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Matteo Soragna è nato a Mantova, il 26 dicembre 1975. Come cestista è cresciuto a Cremona, disputando tre campionati di B con la Juvi. Il passaggio a Pistoia, a 21 anni, gli aprì le porte della massima serie, dove ritornò cinque stagioni più tardi, dopo avere trascorso tre anni in Sicilia, a Barcellona Pozzo di Gotto (promozione in A2), ed essersi poi trasferito a Biella. É qui che si mise particolarmente in luce, attirando anche l’interesse del coach della Nazionale, Carlo Recalcati, che nel novembre del 2001 lo fece esordire in maglia azzurra a Brno, contro la Repubblica Ceca. Con Recalcati in panchina, Soragna ha preso parte a tre edizioni consecutive degli Europei (dal 2003 al 2007), alle Olimpiadi di Atene (medaglia d’argento) e ai Mondiali del 2006. Ala di 1,96, si è sempre distinto per la sua duttilità in campo: ala, ma anche guardia, e playmaker all’occorrenza; difesa tenace e produttiva, gioco d’attacco senza spreco di palloni e, spesso, con i canestri giusti al momento giusto. L’approdo al primo grande club è giunto a 29 anni, con la Benetton Treviso, dove sono arrivati pure i primi titoli: uno scudetto, due Coppe Italia e una Supercoppa. Cinque stagioni in Veneto, poi il cammino a ritroso, ripercorrendo le tappe di Biella, della Sicilia (stavolta a Capo d’Orlando), fino a riavvicinarsi ai luoghi di origine, a Piacenza, con cui ha disputato gli ultimi due campionati.

Se l’esordio di Recalcati sulla panchina della Nazionale era stato felice, col bronzo europeo di Stoccolma del 2003, l’immediato seguito fu addirittura sorprendente: medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atene dell’anno dopo, replicando così un’impresa che era riuscita una sola volta, ventiquattro anni prima a Mosca. Azzurri del basket ritornati prepotentemente in auge, dunque, non solo a livello continentale ma anche mondiale. Aveva un bel da fare il coach a contenere gli entusiasmi e a dire che comunque c’era bisogno di procurare nuova linfa; l’esaltazione generale aveva già preso il sopravvento! E in questo clima ci si presentò agli Europei successivi, quelli del 2005 in Serbia, peraltro con la squadra che per otto dodicesimi si era messa la corona olimpica d’ulivo in testa. Intanto, dalla stagione 2003-’04 Recalcati si era impegnato in un doppio incarico, sedendo pure sulla panchina di Siena in campionato; e anche qui successi, con lo scudetto del 2004, il terzo da allenatore con tre diversi club (prima Varese, poi Fortitudo Bologna), eguagliando così il primato di Valerio Bianchini.

Martedì, 18 Luglio 2017 06:43

Europei di basket: Belgrado 2005

Spente le luci dell’Est... e dell’Italia

Da un Europeo all’altro, clima e scenario erano completamente cambiati attorno agli azzurri del basket. Da una Nazionale in cerca di riscatto a una addirittura esaltata da successi insperati, il passo era stato breve, quasi non si era fatto in tempo ad ambientarsi. Potenza (o maledizione, qualcuno avrebbe imprecato!) di due medaglie: dopo la prima, di bronzo, acciuffata nel precedente torneo continentale in Svezia, era giunta – ancora più inattesa – quella di argento alle Olimpiadi di Atene. Prodezze di cui gloriarsi, da una parte; aspettative ingigantite, dall’altra.

Fausto Maifredi è nato a Milano, il 29 ottobre 1948. Figlio d’arte (papà Renato fu vicepresidente FIP nell’era di Claudio Coccia, tra gli anni sessanta e settanta), si era avvicinato al basket come tanti ragazzini della sua città, cioè giocandolo, e militando poi in una squadretta dal nome quanto mai simbolico in ambiente cestistico, Lemonsoda. Provata anche l’esperienza di istruttore e di allievo allenatore, capì ben presto che, nello sport, il ruolo di dirigente trasmessogli dal papà era quello che più gli si addiceva. Carriera maturata presso la sede lombarda del CONI, fino a quando si sono aperte per lui le porte della Federazione Italiana Pallacanestro, a Roma. Vicepresidente per dieci anni, dapprima con Enrico Vinci, poi con Giovanni Petrucci. Presidente dal maggio del ’99, confermato per altri due mandati consecutivi, è rimasto in carica fino a settembre del 2008, quando ha rassegnato le dimissioni, poco prima della naturale scadenza. Nel suo curriculum anche una vicepresidenza FIBA Europe, assegnatagli nel 2006. Nel dicembre scorso è stato nominato presidente onorario della FIP.

