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Sabato, 25 Febbraio 2017 08:29

Treno march madness ultima stazione

 
Avete presente la vita di un piccolo paese di campagna come quelli delle colline torinesi descritti abilmente da Cesare Pavese, di un pittoresco borgo di montagna di cui narra nel romanzo “ le due chiese” Sebastiano Vassalli o di un villaggio di pescatori che si affaccia sul mare come quello di padron Ntoni nei Malavoglia di Verga? Ecco se avete ben stampate nella mente le vicissitudini di almeno una di queste tre località, saprete di certo che la loro caratteristica comune può essere solo una: la saggezza risiede nelle persone più anziane fra la poca popolazione che custodiscono i segreti della vita e li insegnano ai più piccoli attraverso i motti di spirito e i proverbi.  Uno di questi potrebbe dire che la vita porti sempre il conto, ma anche che sia abbastanza benevola e conceda a tutti una seconda possibilità: questa è la linestory di oggi per California che è praticamente all’ultima spiaggia per accedere alla march madness dopo aver perso tre gare consecutive contro Oregon, Arizona e Stanford; i Golden Bears sono chiamati alla vittoria per poter tentare ancora di accedere alla fase finale della stagione collegiale americana. Dall'altra parte arriva la parte più povera, sia a livello economico che cestistico, di Oregon che non ha nulla da chiedere a una stagione pessima che ha visto la sua prima vittoria contro Utah nella scorsa partita. 
California, conscia di quest'ultima possibilità e di un salatissimo conto da pagare nel caso di una sconfitta, si lascia prendere dall’emozione nei primi 6 minuti del periodo rimanendo indietro rispetto agli avversari di Oregon State che si portano sul 14-6. nessun problema per i casalinghi –per inciso si gioca all’Haas Pavillion che è stato recentemente intitolato a Pete Newell (anche qui rimando al libro di Tranquillo “basketball R-evolution”) che dopo il timeout di coach Martin rientrano belli decisi e compatti sul terreno di gioco tanto da mettere a segno un parziale di 9-0 che li porta in vantaggio 15-14 a poco più di 9 minuti dalla sirena di fine primo tempo. La partita fra Beavers e Golden Bears inizia così ad accendersi veramente, dopo una bella tripla in transizione per i primi e un alley-oop chiuso con una schiacciata da Ivan Rabb per i secondi che sveglia finalmente il pubblico, un po’ troppo spento rispetto agli standard collegiali del solito. D'altronde la tensione è palpabile e l'ultimo treno per la march madness sta passando, bisogna vedere se si salirà in tempo. 
Poco dopo è coach Tinkle, visibilmente arrabbiato coi suoi per l’attacco non di squadra –da “veneziani” diremmo noi- e anche con gli arbitri per alcune scelte dubbie e discutibili, a dover interrompere la partita perché California è passata in vantaggio dopo non esserlo mai stata per tutti i primi 13 minuti. Le telecamere dalla Fox Sports inquadrano entrambi i timeout e se da una parte Martin chiede ai suoi di continuare così, Tinkle vuole una squadra più aggressiva difensivamente una che attacchi un po’ come facevano i Suns sotto la gestione di D’Antoni, ovvero tirare nei primi secondi dell'azione. Il risultato? Al TV timeout i padroni di casa, trascinati dal solito Rabb, conducono per 27-19. Ancora una volta le richieste dei due allenatori sono le medesime, solo che stavolta i cinque dei Beavers dovrebbero dare una risposta positiva al coach e sostanzialmente fare quello che gli è chiesto. Effettivamente in attacco le cose iniziano a girare per il verso giusto, soprattutto grazie all'uso sistematico della penetrazione con scarico sull’arco per nuova penetrazione o per un tiro comodo dai 7 metri e 25; però in difesa le cose non vanno per il verso giusto perché o con un ribaltamento o con un semplice pick n roll i Golden Bears trovano un canestro facile e perché Rabb è in gran serata. Così si arriva alla fine del primo tempo con i padroni di casa a condurre per 39-26 con un gap di 13 punti che rappresenta una seria ipoteca sulla vittoria e la voglia di strappare un biglietto per quel famoso treno che sta passando. 
Nel secondo tempo la melodia della musica non cambia: Oregon State, pressata quel che basta, va molto in difficoltà è non riesce a giocare affidandosi a forzature dei singoli che il più delle volte escono. Invece dall'altra parte i Golden Bears ribaltano la palla, penetrano e scaricano, confezionano cioccolatini solo da scartare per i compagni e in tale senso è molto goloso Ivan Rabb che continua a guidare i suoi. Al primo TV timeout siamo sul punteggio di 47-33 per i padroni di casa che così incrementano, seppur di poco, il loro vantaggio già consistente. Nel frattempo il pubblico si è davvero scaldato e accompagna ogni offensiva dei Beavers con un “ooooooo” che infastidisce e sa anche di presa in giro; tutto normale per gli standard NCAA. Si rientra e i Beavers segnano un nel canestro da due punti, che pero viene subito replicato dall'altra parte con gli interessi: infatti siamo sul 55-35, massimo vantaggio, gap di 20 punti e timeout obbligato per coach Tinkle che non vuole vedere i suoi arrivare all’ennesima disfatta in stagione. 
Ancora una volta la sua franchigia non gli dà risposta positiva e al giro di boa della seconda metà la partita vede i padroni di casa dominare il gioco, essere in vantaggio grazie al gap di 20 punti che rimane costante e portarsi a casa la vittoria a meno di clamorosi errori da parte degli stessi Golden Bears. Alla stratosferica prestazione di Rabb si aggiunge quella della post guard Charlie Moore che riesce a giocare bene di squadra e in maniera molto intelligente, arrivando giustamente al tiro quando è possibile e scaricando quando è giusto. 
La partita va avanti senza nessun colpo di scena, se non giocate spettacolari dei singoli –di California soprattutto- e si conclude con un’agile vittoria col punteggio di 76-46 per i padroni di casa che dopo essere passati in vantaggio verso il decimo minuto del primo tempo sono sempre stati in controllo assoluto sulla gara. 
MVP of the match è sicuramente Ivan Rabb che, nonostante sia uscito dalle rotazioni una volta archiviata la pratica, chiude con a referto 2 assist, 9 rimbalzi e 16 punti. 
Così California è riuscita a strappare un biglietto per la march madness, ora bisognerà vedere se riuscirà ad andare fino in fondo ed a obliterarlo oppure no. 
 
