoi compagni. E ogni singola notte scendevamo in campo per ripagarlo almeno in parte per quello che faceva per noi. Mi ricordo i viaggi in pullman con Steve e Grant Hill, erano pozzi di conoscenza cestistica. Credo che abbiano fatto per me e per la mia carriera più di quanto avrei mai potuto immaginare."

 

Marco Mugnaini

 

 

 

23 vittorie e 24 sconfitte, questo è il record attuale di una squadra che durante l'estate aveva rivoluzionato completamente il suo roster, introducendo ottimi elementi e diventando, almeno sulla carta, una possibile contendente dei Cleveland Cavaliers per il dominio dell'East. Siamo a fine Gennaio e i Chicago Bulls non hanno ancora dimostrato di essere una vera squadra, anzi: tralasciando il gioco e i risultati (pessimi fino a questo momento) a Chicago è sembrato mancare quell'alchimia di squadra necessaria a raggiungere alti obiettivi, è sembrato mancare un allenatore che sapesse gestire tutti i suoi giocatori e soprattutto è sembrato venire meno il rispetto tra i vari giocatori. Molti dei tifosi e dei giornalisti hanno visto in Rajon Rondo il vero problema fondamentale della squadra, accusato di non "voler più vincere": i due pilastri della squadra, Butler e Wade, non si sono risparmiati e la scorsa notte hanno rilasciato queste interviste.
Butler: "Capisco che se c’è un tiro piedi a terra aperto te lo debba prendere, ma in un certo momento della partita la palla andare nelle mani dei tuoi giocatori migliori, come da prassi nel basket! Io e Dwyane siamo qui e pronti per queste responsabilità. Bisogna imparare dagli errori, ripeto, se sei libero è giusto che tu prenda il titro ma ci sono momenti e momenti per prenderlo." La stella dei Bulls ha "sbottato" contro i compagni colpevoli di aver escluso Jimmy e Dwyane dai possessi fondamentali e più importanti nelle ultime partite e soprattutto nella partita di Mercoledì notte persa 119 a 114 contro Atlanta.
Wade c'è andato molto ma molto meno sottile: "Non so cosa sia successo, continuiamo a finire in queste situazioni e a perdere partite, forse ad alcuni non interessa abbastanza vincere cosa che invece dovrebbe essere alla base, non so come si possa sistemare questa situazione, sono infastidito ma non posso farmi prendere dalla frustrazione prendermela troppo con questi ragazzi."
I destinatari di questi messaggi, sembrano essere principalmente Mirotic e Rondo, entrambi in scadenza di contratto e con Chicago pronti a lasciarli andare alla prima occasione buona possibile: Rondo è a libro paga per 14 milioni quest’anno e ha una team option sulla prossima stagione, anche se i suoi problemi comportamentali (anche se ha accettato l’esclusione dai titolari) frenano potenziali interessati. Mirotic invece ha uno stipendio di 5,8 milioni nel 2016-17, l’ultimo anno col contratto da rookie. Che la situazione in casa Bulls non fosse serena lo si era capito ormai da tempo, ma tutta questa frustrazione e "cattiveria" nei confronti di Rondo è difficile da capire: vero che non è più il Rondo visto a Boston, quando dava filo da torcere con le sue giocate a Lebron James e compagni, ma è anche vero che in questi 10 anni la pallacanestro NBA è cambiata parecchio: il campo che si apre, le triple che piovono, i playmaking four, le point guard alla Giannis che prendono più rimbalzi dei lunghi, Westbrook e Harden che non so cosa siano, la ricerca sempre più spasmodica di specialisti su entrambi i lati del campo. A mio avviso Rondo rimane un giocatore meraviglioso per come studia il gioco e le varie situazione sul parquet, solo che è inserito in un contesto non adatto a lui e non gli permette di esprimere le sue capacità al meglio. "I miei veterani non sarebbero mai andati dai media. Avrebbero parlato alla squadra. I miei veterani non sceglievano quando farsi avanti. Lo facevano ogni volta che scendevano in campo, indipendentemente che fosse un allenamento o una partita. Non si prendevano giorni liberi. Ai miei veterani non importava dei loro numeri. I miei veterani giocavano per la squadra. Quando perdevamo non ci davano la colpa. Si assumevano le responsabilità e andavano in palestra. Mostravano ai ragazzi giovani che cosa volesse dire lavorare. Anche a Boston, quando avevamo il miglior record della lega, se perdevamo una partita non si sentiva volare una mosca sul bus. Ci hanno mostrato la serietà del gioco. I miei veterani non avevano influenza sul coaching staff. Non cambiavano il piano partita perché li penalizzava. Ho giocato per uno dei coach più grandi, e lui ha sempre fatto sentire tutti importanti. Ci vogliono tutti e 15 i giocatori per vincere. Quando isoli qualcuno, non riuscirai mai a vincere in maniera consistente. Posso essere un sacco di cose, ma non sono un pessimo compagno di squadra. Il mio obiettivo è trasmettere ciò che ho imparato. I giovani lavorano. Lo stanno facendo vedere. Non si meritano di ricevere nessuna colpa. Se c'è qualcosa che può essere messo in dubbio, beh quella è leadership."
Perchè il concetto di basket e di gioco di squadra va al di là di ogni risultato personale, perchè la squadra e i compagni vengono prima di tutto anche dei risultati negativi, perchè un roster di giocatori che non si confrontano e che non si prendano le responsabilità arriverà da poche parti, perchè prima di essere un grande giocatore devi essere un grande uomo. I Bulls hanno tempo fino al 19 Febbraio per tentare di risollevare una squadra e una città, rimasta incredula dall'avvio di stagione dei suoi giocatori.

 

Marco Mugnaini

 

 

Molto spesso giudicare situazioni che non ci riguardano in primo piano, di cui conosciamo parzialmente la verità, non è mai produttivo, soprattutto se certe situazioni accadano a miglia e miglia di distanza da noi, dall'altra parte dell'Oceano Atlantico: ma quello che sta succedendo ai Cleveland Cavaliers è qualcosa di inaspettato, di assurdo, impossibile da non giudicare o da non commentare. Il record stagionale degli attuali campioni NBA è di 30 vittorie e 13 sconfitte, record molto simile a quello di David Blatt nella scorsa stagione quando venne licenziato: già lì iniziarono le prime polemiche, le prime inclinazioni, tra la stella Lebron James e la dirigenza dei Cavs. Tutti i piccoli screzi vennero spazzati via con la rimonta nelle Finals contro i Golden State e il primo anello nella storia dei Cleveland Cavaliers. In questa stagione sembra che il rapporto tra "The King" e lo staff dei Cavs sia peggiorato ed è stato lo stesso James ha manifestare tutta la sua rabbia e la sua delusione dopo la sconfitta di questa notte contro i Pellicans, privi di Anthony Davis.

"Non siamo più forti dell’anno scorso, almeno da un punto di vista del roster. Siamo una squadra sbilanciata. Siamo f***********e sbilanciati. Siamo io, Kyrie e Kevin. E in regular season è dura. Certo, nei playoff si scende a una rotazione di otto uomini, massimo nove se ci sono problemi di falli. Non ci sono back-to-back e abbiamo anche due giorni di pausa. Ma quando non hai corpi a disposizione, la regular season è un c***o di massacro. Non ho tempo da perdere. A fine anno avrò 33 anni e non ho tempo da perdere. Quando sentirò dentro di me che non avrò più le forze o la testa per competere per il titolo, non mi farò di questi problemi. Ma fino a quando questo non succederà, e direi che non succederà presto... "Ho detto faccia a faccia a Griffin quello che sto dicendo ora, perciò non è niente di nuovo. Se c’è una cosa che faccio è che se devo dire qualcosa, te la dico in faccia. Abbiamo bisogno di un c***o di playmaker."

Il "Prescelto" non si è per niente risparmiato: indubbiamente la panchina dei Cavs non può competere con le panchine delle altre squadre che competano per il titolo NBA, soprattutto se vediamo i roster delle squadre ad Ovest: Golden State, San Antonio, Houston e anche gli stessi Toronto Raptors, hanno indubbiamente una panchina più lunga e di maggior talento rispetto a quella di Cleveland e l'infortunio di J.R. Smith ha pesato molto sia sul rendimento che sulle rotazioni della squadra. Indubbiamente il quintetto titolare è da titolo, come ha detto Lebron. Irving, Lebron e Love nella partita di stanotte hanno dato spettacolo: il primo con 49 punti, 8/14 dalla lunga distanza e nessuna parla persa, il secondo con una sontuosa tripla doppia fatta da 26 punti, 10 rimbalzi e 12 assist mentre il terzo ha realizzato 22 punti. Nonostante i 97 punti messi a segno dalle tre stelle della squadra, i Cavs hanno perso 122-124 contro New Orleans. Questo dato dimostra quanto la panchina di Cleveland sia poco efficace, che l'innesto di un giocatore perfetto al tipo di gioco dei Cavs come Kyle Korver non basta a fronteggiare i continui back to back e la panchina poco lunga. I Cavs sono indubbiamente i favoriti ad East e molto probabilmente arriveranno anche quest'anno alle Finals, ma le domande sorgono spontanee: in che condizioni fisiche e mentali ci arriveranno? Lebron riuscirà a mettere da parte i dissidi con la dirigenza e a trascinare tutta Cleveland alla vittoria dell'anello?

 

Marco Mugnaini

 