Luigi Lamonica è nato a Pescara il 18 dicembre 1965. La prima volta che mise un fischietto in bocca per dirigere una partita di basket fu a 13 anni, e si trattò di un caso: in un torneo organizzato dal papà, vicepresidente di una società cestistica locale, l’Amatori Pescara, ci si accorse all’ultimo momento che mancavano gli arbitri, per cui gli venne intimato (dal papà!) di sostituirli, come andava andava... Se la dovette cavare niente male, se è vero che qualcuno gli consigliò di frequentare subito un corso per arbitri, e che già l’anno dopo gli arrivò la prima designazione ufficiale: una gara del campionato juniores, gente più grande di lui! Il suo ruolo originario era quello di giocatore; si cimentò nel doppio ruolo fino a sedici anni, poi prese in maniera decisa la direzione in cui lo portava la maglietta grigia. Una carriera da tappe bruciate. A 27 anni esordio in serie A, a Udine; a 31, apparizione sulla scena continentale, ad Aix en Provence, in Francia, in una partita di competizione europea femminile per club; a 33, finale play-off scudetto del campionato, gara 5 a Bologna, derby tra Fortitudo e Virtus. Il “Premio Reverberi” come miglior arbitro italiano, assegnatoli nel ’98, è stato il giusto riconoscimento delle sue qualità: preparazione fisica, conoscenza della tecnica, livello di attenzione, capacità decisionali, nessuna platealità (proprio quello che ha reso celebre colui a cui il premio è intitolato). Nel 2002 Lamonica è approdato alle final four di Eurolega; l’anno dopo, in Svezia, il debutto nel Campionato Europeo per Nazionali maschili. Qui è risultato uno dei migliori arbitri del torneo, tanto da essere designato (primo italiano nella storia) a dirigere la finale per l’oro. Sarebbe stato solo l’inizio di un altro lungo capitolo ricco di affermazioni...

Massimo Bulleri è nato a Cecina (in provincia di Livorno) il 10 settembre 1977. Suggestionato dal fratello maggiore, a cinque anni si esibiva già in palleggi e tiri a canestro; promosso dal minibasket della cittadina natale al settore giovanile della Pallacanestro Livorno, si mise in luce a tal punto da entrare nella Nazionale cadetti e di essere richiesto dalla Benetton Treviso. Qui, dopo alcuni anni di gavetta in club minori, trovò la sua definitiva affermazione, vincendo diversi titoli: dal ’99 al 2005, due scudetti, una Coppa Saporta, quattro volte la Coppa Italia, due la Supercoppa; in più, eletto due volte MVP del campionato. Playmaker di 1,88, talento e volontà sono emersi in egual misura; ottima la visione di gioco, intraprendente nelle iniziative personali (entrate e tiro da fuori). Esordio in Nazionale nel novembre del 2001, con Tanjevic, in un torneo amichevole; la sua vera epoca azzurra è però coincisa con quella di coach Recalcati: tre Europei (dal 2003 al 2007) e una Olimpiade (argento ad Atene). La carriera di giocatore di club si è conclusa nella stagione appena trascorsa, dopo l’ultima partita di campionato giocata con Varese. In precedenza, tante altre maglie (Olimpia Milano, Virtus Bologna, Scafati, Venezia, Brindisi, Ferentino) tornando di tanto all’ovile Treviso. Lo attende, nel suo immediato futuro, un ruolo da allenatore.

Roberto Chiacig è nato il 1° dicembre 1974, a Cividale del Friuli, in provincia di Udine. La pallavolo aveva cercato di accaparrarselo, bello alto come era già da ragazzino, poi fu la Benetton Treviso a fargli cambiare rotta, facendolo crescere cestisticamente nelle sue giovanili, e inserendolo poi in prima squadra, ma solo per una stagione. A soli 20 anni iniziava il suo lunghissimo girovagare (in Italia e all’estero), che lo ha portato a cambiare casacca per ben diciannove volte, compresa l’ultima del CUS Jonico Taranto, in serie B, dove ha militato la scorsa stagione. Centro di 2,10, fisico robusto e spalle larghe, Chiacig è sempre stato una garanzia per il lavoro (spesso oscuro) da svolgere sotto i tabelloni: anticipi difensivi, stoppate, tanti rimbalzi, anche il tiro al momento giusto. Nel suo palmares brillano: uno scudetto e una Coppa Saporta a Siena, un EuroChallenge e una Coppa Italia a Bologna (rispettivamente con Virtus e Fortitudo). All’estero due importanti parentesi: la prima a 22 anni con l’AEK Atene, la seconda dieci anni dopo a Valencia. Nel giro della Nazionale fu inserito per la prima volta da Ettore Messina, ma il debutto in una manifestazione ufficiale avvenne con Bogdan Tanjevic, al Mondiale del ’98, tecnico col quale ha poi disputato due Europei (oro a quelli del ’99) e una Olimpiade (Sidney). Confermato da Recalcati, ha giocato in maglia azzurra ancora due Europei (bronzo nel 2003) e una Olimpiade (Atene, medaglia d’argento).

Carlo Recalcati aveva ancora voglia di giocare quando intraprese la sua carriera di allenatore; tanto che per una stagione, ’80-’81, rivestì il doppio ruolo nella squadra di Parma in cui si era trasferito, dopo aver abbandonato a 34 anni il grande palcoscenico di Cantù. Fu quasi costretto a compiere questo passo da Gian Matteo Sidoli, arbitro reggiano (nonché ideatore del “Premio Reverberi”), allora anche general manager della squadra parmigiana, che militava in serie B. A sedere stabilmente in panchina, Recalcati cominciò l’anno dopo, sempre in B, con l’Alpe Bergamo, che poi condusse nella massima serie. Stessa prodezza gli riuscì qualche anno dopo a Reggio Calabria; seguirono squadre e risultati sempre più importanti, fino ai due titoli tricolori consecutivi, a Varese nel ’99 e con la Fortitudo Bologna nel 2000. Nel settembre dell’anno successivo arrivava la chiamata dalla Federazione per guidare la Nazionale, lasciata da Tanjevic. Confermati due terzi dei giocatori della precedente gestione (ma senza più Myers, Fucka e Andrea Meneghin), si iniziò il cammino che avrebbe portato all’Europeo in Svezia del 2003.