Davide Maggioni 
 
Pubblicato in Estero
Giovedì, 23 Febbraio 2017 13:33

Josh Jackson e l'ombra di Lonzo Ball

  
“With the pick number three in two thousand and seventeen NBA draft the Los Angeles Lakers select Josh Jackson from Kansas University” potrebbero essere le parole con cui il commissario generale della lega professionistica più bella al mondo potrebbe annunciare l'entrata tra gli stipendiati di Josh Jackson, o almeno così i rumors credono. Perché è utile ricordarlo: il draft non è una scienza esatta e il caso di Marco Belinelli lo dimostra appieno; nelle settimane prima i vari eleggibili per quell'anno compiono dei lunghi e faticosi workout per tutte le franchigie NBA che lo desiderano. Tendenzialmente poi i giocatori vengono proprio dfratati da una di quelle squadre che li ha visti protagonisti nei loro workout estivi, ma a volte succede l'esatto opposto (chiedere direttamente a Belinelli per sapere o leggere  la sua autobiografia “Pokerface”). 
Josh Jackson, e di questo ne sono sicuri tutti gli esperti del settore, farà molti workout in varie parti dell'America tra cui Los Angeles, San Antonio, Boston, Philadelphia e New York; però sembra che verrà proprio scelto con la terza assoluta dai Lakers. Lakers che proprio in questi giorni stanno vivendo un momento di novità e di particolare difficoltà con la designazione di Magic Johnson come nuovo presidente. Il ritorno del numero 32 sulla sponda gialloviola della città del cinema per eccellenza rappresenta anche la volontà (finalmente) da parte della società di riportare i Lakers fra le posizioni che più gli spettano e che hanno perso inesorabilmente dopo l'ultimo titolo vinto (quello di Pau Gasol, Phil Jackson e Kobe Bryant del 2010 per intenderci). Quindi proprio perciò può essere la squadra adatta a un giovane americano dalle forte ambizioni e che tanto bene sta facendo nella sua stagione NCAA in quel di Kansas. 
Josh Jackson è nato il 2 settembre del 1997 a Southfield nel Minnesota e a soli 20 anni entrerà a far parte della NBA coronando il sogno di una vita e –lo auguro a lui e ai Lakers- l'inizio di una carriera vincente; la guardia tiratrice dei Jayhawks sembra essere però anche una scelta di compensazione dato che con la terza assoluta sembra molto improbabile ai vertici dei Lakers di arrivare a Lonzo Ball e quindi di reclutare praticamente in casa; cosa che avrebbero fatto molto volentieri, data anche la volontà dello stesso giocatore di rimanere nella sua città natale. La guardia di Kansas arriverà quindi nella città dei divi con l’etichetta del sostituto, della seconda scelta, di quello forte si ma non fortissimo, e con l'ombra di Lonzo Ball sempre –o almeno inizialmente- a oscurare il so ingresso nella NBA e in Los Angeles; questo potrebbe o compromettere la sua carriera NBA o invece dargli la spinta in più per dimostrare a tutti di essere migliore di quel Ball e di portare di nuovo in alto i Lakers. 
Per quanto riguarda il secondo obbiettivo non sarà fortunatamente da solo, al suo fianco –sempre ammesso e non concesso che finisca ai Lakers ovviamente- ci saranno Russel, Young, Randle e Mozgov. Quest'anno i Lakers hanno messo in campo un gioco, come voluto da coach Walton, che punta molto alla transizione offensiva e ai tiri da fuori e in corsa, cosa che potrebbe esaltare – e non poco- il giovane freshman di Kansas. Le sue cifre fino a questo momento, nella sua prima stagione fra i collegiali, lo dimostrano: viaggia infatti a una media di 6.9 rimbalzi, 3 assist, 1.2 stoppate, 1.7 rubate e 15 punti per 30 minuti circa a partita. La sua arma migliore è proprio la transizione, guidata direttamente da lui molte volte, conclusa con uno jump shot degno del suo inventore, Kenny Sailors (per chi non lo sconoscesse, leggetevi “basketball R-evolution” di Flavio Tranquillo). 
Il suo approdo sulla città più calda della California sembra così oramai cosa decisa, solo il tempo ci dirà se sarà effettivamente l'ombra e il rimpiazzo di Lonzo Ball, o Josh Jackson. 
 
Davide Maggioni 
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Adam Morrison: storia incredibile quella di Adam Morrison, considerato da molti il più grande "bust", bidone", della storia della NBA recente. Ala piccola dotata di un discreto tiro dalla linea da tre punti, Morrison è stato un giocatore "vintage" per via di uno scarso atletismo, ma dotato di buoni fondamentali. Prima di parlare della sua carriera cestistica, è necessario aprire una piccola parentesi: fin da ragazzino il giocatore di Glendive ha dovuto combattere contro il diabate. A 13 anni Adam perse ben 14 kg e quando nello stesso arco di tempo partecipò ad un ritiro per la sua futura università, Gonzaga, finì addirittura per ammalarsi. Lo stesso Adam raccontò poi di quel tragico camp: "Penso di essermi fatto un'unica tirata di tre giorni, mi sentivo male da cani. Non me la sentivo di giocare, non ce la facevo a fare nulla." Poco dopo, gli venne diagnosticato il diabete di tipo 1, diagnosi che Adam accolse sorprendentemente con forza. Si racconta che appena alla sua seconda somministrazione di insulina, Adam fermò l'infermiera chiedendole di insegnargli a farla da solo: "visto che dovrò farlo per il resto della mia vita, sarebbe meglio mostrarmi come si fa." Tuttavia la scoperta della malattia non sembrò preoccupare Adam, che voleva a tutti i costi giocare a basket. All'High School, durante la finale di Stato, Adam segnò ben 37 punti finendo in una forte ipoglicemia che lo portò vicino ad un collasso. Dopo quell'episodio tutti erano convinti che Morrison avrebbe smesso, ma la voglia di giocare a basket, di realizzare il suo sogno era più importante del diabete. Adam si iscrisse all'Università di Gonzaga e cominciò a giocare per i Gonzaga Bulldogs nel 2003: nel suo anno da matricola dimostrò che il talento c'era, anche se il suo fisico non era pronto per un livello agonistico così alto. In quell'anno trascinò comunque Gonzaga alla vittoria della "West Coast Conference", mettendo a referto 14 punti di media a partita e venendo selezionato nel primo quintetto delle matricole dell'anno 2003. Con una carriera collegiale degna di livello, attirò tutti gli sguardi degli scout NBA. Proprio nel Draft del 2006, Morrison venne selezionato alla posizione numero 3, con grandi speranze da parte dei Charlotte Bobcats: fu scelto solo dietro a Bagnani e Lamarcus Aldrige. Gli Charlotte Bobcats decisero di scegliere Morrison per le sue ottime medie ottenute nell'ultimo anno in NCAA, preferendolo a giocatori che sono diventati delle verie e proprie superstar, come Rudy Gay, Rondo e Brandon Roy: 28.1 punti , 7 rimbalzi e 3 assist furono le medie di Adam nel suo anno da senior. E il suo primo anno in NBA con i Bobcats, ovvero quella stagione 2006/07 che chiuse con una media di 11.8 punti, 2.9 rimbalzi e 2.1 asisst, non fu neppure troppo malvagio, seppur caratterizzato da un rendimento altalenante. Purtroppo, un infortunio (legamento crociato anteriore) durante un incontro di preseason con i Lakers nell’Ottobre del 2007 ne pregiudicò il resto della carriera: dopo aver saltato una intera stagione, giocò la stagione 2008/09 ancora a Charlotte tenendo medie da 4.5 punti e 1 assist, per poi trasferirsi per un biennio ai Lakers dove, offrendo ai suoi compagni solamente 1.8 punti di media a partita, passò quasi tutta la stagione e i playoff in panchina mentre Kobe e compagni vincevano due titoli. Rilasciato dai Lakers, tentò di trasferirsi ai Washington Wizards ma venne immediatamente tagliato al termine del training camp; andò in Europa, doce ebbe due brevi esperienze europee prima con la Stella Rossa di Belgrado ed e poi con il Besiktas, ma anche qui con pessimi risultati. Talento sprecato quello di Morrison, che probabilmente senza diabete e con un fisico all'altezza della NBA, avrebbe anche potuto avere una carriera decente.

