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Riccardo Pittis |
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Riccardo Pittis è l’ospite di oggi a Basket Story. Due sole maglie (quasi 20 anni con Milano e Treviso ) ma tantissimi successi per una guardia con grandi doti atletiche, eccellente difensore e recuperatore di palloni. Il migliore di sempre nella specialità, qualità forse ereditata direttamente dal suo mentore Mike D’Antoni. BASKETNET:Ricky sei ricordato come un grande giocatore che si poteva alternare con efficacia sia sue guardie che ali piccole, eppure forse pochi sanno che “nasci” come play, eri stato accostato persino ad una versione italiana (in erba) di Magic Johnson, un 2.03 con palleggio e passaggio da play. PITTIS: “Di Magic purtroppo avevo solo l’altezza. Scherzi a parte Magic era il mio idolo assoluto da ragazzino. Come tutti al campetto cercavo di emularne i passaggi, la creatività, il genio. Giocavo play ed a quei tempi era abbastanza insolito vedere un regista di 2 metri quando ancora abbondavano play definiti tascabili". BASKETNET:Magic in TV ed un certo Mike D’Antoni in campo da ammirare con la maglia dell’Olimpia Milano, non mancavano i modelli a cui ispirarti. PITTIS: “Ero ovviamente anche tifosissimo di Milano e, come ogni ragazzo delle giovanili Olimpia, ammiravo Mike. Era un manuale della pallacanestro applicato, non puoi immaginare l’emozione di entrare nei 10 nella stagione 86/87 ed avere la possibilità di essere il suo cambio”. BASKETNET: Stagione 1968/87 quella della tua consacrazione, l’evento le finali con Caserta ed una gara 3 decisiva la cui inerzia viene cambiata proprio da un certo Ricky Pittis. PITTIS: “Il mio esordio in serie A risale addirittura a due anni prima, l’annata con Joe Barry Carroll, ma avevo giocato solo spiccioli di partita. La finale contro Oscar e compagni è stata molto strana: passiamo a Caserta in gara 1 con molta fortuna , vinciamo senza soffrire la seconda ed arriviamo a gara 3 ormai abbastanza tranquilli. Errore pazzesco perché Caserta era tutt’altro che morta e, pronti via, scappa a più 20. Peterson, più per disperazione forse che per una scelta tecnica, mi lancia in campo e, incredibile ma vero, recuperiamo anche grazie ad una mia tripla che ci riporta vicino all’intervallo”. BASKETNET:Una consacrazione sul campo in un gruppo straordinario e vincente che dominava in Italia e che si apprestava a vincere due coppe dei campioni consecutive. PITTIS: “C’era un’atmosfera incredibile in quello spogliatoio. Campioni straordinari che scherzavano sempre, mi hanno accettato subito e, per farti capire lo spirito, ad uno dei miei primissimi allenamenti mi sono presentato con completo con pantaloni a quadri, scarponi Timberland ed ero un po’ irrigidito. Dino Meneghin per farmi sentire subito a mio agio mi ha accolto con un sorrisone dicendo:” Senti Ricky ti mancano solo i petardi da far scoppiare, il naso finto e sembri un clown da circo, cerca di presentarti in modo decente”. BASKETNET:Spirito goliardico e piacevole di una squadra che faceva però della forza mentale e della straordinaria competitività i propri biglietti da visita. PITTIS: “Clima splendido di grande amicizia però quando iniziava l’allenamento si cambiava completamente registro. Erano partite vere, di grande intensità, ed io che ovviamente stavo con il secondo quintetto, cercavo di fare del mio meglio ma nessuno dei primi 5 mollava un secondo. Dino, McAdoo e Mike si rifiutavano categoricamente di lasciarci vincere. E se accadeva era come, evento piuttosto raro, i nostri sfottò davano loro tale fastidio come se avessero perso una finale dei playoff. Ma questo era proprio uno dei loro segreti, da qui nasceva la capacità di essere sempre straordinariamente competitivi, una lezione che ho fatto mia molto presto.Bob McAdoo è stato un modello in questo, è arrivato a Milano dopo una carriera lunghissima nella NBA eppure aveva entusiasmo e professionalità straordinarie, il famoso tuffo a Livorno nella finale contro l’Enichem è la fotografia di quello che era Bob in campo”. BASKETNET:La parola sconfitta non doveva nemmeno essere presa in considerazione, ed uno dei “fautori” di quella teoria era proprio il tuo idolo Mike D’Antoni. PITTIS: “Mike era un esempio, un trascinatore un leader ed era un maestro di tecnica. E’stato molto importante per me perché mi ha cercato di insegnare tutti i trucchi del mestiere prendendomi sotto la sua ala protettiva. E’ un agonista puro, non può pensare di perdere nemmeno un caffè per scommessa. Ricordo che i primi tempi giocavamo