"Finirò la mia carriera con i Pacers, finirò la carriera qui, sarò un Pacers a vita perchè allo scadere di questo contratto credo proprio che mi ritirerò. Tutto ciò è molto eccitante perchè in questa epoca della NBA sono veramente rari quei giocatori che iniziano e finiscono una carriera indossando una sola maglia. Per cercare di conquistare il titolo non voglio andare in altre squadre, il titolo NBA voglio cercare di vincere con Indiana. Sono arrivato in questa città che ero un ragazzino inesperto e tutto pelle ed ossa; oggi, invece, sono un uomo e questo non lo devo solo a me stesso, ma anche a questa città, a questi tifosi, a miei compagni, al presidente e a tutto lo staff dei Pacers." Queste furono le parole di Reginald Wayne Miller, per tutti Reggie, dopo aver esteso il contratto con i Pacers di altri due anni nella stagione 2003-2004, all' età di 38 anni. La storia di Miller è ricca di valori positivi e importanti: è una storia che racconta di un campione e non di un mercenario, di un giocatore che conosce il significato della parola leatà e l'ha messa in pratica nei suoi 18 anni di carriera con la maglia di Indiana ( 1987-2005). Perchè Reggie non era solo un giocatore e il capitano di Indiana, ne era il simbolo. Nonostante non avesse mai vinto un anello con i Pacers, in quell'estate del 2003, rifiutò offerti importanti di squadre forti che avrebbero sicuramente lottato per il titolo, per restare un PACER a vita. Reggie Miller nacque a Riverside, California, il 24 Agosto 1965. Ritenuto da molti come uno tra i più grandi tiratori della storia, Reginald era una guardia di 200 cm per 86 chili e fin dal College dimostrò tutto il suo enorme potenziale, diventando una stella assoluta ad UCLA; a Los Angeles rimase per quattro anni chiudendo con delle ottime medie: 17.2 punti, 4.5 rimbalzi e 3 assist di media a partita, tirando con il 54,7% dal campo e il 46% da tre. Discreto tiratore. Le sue incredibili prestazioni al College UCLA, gli hanno permesso di entrare a far parte della Hall of Fame dell'ateneo californiano, nel 1998. Nel Draft del 1987 viene scelto dagli Indiana Pacers alla posizione numero 11; Draft che prevedeva giocatori del calibro di David Robinson (1°), Scottie Pippen (5°), Kenny Smith ( 6°), Kevin Johnson (7°) e Horace Grant (10°) ma anche giocatori che nella NBA non hanno dimostrato poco o niente: Armen Gilliam (2°), Dennis Hopson (3°), Reggie Williams (4°), Olden Polynice (8°) e Derrick McKey (11°). Dalla stagione 1988-1989 alla stagione 2001-2002, Reggie Miller non è mai sceso sotto i 16 punti di media e in sette di queste stagioni ha viaggiato con oltre 20 punti di media a partita. Impressionanti le sue cifre di media in queste 14 stagioni: 1243 partite giocate, 18.9 punti, 3.1 rimbalzi, 3.0 assist, tirando con il 47,4% dal campo e 39.8 % da tre. E durante i playoff, quando le partite contavano, giocava ancora meglio: 115 partite di playoff disputate a una media di 22.8 punti con il 45,3% dal campo, il 40% da tre e il 90% dalla lunetta: tiratore pure!In tutta la sua carriera, in ben 18 anni di NBA , Reggie Miller ha saltato solamente 87 partite, giocandone 1389 su 1476, giocatore di una longevità incredibile! Killer Miller non ha vinto un titolo NBA e questo può considerarsi il più grande rammarico della sua carriera; d'altro canto l'ex giocatore di Indiana ha partecipato a quattro edizioni dell'All Star Game ed ha vinto due medaglie d'oro con la nazionale americana, la prima ai Mondiali di Toronto del 1994 e la seconda alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Oltre ad essere il leader in campo per Indiana, Reggie Miller lo è stato e lo è tutt'ora anche fuori dal campo: legato molto ai tifosi e alla città che lo ha cullato per tantissimo tempo , Reggie è sempre stato molto attivo nelle organizzazioni di beneficenza, sia che quelle che coinvolgono la NBA, sia quelle legate ad Indianapolis. Nella stagione 2002-2003, decise di donare alla Croce Rossa 1000 dollari per ogni suo tiro da tre segnato. Alla fine dell'anno Reggie raccolse 206.000 (206 triple in una stagione!!). Oltre a questo per Miller è abitudine andare a far visite a sorprese nelle varie scuole di Indianapolis, provocando la gioia e la felicità sia di tutti i ragazzi sia dell'intero stato dell'Indiana. Miller è entrato di diretto a far parte di quell'èlite di giocatori che hanno deciso di legarsi per tutta la carriera a una città, legati ai tifosi e al loro amore per il basket e per la città, legati alla parola lealtà che va al di là di ogni contratto o vittoria individuale: John Havlicek, stella dei Celtics degli anni '60-'70 con Boston per tutta la carriera fatta di 16 stagioni, Dolph Schayes per lo stesso periodo, per tutta la carriera con la maglia di Philadelphia, David Robinson 14 anni con San Antonio, Elgyn Baylor e Joe Dumars rispettivamente per 14 anni con i Lakers e Detroit Pistons, Larry Bird, McHale e Bill Russel, tutti 13 stagioni con la maglia verde dei Celtics, Magic Johnson e Jerry West 13 campionati con i Lakers , Isiah Thomas e Wes Unseld stessi campionati dei sopracitati con le maglie di Detroit e Washington e infine Kobe Bryant e Tim Duncano, 20 stagione rispettivamente con i Lakers e San Antonio Spurs. Questi sono giocatori diventati eroi per la squadra per cui hanno giocato, simboli per la città che hanno deciso di rappresentare con onore per tutta la loro carriera. Reggie è uno di loro, Reggie è Indiana.

 

 Marco Mugnaini

 

 

Giovedì, 19 Gennaio 2017 11:58

10 giocatori Nba prossimi al ritiro (parte 2)

UDONIS HASLEM: Haslem è stato, è e sarà per sempre un pezzo di storia dei Miami Heat; uno dei pochissimi giocatori NBA a vestire una sola maglia in tutta la sua carriera (14 anni in Florida senza mai cambiare squadra). Ovviamente non stiamo parlando di una superstar, di un stella NBA, ma stiamo parlando di un giocatore che ha fatto sempre,e ribadisco sempre la cosa giusta; Haslem durante la sua carriera è stato sempre conscio delle sue potenzialità non eccellenti, ma il giocatore ormai 37enne, ha sempre avuto quella cosa che non si può insegnare: tantissimo cuore. Durante gli anni d'oro dei Big Three a Miami, Udonis è stato semplicemente una costante fondamentale per il gioco di Miami, grazie soprattutto alla sua intelligenza cestistica e la voglia che il giocatore ci metteva per lottare sotto canestro. Durante la sua carriera ha avuto sempre cifre molto buone: 8 punti, 7 rimbalzi e 1 assist di media a partita durante tutti suoi anni in NBA. E quest'anno? Quest'anno purtroppo Haslem ha visto pochissimo il campo (7.9 minuti giocati di media) e l'unica ragione per cui Miami molto probabilmente non lo ha ancora tagliato dal roster è il rispetto che tutta la franchigia ha nei suoi confronti, per quello che ha fatto in tutti questi 14 anni per i Miami Heat. Il tempo sembra voler concludere la carriera di un un grande lavoratore del gioco del basket. 3× NBA champion (2006, 2012, 2013),NBA All-Rookie Second Team (2004).Leader dei Miami Heat per i rimbalzi conquistati, Second-team All-American – NABC (2002), Third-team All-American – AP (2001).

MIKE MILLER: probabilmente uno dei miglior tiratori da tre che l'NBA abbia visto negli ultimi 10 anni e anche lui elemento molto fondamentale, come Haslem, dei tuoi titoli vinti consecutivamente dai Miami Heat (2012-2013). E’ sicuramente uno dei veterani più affidabili della NBA. La sua qualità maggiore è stata sicuramente la continuità: nel corso della sua carriera, le partite in cui ha giocato e non è andato a referto si contano sulle dita di una mano sola, ed in più è un giocatore che ha portato e porta con sé importanti doti di leadership. Le cose purtroppo sono cambiate negli ultimi anni. Dove gioca ora Mike Miller? Domanda lecita, visto che in questi due anni ,soprattutto in questa stagione, Miller non ha mai visto campo, giocando solamente 6 partite in totale. Ma all'età di 37 anni, dopo aver giocato un'ottima carriera e vinto due anelli, che cosa dovremmo chiedere di più a un giocatore così? 2× NBA champion (2012, 2013), NBA Sixth Man of the Year (2006), NBA Rookie of the Year (2001), NBA All-Rookie First Team (2001).

JASON TERRY: soprannominato "THE JET", solo per il soprannome sarebbe da Hall of Fame, Jason Terry è un giocatore che ha fatto impazzire tutti i tifosi NBA nel primo decennio del 2000. Indimenticabile la sua esultanza dopo aver realizzato un canestro da tre; se la ricordano bene diversi tifosi NBA, visto che Terry è stato l'anima e cuore di molte squadre e in particolare degli Atlanta Hawks, dei Boston Celtics e dei Dallas Mavericks. Ma purtroppo anche per lui sembra che "il tempo" abbia preso il sopravvento: nella scorsa stagione aveva firmato un contratto con i Milwaukee Bucks, ritrovando come coach il suo vecchio caro amico Jason Kidd, con il quale è stato campione NBA nel 2011 proprio con i Dallas Mavericks. Quest'anno però, nonostante il minutaggio sia buono, 17.4 minuti di media a partita, The Jet non riesce ad essere energico e spumeggiante come una volta, e i suoi 39 anni possono esserne il motivo: 3.2 punti, 1.2 rimbalzi e 1.4 assist di media, sono troppo pochi per un giocatore dal minutaggio così alto. Per questo nelle ultime partite l'allenatore Kidd ha deciso di abbassare i minuti in campo dell'ex giocatore degli Houston Rockets, che sembra sempre più ai margini di una squadra giovane e con obiettivi di playoff. Onore a una grandissima carriera di un giocatore dalle normalissime doti fisiche ma dalle mani vellutate. NBA champion (2011), NBA Sixth Man of the Year (2009), NBA All-Rookie Second Team (2000), NCAA champion (1997), Consensus first-team All-American (1999), Pac-10 Player of the Year (1999), First-team All-Pac-10 (1999).

CARON BUTLER: Butler è un freeagent, ovvero per adesso non ha una squadra, ma ancora non ha annunciato il suo ritiro, speranzoso di una chiamata da parte di un team che necessita di un veterano solido, bravissimo a crearsi opportunità di tiro dall'uno contro uno e nel tiro da tre nella metà campo offensiva, eccellente difensore e ruba palloni nella metà campo difensiva. E' vero che i quasi 37 anni si sono fatti sentire, soprattutto nelle ultime 3 stagioni disputate da Caron, ma a mio avviso è stato un giocatore sottovaluto durante i suoi anni in NBA. Durante la sua carriera, Butler ha giocato per molte squadre: Miami Heat (2002-2004), L.A. Lakers (2004-2005), Wash. Wizards (2005-2010), Dallas Mavericks (2010-2011), L.A. Clippers (2011-2013), Milwuakee Bucks (2013-2014), Thunder (2014), Detroit Pistons (2014-2015), Sacramento Kings (2015-2016). Stupendi, esaltanti, i suoi anni a Washington, componente fondamentale di una squadra giovane e forte che aveva nel roster giocatori del calibro di Gilbert Arenas, Chucky Atkins, Andray Blatche, Antonio Daniels, Antawn Jamison e Brendan Haywood (quando ancora sapeva giocare a basket). Butler è alla ricerca di una squadra per questa stagione e quasi sicuramente qualche franchigia potrà dargli l'occasione di concludere giocando una egregia carriera. NBA champion (2011), 2× NBA All-Star (2007, 2008), NBA All-Rookie First Team (2003), Second-team All-American – SN (2002), Big East Player of the Year (2002).

MANU GINOBILI: Immortale! Giocatore infinito, senza tempo oserei dire. Alla fine della scorsa stagione, con il ritiro di Duncan, sembrava finita anche la carriera in NBA del natio di Bahia Blanca, all'età di 40. Ma come in una favola, Manu ha annunciato al mondo intero del basket che il suo tempo di giocare non era finito, che avrebbe incantato i nostri occhi per un altro anno ancora. Recentemente Popovich, a riguardo delle prestazioni di Ginobili ha affermato: "Se gioca in questo modo, potrebbe continuare la sua carriera per altri 2-3 anni". Subito dopo il ritiro di Duncan, commovente per tutti coloro che amano il basket, Ginobili ha firmato subito un contratto di un anno per legarsi alla SUA squadra, quei San Antonio Spurs con i quali ha passato 15 anni bellissimi, dopo aver vinto tutto in Europa! Non sappiamo se questo sarà l'ultimo anno di Ginobili, se il prossimo anno i Big Three del Texax vedranno in Parker l'ultimo elemento rimasto. Indubbiamente, quando Manu darà l'addio al basket, sarà un giorno di lutto per la pallacanestro, che perderà uno degli interpreti più pregiati e rari che abbia mai avuto. Medaglia d'oro Olimpiadi Atene (2004) Medaglia di bronzo Olimpiadi Pechino (2008) Medaglia d'argento Mondiali Indianapolis (2002) 4× NBA champion (2003, 2005, 2007, 2014), 2× NBA All-Star (2005, 2011), 2× All-NBA Third Team (2008, 2011), NBA Sixth Man of the Year (2008), NBA All-Rookie Second Team (2003), EuroLeague champion (2001), EuroLeague Finals MVP (2001), All-EuroLeague First Team (2002), Coppa Italia MVP (2002), 2× Campionato Italiano MVP (2001, 2002).