Giovedì, 06 Luglio 2017 19:19

Europei di basket: Stoccolma 2003

Carlo Recalcati, ed è subito medaglia

Il nuovo, lungo, corso della Nazionale azzurra si era già iniziato da due anni. L’Europeo in Svezia faceva registrare, finalmente, la prima tappa importante, e soprattutto la prima occasione di riscatto, dopo il deludente risultato dell’edizione in Turchia. Carlo Recalcati, chiamato quasi a furor di popolo a prendere subito possesso della panchina lasciata vacante, aveva avuto già il tempo di girare pagina, imporre le sue idee e i suoi metodi, prendere per mano la squadra verso la riconquista di certi traguardi. Sarebbe stato, come vedremo, l’avvio di una nuova parentesi felice per il nostro basket!

Alessandro De Pol è nato il 15 luglio 1972, a Trieste. Era ancora nel vivaio cestistico di casa quando Bogdan Tanjevic ne fiutò le qualità e lo fece esordire in prima squadra a 17 anni. Entrò così a far parte di quella banda di “monelli” che col marchio Stefanel riconquistò subito la A1, e poi ne scalò le posizioni fino a una semifinale scudetto (oltre a una finale di coppa Korac); quella stessa Stefanel che, trasferitasi nel ’94 a Milano – armi, bagagli, giocatori e allenatore –, riuscì l’anno dopo nell’impresa di riportare l’Olimpia allo scudetto. Due metri e 04, muscoli ben distribuiti, De Pol era un giocatore eclettico, capace di esprimersi sia sotto canestro che come ala pura (se non di marcare la guardia tiratrice avversaria o di portare palla). Furono queste le virtù che gli permisero di affermarsi anche a Varese, dove riuscì a conquistare un altro scudetto, nel ’99. Esordio in Nazionale nell’ottobre del ’93 con Ettore Messina, che lo schierò nei Goodwill Games dell’anno dopo. La consacrazione in maglia azzurra arrivò più tardi, con la chiamata del suo scopritore Tanjevic, con cui disputò un Mondiale e due Europei. Altro Europeo nel 2003, appena iniziata l’era-Recalcati. La carriera di giocatore di club è proseguita fino a 37 anni, con presenze a Roma, a Bologna (Fortitudo), in Spagna (Gran Canaria), ancora a Varese, Rimini. Intrapresa la carriera di allenatore, da qualche anno è tornato nella sua Trieste, dove attualmente si dedica al settore giovanile. È anche commentatore TV per Raisport.

Gianluca Basile è nato il 24 gennaio 1975, a Ruvo di Puglia, cittadina in provincia di Bari, dove ha giocato a basket fino all’età di 18 anni. Passato nelle giovanili della Pallacanestro Reggiana ha esordito in prima squadra nel ’95, conquistando l’anno dopo la promozione in A1. Il passaggio alla Fortitudo Bologna, nel ’99, lo ha lanciato alla ribalta e gli ha regalato i primi successi: in sette stagioni, due scudetti e una finale di Eurolega. L’ha vinta poi qualche anno dopo, l’Eurolega, ma con la maglia blaugrana del Barcellona: l’emigrazione in Spagna fruttò anche la vittoria di due campionati e tre Copa del Rey. Guardia di 1,92, all’abilità come difensore e contropiedista ha poi aggiunto quella di tiratore, adattandosi anche al ruolo di play. Esordio in Nazionale maggiore nel ’96, convocato da Ettore Messina per una amichevole; è stato poi Tanjevic a lanciarlo nelle competizioni ufficiali: con lui, un Mondiale, due Europei e l’Olimpiade di Sidney; altri tre Europei, un Mondiale e l’Olimpiade di Atene, con Recalcati in panchina. Occupa il quinto posto per numero di presenze in maglia azzurra. Tornato in Italia, ha giocato ancora a Cantù e Milano, per poi concludere in bellezza la sua carriera in Sicilia, a Capo d’Orlando, con un’altra promozione nella massima serie.

Mercoledì, 28 Giugno 2017 06:30

Europei di basket: Istanbul 2001

Magica Turchia, Italia disillusa

Secolo nuovo, vita nuova! Il primo Europeo del terzo millennio portò con sé un bagaglio carico di cambiamenti. Il primo che saltava agli occhi era di natura, diciamo così, stagionale: si tornava a giocare a fine estate, cosa che non avveniva più dagli anni ’70, periodo poi confermato in tutte le edizioni successive. Entravano inoltre in vigore alcune nuove regole di gioco: quattro tempi da 10’ (e non più due da 20’); solo 8” per attraversare la metà campo e 24” per concludere l’azione d’attacco. E poi ci fu un’altra piccola, ma influente, modifica alla formula: sempre quattro gironi e qualificazione per le prime tre, solo che la prima sarebbe andata direttamente ai quarti, mentre seconde e terze dovevano incrociarsi in uno spareggio “dentro o fuori”. Tra coloro che maledissero questa variante si sentì qualcuno imprecare in colorito linguaggio italiano!