Eddie Griffin: Eddie Griffin aveva un carattere molto ma molto pessimo; già ai tempi dell'High School venne cacciato dalla Roman Catholic High School per avere colpito un altro studente durante una partita. Ma il talento non gli mancava: in quei suoi anni alle superiori, infatti, portò la propria scuola alle finali del torneo nazionale per ben due anni consecutivi. Le sue ottime doti da cestista furono notate dalla Setton Hall University, università di Filadelfia molto rinomata nella pallacanestro, che decise di dargli una borsa di studio: nel primo anno da matricola, Griffin fece innamorare il pubblico e l'università di Setton, per le sue giocate e le sue prestazioni molto positive. 18 punti, 11 rimbalzi e 5 stoppate di media a partita, nel suo primo e unico anno in NCAA. Ma fu ancora il suo caratteraccio a rovinargli la reputazione; nel Gennaio del 2001, infatti, fece una rissa con il compagno di squadra Ty Shine e fu costretto ad abbondare l'Università. Grazie alle sue incredibili prestazioni a Sutton, però, Griffin fu inserito nel Draft del 2001, dove venne scelto alla posizione numero 7 dai New Jersey Nets, prima di essere ceduto agli Houston Rockets in cambio di Richard Jefferon, Jason Collins e Brandon Amstrong. Il suo primo anno in NBA fu abbastanza discreto: 8.8 punti, 4.1 rimbalzi e 1.8 stoppate di media e l'onore di essere inserito nel miglior secondo quintetto rookie di quella stagione. Ma già l'anno successivo, pur mantenendo medie di poco superiori al precedente, Eddie mostrò seri problemi con l'alcool e non finì la stagione 2002-03 con Houston; infatti a Dicembre i Rockets decisero di tagliarlo dal proprio roster dopo che Griffin saltò molti allenamenti e perse il volo per una trasferta. A Gennaio rifirmò con i Nets, la squadra che lo aveva portato in NBA, ma sempre a causa dell'alcool entrò in un centro di recupero di alcolisti e non giocò nemmeno una partita. Nell'estate del 2013, furono i Minnesota Timberwolves ha dargli un'altra possibilità. Fiducia che venne ripagata da Eddie, con una stagione molto simile nelle prestazioni al suo anno da rookie, e riuscì ad ottenere un prolungamento di contratto per altri 3 anni. Purtroppo il problema dell'acool continuò a perseguitare Griffin e fu proprio l'amore per gli alcolici a far concludere la carriera NBA di questo giocatore: nel 2006 andò a sbattere con il suv contro una macchina parcheggiata e pochi istanti prima, fu ripreso dalla telecamere del supermercato vicino a comprare alcolici. Minnesota decise di rinunciare al giocatore, che non ebbe altre possibilità in NBA; era l'Agosto del 2007 quando Eddie Griffin morì in seguito a un nuovo, tremendo incidente, dopo aver ignorato (probabilmente nemmeno visto) un passaggio a livello, andando a finire contro un treno in corsa. L'autopsia rivelò che l'ex giocatore aveva un tasso alcolico nel sangue oltre tre volte il livello medio consentito. Grandissimo dispiacere per un ragazzo che ci lasciò a soli 25 anni, perseguitato da quelle brutta bestia che ha perseguitato moltissimi ex giocatori NBA.