RICHARD JEFFERSON: Altro giocatore senza tempo, aveva annunciato il suo ritiro dopo la vittoria dell'anello con i Cavs, l'ultimo vero tassello mancante di una carriera ottima, soprattutto negli anni passati con la maglia di New Jersey. Sorprendendo tutti, Richard Jefferson ha annunciato un prolungamento di contratto di un altro con Cleveland, sicuri che Jefferson possa dare ancora quel contributo necessario alla vittoria del titolo. Nonostante i 37 anni, Jefferson sembra essere un ottimo uomo spogliatoio e ancora un ottimo giocatore quando scende in campo e le sue medie ne sono la dimostrazione: 15 minuti, 8 punti, 3 rimbalzi, 3 assist e 0.9 stoppate di media a partita. Anche Richard Jefferson a girato molte squadre: N.J. Nets, Milwaukee Bucks, San Antonio Spurs, Golden St. Warriors, Utah Jazz Utah Jazz, Dallas Mavericks, Cleveland Cavaliers. Rimarranno sempre nel mio cuore gli anni di Richard Jefferson con i Nets, una squadra stupenda composta da giocatori stupendi: Richard Jefferson (schiacciatore dalle doti fisiche pazzesche), Jason Kidd (passatore eccellente e visione di gioco di un'altro pianeta), Kerry Kittles (tiratore formidabile), Kenyon Martin (giocatore "pazzo", dal fisico possente), Keith Van Horn (pivot altissimo dalle mani di guardia), squadra a cui è mancata solo la vittoria del titolo NBA. Jefferson si è rifatto però la scorsa stagione, e sia lui, sia i Cleveland Cavaliers, sperano di ripetere l'impresa dello scorso anno. Medaglia di Bronzo Olimpiadi di Atene (2004) NBA champion (2016), NBA All-Rookie Second Team (2002).

 

Marco Mugnaini

 

 

Giovedì, 19 Gennaio 2017 11:44

10 giocatori Nba prossimi al ritiro (parte 1)

La stagione 2016/2017 è ufficialmente entrata nel vivo, regalandoci come sempre degli ottimi spunti su cui discutere. Cleveland potrà ripetere la grandiosa impresa dell'anno precedente? Chi spunterà e vincerà il titolo di MVP? I giovani in NBA stanno cambiando il modo di giocare e di pensare la pallacanestro? Tra i tantissimi quesiti che ci potremmo porre, c'è un'unica certezza: questo, molto probabilmente, sarà l'ultimo anno sportivo di alcuni giocatori che hanno fatto la storia della NBA, che hanno hanno fatto conoscere e amare il basket in tutto il mondo, giocatori vincenti e altri più sfortunati, giocatori che nonostante la loro "anzianità" insegnano basket tutt'ora. Ma purtroppo non importa quanto sia stato o è forte un giocatore, perchè "il tempo" non perdona nessuno; per questi 10 giocatori sembra che "il tempo" abbia bussato alle loro porte, anche se speriamo tutti che questi incredibili atleti possano regalarci sprazzi di grande classe, come hanno fatto durante la loro grandissima e lunga carriera:

VINCE CARTER: "Vinsanity", soprannome dato a Carter, deriva dalla fusione delle parole "Vince" e "Insanity" (follia positiva); Vince è stato uno dei miglior schiacciatori e allo stesso tempo tiratori da tre che la NBA abbia mai potuto conoscere; Carter il 26 Gennaio compierà 40 anni e purtroppo è molto lontano dalle migliori prestazioni che ha disputato lungo la sua bellissima carriera, ma nonostante l'età in questo inizio di stagione, ha trovato quasi sempre il modo di dare un contributo alla squadra ed entrando in modo costante nelle rotazioni di coach David Fizdale. 8 punti, 4 rimbalzi e 1.3 assist di media a partita, non male per un giocatore ormai prossimo al ritiro. 8× NBA All-Star (2000–2007),All-NBA Second Team (2001), All-NBA Third Team (2000), NBA Rookie of the Year (1999), NBA All-Rookie First Team (1999) NBA Slam Dunk Contest champion (2000), NBA Teammate of the Year (2016) Consensus second-team All-American (1998), Florida Mr. Basketball (1995).

LUIS SCOLA: l'argentino proveniente da Buenos Aires, grandissimo amico di Manu Ginobili. La stagione 2012/2013 è stata indubbiamente la più bella e affascinante per Luis Scola, non tanto per le statistiche ma per gli obiettivi raggiunti sia in ambito personale che a livello di squadra. L'argentino fu uno dei pilastri fondamentali della magnifica stagione degli Indiana Pacers, che chiusero la stagione con un record di 56 vinte e 26 perse, primi ad East e dietro solo ai San Antonio Spurs, campioni NBA in quella stagione. I Pacers nel 2014, raggiunsero le finals nelle Eastern Conference, dovendosi arrendere ai Big Three di Miami, ma dimostrando a tutta la NBA di essere una grandissima squadra in grado di affrontare i migliori. Per Scola la favola dei Pacers è ormai un ricordo lontano però; a 37, il giocatore da Buenos Aires, sta giocando per i Brooklyn Nets, probabilmente la squadra peggiore dell'intera lega e il suo minutaggio (13 minuti di media a partita), sta rendendo Scola un elemento superfluo e inefficace per la squadra. Molto probabilmente queste saranno le ultime partite di giocatore forte e molto ma molto umile. Medaglia d'oro Olimpiadi Atene (2004) Medaglia di bronzo Olimpiadi Pechino (2008) Medaglia d'argento Mondiali Indianapolis (2002)

PAUL PIERCE: la carriera di The Truth parla da sè; NBA champion (2008), NBA Finals MVP (2008), 10× NBA All-Star (2002–2006, 2008–2012), all-NBA Second Team (2009), 3× All-NBA Third Team (2002, 2003, 2008), NBA All-Rookie First Team (1999), NBA Three-Point Shootout champion (2010), Consensus first-team All-American (1998), Maglia n° 34 ritirata da Kansas, McDonald’s All-American (1995), California Mr. Basketball (1995). Per anni bandiera e pilastro dei Celtics, Pierce ha scritto la storia recente della squadra di Boston, diventando il giocatore più amato e idolatrato dopo la leggenda Larry Bird. Gli ultimi anni in NBA sono stati caratterizzati scelte di mercato molto strane; prima si accasò ai Brooklyn Nets, poi agli Washington Wizards e infine ai Clippers, sua squadra attuale. Pierce ha fatto vedere buonissime cose durante il suo primo anno a Los Angeles, al dispetto della sua età, ma in queste ultime partite sembra che il suo ruolo sia diventato di leader sono nello spogliatoio, visto che il suo minutaggio è bassissimo, 12.3 minuti di media a partita per una media di 3.8 punti. A inizio stagione The Truth ha annunciato che questo sarebbe stato il suo ultimo anno in NBA, e all'età di 39 anni sembra proprio che la fantastica carriera dell'ex stella dei Celtics sia giunta al termine.

METTA WORLD PEACE: Metta World Peace, nome d'arte di Ron Artest, a 38 anni è sicuramente uno dei veterani più esperti di tutta la lega NBA. Durante la sua carriera ha giocato per moltissime squadra negli Stati Uniti d'America (Chicago Bulls, Indiana Pacers, Sacramento Kings, Houston Rockets, Los Angeles Lakers, New York Knicks) e negli ultimi anni ha portato il suo talento a girovagare per tutto il mondo, però con scarsi risultati. Nel 2014 si trasferì in Cina a giocare con lo Sichuan B. Whales viaggiando a 19 punti e 6 rimbalzi di media a partita, ma finendo la sua stagione anzitempo a causa dei problemi al ginocchio che lo hanno condizionato per tutta la sua carriera. La stagione seguente si trasferì a Cantù, dove a dirla tutta giocò anche delle buone prestazioni, collezionando sia ottime partite sia partite disastrose giocate tirando con 1/10 dal campo (partita di esordio con Cantù persa contro Pistoia, 1 su 6 da due punti, 2 su 8 da tre, 8 su 8 ai liberi, prendendo 8 rimbalzi e distribuendo 3 assist). Nella stagione 2015/2016, dopo 6 mesi in Italia, decise di tornare a giocarsi un posto in un roster NBA e furono i Los Angeles Lakers ha dargli una possibilità. Metta World Peace non è più il giocatore aggressivo, tenace, risolutivo che era un paio di anni fa e in una squadra giovane come i Lakers sta assumendo sempre di più la figura di uomo spogliatoio, visto che il suo minutaggio in campo è di 4.9 minuti di media a partita. Ma nonostante sia la voce dello spogliatoio dei Lakers, questo potrebbe essere l'ultimo anno di attività di un giocatore che ha fatto della cattiveria agonistica, della difesa asfissiante, il suo marchio di fabbrica e difficilmente rivedremo un giocare come RON ARTEST. NBA champion (2010), NBA All-Star (2004), All-NBA Third Team (2004), NBA Defensive Player of the Year (2004), 2× NBA All-Defensive First Team (2004, 2006), 2× NBA All-Defensive Second Team (2003, 2009), NBA All-Rookie Second Team (2000), J. Walter Kennedy Citizenship Award (2011), Third-team All-American – AP, NABC (1999), Haggerty Award (1999), First-team All-Big East (1999).

 

Marco Mugnaini

 

 

Lunedì, 16 Gennaio 2017 13:28

I grandi rivali di Lebron James

"Golden State è una delle squadre più forti mai costruite, possono migliorare ancora. Però tra noi e loro non c'è una rivalità: possiamo parlare di avversari che abbiamo incontrato per due volte alle Finals. Anche quando giocavo a Miami ho giocato per due occasioni contro gli Spurs, e non eravamo rivali".

Lebron James, in arte "The Chosen One" e "The King James, è sicuramente a detta di tutti, il giocatore più dominante degli ultimi anni, non solo perchè fin dal suo primo anno in NBA ha dimostrato di essere un giocatore soprannaturale, ma soprattutto perchè durante la sua carriera è riuscito a battere ogni suo avversario, sera dopo sera, con la determinazione, la voglia e il talento, che solo i campioni hanno. Ogni giocatore NBA ha rispetto per l'avversario contro cui gioca, ma la posta in gioco si fa molto più alta quando devi affrontare un giocatore come Lebron, uomo (ragazzo) copertina di Sport Illustrated già a 16 anni. In questi suoi 15 anni in NBA "The King" ha affrontato molti giocatori e molte squadre, avversari che gli hanno dato filo da torcere e rivali contro cui ha intrapreso una vera e propria battaglia. Ecco qui secondo me i più grandi rivali che Lebron James ha incontrato nella sua carriera fino ad adesso:

Dan Gilbert: la rivalità più assurda e mediatica della carriera di Lebron James. Dopo che "Il Prescelto" aveva proclamato al mondo intero la sua decisione di lasciare Cleveland per raggiungere l'amico Wade a Miami, i tifosi dei Cavs non avevano preso benissimo la notizia di quello che per loro era un puro e semplice tradimento. I tifosi giustamente furiosi per la decisione del loro beniamino, meno giusta fu la reazione di Dan Gilbert, proprietario della Rock Ventures e Quicken Loans, oltre che dei Cleveland Cavaliers; Dan scrisse una lettera aperta ai tifosi dei Cavs a proposito del tradimento di Lebron, accusandolo di essere un codardo e rinfacciandoli di aver tradito la città di Cleveland. Ecco un estratto di quella lettera: "Come ben sapete, il nostro eroe di un tempo, cresciuto in questa terra che ora ha disertato, non è più un giocatore dei Cleveland. Ha fatto un annuncio narcisistico, durato una settimana e culminato in uno speciale televisivo autopromozionale che non ha precedenti nella storia dello sport. Mettete in banca quel che vi dico: farò di tutto affinché Cleveland vinca un titolo Nba prima che ci riesca colui che da solo si è proclamato Re. Questo atto di realtà slealtà è scioccante, visto che "il RE" era un nostro concittadino e ha mandato un messaggio esattamente contrario a quello che vorremo dare ai nostri figli". Dopo mesi di litigi e frecciatine la situazione si calmò, con l'NBA che multò di 100.000 dollari il propretario dei Cavs; poi nel 2014 il ritorno a casa e il successo in finale NBA contro i Golden State nella passata stagione. Amore e odio, questo c'è tra il presidente Dan Gilbert e il fenomeno Lebron James.