Andrea Meneghin è nato a Varese, il 20 febbraio 1974, quando papà Dino aveva già conquistato quattro scudetti e tre volte la Coppa dei Campioni con l’Ignis e una medaglia di bronzo europea con la Nazionale. Giocare a basket fu per Andrea la più diretta delle trasmissioni ereditarie. Seguì le orme paterne anche in fatto di precocità: a soli 16 anni, infatti, esordiva in prima squadra con la Pallacanestro Varese. Da questa società si sarebbe allontanato solo per una breve parentesi a Bologna, nelle file della Fortitudo (con due secondi posti in campionato e uno in Eurolega). Guardia di 2 metri, grande dinamismo, capacità di adattarsi a vari ruoli (compreso quello di play), il suo tiro da fuori risultava spesso imprevedibile e determinante. Il ’99 fu l’anno dei suoi più grandi successi: un sorprendente scudetto con Varese, la medaglia d’oro agli Europei di Parigi in maglia azzurra, con la quale aveva disputato i Mondiali di Atene dell’anno prima. Ettore Messina lo aveva già convocato per qualche raduno o amichevole, ma fu Bogdan Tanjevic a inserirlo nella squadra titolare: con lui anche le Olimpiadi di Sidney e l’Europeo del 2001. Momenti significativi della sua carriera sono stati pure gli incontri in campionato con papà, come avversari, entrambi col numero 11 sulle spalle: come quello dell’ottobre del ’90, quando Dino, a 40 anni, militava nella Stefanel Trieste. Guai fisici hanno impedito ad Andrea di imitare il padre anche in fatto di longevità agonistica; attualmente si dedica all’attività di allenatore.

Gregor Fucka è nato il 7 agosto 1971 a Kranj, in Slovenia (allora Repubblica Federale di Jugoslavia). A 19 anni, appena iniziata la sua carriera professionistica a Lubiana, Bogdan Tanjevic lo “catturò” e lo portò con sé a Trieste, facendogli prendere la nazionalità italiana. Aveva bene intravisto le sue doti da fuoriclasse: alto 2,15, fisico filiforme, articolazioni snodabili, sorprendente agilità per la statura, una ottima tecnica di fondamentali, con capacità ambidestre di palleggio e tiro; avrebbe interpretato, con uguale disinvoltura, i ruoli di centro e di ala grande. Quattro stagioni con la Stefanel, che poi si trasferì praticamente in blocco a Milano (c’erano anche Bodiroga e De Pol, tra gli altri), dove conquistò uno scudetto e una Coppa Italia. Nel ’97 Fucka andò a vestire la maglia della Fortitudo Bologna, e riuscì a replicare: un’altra Coppa Italia e un altro scudetto. Il primo coach a convocarlo in Nazionale fu Sandro Gamba, che lo fece esordire nel maggio del ’91 in una partita contro l’Unione Sovietica, in Germania. Con Ettore Messina ha poi disputato i Goodwill Games del ’94 e gli Europei del ’95 e del ’97. L’anno dopo ha ritrovato in azzurro il suo scopritore Tanjevic, con il quale è stato presente ai Mondiali del ’98, alle Olimpiadi del 2000 e ad altri due Europei, il primo dei quali coronato dall’oro. La sua carriera di club è poi proseguita in Spagna, con tanti titoli nazionali, ma anche una Eurolega (a Barcellona) e una FIBA Euro Cup (a Girona). Rientrato in Italia ha giocato fino a 40 anni (Roma, Bologna, Pistoia). Nel suo presente e nel suo futuro, l’attività di allenatore.

Bogdan Tanjevic è nato il 13 febbraio 1947 a Pljevlja, nella regione del Montenegro (oggi repubblica indipendente, allora facente parte della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia). La sua carriera di cestista, nella capitale Belgrado, si arrestò all’età di 24 anni per dare spazio a quella – ben più duratura e gloriosa – di allenatore: siamo arrivati a quasi mezzo secolo di attività, e non è ancora finita... La prima prodezza, per non dire il suo primo miracolo, lo compì sulla panchina di esordio, quella del Bosna Serajevo, dove con una squadra di giovani semisconosciuti riuscì a conquistare la coppa dei Campioni nel 1979. Quel successo fece guadagnare a Tanjevic la panchina della Nazionale jugoslava, con la quale si aggiudicò l’argento agli Europei dell’81 a Praga. Cominciò quindi la sua lunga parentesi italiana: prima a Caserta, dove portò la Juve dalla A2 alla finale scudetto, oltre che alla finale di coppa Korac; poi a Trieste, dove i salti della promozione furono due, dalla B alla A1, più un’altra finale di Korac; infine a Milano, dove con l’Olimpia sponsorizzata Stefanel arrivò a vincerlo, lo scudetto, dopo altre due finali di Korac. Seguì un intermezzo in Francia, col Limoges, prima che la Federazione lo chiamasse a sostituire Ettore Messina sulla panchina della Nazionale azzurra. Qui esordì con un sesto posto ai Mondiali di Atene del ’98; l’anno dopo fu la volta degli Europei in Francia, che avrebbero portato il secondo oro continentale nella storia del basket italiano.