Ed O'Bannon: forse la più grande delusione della storia dei New Jersey Nets. Ed O'Bannon, ala piccola di 203 cm e 101 kg, fin dall'High School dimostrò di essere perfetto per il basket. 24.6 punti e 10 rimbalzi di media nel suo anno da Senior all'Artesia High School; in quell'anno trascinò la propria squadra a un record di 29 vittorie e sconfitte, portandola alla vittoria della California Interscholastic Federation (CIF), la seconda divisione del campionato statale. Venne eletto MVP del torneo e fu inserito nel primo quintetto dellla McDonald's High School. Le sue potenzialità furono notate dall'UNLV, Università del Nevada Las Vegas, ma a causa della restrizioni di mercato per irregolarità di reclutamento imposta a UNLV, O'Bannon annullò la sua lettera di impegno con quel college per poi frequentare UCLA, di cui diventerà una delle figure più importanti nella storia di questa università. Sei giorni prima dell'inizio del campionato con UCLA, però, Ed si strappò il legamento del crociato anteriore, dopo aver schiacciato in allenamento. Non giocò per tutta la stagione e tornò sui campi solamente 18 mesi dopo quel bruttissimo infortunio; nella sua prima , vera stagione giocò 23 partite, segnando 4 punti di media e non partendo mai in quintetto titolare. Ma è nella stagione seguente, 1992-1993, che O'Bannon comincia la sua carriera in NCAA, venendo selezionato nel primo quintetto dell'All-Pacific, ovvero nel miglior quintetto di quella conference. Nel suo anno da junior, 1993-1994, fu primo in tutte le statistiche fra i giocatori di UCLA: 509 punti, 245 rimbalzi, 59 assist, 30 stoppate in sole 28 partite giocate. Mostruoso. Fu giustamente eletto MVP della squadra e inserito nuovamente fra i 5 migliori giocatori nella Pacifc Conference. Al suo quarto anno al college O'Bannon consacrò definitivamente il suo talento: fu l'elemento di spicco nella vittoria del torneo NCAA da parte di UCLA, segnando oltre 30 punti e prendendo 17 rimbalzi di media a partita e fu eletto miglior giocatore del torneo NCAA. In quella stagione, grazie alle sue magnifiche prestazioni, ottenne moltissimi premi, ma come Ed O'Bannon disse una volta, i riconoscimenti più importanti arrivarono da UCLA: nel 1996, decisero di ritirare la sua maglietta numero 31 e venne inserito nella UCLA Athletics Hall of Famme nel 2005, un premio importantissimo nella carriera NCAA del giocatore natio di Los Angeles. Peccato che la sua carriera NBA non fu altrettanto prosperosa: i New Jersey Nets decisero di selezionarlo alla posizione numero 9 nel Draft del 1995, convinti che O'Bannon sarebbe diventato una superstar come lo era ad UCLA, offrendogli un contratto da $3.9 milioni di dollari all'anno per tre anni. Ma ben presto i Nets si accorsero di aver fatto l'ennessimo errore di mercato: troppo basso per giocare sotto canestro, troppo lento a causa dell'operazione al ginocchio per difendere sulle guardie perimetrali avversarie, Ed O'Bennon non riuscì mai a trovare posto in NBA. Nei due anni con i Nets fece registrare rispettivamente 6.2 punti e 4.2 punti di media a partite e New Jersey fu costretta a tagliare fuori il giocatore. Ed ci riprovò a Dallas, ma nemmeno lì ottenne buoni risultati. Decise così di girare il mondo, andando a giocare prima in Italia, a Treviso, poi in Spagna, Grecia, Argentina e in Polonia per poi concludere la sua carriera da cestista in ABA, con i Los Angeles Stars. Purtroppo O'Bannon non è riuscito a trovare la sua "nicchia" in NBA, non si è ritrovato nella situazione e nella franchigia giusta per crescere e sviluppare il proprio gioco, non ha mai avuto la possibilità di dimostrare quello che poteva fare. Sicuramente l'infortunio al ginocchio pesò moltissimo sulla sua carriera, ma con molto rammarico devo inserire O'Bannon tra le più grandi delusioni della NBA.

Jimmer Fredette: la più grande delusione della NBA recente, insieme a Bennett, è sicuramente Jimmer Fredette, guardia di 188 cm e 88 kg che ha militato in NBA per 5 anni. Fin dall'infanzia, James Taft "Jimmer" Fredette, dimostrò una grandissima dedizione all'atletica e molto lo deve a suo fratello TJ, che lo ha aiutato a costruire la sua carriera di basket fin dai tempi dell'asilo; infatti a soli 4 anni, Jimmer sapeva già tirare a canestro da dietro la linea dei tre punti. Un predestinato, questo era ciò che diceva la gente del natio di New York. All'High School freqeuntò la Glens Falls High School, diventandone il capocannoniere per punti di tutti i tempi e 16° nella graduatoria tra i giocatori di New York, con 2404 punti. Inoltre venne inserito tra le prime 75 guardie tiratrici all'High School da Espn. Nella sua carriera al Liceo superò moltissime volte la soglia dei 40 punti e portò la sua squadra alla finale del campionato nazionale, persa contro Peekskill High School. Al College frequentò la Brighman Young University (BYU) dal 2007 al 2011, indossando la maglia numero 32. Nel suo anno da matricola giocò tutte le 35 partite disputate dai Cougars di BYU, aiutando la squadra ad arrivare al record di 27 vittorie e 8 sconfitte e alla vittoria del campionato Mountain West Conference: 7 punti, 1 rimbalzo e 1.7 assist, furono le sue medie nella stagione 2007-2008. Durante il suo secondo anno, Fredette divenne la pedina fondamentale del gioco offensivo di BYU, aumentando vistosamente le proprie medie: 17 punti, 3 rimbalzi e 4 assist di media. Ebbe l'onore di essere il primo Playmaker dell'università di BYU a guadagnare un posto nella prima squadra all' All-Conference. Ma fu nel suo anno da senior che Fredette stupì tutti gli Stati Uniti d'America. Nel Gennaio del 2011, Jimmer fece registrare tre prestazioni paurose: 39 punti contro UNLV il 5 Gennaio, 47 punti contro Utah l'11 Gennaio e 42 punti contro Gonzaga il 20 Gennaio. Non solo; il 26 Gennaio, nella prima partita tra le top 10 squadre del campionato Mountain West Conference contro l'imbattuta San Diego, ne mise 46 nella vittoria di BYU per 71 a 58. Il 7 Marzo 2011 fu nominato National Player of The Year da CBSS.sports, mentre il 17 Marzo, nel primo turno del torneo NCAA, segnò 32 punti nella vittoria dei Cougars contro Wofford. BYU superò anche il secondo turno contro Gonzaga ( 34 punti ) per poi arrendersi, come l'anno precedente, al turzo contro Florida Gators. Tutti erano convinti che il talento di New York, avrebbe conquistato i tifosi NBA con le sue triple e con la sua precisione al tiro; venne scelto alla posizione numero 10 nel Draft del 2011 dai Milwaukee Bucks, ma successivamente venne ceduto ai Sacramento Kings in una trade tra i Kings, Bucks e Bobcats che vide coinvolti Jhon Salmons, Ben Udrih, Shaun Livingston, Corey Maggette e Stephen Jackson. A Sacramento scoppiò immediatamente la "Jimmer-mania" e la vendita delle sue magliette aumentò del 540% le vendite merci dei Kings e la sua maglia #7 si esaurì in pochissimo tempo sia negli store dei Kings sia on-line. Ma la "Jimmer-mania" finì molto presto, visto che molto probabilmente in 3 anni, i tifosi di Sacramento si ricorderanno di una sola partita decente disputata da Fredette: 12 Febbraio 2014, segnò 24 punti e due assist nella vittoria dei Kings contro New York. A Febbraio di quello stesso, Sacramento decise di rinunciare al giocatore, che finì la stagione con la maglia dei Chicago Bulls. Girò per l'NBA per altri due anni, giocando per i Pellicans, San Antonio Spurs, New York e qualche squadra di D-League, fino all'Agosto del 2016, quando Jimmer ha deciso di portare il suo mediocre talento in Cina, firmando con gli Shangai Sharks, squadra per cui gioca attualmente. Pessima fine per un giocatore che doveva far innamorare l'NBA con le sue triple e che in realtà non è mai stato all'altezza di un ruolo così importante.