Kevin Durant: mentre la maggior parte dei grandi rivali di Lebron James sono stati giocatori affermati, più "vecchi" di lui, a mio avviso il duello a distanza tra "The King" e Kevin Durant è stato, è e sarà quello più affascinante ed eccitante nella carriera di LBJ. Durant ha delle eccellenti basi offensive, molto duttile in attacco, visto che può ricoprire sia il ruolo di guardia (ottimo tiratore) sia il ruolo di ala piccola o ala grande. Tutto questo talento però sembra venire per secondo, dietro costantemente a Lebron James: KD ha ricevuto molte critiche per la sua decisione di passare ai Golden State Warriors e come Lebron ha dovuto subire moltissimi insulti e sfottò da parte dei tifosi di tutta la NBA, accusato di essere andato nella squadra che era già di per sè la più forte della lega, nonostante la sconfitta nelle Finals della passata stagione. I due vengono focalizzati come il " RE" e il suo "erede" , sia perchè i sono i giocatori più dominanti e più immarcabili della lega, sia per un fatto di età, visto che KD ha 28 anni , più o meno l'età che Lebron aveva quando affrontava Pierce e Bryant in quelle magnifiche partite di qualche anno fa. Le cifre parlano ancora a favore di Lebron: nei 17 incontri tra i due giocatori, Lebron ha vinto per ben 14 volte con una media di 29.4 punti, 7 rimbalzi, 7 assist e 2.5 palle recuperate di media a partita, mentre KD, eccellente allo stesso modo, ha viaggiato con 29.4 punti, 6.5 rimbalzi, 3.6 assist di media a partita. Anche se Durant deve ancora superare veramente James, soprattutto in vittorie di anelli , LeBron deve lavorare costantemente per assicurarsi che il suo dominio sulla NBA sia incontrastato e sicuramente l'approdo di KD a Golden State renderà questa rivalità ancora più eccitante.

Paul Pierce: "The Truth" e "The King" si sono incontrati per ben 39 volte durante la loro carriera, con Paul Pierce sorprendentemente in vantaggio negli scontri diretti, con 21 vittorie. Possiamo individuare due fasi della rivalità tra i due giocatori: la prima riguarda il periodo in cui Lebron era a Cleveland, nei suoi primissimi anni in NBA con le infinite battaglie playoff tra i Cavs e i Boston Celtics; la seconda riguarda il periodo dei "big three a Miami", con James, Wade e Bosh che sfidarono per un paio d'anni i fortissimi dei "big three" di Boston, Pierce, Allen e Garnett, dominatori dell'Est. Le cifre di "The Truth" e di LBJ parlano chiaro: 5.6 rimbalzi, 3.9 assist e 20.2 punti di media a partita per il primo, 6.7 rimbalzi, 6.5 assist e 29.3 punti di media per il secondo. Ma il duello tra questi due futuri Hall of Fame va oltre le statistiche; è il modo in cui questi due giocatori si sono sfidati sera dopo sera, che fa della rivalità tra James e Pierce la rivalità più focosa, affascinante e continua degli ultimi 10 anni in NBA. Partite di playoff tra Cleveland e Boston, tra Miami e Boston hanno fatto emozionare tutti i tifosi incollati alla TV, perchè sia Paul sia Lebron, sapevano che per arrivare alla finale NBA dovevano superare l'altro, non c'era altro modo; hanno dato inizio a duelli sportivi imparagonabili, sempre nel rispetto dell'avversario e dando lezioni di basket al resto del mondo.

Kobe Bryant: due dei più grandi campioni di tutti i tempi della NBA, Kobe e Lebron, amici/nemici per l'eternità. Una rivalità molto mediatica, visto che non abbiamo mai visto i due giocatori affrontarsi in una finale Playoff, ma solo in Regular Season. Anche se questi due giocatori non si sono mai sfidati per l'anello, il duello Kobe-Lebron ha sempre diviso tutti, in primis i fan dei due giocatori, che ancora oggi si "scontrano" su chi sia il più forte dei due. Fatto sta che le due superstar hanno sempre dato spettacolo quando si sono sfidati, anche se i numeri parlano di una netta vittoria di Lebron negli scontri diretti: 22 partite giocate l'uno contro l'altro, con 16 vittorie per "il Prescelto", nonostante Kobe abbia fatto registrare numeri impressionanti con 25 punti, 6 assist e 5 rimbalzi di media a partita. James in questi incontri è stato semplicemente magnifico: 29 punti, 7.5 rimbalzi e 7.5 assist a partita. Questi due giocatori hanno dato quel tocco in più di magnificenza a uno sport che è bellissimo già di suo: quando James è entrato in NBA con l'etichetta del nuovo Michael Jordan, Kobe Bryant non si è tirato indietro, non ha lasciato la scena alla nuova stella nascente e ciò ha reso questa rivalità molto più romantica e interessante. "Una forza inarrestabile (James) incontra un oggetto inamovibile (Bryant)".

 

Marco Mugnaini

 

Nella sua carriera non ha vinto quanto avrebbe dovuto vincere, ma a quanto emozioni, ad amore per il gioco, Allen Iverson è stato sicuramente colui che ha stravolto, rivoluzionato, dominato l'NBA nel primo decennio del Duemila. Una rivoluzione spontanea, indisciplinata e proveniente dalla strada, un po’ violenta, ma allo stesso tempo incredibilmente emotiva e passionale; odi et amo, puoi odiarlo, puoi amarlo, ma la figura di The Answer rimarrà sempre nella storia, lui contro tutto il resto del mondo. Iverson non ha potuto vivere la sua adolescenza come tutti i bambini normali di quell'età; nacque a Hampton in Virginia, da una madre single di soli 15 anni, il che lo costrinse presto a diventare l’uomo di casa, a 12 anni, occupandosi delle sue sorelle mentre la madre era a lavoro. Una situazione familiare che certamente ha gettato immediatamente Allen in quel mondo perfido e "bastardo" che a volte può essere ed è stato solo grazie allo sport e al basket che Iverson riuscì a togliersi da quelle possibili- pericolose situazioni che avevano visto coinvolti molti dei suoi amici e lui stesso in prima persona: come quella sera quando Allen e i suoi amici andarono in un bowling a festeggiare ma vennero coinvolti in una rissa con dei ragazzi bianchi e ne subirono le conseguenze: vennero arrestati solo 5 ragazzi di colore, tra cui Iverson, e condannati inizialmente a 5 anni di carcere da un giudice razzista, salvo poi essere ridotti a 4 mesi dopo il ricorso in appello. "Dovevo utilizzare l’intera situazione come qualcosa di positivo. Andare in prigione, permette agli altri di vedere le tue debolezze ed esporle. Non ne gliene ho mai mostrata nessuna. Sono stato forte fino al giorno in cui sono uscito." Appena uscito di galera ebbe subito la grande opportunità per riscattarsi, grazie alla Nike, che lo invitò a partecipare ad un campo estivo per mettere in mostra tutto il suo talento davanti ad alcuni scout dei college americani. Per l'allora coach di Georgetown, John Thompson, il piccolo giocatore di "Hampton" era un predestinato, un vincente, nonostante sembrasse aver addosso tutti gli occhi e tutte le pressioni dei giornalisti e dei tifosi. Quel ragazzo di 17 anni è poi diventato, nel Settembre del 2016, un Hall of Famer, il giusto premio per la grandiosa carriera di The Answer, un giocatore a cui non gli è mai interessato di apparire bene agli occhi di tutti; un giocatore che ha fatto del proprio comportamento e della propria personalità l'arma più forte con cui combattere tutte le critiche durante i suoi anni in Nba; un giocatore che è stato sempre se stesso nonostante non piacesse a molte persone; un giocatore che amava il basket, amava la sua Philadelphia, amava i suoi compagni, i suoi amici. Iverson è stato un vincente, un amante e uno studente del gioco e sono proprio le parole di un suo carissimo ex compagno di squadra, Aaron McKie, a descriverci in maniera migliore tutta la magnificenza di THE ANSWER:

"Allen è uno studente del gioco. Questo la gente non l'ha mai capito. Le persone sanno che Iverson leggeva i giornali e che aveva un rapporto speciale con Phil Jasner, il giornalista del Daily News che era solito essere molto critico nei suoi confronti, ma non capiscono che Allen studiava a fondo ogni dettaglio. Leggeva i commenti, tutti i commenti. Nel momento in cui entrava sul campo sapeva quali giocatori avversari avevano affermato di saperlo fermare, e aveva fatto la sua personale ricerca su come distruggerli. Chiunque provasse a parlare di Allen prima di una partita aveva un bersaglio sulla schiena. Prendiamo Gara 1 delle Finals del 2001 come esempio. Allen aveva letto tutto ciò che c'era da leggere. Sapeva cosa si sarebbe dovuto aspettare. Sapeva che i Lakers avrebbero usato Tyronn Lue per fermarlo. Questo era ciò che lo caricava. Entrava in campo con una sola cosa in testa: "

"Una cosa che forse non sapete di Allen è che sa disegnare benissimo. Yes sir! E' un mezzo segreto su di lui, ma è veramente un grandissimo artista. Buttava giù spesso dei disegni su di noi e li infilava nei nostri armadietti. Ogni tanto capitava di vederlo nello spogliatoio con la faccia seria, le cuffie in testa e una matita in mano. Poi tutto a un tratto scoppiava a ridere da solo osservando il suo disegno. Era parte del gioco, i suoi sketch di noi erano il suo modo per prenderci in giro. Allen non stava mai zitto. Mai. Tante squadre pensano solo a tenere lo spogliatoio come un luogo tranquillo, a Philadelphia era diverso. Scherzavamo tra di noi in aereo, ci prendevamo in giro in qualsiasi situazione... E Allen era sempre quello da cui nascevano le cose. Vi do un consiglio, se mai doveste capitare intorno a Al, chiedetegli di disegnare qualcun'altro nella stanza. Ditegli che vi manda Aaron."