insieme facendo sfide uno contro uno, il primo che arrivava a vento vinceva. Le prime sfide non avevano storie, mi distruggeva letteralmente. Poi con il passare del tempo lo scarto diventava sempre più esiguo. Appena ha cominciato a capire che rischiava anche solo di perdere ha smesso immediatamente di sfidarmi”. BASKETNET: Peterson, D’Antoni, Messina ed Obradovic, non ti sono mancati nomi illustri tra gli allenatori nella tua carriera. PITTIS: “ Peterson era un maestro di comunicazione e nel motivare la squadra, sapeva sempre come trovare gli stimoli giusti per ogni sfida. Mike l’ho avuto sia a Milano che a Treviso e mi ha dato da subito grandi responsabilità. In maglia Olimpia sono diventato giovanissimo già capitano, nonostante ci fossero in squadra veterani come Montecchi e giocatori di straordinaria importanza come Riva, una scelta che mi ha fatto crescere ancora più rapidamente. Messina è incredibilmente attento al particolare, maniacale, semplicemente perfetto in ogni aspetto del gioco. Anche Obradovic è esigentissimo e prepara ogni partita con una cura pazzesca, a cui va aggiunto un carattere sicuramente ancora più spigoloso”. BASKETNET: Una carriera contrassegnata da tante vittorie sia a Milano e poi a Treviso. I successi che hai più nel cuore? PITTIS: “A Milano le sfide più sentite ci sono state con Caserta, oltre alla finale di cui abbiamo parlato che è stato un momento fantastico ricordo anche la sconfitta cocente del 1991. Eravamo favoriti e ci giocavamo gara 5 in casa. Durante la partita si fa male Vincenzo Esposito che era uno dei loro principali terminali offensivi. Sembrava finita per loro invece proprio dall’infortunio di Enzo sono riusciti a tirare fuori un’energia pazzesca e forse sapevano di non avere a quel punto più nulla da perdere e ci hanno battuto. A Treviso invece impossibile dimenticare le sfide infinite con la Fortitudo. Insieme con la Virtus negli anni ’90 quelle con la F erano una specie di derby aggiuntivo, erano le 3 squadre che hanno dominato il decennio ed ogni partita era una battaglia. Contro la F abbiamo giocato la finale incredibile del 1997. Sembrava non finisse più: gara 3 la vincono loro con una decisione perlomeno discutibile per un mio fallo su Vescovi, poi in gara 4 una maratona che vinciamo noi dopo che loro hanno avuto almeno 3 occasioni per chiudere la gara. Quindi uno “spareggio” per l’ultima sfida che abbiamo vinto anche li giocandocela sino all’’ultimo secondo, ricordo un Rebraca immenso in quella serie”. BASKETNET: Durante gli anni di Treviso c’è però anche il problema dell’infortunio che ti condizionerà in parte per il resto della carriera. PITTIS: “E’ stato un infortunio assai più condizionante di quello che poteva apparire. Questo problema alla mano mi ha costretto a cambiare la mano per il tiro, a modificare completamente un’impostazione tecnica, la sinistra prima era la mano che usavo a malapena per pranzare. Un fattore che mi ha anche fatto scegliere di terminare forse in anticipo la carriera, mi sentivo ancora integro fisicamente ma psicologicamente questo piccolo handicap mi condizionava più di quello che si potesse pensare”. BASKETNET: Finale di carriera sul campo che però non ti ha fatto abbandonare il mondo del basket, ed oggi sei uno dei commentatori di SKY per il nostro campionato. PITTIS: “Della serie tutti i mali non vengono per nuocere. Dopo la carriera agonistica ho iniziato a lavorare con un caro amico (Tiziano Causio n.d.r.) che mi ha “costretto” ad aiutarlo a collaborare nel settore immobiliare. Poi, strano destino, è iniziata la mia “carriera” di commentatore, che nasce completamente per caso. Ero uno dei testimonial, in qualità di ex giocatore, in un evento della Legabasket con il compito di consegnare i riconoscimenti annuali della stagione cestistica, insomma ero una specie di tristissima velina. Nell’occasione incontro Giovanni Bruno, responsabile di SKY Sport, mi chiese se ero interessato a provare come commentatore tecnico per le gare di campionato ed Eurolega. Ho accettato quasi per gioco ed invece è diventata un’avventura divertente, appassionante che credo si avverta quando sono in onda. Questa “pessima” idea adesso mi viene rinfacciata dai miei cari amici che non perdono occasione per prendermi in giro durante le mie telecronache. Il principe di questi scherzi è di sicuro Marcelo Nicola, ogni volta che vado in onda mi spara un messaggio che dice testualmente:” Mamma mia Ricky, ma quanto sei brutto!”. Sabato prossimo appuntamento con John Fultz |
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