(Se siete interessati alla prima parte dell'articolo, ecco il link http://www.basketnet.it/nba/item/41627-dal-college-alla-nba,-non-tutti-i-giocatori-sono-pronti-al-grande-salto-parte-i.html)

 

Marco Mugnaini

 

 

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Ieri si è concluso l’all star game di quest'anno e probabilmente l'atto più interessante è stato quello del rising stars challenge fra il team USA e il team World (formula che ricorda molto le partite al campetto dell’oratorio fra paesani e resto del mondo), che ha visto trionfare il secondo sul primo e a tratti è sembrato anche una partita vera e non di puro spettacolo appariscente (vedi ad esempio Curry che si sdraia a terra per far schiacciare indisturbato Antetokounmpo nell'atto finale andato in scena lunedì notte). L'anno prossimo è molto probabile che vedremo ancora una volta lo stesso team World, o perlomeno i medesimi giocatori chiave, mentre dall'altra parte potremmo assistere a vari cambiamenti dettati dal draft. Un draft che sembra già deciso a qualche mese di distanza e che vede come prima chiamata Markelle Fultz da Washington per i Celtics. 

Ora ci sarebbe da chiedersi il perché i vertici della squadra di Boston vogliano portare un'altra guardia/playmaker a giocare nella città progenitrice dell'indipendenza, ma non è questa la sede e il momento per farlo (solo il tempo ci dirà se i Celtics sceglieranno effettivamente lui e se sarà stata una decisione saggia); per ora possiamo limitarci a vedere che tipo di giocatore sia il freshman degli Huskies. 

I numeri sono dalla sua parte e giustificherebbero la prima chiamata al draft: nella prima partita ufficiale dell'anno ha messo a referto 30 punti, 7 rimbalzi e 6 assist dando prova di una buona visione da playmaker e di un'ottima capacità di prendersi dei tiri come una point guard moderna. E fino a questo momento sta continuando a trascinare i suoi Huskies con una media di 5.9 rimbalzi, 6 assist, 1.6 rubate, 1.3 stoppate e ben 23.8 punti per 35.9 minuti a partita; numeri che lo piazzano al primo posto della classifica dei migliori freshman nella NCAA. 

Il giovane ragazzo è nato il 29 maggio del 1998 a Upper Marlboro nella contea di Prince George’s nel Maryland; nei suoi diciotto anni di crescita sportiva e fisica è arrivato all’altezza di 1,93 m per 88 kg il che lo fede un po’ gracilino per il salto nella lega dei professionisti; nonostante ciò il talento, come dimostrano i numeri sopracitati, non manca, anzi abbonda. 

Fin dalla sua ultima stagione nelle high school, quella di DeMatha in particolare dove ha anche disputato il McDonald’s All American Game con una veste da protagonista, si sono scomodati i primi paragoni da parte dei bookmakers e da quelli del settore che lo tendono ad avvicinare per il gioco espresso a James Harden e D’Angelo Russel, entrambe point guard rispettivamente degli Houston Rockets e dei Los Angeles Lakers. 

Quindi sostanzialmente il giovanissimo Fultz esprime un gioco veloce, semplice ed efficace: di James Harden riprende soprattutto la visione di gioco e quindi la capacità di fornire assist ai compagni e di prendersi i tiri necessari quando è la soluzione migliore (il Barba a volte esagera sotto questa voce), mentre di D’Angelo Russel recupera essenzialmente la transizione veloce in attacco con finale in jump shot da due o da tre punti. Uno dei lavori che si dovranno fare riguarda la difesa, perché va bene che ultimamente nella NCAA e nella NBA si tende a scivolare poco e a segnare un canestro in più degli altri piuttosto che a subirne uno di meno, ma il ragazzo sembra poco incline (a meno di sfuriate del suo coach) a sudare nella propria metà campo. 

In ogni caso Markelle Fultz, se tutto andrà come sembra, sarà accolto dalla NBA come prima scelta assoluta e in una franchigia che ha bisogno di giovani talenti per ripartire, ovvero quella dei Boston Celtics. Da troppo tempo infatti i Celtics fanno da semplice comparsa all'interno della NBA, da quando più o meno giocavano assieme Garnett, Pierce, Allen e Rondo, e hanno un disperato bisogno di ritornare la franchigia dominate che sono stati nella prima decade di questo millennio e soprattutto negli anni ’80. A questo scopo ci sta già mettendo ambo le mani Isaiah Thomas, ma da solo può fare ben poco; magari con l'arrivo di Fultz le cose inizieranno a girare un po’ meglio, magari…

 

 

Davide Maggioni

Pubblicato in Estero

La NCAA ( National Collegiate Athletic Assosacioton) rappresenta il massimo livello del basket collegiale negli Stati Uniti e ogni anno moltissimi giocatori del College vengono selezionati al Draft NBA con la speranza di diventare le future stelle del basket americano. Il sistema del Draft è uno degli aspetti del basket "made in U.S.A." che più mi affascina, perchè pensare che quasi tutti i giocatori NBA siano il prodotto di una carriera al college, più o meno lunga e più o meno di successo, e che ogni giocatore di college fosse il risultato di una esperienza all'high school, fa capire quanto importante sia lo sport nella società americana, non visto solo come passatempo, ma come una vera e propria opportunità per avere successo nella vita. Come è affascinante e giusto il fatto che, ogni anno, a scegliere i giocatori considerati "più forti" dei vari college americani, siano le squadre più deboli. In teoria. Perchè il Draft non è una scienza esatta e nella storia della NBA ci sono stati moltissimi giocatori dalle ottime "carriere" al college e dalla grandissime aspettative che però in NBA non hanno dimostrato tutto il loro talento; forse non pronti al grande salto dal college al campionato di basket più spettacolare al mondo, forse condizionati dalle pressioni mediatiche e dei tifosi, a poco a poco hanno lasciato l'NBA per andare a giocare in Europa o in leghe minori. Questi giocatori negli Stati Uniti vengono etichettati con l'aggettivo "busts", ovvero coloro che sono stati selezionati al primo turno dei Draft, ma che hanno resistito molto ma molto meno del previsto. Ecco , a mio avviso, alcune delle più grandi delusioni collegiali, quei giocatori che in NBA non hanno dimostrato le proprie qualità fatte vedere nei loro anni universitari:

Pubblicato in NBA
Venerdì, 17 Febbraio 2017 08:59

Happy birthday basketball: Jordan a UNC

 
Proprio nella giornata di oggi di un oramai lontano 1963 nasceva in uno dei sobborghi periferici di New York quello che sarebbe diventato, a detta di tutto il mondo sportivo e non, il più grande cestista di tutti i tempi: His Airness, Micheal Jeffrey Jordan. Nel mondo del Basket questa data ha lo stesso valore che il Natale ha per i cristiani: infatti c'è un prima MJ e un dopo MJ –noi, fortunatamente, ci troviamo nel secondo periodo. Prima di entrare nel mondo dei grandi, dei professionisti NBA che era allora dominata dal numero 33 dei Celtics Bird e dal 32 dei Lakers Johnson, il giovane Micheal si iscrive al liceo di North Carolina in quel di Wilmington dove giocherà per i Tar Heels. 
Qui insegna pallacanestro l'uomo a cui oggi è dedicato il palazzetto dell'Università: Dean Smith, più che un allenatore di basket un’entità spirituale dal grande impatto sui suoi giocatori, uno che obbliga i giocatori ad andare a messa la domenica e uno che rispetta le tradizioni. Gioca una bella ed elegante pallacanestro: si corre appena si può, si fa girare la palla in piena armonia e si difende a uomo. Solo che non ha mai vinto nulla, fino a che His Airness non si presenta sul parquet di North Carolina per la prima volta con la casacca azzurrina numero 23. Ecco diciamo che nella prima partita Jordan si è messo in testa di andare contro a una delle tradizioni di UNC e Dean Smith: i freshman sono relegati alla panchina e giocano pochi minuti a partita, devono sgobbare, devono prendersi i tiri solo se obbligati e soprattutto lavorare col “culo basso” in difesa. Si la tradizione bella, ma quello è il 23: non parte in quintetto, ma strega subito tutti i suoi colleghi di studi e il coach che inizia a ritenerlo alla pari dei due perni della squadra finora: James Worthy e Sam Perkins. 
Le cose vanno benino quell'anno –so che molti appassionati vedranno nel mio articolo molte citazioni dell'avvocato, ma quando prende in mano il microfono e parla io ne rimango incantato- per i Tar Heels; riescono ad arrivare alla finale nazionale dove affrontano a New Orleans Georgetown, la più grande difesa della NCAA, dove fra gli altri milita Patrick Ewing. 
La partita è di quelle tirate fino all'ultimo possesso quando North Carolina ha palla in mano ed è sotto di 1: la squadra di coach Smith può andare fino in fondo e all'epoca –siamo nel 1982, tanto per chiarezza- non era usuale usufruire della tecnica fallo o non fallo che ha portato tanti problemi agli allenatori odierni (Popovich su tutti nella finale persa connetto gli Heat per la bomba di Allen da tre). Il saggio coach si UNC chiama timeout e disegna lo schema ai suoi prendendo da parte il play, Worthy e il freshman. Pare che le parole siano state più o meno queste “James tu cerchi di smarcarti qua e lo fai come se dovessi ricevere palla, quindi bene. Black tu giochi apparentemente per James, tanto per lui si muovono di sicuro e poi ribalti il lato su Micheal.”; al rientro in campo i tre mettono in pratica la teoria e lo schema riesce perfettamente: Jordan segna e North Carolina vince il titolo-anche perché nei 15 secondi rimanenti Georgetown non si prende un tiro, ma una preghiera verso il canestro. 
È la prima volta in cui il mondo si gode la vista del 23: infatti spettatori dal vivo sono 610000 e spettatori televisivi poco più di 17 milioni. Davanti a un pubblico del genere qualsiasi giocatore, soprattutto se un freshman alla sua prima finale, avrebbe almeno esitato, sentire la mano tremare e il pallone pesare tantissimo, ma non un predestinato: infatti Micheal al rientro nello spogliatoio disse “avvero non ho avvertito alcuna pressione. Era un tiro come un altro.” 
Nel suo anno da sophomore le cose vanno sempre meglio tanto che lui domina per la prima volta anche la voce capocannonieri con l’incredibile media di 20 a partita. Però il suo exploit, anche fisico –cresce di 5 cm quell'estate- non viene seguito dalla squadra, orfana di Worthy: così il 1983 vede consacrarsi solo Jordan e non l'intera franchigia di Dean Smith; tra l'altro fondamentale l'anno perché qui il coach inizia a lasciare il permesso al 23 di non seguire il suo uomo per fiondarsi come un missile sui passaggi e recuperare palla. UNC infatti non va oltre le finali regionali dove perde contro Georgia. Nonostante ciò pero il ragazzo proveniente da New York si vide riconoscere il premio di NCAA college player of the year con conseguente inserimento nel quintetto all- America, a ciò va aggiunto il premio di rookie of the year dell'anno precedente. 
Si arriva la uso ultimo anno a Wilmington, quello da junior, il 1984. Jordan ha in mano definitivamente la squadra perché, dopo il draft di Worthy, arriva la chiamata NBA anche per Perkins. Si sa fin dall'inizio che sarà l'ultimo anno di Jordan nel basket collegiale –convinto a far ciò soprattutto da Dean Smith- e già sembrava agli esperti che la sua entrata nella NBA fosse stata ritardata: infatti si era reso eleggibile per il draft del 1984 solo per poter partecipare alle olimpiadi di Los Angeles –fino a Barcellona 1992 alle olimpiadi potevano partecipare solo i collegiali e non i professionisti della NBA. Ancora una volta niente trofeo per UNC, ma tanti riconoscimenti per il 23 tra cui il James Naismith Award e il John Wooden Award. 
Si arriva al draft e Micheal Jeffrey Jordan viene scelto con la terza assoluta dai Chicago Bulls che non se lo lasciarono scappare come fece Houston –che comunque si accaparrò Hakeem The Dream Olajuwon- e Portland –senza le reali motivazioni della prima. 
Il resto? Il resto è storia. 
 
Davide Maggioni 
 
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"C'mon "Dice", lets'go". Antonio McDyess, appoggiato alla parete di un corridoio dell' SBC Center di San Antonio, guarda l'amico e il compagno Ben Wallace che lo invita a risalire sul pullman dei Detroit Pistons. Si è appena conclusa Gara 7 delle Finali NBA; era il 2005 e i San Antonio Spurs avevano vinto il loro terzo titolo NBA, battendo Detroit per 4-3 in una delle sfide più avvincenti e spumeggianti mai viste tra queste due franchigie. McDyess è appoggiato al muro, quasi non riesce a muoversi ed a sopportare il peso di quell'ennesima delusione; ripensa alla sua carriera e all'ennesima sconfitta quando era arrivato ad un passo dall'anello, l'ennesima delusione quando era ad un passo dalla consacrazione e dalla grande gioia dopo essere uscito dal baratro. Ma McDyess, mentre è sul pullman con i suoi compagni di squadra, capisce che in fondo quello che gli è successo non è solo l'ennesimo colpo sfortunato della sua carriera, ma qualcosa da annotare come uno dei ricordi più belli e più ricchi di significato. Giocare una Finale NBA da protagonista dopo aver visto la propria carriera finire per ben più di una volta; perchè la fortuna ha girato le spalle a McDyess nei suoi anni da professionista, giocatore che è considerato da molti, come una delle migliori "power forward" deglianni '90. 