 

 Marco Mugnaini

 

 

Probabilmente questa di Miami, è la peggiore stagione disputata negli ultimi 16 anni. Dopo aver perso nell'estate del 2014 il "Prescelto" che ha deciso di riportare il suo enorme talento a Cleveland, dopo aver perso per un paio di stagioni un giocatore fondamentale dal punto di vista tecnico e tattico come Cris Bosh a causa di problemi di salute, quest'estate Miami ha dovuto salutare la sua bandiera, il suoi leader, Dwyane Wade, unitosi ai Chicago Bulls. Tutto ciò ha portato Miami in una crisi profonda, una crisi che difficilmente potrà risolversi in breve tempo. Il record stagionale è il secondo peggiore dell'intera Lega, dietro solo ai Brooklin Nets: 11 vittorie e 19 sconfitte e 0 speranze per i playoff in questa stagione. Negli ultimi giorni si è parlato molto di mercato tra i dirigenti degli Heat, con molte voci di che vedevano partenti altri due pezzi pregiati del roster della squadra: Goran Dragic e Hassan Whiteside. Ho voluto proprio esaminare la situazione di Whiteside e ipotizzare due posssibilità per cui potrebbe/dovrebbe essere scambiato dai Miami Heat; ovviamente solo un mio personalissimo parere:

1- Scambiando Whiteside la franchigia della Florida potrebbe ottenere un ottimo posizionamento nel prossimo Draft, in quella che sembra per Miami la prima di diverse stagioni di transizione. Miami si sta sempre più affidando ai giovani e Whiteside non sembra essere quel leader-trascinatore che dovrebbe essere: dopo la partenza dei "big three" la squadra è stata affidata a Goran Dragic e ad Hassan, i veri pilastri di questa squadra. Ma in molte occasioni, proprio il play sloveno e Coach Spoealstra hanno ripreso il centro per il suo comportamento non proprio da star, quell'atteggiamento da giocare normale che gioca per fare solo "il compitino". Whiteside sta giocando una stagione solida, e il suo talento è indiscutibile, ma quello che li si critica è la scarso impegno nel voler vincere. Nelle ultime partite sembra proprio che i Miami Heat abbiano intrapreso la strada del "tanking", ovvero perdere il più possibile per avere le scelte migliori nei prossimi Draft; tutto questo per ricostruire un roster da zero, dopo la partenza dei tre ex tenori. Whiteside potrebbe un'ottima pedina di scambio, non solo per ottenere nuovi giocatori, ma anche delle posizioni ottime ai Draft.

2- Miami ha recentemente dichiarato che Whiteside è incedibile e che sicuramente rimarrà in Florida, anche perchè quest'estate ha firmato un grossissimo contratto. L'ex giocatore di Sacramento infatti nella passata stagione ha vinto il premio di miglior stoppatore, con 3.7 stoppate di media a partita. Gli Heat quest'estate gli hanno subito proposto un mega contratto da 98 milioni di dollari in quattro anni, ma c' è un piccolo dettaglio non del tutto insignificante; anche se Whiteside è entrato recentemente nel mondo NBA, è già un giocatore di 28 anni. Sicuramente sta disputando una delle sue miglior stagioni, con 17.8 punti, 14.4 punti e 2.3 stoppata di media a partita, ma liberandosi di un contratto molto pesante, Miami potrebbe andare a ingaggiare quella superstar in grado di trascinare la squadra ai playoff, cosa che i tifosi degli Heat erano abituati a vedere in questi anni. L'uomo e il giocatore giusto a mio avviso potrebbe essere Anthony Davis, poichè sarebbe il leader giusto a trascinare e a migliorare i giovani talenti di Miami.

Non voglio mettere in dubbio la forza e la bravura di Whiteside, perchè soprattutto a inizio stagione ha dimostrato di essere il giocatore più in forma di Miami e molto probabilmente, grazie alle sue prestazioni, riceverà la prima chiamata per un All Star Game questa stagione. Ma anche dal punto di vista dei numeri Hassan è calato molto rispetto alla scorso anno: problemi ai tiri liberi, è calato rispetto l’anno passato tirando con il 53.8% rispetto al 65% della scorsa stagione; problemi alle percentuali dal tiro, infatti in questa stagione ha peggiorato molto i suoi numeri, tirando con il 54% rispetto al 60.6% del 2015/2016. Whiteside sembra essere questo e non molto di più; Miami deve decidere.Puntare per il futuro su un giocare si in grado di farti vincere alcune partite, ma non in grado di farti vincere l'anello o se scambiare il giocatore o tagliarlo per poter arrivare ad una superstar in grado di darti quel salto di qualità necessario per arrivare al raggiungimento degli obiettivi? Lo scopriremo prima di Marzo.

 

Marco Mugnaini

 

 

Ora è ufficiale, Anthony Bennet è stato tagliato fuori dal roster dei Brooklin Nets; nella notte di Martedì la franchigia del New Jersey ha deciso di rinunciare all'ex scelta numero 1 del Draft del 2013, andando poi a firmare, secondo fonti ESPN, un veterano come Quincy Acy, centro di riserva a Brook Lopez. In America la parola "bust" significa fallimento, disastro, in senso più letterale, delusione. E quando un giocatore, specialmente se chiamato alla prima scelta assoluta di un Draft, fa fatica nelle prime stagioni da professionista, quelle quattro lettere vengono appiccicate a lui come un adesivo e togliere quell'adesivo è molto ma molto difficile. E' il caso di Anthony Bennet, scelto alla posizione numero 1 dai Cleveland Cavaliers in un Draft che comprendeva giocatori come Victor Oladipo, Otto Porter, Cody Zeller, Nerlens Noel, Kentavious Caldwell-Pope, Trey Burke, C.J. McCollum, Steven Adams, Giannis Antetokounmpo, Dennis Shroder e Tim Hardaway Jr., giocatori che hanno già dimostrato o stanno dimostrando di poter diventare delle star e dei futuribili All Star. Il fatto è che quella sera del 27 Giugno del 2013, Bennet non era nemmeno sicuro di essere selezionato tra le prime dieci scelte, figuriamoci alla prima. Pochi giorni prima di quel Draft, Cleveland aveva tentato in ogni modo di cedere la prima scelta assoluta per scendere alla 5° e alla 6° e magari ottenere qualche "aiuto" in futuro, o magari scambiarla con un giocatore forte e pronto subito, ma nessuno accettò e quindi i Cavs selezionarono Bennet. L'inizio fu disastroso: 5 punti complessivi nelle prime 7 partite, con un pessimo 1/21 dal campo e difensivamente era un fanstasma. Certo è vero che il roster di Cleveland a quei tempi vedeva nel solo Kyle Irving l'unica ancora di salvataggio e pensando al resto della squadra, Bennet non è stato certamente aiutato a migliorare: il leader dalla panchina era Jarrett Jack post-contrattone, insieme a Alonzo Gee, C.J. Miles e Andrew Bynum distrutto dagli infortuni, con in panchina Mike Brown, non esattamente i Cavs delle ultime due stagioni! Dopo un anno disastroso nell'Ohio, la dirigenza dei Cavaliers e la dirigenza dei Minnesota Timberwolves si misero d'accordo per uno degli scambi più "clamorosi" degli ultimi 5 anni: a Minnesota approdarono la scelta numero 1 del Draft del 2013, Anthony Bennet e la scelta numero 1 del Draft del 2014, Andrew Wiggins, mentre a Cleveland arrivò quel giocatore tanto desiderato dallo staff nei due anni precedenti: Kevin Love. Cambio di città, nuova squadra, nuovi tifosi, una nuova possibilità, tutto ciò invece di migliorare la situazione di Bennet, la peggiorò. Tralasciando gli infortuni che furono numerosi in quell'anno, le sue prestazioni e le sue medie calarono moltissimo: solo una volta a quota 20 punti e solo 7 sopra quota 10, in 52 partite. Questo portò la dirigenza dei T-Wolves a rinunciare al giocatore, tagliandolo senza mezzi termini alla fine del suo secondo anno. Furono i Raptors, ad inizio stagione 2015-2016, a dare una terza chance a Bennet, dopo una buona estate giocata con la nazionale canadese ai giochi Pana-Americani; il ritorno del figliol prodigo, visto che Bennet era natio proprio di Toronto. Ma anche qui la situazione non migliorò e fu il giocatore stesso a chiedere di essere "retrocesso" in D-League, ma nelle 6 partite disputate non riuscì a raggiungere la doppia cifra di media e Toronto decise di tagliare il giocatore a fine Febbraio. Brooklin questa stagione aveva provato a far risorgere un giocatore la cui carriera sembrava finita a soli 22 anni, ma Bennet non ha assolutamente ripagato della fiducia dei Nets: ha giocato 23 partite, con una media a partita di 5 punti e 3.4 rimbalzi, giocando di media 13 minuti per incontro. La dirigenza dei Nets non ha potuto far altro che tagliare ancora una volta il giocatore, facendo probabilmente di Bennet il più grande "bust" della storia della pallacanestro americana.

 

Marco Mugnaini

 

 

Venerdì, 06 Gennaio 2017 10:55

Gary Payton, THE GLOVE

Una vita all'insegna del furto, potrebbe essere questo il titolo del prossimo libro di Gary Payton, soprannominato The Glove. Per i pochi che non conoscessero Gary Payton, è stato un formidabile playmaker che ha militato nella NBA per 17 anni, vestendo la maglia dei Seattle Supersonics, Milwaukee Bucks, Los Angeles Lakers, Boston Celtics e Miami Heat, vincendo un unico titolo NBA proprio con i Miami Heat nel 2006. "Giocatori come me e Magic Johnson non nascono spesso", questo era Gary Payton, l'unico playmaker nella storia NBA a vincere il titolo di miglior difensore dell'anno; nella stagione 1995/1996 i Seattle Sonics tornano al Coliseum, che verrà chiamato KeyArena e chiudono con il miglior record della propria storia con 64 vittorie e 18 perse, raggiungendo le finali NBA perdendo però in sei gare contro i Bulls di Jordan e Pippen. Payton gioca 81 partire, chiudendo con 19 punti, 7 assist, 4 rimbalzi e quasi 3 rubate di media. Viene selezionato nel secondo quintetto NBA e viene appunto premiato come miglior difensore della stagione. Gary era un eccellente difensore, probabilmente il miglior giocatore a difendere l'uomo con la palla degli anni '90, più egoista in attacco dove però le doti tecniche obbiettivamente superiori alla media e l'ottimo tiro sia dalla media distanza che dalla linea dei tre punti, facevano di Gary Payton un giocatore a tutto campo. Amato da molti, criticato da tanti, probabilmente per il suo carattere quasi mai quiete e tranquillo: Payton è sempre stato giudicato “difficile” da tutti, aveva "la lingua più lunga" dell'NBA da quando Barkley ha lasciato il basket giocato ed è stato il vero inventore del trash talk tanto caro all'ultima generazione. Essendo il Re dei trash-talkers, Payton ha sempre avuto parole per tutto e tutti sia fuori che dentro al campo, ma adesso che la sua carriera è finita e l'età non è più quella di una volta, si rende conto che forse avrebbe potuto evitarsi certi comportamenti: uno dei suoi rimpianti maggiori è stato non aver saputo costruire dei buoni rapporti nei suoi anni in NBA. " Come gli squali hanno bisogno di nuotare continuamente per non soffocare, così Gary Payton per vivere ha bisogno di parlare continuamente". Gary Payton nella sua carriera è stato famoso per la sua difesa, per la sua capacità di entrare nella testa dell’avversario e per quell’ossessione che era rubare, rubare la palla e sfidare l’avversario. Insomma come si direbbe in gergo ha vissuto la sua vita all’insegna del furto, ma cosa più importante è che nei 17 anni della sua carriera, nonostante il comportamento scontroso, si è conquistato la stima di molti giocatori che lo hanno affrontato sera dopo sera. E chi meglio dei suoi ex compagni può raccontarci qualche aneddoto del LUPIN della NBA?

- "La sua forza era la sua capacità di esigere la vittoria. Era senza paragoni. La passione di Gary era farti un culo così." George Karl

- "Non me lo dimenticherò mai: stavamo giocando a Tacoma, io indossavo la maglia di Dallas ed ero un Rookie, il mio avversario era Gary. Ci conoscevamo, ci salutavamo sempre, ma dopo la palla a due eravamo l’uno contro l’altro. Lui venne in post contro di me e io sapevo piuttosto bene quello che gli piaceva fare, per cui appena eseguì il suo movimento, io lo stoppai. Gli urlai 'Levati dal cavolo', ma non dissi 'cavolo'. Lui mi guardò e io capii che quello era stato un grande errore. Realizzò da solo un parziale di 15 a 0 e finimmo per perdere la gara". Jason Kidd

- "The Glove" aveva da dire riguardo qualunque cosa. Aveva da dire su tua madre, aveva da dire su tuo padre, sui tuoi bambini... Era un grande agonista, parlava così tanto che non potevi prenderla sul personale, era divertente. La cosa più incredibile di Gary è che lui era così anche fuori dal campo: se ti vedeva dentro un supermercato, ti veniva a parlare dicendo: 'Ricordati di quella volta in cui ti ho fatto diventare pazzo fratellone, ti ho spezzato le caviglie, ti ho dato quel che ti meritavi. Non puoi marcarmi, sono un Hall of Fame"”. Shaquille O'Neal.