Mercoledì, 21 Giugno 2017 23:24

Europei di basket: Parigi 1999

Secondo oro Italia, grinta Tanjevic

Basterebbe un’immagine per rappresentare la bella favola azzurra all’Europeo ’99. É quella dell’abbraccio finale tra Dino Meneghin e il figlio Andrea. Dentro ci sta tutto: il passaggio di consegne (addirittura famigliare) da una generazione all’altra; la prima medaglia d’oro continentale che dà il benvenuto alla seconda; due stati d’animo – la sofferenza di chi guarda e la grinta di chi gioca – che si incontrano in una gioia liberatoria. Una immagine-simbolo, un abbraccio del quale, in realtà, tutto il basket italiano si è sentito partecipe.
Parigi 3 luglio, sedici anni dopo Nantes 4 giugno. Date storiche. E singolari analogie. La Francia, innanzitutto, come terra di conquista, peraltro tradizionalmente inospitale nei nostri confronti. L’avversario battuto nella finale per il primo posto, ancora una volta la Spagna. E poi l’emozione per un successo insperato alla vigilia, che – in questa come in quella occasione – finì col mortificare le ambizioni e la supponenza degli squadroni dell’Est. Corsi e ricorsi!

Alessandro Abbio è nato a Racconigi (in provincia di Cuneo), il 13 marzo 1971. La sua culla cestistica è stata Bra (altro centro del cuneese), in una società che lo ha accompagnato dal mini-basket fino ai 17 anni, quando si è trasferito all’Auxilium Torino; qui subito l’esordio in A1, e la maturazione come giocatore, sotto la guida di validi allenatori (Asti, Lambruschi, Guerrieri, Danna). Nel ’94 il passaggio a Bologna, dove è rimasto otto stagioni, divenendo una bandiera della Virtus, con cui ha conquistato tre scudetti, due Euroleghe, una Supercoppa italiana e quattro Coppe Italia (tre titoli con Alberto Bucci, gli altri con Ettore Messina). Guardia di 1,93, fisico particolarmente votato al gioco in velocità, penetrazioni e tiro dall’angolo le sue migliori armi d’attacco, gambe e caparbietà quelle in difesa; sapeva adattarsi anche al ruolo di play. Esordio con la maglia della Nazionale nel febbraio del ’92, a Siena, in una partita contro la Cecoslovacchia su convocazione di Sandro Gamba; poi il percorso con Ettore Messina (Goodwill Games ’94, Europei ’95 e ’97) e quello con Bogdan Tanjevic (Mondiali ’98, Europei ’99, Olimpiadi 2000). Nel 2002 è andato a cercare nuove emozioni in Spagna, prima a Valencia (con un successo nella Uleb Cup), poi a Granada. Rientrato in Italia, venne frenato dagli infortuni, ciò che però non gli impedì di giocare (Livorno e Firenze) fino a 37 anni. Dopo il ritiro si è dedicato alla attività di allenatore, soprattutto del settore giovanile, tornando nella sua culla a Bra.

Denis Marconato è nato a Treviso, il 29 luglio 1975. Cresciuto nelle giovanili della Benetton, il suo esordio in prima squadra avvenne nel campionato ’93-’94. Ci vollero però altre due stagioni, e un anno in prestito al Petrarca Padova, prima che il suo potenziale fisico (2 metri e 11 per 115 kg) potesse imporsi sul campo. A rilanciarlo alla Benetton fu coach Mike D’Antoni, che con lui in campo riuscì a vincere lo scudetto nel ’97. Stesso anno in cui, dopo qualche convocazione per raduni e amichevoli, Denis vestì per la prima volta la maglia azzurra in una manifestazione ufficiale, gli Europei di Barcellona. Cominciava così il suo lungo percorso in Nazionale, che in un decennio ha attraversato ben sei edizioni degli Europei, due Olimpiadi e un Mondiale, con l’alternanza in panchina di Messina, Tanjevic e Recalcati. Nel ruolo di centro era una risorsa per i tanti allenatori che lo hanno avuto in squadra: buoni movimenti fronte e spalle a canestro, tiro morbido da sotto, rimbalzi a mai finire. Con la Benetton ha vinto in totale tre scudetti, due volte la Coppa Europea Saporta, otto la Coppa Italia; un altro scudetto con Siena e un titolo (la Copa del Rey) anche in Spagna, col Barcellona.

Ettore Messina si presentava al suo terzo Europeo sulla panchina della Nazionale con una grande voglia di proseguire il suo cammino di miglioramento: nono posto a Monaco ’93, quinto ad Atene ’95. Migliorare voleva dire avvicinarsi al podio, ma sarebbe bastato, come obiettivo minimo, anche la conferma del quinto posto, l’ultimo valido per guadagnare la qualificazione ai Campionati Mondiali (in programma l’anno dopo ad Atene), che non aveva visto l’Italia tra le partecipanti nella edizione del ’94 a Toronto. Per non parlare delle rinunce a ben tre Olimpiadi: Seul ’88, Barcellona ’92 e Atlanta ’96. La preparazione all’Europeo di Barcellona fu accurata e incoraggiante; otto partite senza sconfitte, nel precampionato, battendo Jugoslavia e Germania (campioni europei uscenti delle ultime due edizioni), e anche Russia, Francia, Turchia, la stessa Grecia in casa sua. Dall’europeo spagnolo si aspettavano conferme.