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Mercoledì, 15 Febbraio 2017 10:28

To “Ball” or not to “Ball”?

La parte universitaria e collegiale di Los Angeles sta coltivando da qui a parecchi mesi fa un sogno: le final four della NCAA. Un sogno che sembra realizzabile, o perlomeno in parte. Infatti in un modo o nell'altro i Bruins arriveranno alla march of madness (la parte finale del torneo nazionale di basket college americano) e qui scopriranno tutte le loro carte. Per il momento la squadra allenata da Steve Alford sta facendo vedere cose buone nella regular season della PAC-12 conference dove i Bruins sono ancora in lotta per il primo posto che non sembra poi essere così lontano e irraggiungibile. 
La franchigia di Alford riesce a mettere in campo una pallacanestro bella, semplice ed efficace: l'idea fondamentale è segnare un canestro in più degli avversari piuttosto che subirne uno di meno, come dimostra il fatto che ne prendano in media una settantina abbondante a partita. Non proprio pochi in 40 minuti di gioco. A questi però sopperiscono con uno stradominio nella metà campo offensiva che produce una media di 92 punti a partita. 
Come dicevamo la loro pallacanestro offensiva è cosi efficace grazie alla sua bellezza e semplicità: fra i modi di andare a canestro preferiti troviamo il pick n roll con uno dei due pseudo lunghi, la circolazione veloce sul perimetro per permettere un buon tiro da tre, il penetra e scarica per liberare un piazzato dalla media lunga distanza, l'arresto e tiro (da qualunque parte del campo). 
Questo tipo di gioco favorisce i tiri dall’arco di Leaf che ha una percentuale di 46% da tre, i tiri piazzati delle due point guard Hamilton e Alford, e i canestri da sotto di Weish. Questi sono i principali artefici insieme al sesto uomo forse più determinante della NCAA: Holiday, che viaggia a una media di 13 punti a partita pur non partendo in quintetto. 
Questo tipo di gioco è reso possibile solo da un play all’antica, uno di quelli dalle grandi visioni e dalle grandi geometrie come Lonzo Ball.  
Questo ragazzo però può essere sia la rovina che la salvezza dei, oramai, suoi Bruins per il semplice motivo che in alcune partite quest'anno ha dimostrato di non riuscire a reggere la pressione sparendo dal campo per una buona parte del tempo, cosa relativamente comune fra i freshman, e costringendo Steve Alford a concedergli una pausa in panchina. Ogni volta però quando rientrava, soprattutto davanti al pubblico casalingo, gli è bastato mettere un canestro o fare un assist per esaltarsi e trasformare la sua prestazione da quella di una semplice comparsa a quella di un vero e proprio attore protagonista. 
Il problema per i Bruins alla march of madness quindi sarà proprio, permettetemi di parafrasare Shakespeare, “to Ball or not to Ball?” 
Siamo sicuri che se il numero 2 sarà in forma e concentrato per la maggior parte del tempo la squadra avrà buone probabilità di successo e magari anche di accedere alla finale, però se il ragazzo non dovesse reggere del tutto la pressione ci sarebbe una bella gatta da pelare per Steve Alford. 
Al momento non sembra possibile questa seconda eventualità come dimostrano i suoi recenti progressi dal punto di vista della mentalità con cui scende in campo (già da vincente); d'altronde non stiamo parlando di uno qualunque, ma di un predestinato. 
Lonzo Anderson Ball nasce il 27 ottobre 1997 ad Anaheim, uno dei sobborghi della periferia di Los Angeles, da Lavar e Tina Ball. Fin da piccolo ha un approccio al mondo del basket privilegiato perché i genitori  erano entrambi giocatori a livello universitario. Infatti Tina e Lavar si conoscono all'interno del college americano e in particolare in quel di Washington State dove approda al suo anno da sophomore Lavar e dove Tina sta guidando le sue compagne di squadra del basket femminile. L'amore per il gioco si intreccia con quello della vita privata e i due iniziano a frequentarsi; nel frattempo per questioni piuttosto americane e professionali, Lavar nel suo anno da senior si stacca completamente dal mondo del basket e pratica solo football anche con discrete conseguenze (giocherà da professionista fino a un brutto infortunio che lo costringerà a lavorare come coach sui campi da basket, sua vera passione). 
Sono proprio i due genitori, una volta che anche Lavar è tornato sulla retta via del parquet come allenatore in quel di Anaheim, a trasmettere la passione a Lonzo per il basket: il piccolino di famiglia inizia a sentire sui polpastrelli il cuoio ruvido di un pallone all'età di due anni. Poco dopo tempo arrivano anche i suoi primi avversari che oltre a contendergli l'amore dei genitori, proveranno a portargli via anche la palla dalle mani, forse la cosa fra le due più difficile: si tratta di LiAngelo e LaMelo. I tre cresceranno insieme e  giocheranno, fino al momento di entrare in una high school per il maggiore, per la squadra di papà Lavar. 
Le cose con coach Lavar vanno particolarmente bene e soprattutto Lonzo impara tutti quei fondamentali che tanto gli riescono facili oggi ad UCLA; la sua crescita cestistica non è solo frutto del lavoro in palestra durante gli allenamenti, ma anche di quei momenti passati fuori il garage di casa dove - come in ogni casa americana che si rispetti- papà Lavar aveva provveduto ad installare un canestro. In questo campetto ogni volta che è possibile, si improvvisano delle partitelle due contro tre: papà Lavar, LiAngelo e LaMelo da una parte e mamma Tina e Lonzo dall'altra. 
Arriva così alle high school e la scelta è fatta dai suoi: lo iscrivono alla high school in Chino Hills, California. L'iscrizione sembra che sia stata influenzata più da suo padre che era in stretti rapporti con l'allenatore di Chino Hills. 
Le cose iniziano decisamente bene per il giovane Ball: infatti nel suo anno da junior dimostra già di che pasta è fatto e come gli insegnamenti di entrambi i genitori siano valsi a qualcosa. Chiude la sua prima stagione con una media di 25 punti, 11 rimbalzi, 9.1 assist, 5 stoppate e 5 rubate a partita rendendosi già padrone indiscusso della squadra. 
Ma le cose iniziano a girare veramente bene non solo per lui come fino a quel momento, ma anche per gli Huskies nel suo anno da senior quando lo raggiunge anche l'ultimo dei tre fratelli. I Ball si ritrovano a giocare insieme ancora una volta: Lonzo da senior, LiAngelo al suo secondo anno e LaMelo da junior. 
Chino Hills chiude la regular season con lo straordinario record di 32 vittorie e 0 sconfitte e in tutte le sfide giocate c'è lo zampino dei Ball che dominano non solo la franchigia, ma l'intero basket liceale proponendo una pallacanestro che da certi punti di vista assomigliava molto a quella del campetto di casa. 
A farla da padrone è ancora il fratello maggiore che lascerà Chino Hills quell'anno dopo aver chiuso la stagione con una tripla doppia di media da 11.7 assist, 11.9 rimbalzi e 23.9 punti a partita. La sua pesante eredità viene raccolta bene da entrambi i fratelli (LaMelo poco fa ha fatto registrare 92 punti contro Los Ojos: record assoluto per un liceale) che si stanno comportando più che discretamente quest'anno. 
Arriva la scelta di un college e quasi tutti vogliono Lonzo, ma lui decide da solo e sceglie UCLA inviando personalmente una lettera d’ammissione ancora prima che finisse l'anno scolastico: i Bruins decidono di non farsi scappare il suo talento e lo prendono subito. D'altronde Lonzo fin da bambino sognava di giocare a livello universitario per la squadra della sua città alle cui partite veniva spesso portato dai genitori.
Al momento di scegliere un numero di maglia opta per il 2 (stesso del liceo)  ed è proprio con la canotta blu e bianca numero 2 che fa il suo esordio nel palazzetto di UCLA. 
La partita è delle più entusiasmanti: a Lonzo, inserito nel quintetto base, vengono subito affidate le chiavi della squadra, nonostante sia un freshman. Come playmaker dimostra subito tutti i progressi che ha fatto, giocando prima per il nome che porta davanti e poi per quello sul retro: regala assist che sembrano solo cioccolatini da scartare, chiama schemi, comanda i compagni, infiamma il pubblico come era solito fare a Chino Hills, dialoga col coach, aggredisce in difesa, scivola, stoppa, prende rimbalzi da una parte e dall’altra e realizza. In una parola? Domina. 
La stagione continua replicando quella prima partita: infatti fino ad ora sta facendo benissimo e viaggia a una media di 14.8 punti, 9.6 assist, 5.8 rimbalzi, 2.3 palle rubate e 1.4 stoppate a partita conducendo i Bruins in una discreta annata e facendo presagire non solo la partecipazione alla march of madness, ma anche alle silver eight. 
Per trovare un altro freshman così devastante nel ruolo di regista dobbiamo tornare a quando un certo Jason Kidd giocava per i Golden Bears , ma fra i due c'è una piccola differenza: The Genius, ovvero l'attuale allenatore dei Milwaukee Bucks, non aveva né la consapevolezza dei suoi mezzi né l'impatto emotivo che Lonzo ha sia su compagni che avversari. 
Tutto fa presagire a una grande annata nei Bruins quest'anno e a una grande carriera nel mondo professionistico della NBA poi. 
Perché nel frattempo il giovane Ball si è reso eleggibile per draft di quest'anno a soli 20 anni; il romanticismo intrinseco della sua storia vorrebbe che rimanesse a giocare nella città delle star cinematografiche o sulla sponda biancorossa o su quella gialloviola (che tanto ne avrebbe bisogno), anche se sembra molto probabile che Jason Kidd lo porterà alla sua corte a Phoenix grazie alla seconda scelta. 
Solo il tempo ci svelerà come andranno le cose, nel mentre noi possiamo goderci le sue prodezze nella NCAA seppur ancora per poco. 
D’altronde è solo questione di tempo e poi la “Ball” pesterà il legno dei parquet che contano davvero...
 