 

 Marco Mugnaini

 

 

Lunedì, 02 Gennaio 2017 15:06

Sir Charles Barkley

"Non sono pagato per essere un modello di comportamento", ha detto una volta il quarto giocatore nella storia della NBA a ritirarsi avendo superato in carriera sia i 20.000 punti (22,1 di media/gara) che i 10.000 rimbalzi (media di 11,7 ad incontro) ed i 4.000 assist (quasi quattro a partita) ovvero Charles Barkley. Forte, determinato, combattivo come non mai, ma anche irascibile, per nulla diplomatico nelle dichiarazioni come in certi atteggiamenti, questo era ed è Barkley, un personaggio particolare, persino all’interno del variegato mondo della pallacanestro americana. Particolare per il suo modo di essere. Ed ovviamente per il suo modo di giocare. A lungo è stato considerato una delle più grandi anomalie nella storia della lega, soprattutto per via del suo peso; nella storia della pallacanestro ne sono passati di giocatori apparentemente fuori forma, fuori quota, fuori tutto, meno che fuori dal parquet perché malgrado tutte queste debolezze hanno fatto prevalere la loro voglia (ed il loro talento) per arrivare ai vertici e questa è la storia di Sir Charles, un ragazzo che a soli 16 anni raggiungeva un'altezza di 195 cm e un peso di 136 kg. "L'appetito" di Barkley sembrava tagliarlo fuori dal mondo della pallacanestro americana, un modo in continua evoluzione fisica. Al college gli diedero il soprannome di "THE ROUND MOUND OF REBOUND" sia per le sue rotondità sia per la sua carica e la sua esplosività messa in campo durante le partite al college con la sua Auburn. Famose furono le parole dello scout di Auburn che scovò il talento di Barkley: "Un ragazzo grassottello, ma che gioca come il vento!". Dopo aver portato la sua università a partecipare al primo torneo NCAA della sua storia, venne selezionato al Draft dell'84 ( Draft che vedeva inseriti grandissimi nomi di giocatori che avrebbero fatto la storia della NBA, tra cui Michael Jordan, Hakeem Olajuwon, Michael Jordan, Sam Perkins, John Stockton) ed è proprio lui a raccontare ai microfoni di ESPN, i giorni precedenti al Draft e al suo esordio in NBA; mai banale, senza peli sulla lingua, Sir Charles Barkley, ha confidato alcuni retroscena del suo passaggio ai Philadelphia 76ers.

"Durante i primi workout pre-Draft con Philadelphia pesavo intorno ai 135kg. I 76ers avevano la quinta pick e mi dissero di scendere fino a 125 se volevo essere scelto da loro. Arrivai a 122. Dopo tutto quel lavoro, il mio agente mi chiamò per dirmi che dovevamo parlare della situazione, i 76ers gli avevano detto che mi avrebbero fatto firmare un contratto al minimo salariale. Un annuale da 75mila dollari. Gli dissi che non avevo lasciato il college per prendere così poco, dovevamo far si che i Sixers non mi scegliessero. Mancavano due giorni al Draft. La prima mattina credo di aver ingurgitato sei pancakes, bacon e un vanilla shake per colazione. Poi a pranzo Kentucky Fried Chicken e purè di patate. A cena un'enorme bistecca, patate al forno... E il giorno dopo la stessa identica cosa. Dopo due giorni di full immersion nel cibo volai a Philly con il mio agente e montai sulla bilancia. Ero arrivato a 136kg. Mi presero a insulti e mi cacciarono dalla stanza. Presi il treno per New York convinto di averla scampata, poi arrivai al Draft. "With the fifth pick in the 1984 NBA Draft, the Philadelphia 76ers select Charles Barkley, from Auburn University." Se andate a rivedere il filmato, è estremamente chiaro quello che stavo pensando nel momento in cui ho sentito chiamare il mio nome: "Ditemi che è uno scherzo. Ho lasciato il college per 75mila dollari?" Fortunatamente i Sixers decisero di tradare due giocatori e il mio primo contratto fu un quadriennale da due milioni di dollari. A quel punto ero felicissimo di essere a Philly."

 

Marco Mugnaini

 

 

Rajon Rondo, che ai tempi dei Big Four dei Boston Celtics era considerato uno dei miglior playmaker in NBA, è ora alla veneranda età dei 30 anni e indubbiamente non è più quel giocatore che spaccava le partite in due a favore della propria squadra come una volta. L'avventura ai Chicago Bulls non è iniziata nei migliori nei modi e la sua convivenza con gli altri due All Stars, Jimmy Butler e Dwane Wade, sembra ormai alla fine. Rondo ha avuto buonissime medie in questo inizio di stagione: 7.6 punti, 7 assist e 6 rimbalzi di media a partita, ma il problema è alla base, visto che i Bulls necessitano di un playmaker con molti più punti nelle mani e purtroppo l'ex giocatore dei Boston non è più quel tipo di giocatore. Rondo, che a Dicembre era già stato sospeso per una partita dalla società, non è sceso in campo nemmeno un minuto nella partita di Sabato notte persa contro i Milwaukee Bucks con il punteggio di 116 a 99 lasciando il posto da titolare a Michael Carter Williams. Si è detto infastidito di questa scelta e ha riportato ai microfoni della NBA che avebbe immediatamente incontrato il General Manager dei Bulls, Gar Forman, per parlare di questa situazione ma fatto sta che la situazione in quel di Chicago non è così "incantevole" come tutti i tifosi speravano ad inizio campionato. Attualmente i Bulls sono settimi ad East, con un record di 15 vittorie e 16 sconfitte; ciò non ha reso felici i tifosi che hanno anche fischiato la squadra durante le ultime uscite. Molti si aspettavano che Chicago potesse essere una delle principali "antagoniste" dei Cleveland Cavaliers al titolo di campioni dell'Est, ma finora le prestazioni hanno dimostrato ben altro. La dirigenza sembra aver individuato in Rondo uno dei principali "colpevoli" di questa situazione, mettendo molto probabilmente il giocatore sul mercato. Ma quali potrebbero essere le destinazioni dell'ex giocatore dei Sacramenti Kings?

PHILADELPHIA 76ERS: i 76ers sono una squadra molto giovane con un futuro brillante per la franchigia, ma al momento Phila è una delle peggior squadre in NBA e molto probabilmente dovrà rinunciare ai playoff anche quest'anno, accontentandosi di un 14°/15° posto ad East. Rondo potrebbe essere il veterano giusto per una squadra piena zeppa di stelle future e fino al ritorno di Ben Simmons (fuori per infortunio) può prendere le redini della squadra soprattutto con il suo pick and roll, letale se fatto con un giocatore come Joel Embiid o Jahlil Okafor. Inoltre Rondo può fare da mentore per tutti i giovani della squadra. Arrivare a Rondo non è facile, ma Philadelphia può contare su una pedina di scambio come Nerlens Noel, ala forte/centro che sembra aver concluso la sua avventura in Pennsylvania e che soprattutto interessa molto alla società dei Bulls, visto che era stato accostato al roster di Chicago anche nel mercato dell'anno scorso.

MINNESOTA TIMBERWOLVES: Minnesota ha attualmente nel ruolo di playmaker un giocatore del calibro di Rubio, che ad essere onesti ha un pò deluso nella sua avventura a Minnesota e una trade tra i Wolves e i Bulls potrebbe far bene ad entrambe le squadre. Potrebbe essere uno stimolo in più anche per lo spagnolo, che quest'anno sta viaggiando a soli 7 punti di media a partita. Rondo sarebbe utilissimo a Minnesota, non solo perchè è un ottimo passatore in contropiede per giocatori come Kris Dunn e Zach LaVine, ma perchè vedere un pick and roll tra lui e il futuor della NBA, Karl Anthonu Towns, sarebbe un piacere per gli occhi. Questa potrebbe essere una trade molto possibile, sempre se Minnesota deciderà di privarsi del giocatore spagnolo e se vorrà puntare su un veterano come Rondo.

MIAMI HEAT: un'altra interessantissima possibile trade potrebbe essere quella fra i Miami Heat e i Bulls. Attualmente Miami ha come playmaker titolare un giocatore di altissimo livello come Goran Dragic, ma solo Tyler Johnson come possibile riserva nel roster. Potrebbe esserci uno scambio alla pari fra le due squadre dell'Est, con Rondo pronto a portare tutta la sua esperienza agli Heat e con Dragic, che aveva già alimentato qualche polemica sul suo futuro in Florida con alcune dichiarazioni rilasciate nel mese di Dicembre dello scorso anno, in grado di dare una grossa mano offensiva all'attacco di Chicago, con i suoi 19.3 punti di media a partita. Rondo è stato 4 volte ALL STARS e potrebbe accoppiarsi benissimo con un centro dominante come Whiteside, oltre a poter essere un eccellente "maestro" per il giovane e promettente Tyler Johnson.

Ancora indeciso il futuro di Rondo, ma molto probabilmente lascierà Chicago prima della fine del mercato. L'unica domanda è: dove porterà il suo talento il giocatore natio di Louisville?

 

Marco Mugnaini

 

 

Mercoledì, 21 Dicembre 2016 17:12

Mr Big Shot Robert Horry

Se c'è un giocatore nella storia della NBA che può rappresentare al meglio il significato di "clutch player" ( ovvero un giocatore quasi sempre decisivo nei momenti finali delle partite) quello è Mr Big Shot Robert Horry. Sette titoli NBA, il nono giocatore ogni epoca ad aver vinto sette titoli, l'unico che non abbia fatto parte dei grandissimi Boston Celtics degli anni '60 e insieme a John Salley è l'unico giocatore ad aver vinto 3 titoli NBA con tre franchigie diverse. Robert Horry è stato fondamentalmente un giocatore di piccole cose, quasi impercettibili, ma necessarie per una squadra che aspira a vincere qualcosa; nella sua carriera in regular season ha tenuto una media di 7, 4.8 rimbalzi e 1 assist a partita , per sottolineare che Big Shot non ha mai eccelso nei grandi numeri e nella continuità, se parliamo appunto di stagione regolare: impegno a intermittenza, attività difensiva molto blanda e concentrazione vagante. Ma Horry cambiava totalmente il suo modo di giocare e di difendere una volta arrivati ai playoff e soprattutto in quei momenti in cui la palla pesava più di una tonnellata. Big Shot Rob, l'uomo dei grandi tiri, ha firmato con i suoi canestri preferibilmente da tre punti molti momenti di storia degli ultimi venti anni dei playoff: ecco i canestri più significativi realizzati da Horry nella sua magnifica e lunghissima carriera.