Giovedì, 15 Giugno 2017 06:58

Europei di basket: Barcellona 1997

Un bell’argento, il congedo di Messina

Non c’erano che gli Europei, in quegli anni, a dare un senso alla vita della Nazionale italiana. Un senso e una speranza: quella di ritornare nelle zone alte della classifica, e di avere così anche maggiori opportunità di mettersi in mostra nelle varie competizioni intercontinentali. Le Olimpiadi erano solo un ricordo dell’84 (Los Angeles), e nel frattempo di edizioni se ne erano viste passare tre, due delle quali esaltate dal Dream Team statunitense, una festa alla quale sarebbe stato bello partecipare. Più breve l’assenza dai Mondiali, ma anche quell’ultima apparizione del ’90, in Argentina, sembrava appartenere a un lontano passato. Non c’erano che gli Europei, dunque; e su Barcellona ’97 – con una squadra che stava sempre più riacquistando considerazione e fiducia in sé stessa – bisognava assolutamente puntare tutto.

Vincenzo Esposito è nato il 1° marzo 1969, a Caserta, città dove è praticamente cresciuto col pallone di basket in mano, esordendo in prima squadra con la Juve a soli 15 anni (ripercorrendo così, a distanza di due anni, le orme del “fratello” Nando Gentile). Lanciato pure lui da Tanjevic, raggiunse poi con Marcelletti in panchina, e lo sponsor Phonola sulla maglia, lo scudetto nel ’91, al termine della famosa finale con la Philips Milano, quando fu costretto, per un grave infortunio al ginocchio, ad assistere a bordo campo agli ultimi minuti di gara-5. A 24 anni lasciò Caserta, e approdò alla Fortitudo Bologna, prima di compiere il grande salto verso gli Stati Uniti: una stagione con i Toronto Raptors (primo italiano assieme a Stefano Rusconi a calcare i parquet della NBA). Al rientro in Italia vestì la maglia di Pesaro, dell’Olimpia Pistoia, e poi dal ’98 al 2001 quella dell’Andrea Costa Imola, dove per tre anni consecutivi si aggiudicò il titolo di miglior marcatore del campionato. Guardia di 1,94, univa alle buone doti fisiche quelle di una tecnica eccezionale, che gli permettevano di trovare la via del canestro quasi in maniera irrisoria, e con tutte le possibili soluzioni di gioco. In Nazionale fece il suo esordio a 21 anni, chiamato da Sandro Gamba a far parte della formazione per i Goodwill Games di Seattle del 1990. Tra infortuni e rinunce, la sua riapparizione in azzurro avvenne solo cinque anni dopo, agli Europei di Atene, in panchina Ettore Messina. La sua carriera di giocatore è proseguita fino a 45 anni, con ben dodici trasferimenti (comprese due parentesi spagnole), mentre già negli ultimi tempi si intersecava quella di allenatore. Nell’ultima stagione ha guidato il Pistoia in A1, fino ai play-off.

Claudio Coldebella è nato a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, il 25 giugno 1968. A 17 anni entrò nel settore giovanile di Mestre, dove fece il suo esordio in A2, per poi conquistare la promozione in A1 con l’Aurora Desio nella stagione ’88-’89 (e da qui non passò inosservato). Cominciò quindi la sua bella avventura con la Virtus Bologna: sette stagioni, culminati con i tre scudetti consecutivi del ’93, ’94 e ’95, più una Coppa Italia e una Coppa delle Coppe. Playmaker di 1,98, un fisico adatto al ruolo, era un buon organizzatore di gioco, prediligendo il servizio al compagno alla conclusione personale, che comunque risultava spesso precisa; utilissimo in fase difensiva. Il profumo della maglia azzurra glielo fece sentire per primo Sandro Gamba, ma per un infortunio a una mano dovette rinunciare ai Mondiali del ’90. Il suo ingresso in Nazionale come titolare coincise con quello di Ettore Messina, con il quale condivise l’intero ciclo dei tre campionati europei dal ’93 al ’97. Le sue presenze di club proseguirono in Grecia, con due stagioni nelle file dell’AEK Atene e quattro in quelle del PAOK Salonicco (dove vinse una Coppa di Grecia). Fece in tempo, tornando in Italia, a diventare un beniamino dell’Olimpia Milano, dove chiuse la sua carriera di giocatore e iniziò quella di allenatore. Si è poi dedicato all’attività di dirigente, rivestendo il ruolo di general manager di varie società. Ha ricoperto anche, per tre anni, l’importante incarico di direttore generale della Lega.

Ettore Messina aveva condotto la Nazionale all’Europeo del ’93, dividendosi con l’impegno in campionato. Nella stagione ’92-’93, infatti, era stato per la sua quarta stagione sulla panchina della Virtus Bologna, portandola alla conquista dello scudetto (il suo primo da capo allenatore), oltre che alla finale di Coppa Italia. All’indomani del non soddisfacente piazzamento all’Europeo tedesco (nono posto), coach Messina cominciò a dedicarsi esclusivamente ai colori azzurri. I primi risultati si videro ai Goodwill Games (i cosiddetti Giochi di Buona Volontà, manifestazione multisportiva di livello mondiale), disputati a San Pietroburgo nel ’94: l’Italia conquistò una insperata medaglia d’argento, perdendo nella finalissima con Portorico, e precedendo formazioni del calibro di Stati Uniti, Russia, Brasile e Argentina. In squadra erano stati lanciati i giovani Fucka, Bonola, Abbio e De Pol. Si cominciava a preparare il riscatto per la successiva edizione degli Europei, Atene 1995.