Davide Maggioni
Pubblicato in Lega A
Martedì, 14 Febbraio 2017 09:15

Valentine day: Bears at Red Raiders

Oggi è il 14 febbraio, la data che tutti gli innamorati cerchiano con la matita rossa sul calendario, la data che anche Al Capone nel lontano 1929 cerchiò sul calendario col rosso, quello del sangue  della banda di Bugsy Moran, la data che vede la morte della pecora Dolly nel 2003 e nel 2005 la nascita di YouTube.

Pubblicato in Estero

"Nessuno vince da solo"; no, non è l'ultimo libro scritto da Valerio Manfredi, ma è la regola fondamentale della NBA; oltre alle due/tre superstar per squadra, a brillare sul campo devono essere anche gli altri giocatori, " i gregari", fondamentali se si vuole vincere in Regular Season e specialmente ai playoff. Certo, giocatori come James, Harden, Westbrook, sono in grado di dominare e vincere le partite da soli, ma negli ultimi anni in NBA, se non hai una panchina abbastanza lunga e competitiva, difficilmente riuscirai a portare a casa il titolo nelle Finals. Sono quei giocatori chiamati ad alzarsi dalla panchina per dare un contributo, per due quarti, per un minuto o anche per un singolo secondo, non è importante, perchè una stagione intera finisce per giocarsi sui dettagli. I giocatori che partano dalla panchina sono diventati fondamentali per gli allenatori e le franchigie; infatti nella NBA moderna, che è in continua mutazione ed evoluzione, ogni squadra gioca minimo 3/4 partite a settimane, spostandosi in continuazione in ogni parte del territorio americano; questo fa si che gli allenatori siano più cauti nell'adoperare i giocatori (soprattutto i titolarissimi) e tenerli in panchina per un quarto o un intera partita è una scelta finalizzata a risparmiare le energie. La questione non è affatto priva di logica: diminuire il carico di lavoro e di gioco a cui sono sottoposti i giocatori durante la stagione è un modo per evitare infortuni, prolungare la durata della carriera e conservarli freschi e sani per il momento dei play-off. Ecco così che la panchina diventa fondamentale, perchè ogni squadra ha bisogno del supporto di tutti i giocatori presenti nel roster per arrivare all'obiettivo finale: vincere. Avere una panchina composta da buoni giocatori è fondamentale nella NBA di oggi e non solo per far rifiatare le grandi superstar, ma anche per dare una scossa alla partita; la stagione 2016/2017, anche se non è ancora conclusa, ci ha regalato prestazioni magnifiche e giocate sublimi realizzate da giocatori non presente nel quintetto titolare. Ecco, a mio avviso, i 5 migliori "sesto uomo" della NBA:

 

 

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