1- FINALE NBA 2005: Robert Horry segna 18 punti tra quarto periodo e overtime di Gara 5 contro Detroit: a nove secondi dalla fine del supplementare, San Antonio sotto di due con una rimessa a metà per i Texani. Horry esegue un passaggio al suo grande amico Manu Ginobili e proprio l'argentino sembra essere "il prescelto" per il tiro del sorpasso e della vittoria. Ginobili riceve palla nell'angolo e immediatamente viene raddoppiato da due difensori dei Pistons, sicuri che Manu avrebbe cercato di tirare in qualsiasi modo; ma così facendo Detroit lascia libero un giocatore decisivo come Horry e Ginobili, dopo aver visto con la coda dell'occhio, che il compagno di squadra era in una situazione migliore per tentare il tiro da tre, scarica per Big Shot che, rimasto incredulo da tanto spazio lasciatogli dai difensori dei Pistons, realizza il canestro decisivo del sorpasso e della vittoria. Gli Spurs con questa vittoria volano sul 3-2 contro Detroit e vincono poi le Finali NBA, ma è molto probabile che perdendo quella sera gli Spurs avrebbero perso anche il titolo.

2- FINALE DI CONFERENE 2002: I Lakers sono sotto 2-1 nella serie contro i Sacramento Kings. Mancano 8 secondi alla fine della partita. I Kings sono a pochi secondi dall’impresa di sconfiggere i formidabili Lakers, A pochi secondi dal mettere una concreta ipoteca sulla serie finale. Sacramento è avanti per tutta la partita, ma nell'ultimo quarto subiscono la rimonta dei Lakers, portando il risultato al 97-99 in favore dei Kings prima dell'ultimo possesso decisivo. Erano i Lakers di Shaquille O'Neal e di Kobe Bryant e tutta la California si aspettava che fosse uno dei due a salvare Los Angeles da una pesantissima sconfitta: la palla nelle mani di Bryant che penetra. Alza la parabola. La palla sbatte sul ferro ed esce. Finisce nelle mani di Shaq che prova il tap-in, ma sbaglia anche lui. Divac, centro dei Kings, smanaccia via la palla che finisce esattamente nelle mani di Horry, l'uomo giusto al momento giusto. Frontalmente al canestro, prende la palla e segna la tripla dell'unico vantaggio Lakers in quella partita, proprio alla sirena. Senza quell'incredibile canestro, i Lakers sarebbe andati sul 1-3 nella serie, con Gara 5 a Sacramento, e molto probabilmente sarebbe stato eliminati.

3- FINALE NBA 1995: nei playoff 1995 Horry sale in cattedra in due momenti chiave: nella prima gara delle finali di Conference contro i San Antonio Spurs Mr Big Shot, a 6,5 secondi dalla fine, si prende la tripla della vittoria per 94-93. Ma ancor più importante è quella messa a segno in gara tre delle Finals contro gli Orlando Magic. Gara 3 a Houston, con i Rockets avanti 2-0 nella serie; a quattordici secondi dalla fine Horry segna da tre il canestro che fissa il punteggio sul 106 a 103. Alla fine sarà sweep (ovvero 4-0) e secondo titolo consecutivo per la franchigia texana, con Horry tra i protagonisti. Nonostante fossero gli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon e Clyde Draxler fu proprio quel ragazzino di 25 anni ha segnare il canestro decisivo e a dare la vittoria della partita e del titolo alla sqaudra del Texas.

4- FINALE NBA 2001: contro i Philadelphia 76ers in Gara 3, serie pari sull'1-1. A 47 secondi dalla fine, con O'Neal in panchina, segna dall'angolo la tripla del più quattro, quando tutta la difesa di Phila era concentrata su Bryant. Larry Brown, coach di Phila, è sempre stato convinto che se Horry non avesse segnato quella tripla e se Phila avesse vinto quella partita, avrebbe avuto la chance di vincere quel titolo.

 

 Marco Mugnaini

 

 

Nella NBA esistono le rivalità storiche nate da infiniti scontri per l’anello come quella tra Boston Celtics e Los Angeles Lakers o tra gli stessi Lakers e i Detroit Pistons o quella nata negli ultimi anni tra Boston Celtics e Miami Heat per la supremazia a Est (almeno finchè c’erano Garnett e Pierce a Boston). Una delle rivalità più antiche e storiche è sicuramente quella fra i Clippers e i Lakers, non solo perchè entrambe fanno parte della Pacific Division ma anche perchè le due squadre di Los Angeles giocano allo Staples Center; i Lakers si trasferirono da Minneapolis nel 1960, mentre i Clippers da San Diego nel 1984. Storicamente gli abitanti e i fan di Los Angeles hanno sempre favorito i Lakers, soprattutto per i numerosi anelli vinti ( i Lakers hanno vinto 11 campionati da quando si sono trasferiti a Los Angeles sui 16 complessivi) ma negli ultimi 4/5 anni sembra che qualcosa sia cambiato. I Clippers non solo hanno fatto registrare moltissimi sold out dalla stagione 2011/2012, ma sono diventati la prima squadra di Los Angeles, visti anche i pessimi risultati dei Lakers. Nella stagione 2012-2013 i Los Angeles Clippers vinsero la loro prima serie contro i Lakers (per serie si intende il numero complessivo di partite giocate durante la regular season). La rivincita dei Clippers, che dopo quella stagione hanno rivinto tutte le serie successive contro i Lakers, è dovuta soprattutto all'arrivo di Blake Griffin e di Chris Paul. Proprio l'arrivo di Paul, nella stagione 2012/2013, ha aumentato la rivalità tra le due squadre, poichè Cp3 era ormai un giocatore dei Lakers, ma il commissario NBA Adam Silver vietò questo trasferimento e Chris Paul fu ceduto all'altra squadra di Los Angeles. Rivalità infuocata nella città della California, rivalità che Blake Griffin ha provato a spiegare raccontando di due bellissimi episodi che lo riguardavano proprio sul tifo di Los Angeles; il primo sul suo arrivo nella città degli angeli, il secondo su un altro grande protagonista che ha fatto dei Clippers la prima città di Los Angeles: Doc Rivers.

"Ricordo quel giorno del 2009 come se fosse ieri. La prima volta che sono sceso da un aereo a LAX come giocatore dei Clippers ho iniziato a guardarmi attorno dentro all'aereoporto e ho notato qualcosa che non andava. Vedevo solo felpe dei Lakers, pupazzi dei Lakers, poster dei Lakers, carte di credito dei Lakers. Ero confuso, camminavo in mezzo a LAX e pensavo, "Ma dov'è tutta la roba dei Clippers?" Non c'era assolutamente niente. La prima volta che ho visto un logo dei Clippers è stata quando sono arrivato in palestra per l'allenamento. Far parte di una squadra partita da zero è estremamente esaltante, quando sono arrivato qua nessuno ci considerava minimamente. Per un sacco di tempo i tifosi dei Lakers non avevano neanche voglia di sprecare il loro tempo con noi. Ma le cose sono cambiate. Non abbiamo ancora raggiunto il nostro obiettivo primario, ma siamo riusciti a cambiare la percezione che LA ha dei Clippers. Adesso i loro tifosi ci considerano, adesso siamo meritevoli del loro odio."

"Un paio di giorni fa ero nello spogliatoio e stavo parlando con Austin Rivers, era nervoso perché doveva lanciare la prima palla a una partita dei Dodgers ed era la sua prima volta. Gli ho detto, "Preparati, ti fischieranno." Mi ha risposto, "Seriamente? Ma siamo a LA!" A quel punto gli ho dovuto spiegare che la maggior parte dei tifosi dei Dodgers sono anche fan dei Lakers. Ho rincarato, "Vedrai bello, vedrai." E' stato fischiato talmente forte che mentre camminava verso lo spot del lanciatore si è fatto scivolare di mano la palla. Per darvi un'idea di cosa accadeva nei giorni bui dei Clippers vi racconto di quando è toccato a me. Era subito dopo essere stato draftato, l'annunciatore ha esclamato: "E adesso date il benvenuto a Blake Griffin dei Los Angeles Clippers!" Silenzio di tomba. Mi sembrava di sentire il rumore dei grilli, nessuno ha reagito. Un paio di persone hanno applaudito per cortesia, probabilmente si sentivano dispiaciute per me."

 

Marco Mugnaini

 

 

Lunedì, 19 Dicembre 2016 12:52

NBA: Nerlens Noel ai Cleveland Cavaliers?

Negli ultimi giorni nel mondo NBA si è parlato di un possibile arrivo di Nerlens Noel nel roster del Cleveland Cavaliers; questi rumors sono nati dopo che Chris Andersen, The Birdman, ha subito la rottura del crociato dopo l'allenamento di venerdì, infortunio che lo lascierà fuori dal campo per il resto della stagione. Con 2.2 punti e 2.6 rimbalzi di media a partita, Andersen non era certamente un elemento fondamentale per i Cavs, ma il suo infortunio ha lasciato un posto libero tra i "big men" sotto canestro; infatti Cleveland può contare solo su 3 giocatori in grado di ricoprire i ruolo di ala grande/ centro: Kevin Love, Tristan Thompson e Channing Frye. Ecco allora che i Cavaliers sono piombati sul mercato, alla ricerca o di una ala piccola forte in grado di dare qualche minuto di riposo a Lebron James durante i playoff, o di un centro/ala grande dalle grandi capacità offensive e difensive. Un giocatore che potrebbe far molto comodo a Lebron e compagni è Nerlens Noel, giovane prospetto di Philadelphia che quest'anno ha avuto un pò di problemi, sia a causa di piccoli infortuni, sia per la grande concorrenza sotto canestro nel roster di Philadelphia; i 76ers sono alla ricerca di una possibile trade per sfoltire il reparto lunghi e fin dall'inizio dell'anno si è parlato di una partenza o di Nerlens Noel o di Jahlil Okafor; entrambi sono giocatori dal talento immenso e nonostante la loro età hanno già dimostrato di poter lottare in NBA e di guadagnarsi il rispetto degli avversari. Durante le ultime partite di Philadelphia sembra che la dirigenza e lo staff dei 76ers abbiano deciso chi sacrificare ed è stato proprio Noel a manifestare tutta la sua frustrazione, soprattutto dopo i soli 8 minuti giocati nella partita di Venerdi notte e persa per 100 a 89 contro i Los Angeles Lakers:

"Ho bisogno giocare, ho bisogno di sentirmi un tutt'uno con il gioco e se gioco solo 8 minuti non è mi è possibile; questo è pazzesco, tutta la sua situazione è pazzesca, un buon giocatore come me non può stare in campo solo 8 minuti" ha detto Noel a fine partita "è una situazione surreale e tutta la dirigenza dei 76ers deve riuscire a capire questa situazione."

Noel è un giocatore infelice e tutte le società sanno che avere un giocatore infelice in squadra può essere un grosso peso; Cleveland ha bisogno di un "big man" e Nerlens può essere l'innesto giusto perchè è un ottimo protettore del ferro e un gran rimbalzista, e sarebbe sicuramente un giocatore in grado di far molta pià differenza rispetto al veterano "Birdman".
Ma perchè la scelta dei Cavs dovrebbe ricadere proprio su Noel? Noel è un giovane dal grandissimo prospetto; fisicamente è slanciato e molto alto, e ciò gli permette di essere un buon corridore a campo aperto e grazie alle sue capacità atletiche e fisiche arriva e protegge il ferro che è una meraviglia. Questo è il suo terzo anno in NBA e a soli 22 anni ha già fatto registrare ottime medie nel suo breve inizio di carriera: 11 punti e 9 rimbalzi di media a partita e come ho detto prima, in questi due anni ci ha dimostrato tutta la sua facilità e la sua bravura nel proteggere il ferro "amico", facendo registrare 1.7 stoppate di media a partita. Con le grosse lacune difensive di Kevin Love, Noel potrebbe essere un ottimo sostituto dell'ex giocatore dei Minnesota, soprattutto quando Cleveland necessiterà di una difesa forte e agguerrita sotto canestro. I vari problemi di spogliatoio e con la società, non hanno permesso a Noel di esprimere del tutto il suo enorme talento e a mio avviso, se messo in una situazione e in un contesto giusto, l'ex giocatore di Kentucky può far registrare prestazioni spaventose. Per questo motivo molte squadre sono interessate a lui. Perchè potrebbe finire ai CAVS? Philadelphia sicuramente non rinnoverà a NOEL il contratto a fine stagione o almeno non è intenzionato ad offrirgli un grosso contratto e quindi la franchigia della Pennsylvania sarà costretta ad iniziare una trade per liberarsi del giocatore; i Cavaliers sono alla ricerca di un nuovo giocatore e NOEL sembrerebbe essere l'uomo perfetto disponibile in questo momento nel mercato NBA. Inoltre i CAVS possono offrire a Phila un giocatore importante come Iman Shumpert e questa potrebbe essere la mossa giusta per portare il talento di NOEL in Ohio.