Giovedì, 08 Giugno 2017 10:11

Europei di basket: Atene 1995

Trionfo della ripescata Jugoslavia

La Grecia ci aveva preso gusto. A ospitare l’Eurobasket, innanzitutto, che tornava ad Atene dopo solo otto anni. E poi anche a districarsi nelle alte sfere cestistiche, perché l’oro conquistato in casa nell’87 – davanti al quale tutti erano rimasti increduli e diffidenti – aveva allungato la sua scia positiva con un secondo, un quinto e un quarto posto nelle tre edizioni successive. La bella favola ellenica, insomma, stava durando più di quanto si potesse immaginare all’inizio, e adesso provava a riaccendersi, inseguendo nuovi sogni e nuove emozioni.
L’esaltazione era tale che il comitato organizzatore aveva volentieri accettato, in extremis, di fare spazio ad altre due squadre, da aggiungere alle dodici già regolarmente qualificate. Sappiamo cosa stava vivendo l’Europa in quegli anni, con i continui mutamenti della sua mappa geo-politica, e quindi anche sportiva. L’ultima novità arrivava dalla Jugoslavia (o meglio da quel che ne era rimasto, cioè Serbia e Montenegro), che era pronta a rientrare in scena, dopo quattro anni di reclusione. Fu per l’appunto una delle due squadre ripescate, e di questa scelta promozionale (più spettacolo, più onore!) qualcuno in Grecia si sarebbe pentito, perché avrebbe di fatto negato ai padroni di casa la riconquista di una medaglia.

Alberto Tonut è nato il 19 aprile 1962, a Trieste, città dove i cestisti si coltivano per tradizione. Debutto in prima squadra a 17 anni, in A2 con la Pallacanestro Trieste; subito una promozione nella massima serie, poi un’altra, due stagioni dopo. Alto 2 metri, un fisico robusto e dinamico, ideale per il ruolo di ala, che lui bene interpretava con l’eleganza e la precisione nel tiro da fuori. Le stagioni della sua definitiva affermazione furono le sette giocate a Livorno, con una finale scudetto nell’89. In Nazionale fu portato da Gamba, che lo inserì nella squadra dell’oro europeo a Nantes ’83; vi ritornò nell’87 con Bianchini (Europeo di Atene), quindi un altro intervallo prima dell’ultima chiamata, quella di Messina per l’Europeo del ’93. Lunghissima, e con tabellini cospicui, la sua carriera di club, con trasferimenti a Cantù, poi di nuovo a Trieste e a Gorizia; in attività fino alla bella età di 47 anni (oro europeo con la Nazionale Over 40), ha avuto poi esperienze come allenatore e procuratore. Il suo maggiore interesse, adesso, è seguire il figlio Stefano, entrato lo scorso anno nel giro della Nazionale maggiore.

Riccardo Pittis è nato a Milano, il 18 dicembre 1968. Cresciuto nelle giovanili dell’Olimpia, il suo debutto in prima squadra è arrivato a 16 anni; da allora nove stagioni ricche di successi, con quattro scudetti, una Coppa Italia, due volte la Coppa Korac, due la Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale. A 25 anni il suo primo e unico cambio di casacca; indossò quella della Benetton Treviso (città dove avrebbe fissato la sua residenza), replicando la serie di titoli: tre scudetti, cinque volte la Coppa Italia, tre la Supercoppa italiana, due la Coppa europea Saporta. Ala di 2.03, fisico asciutto e agile, in campo si faceva notare per la sua ottima visione di gioco, la sua intraprendenza in attacco e, soprattutto, la sua capacità di recuperare palloni in difesa (1870 in un campionato, un record!). A 30 anni fu anche capace, per un problema alla mano destra, di diventare mancino anche nel tiro a canestro. In Nazionale fu Sandro Gamba a farlo debuttare, nel novembre dell’89, alle qualificazioni per l’Europeo del ’91. Partecipò ai Mondiali del ’90 in Argentina, poi a quattro edizioni consecutive degli Europei, le ultime tre con coach Ettore Messina. Ci sarebbe poi stata anche una appendice nel 2001, con la convocazione da parte di Recalcati (subentrato a Tanjevic), in preparazione agli Europei 2003. In Nazionale ha anche svolto, per qualche anno, il ruolo di team manager.

Ettore Messina è nato a Catania, il 30 settembre 1959. Frequentava ancora la prima elementare quando si trasferì con la famiglia a Venezia, dove poi cominciò a giocare a basket. Già all’età di 16 anni si dedicò all’attività di allenatore, passando dal vivaio della Reyer a quello di Mestre, poi a Udine. Il primo importante salto lo compì a 24 anni, quando approdò a Bologna, nei quadri tecnici della Virtus: responsabile del settore giovanile e assistente di validi allenatori, quali Alberto Bucci, Sandro Gamba, Kresimir Cosic e Bob Hill. Nell’89 diede avvio alla sua lunghissima carriera di capo allenatore: le prime quattro stagioni alla Virtus, dove vinse subito una Coppa Italia e una Coppa delle Coppe, e poi anche uno scudetto. Successi che lo lanciarono alla ribalta come uno dei più validi coach emergenti, e che gli valsero l’incarico di commissario tecnico della Nazionale a partire dal ’93. Buon esordio ai Giochi del Mediterraneo in giugno: medaglia d’oro con una formazione semi-sperimentale, battendo in finale la Croazia. Pochi giorni dopo, gli Europei in Germania.

Giovedì, 01 Giugno 2017 22:44

Europei di basket: Monaco 1993

Bandiere nuove, è dura per Messina!

Era un’altra Europa. Aveva mutato la sua fisionomia, politica e geografica. E aveva moltiplicato le sue bandiere. Sul podio del 28° Eurobasket se ne videro sventolare due assolutamente inedite, appartenenti a Russia e Croazia, mentre una era praticamente sconosciuta alla nobiltà cestistica, quella della Germania tornata unita dopo la caduta del Muro di Berlino. Da una edizione all’altra sembrò così tutto diverso – per non dire straordinario – che davvero il ’93 segnò nella lunga storia della manifestazione continentale l’inizio di una nuova era.
Un indicativo segnale di cambiamento lo volle dare proprio la Germania, che dopo alcuni anni di inquietante silenzio si ripresentò sulla scena in veste di paese organizzatore. Lo faceva per la terza volta, dopo Essen ’71 e Stoccarda ’85, ma era la prima di uno stato, e di un popolo, senza più un Ovest e un Est. Occasione unica, dunque, per dimostrare subito la propria voglia di riscatto. Che poi dovesse finire addirittura in trionfo, visto che la bandiera abbinata al gradino più alto del podio fu proprio la sua, nessuno mai lo avrebbe potuto immaginare. Già Atene ’87 – per non andare più indietro nel tempo – aveva dimostrato che certi miracoli in casa erano possibili!

Antonio “Tonino” Zorzi è nato a Gorizia, il 10 giugno 1935. All’età di 15 anni si era presentato a una leva per la pallavolo, e si ritrovò invece con un pallone davanti a un canestro. Giocò nelle file della ACI Gorizia (Associazione Giovanile Italiana) fino a 18 anni, in tempo però per farsi notare dal nuovo commissario tecnico della Nazionale di allora, Vittorio Tracuzzi, che lo convocò per gli Europei del ’53 a Mosca. Trasferitosi a Varese, Zorzi si impose già nella prima stagione, venendo eletto miglior giocatore della serie A, con i suoi 527 punti realizzati. A Varese restò fino al ’62, dopo aver vinto uno scudetto l’anno prima. Rientrato a Gorizia per motivi famigliari, intraprese già a 28 anni una carriera di allenatore praticamente infinita (visto che è stato recentemente chiamato, alla bella età di ottantadue, a guidare la Nazionale Over 70). Ha girato tredici città, nel suo girovagare in lungo e in largo la Penisola, e tra i suoi successi vanno ricordate la Coppa delle Coppe nel ’70, con la Fides Napoli, e ben cinque promozioni in serie A1 (tre a Venezia, una a Reggio Calabria e Pavia). È tornato anche sulla panchina azzurra come vice di Sandro Gamba, tra gli anni ottanta e novanta.

Ferdinando Gentile è nato a Tuoro, frazione di Caserta, il 1° gennaio 1967. Era ancora tra i ragazzini della Juve, la squadra della sua città, quando il tecnico montenegrino Bogdan Tanjevic lo fece esordire a soli 15 anni, in A2; l’anno dopo si fece conoscere, sbalordendolo, dal pubblico dei telespettatori, giocando una grande partita in A1 contro Cantù. Della Juve sarebbe diventato presto una bandiera: undici stagioni, culminate con la conquista di una Coppa Italia, e soprattutto di un titolo tricolore (il primo del Sud) nella stagione ’90-’91, quando in panchina era subentrato Franco Marcelletti, casertano anche lui. Play maker di 1,90, talento e personalità, un pericolo costante per le difese avversarie, col suo tiro mancino (esecuzione veloce dalla distanza, abili finte da sotto) e i suoi passaggi smarcanti. A 23 anni, ancora pieno di energie e desideroso di affermarsi, Nando cominciò una seconda vita professionale, seguendo il suo mentore Tanjevic, prima a Trieste, con la Stefanel, poi a Milano, con l’Olimpia, dove ottenne, da capitano, il suo secondo scudetto e la sua seconda Coppa Italia. Andò poi ad Atene a saziare la sua fame di successi: con il Panathinaikos, tre titoli nazionali in tre anni, più una Coppa dei Campioni. Debuttò in Nazionale con Bianchini, in una partita proprio a Caserta, prima di partecipare all’Europeo di Atene ’87. Disputò poi altre tre Europei: nel ’91 con Sandro Gamba, nel ’93 e nel ’95 con Ettore Messina. Tornato in Italia dopo la parentesi greca, girovagò un po’ tra Udine, Reggio Emilia, Siena e Caserta, prima di intraprendere la carriera di allenatore, anch’essa in giro per l’Italia (Imola, Roma, Veroli, Milano) e ancora in corso.

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