 

 Marco Mugnaini

 

 

Venerdì, 16 Dicembre 2016 08:44

Una schiacciata ... devastante!

Mercoledì sera, i Los Angeles Lakers erano al Barclays Center a giocare contro i Brooklyn Nets ma, dopo la schiacciata devastante di Larry Nance Jr., in faccia a Brook Lopez, sembrava di essere allo Staples Center. La cosa divertente e’ stata che qualche giocherellone e’ andato su Wikipedia ed ha aggiornato la pagina di Brook Lopez scrivendo “B. Lopez e’ deceduto mercoledi’ sera in seguito ad una schiacciata devastante” …. :D Ecco il video:

La stagione 2016/2017 NBA è una delle stagioni più ricche di sempre, visto che i nuovi accordi televisivi hanno portato un grande incremento degli introiti nelle varie franchigie. Il tutto ha avuto ovviamente peso determinante sull’innalzamento del tetto salariale a disposizione di ogni squadra; all'interno della NBA ci sono giocatori che hanno firmato un contratto al massimo salariale, giocatori del calibro di Westbrook, Harden, James, che meritano tutti i centesimi che le rispettive franchigie gli danno, mentre altri giocatori, come Chandler Parsons and Harrison Barnes che guadagnano tantissimi milioni, ma che ancora non hanno dimostrato di valerli tutti. In estate sono stati firmati nuovi contratti con cifre da record e la previsione è che nei prossimi anni il livello medio dei salari NBA sarà molto più alto rispetto al recente passato, facendo diventare le stelle della NBA gli sportivi più pagati al mondo. Nella NBA moderna, un "contratto di massima" non è più associato solo al calibro e al talento di un giocatore, ma anche al tipo di mercato che si sta svolgendo. Un esempio? Mike Conley, che ha ricevuto un prolungamento di contratto al massimo salariale (153 milioni di dollari in 5 anni offerti da Memphis) scatenando però l'indignazione dei fan NBA, in quanto Conley ha firmato il contratto più oneroso di tutta la storia della NBA. La mossa dei Memphis va guardata da un quadro più ampio: Mike Conley è un grandissimo giocatore, è la stella (insieme a Marc Gasol) di una franchigia che negli ultimi anni ha lottato sempre per arrivare alle finali di Conference, e sappiamo benissimo che i playoff a Ovest non sono una passeggiata. Memphis ha ritenuto di dover offrire un contratto del genere al giocatore prima che lui decidesse di cambiare squadra,e prima di perdere un giocatore così importante, i Grizzlies hanno accontentato le richieste di Conley. Altri giocatori che quest'estate hanno firmato un contratto da oltre 15 milioni di dollari? Joakim Noah (72 milioni in quattro anni a New York), Kent Bazemore (70 in 4 anni ad Atlanta), il già citato Conley, Jeff Green (15 milioni in un anno ad Orlando), Evan Fournier (85 milioni in cinque anni ad Orlando) e Dwight Howard (70,5 milioni in tre anni ad Atlanta) e tra questi giocatori nemmeno uno ha partecipato all'ALL STAR GAME la scorsa stagione. L'altra faccia della medaglia è che ci sono giocatori NBA fenomenali, che fanno vincere le partite alla propria squadra e che in realtà vengono pagati molto meno rispetto ai giocatori sopra citati.

STEPH CURRY: il primo che dobbiamo menzionare è Curry. MVP delle ultime due stagioni, non ha un contratto al massimo salariale per due semplici motivi: Steph saltò gran parte della stagione 2011/2012 a causa di molti infortuni Golden State decise di non offrire il massimo a Curry ( Stephn guadagnerà "solo" 12 milioni di dollari in questa stagione, 83esimo nella lista dei giocatori più pagati); i Warriors non hanno rifirmato Steph Curry a causa dell'acquisto di Kevin Durant questa estate ma nonostante l'arrivo in roster dell'ex giocatore dei Thunder, Steph sta avendo un'altra stagione da possibile MVP (senza nulla togliere a Westrbook, Harden o James): 25.5 punti, 1.7 rubate, 4.2 riblazi e 5.7 assist per partita, tirando con il 50% dal campo e con il 39.5% da tre. Curry sarà in scadenza di contratto la prossima stagione e senza alcun minimo dubbio raddoppierà il suo stipendio, firmando un nuovo contratto con i Warriors.

GEORGE HILL: quest'estate Goerge Hill è stato protagonista di una trade che ha visto coinvolte le franchigie dei Pacers, degli Atlanta Hawks e degli Utah Jazz; proprio Utah è riuscita ad inserire nel suo roster un veterano e un All Star come George Hill. Il giocatore da Indianapolis ha avuto un impatto devestante nel roster dei Jazz, non solo per la sua solidità difensiva, già famosa ai tempi degli Spurs e dei Pacers, ma anche per la concretezza in attacco, forse il miglior anno offensivo nella carriera di Hill per adesso: 20 punti, 4.2 assist e 3.5 rimbalzi di media a partita, tirando con 53.4% dal campo e con 45.6% da tre. George Hill può essere inserito benissimo tra i migliori 10 playmaker delle lega e per questo il suo stipendio di "solo" 8 milioni l'anno sembra poco rispecchiare le ottime prestazioni degli ultimi 3 anni. A fine stagione Hill sarà freeagent, e sarebbe molto interessato a una possibile estensione del contratto con Utah; tutto si deciderà prima o durante la prossima estate, ma sicuramente Hill riceverà delle offerte molto più interessanti del contratto precedente e sia il giocatore stesso che Utah sembrano voler continuare questa storia d'amore, magari a cifre un pò più elevate...

KYLE LOWRY: Kyle Lowry ha già dichiarato che quest'estate diventerà freeagent, uscendo dal contratto che lo legherebbe a Toronto per un altro anno, rinunciando così a 12 milioni di dollari. Lowry ha già dimostrato ampiamente tutto il suo valore nei suoi 5 anni a Toronto e ha confermato di voler continuare a giocare con la squadra canadese: "Se sei l'uomo franchigia dovrebbe essere facile trovare l'accordo con la sua squadra. Dovrei essere nella situazione in cui non parlerò con nessun'altra squadra come è successo a DeMar Derozan." Nonostante questa iniziata, sia la decima stagione per Lowry le sue medie in queste prime partite del campionato sono sempre notevoli; 21.3 punti, 7.3 assist e 5 rimbalzi per partita, tirando con il 45% e il 43.8% dalla linea dei tre punti. Lowry è un giocatore fondamentale per Toronto e se i Raptors sono intenzionati a sconfiggere i Cavs di Lebron James e arrivare in Finale NBA, dovranno sicuramente rifirmare al massimo salariale il giocatore di Philadelphia.

KARL ANTHONY TOWNS: è il futuro della NBA. Un giocatore completo, che in solo due anni in NBA ha dimostrato di poter dominare le partite da solo. Il suo anno da rookie è stato fenomenale, uno dei migliori degli ultimi 20 anni e ha iniziato questa stagione alla stessa maniera, spingendo sempre sull'acceleratore e facendo registrare doppie doppie in continuazione. 21.6 punti , 10.8 rimbalzi, 2.3 assist e 1.7 stoppate a partita, numeri spaventosi per un ragazzo di solo 21 anni e con ampissimi margini di miglioramento. Questa stagione Towns percepirà 5.7 milioni di dollaro e siamo più che certi che Minnesota proporrà un rinnovamento di contratto a fine stagione, se non addirittura prima. Perchè se i T-Wolves vorranno puntare a vincere un titolo nei prossimi 10 anni, dovranno fare di Towns il nuo Garnett, il nuovo dominatore sotto i ferri.

 

Marco Mugnaini

 

 

Giovedì, 15 Dicembre 2016 16:35

Luke Walton multato dalla NBA

L'allenatore dei Los Angeles Lakers, Luke Walton, nella serata di Mercoledi 14 Dicembre, è stato multato di 15.000 dollari dalla NBA per "aver urlato con veemenza all'indirizzo di un arbitro di gara e per non aver lasciato il campo in modo tempestivo al momento della sua espulsione". Questo episodio è accaduto nella notte di Lunedì, quando all'Arco Arena II di Sacramento è andato di scena il derby californiano tra i Kings e i Los Angeles Lakers. Luke Walton è stato espulso per proteste dopo che il centro dei Kings, DeMarcus Cousins e il centro dei Lakers Julius Randle, si sono !azzuffati" in mezzo al campo e senza che venisse fischiato un fallo. Walton ha protestato subito, urlando contro gli arbitri di dover andare a vedere il replay, convinto che il suo giocatore avesse subito un fallo abbastanza plateale; l'allenatore dei Lakers era molto frustato e arrabbiato, tanto che Jordan Clarkson ha dovuto tenerlo per evitare altre sanzioni ben peggiori. (Episodio simile successo nella partita tra Brooklyn e i Clippers, dove Doc Rivers era tanto imbufalito con gli arbitri che ci sono voluti 2-3 giocatori per fermarlo). Prima della partita giocata questa notte al Barclays Center e persa malamente contro i Brooklyn Nets, Walton ha dichiarato ai microfoni della stampa, di non essere pentito per quello che ha fatto: "No, non sono pentito, ed è la stessa cosa che ho detto subito dopo la partita di Sacramento. Sono sempre stato cresciuto nell'idea che la squadra per cui giochi o che alleni è come una famiglia; se i miei ragazzi non "navigano nella direzione giusta" devo essere io a prendere il controllo e portarli al successo (successo non inteso come vittoria di una partita), siamo una famiglia, ognuno lotta per l'altro, siamo come fratelli. E' il compito dell'allenatore e io voglio solo il meglio per i miei ragazzi." Messaggio che è stato ben compreso dai giocatori dei Lakers, che vedono in Walton la giusta guida per un futuro roseo: "Oh, io amo il mio allenatore. Lo stimo sia come coach che come ragazzo. Ha tutto il nostro appoggio, al 100%, come noi siamo sicuri che Luke ci guarderà sempre le spalle. E' pronto a lottare per noi, come noi siamo pronti a scendere in campo e a "spaccare i culi" per lui. Siamo una grande famiglia.", sono state le parole pacate di Randle a fine partita contro Sacramento. Anche se gli ultimi risultati hanno creato un pò di malumore in casa Lakers, ma lo spirito combattivo, lo spirito di squadra che abbiamo visto in questi 2 mesi non è certo calato e il merito va dato soprattutto a Luke Walton, che a soli 36 anni è il più giovane allenatore della NBA e inoltre è alla sua prima esperienza come head-coach; sicuramente il coraggio in casa Walton non manca, e molti giornalisti sono sicuri che a fine anno Luke riuscirà a portarsi a casa il premio di "Miglior allenatore dell'anno".

 

Marco Mugnaini

 

 

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