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Dopo l’argento olimpico di Mosca ’80 e l’oro europeo di Nantes ’83, a Sandro Gamba non sarebbe dispiaciuto di completare la sua raccolta di medaglie con un bronzo, alla guida della Nazionale. Ci provò all’Olimpiade di Los Angeles ’84, dove si presentava quasi con la stessa formazione che aveva trionfato l’anno prima in Francia: finì con un quinto posto e qualche recriminazione. L’obiettivo fu centrato al secondo tentativo, negli Europei di Stoccarda dell’85. Gamba sapeva che per lui sarebbe stato anche l’ultimo, avendo già deciso di tornare sulla panchina di un club: per il basket italiano fu un’altra pagina storica.

Domenica, 23 Aprile 2017 11:39

Europei di basket: Stoccarda 1985

Un bronzo per l'arrivederci a Gamba

Eravamo campioni in carica. Non si poteva far finta di nulla. Il sorprendente oro di Nantes ’83 avrebbe anche potuto esaltarci, da un lato; dall’altro, però, ci procurava una sorta di apprensione. Sapevamo che era praticamente impossibile ripetere a distanza di soli due anni l’impresa dell’ultimo campionato europeo; ma il vero timore era quello di ricadere subito giù, nelle posizioni ai piedi del podio, in quella terra dei rimpianti dove – nostro malgrado – ci era spesso toccato accomodarci negli ultimi tempi. Ecco perché la medaglia di bronzo, conquistata al termine di una finale vinta ancora una volta contro la Spagna, ebbe il sapore di un altro autentico trionfo. Il basket italiano stava vivendo un grande momento!

Renato Villalta è nato a Maserada sul Piave, in provincia di Treviso, il 3 febbraio 1955. Fin da giovanissimo, Augusto Giomo (vecchia gloria della Nazionale anni Sessanta) lo fece esordire nella squadra di Mestre, con cui raggiunse la serie A. Seguirono tredici lunghe stagioni con la Virtus Bologna, dove ha conquistato tre scudetti e due Coppe Italia. Alto 2 e 04, iniziò la sua carriera da pivot, poi Dan Peterson lo spostò all’ala, esaltando le sue qualità di tiratore, oltre che di difensore e rimbalzista. Lunga anche la sua militanza in Nazionale: è stato presente in ben sei edizioni degli Europei (da quella del ’75 a quella dell’87, saltando quella del ’77 per motivi di studio), due Olimpiadi (Mosca ’80 e Los Angeles ’84) e due Mondiali (’78 e ’86); con tre diversi allenatori (Primo, Gamba e Bianchini), ha totalizzato in maglia azzurra 207 presenze e più di 2200 punti (terzo nella classifica marcatori alle spalle di Riva e Meneghin). Dopo il ritiro è stato il primo presidente della GIBA (l’associazione dei cestisti italiani).

Dino Meneghin disputò a Nantes, nell’83, il suo ottavo e ultimo campionato europeo. Chiusura con una medaglia d’oro, dopo aver vinto quella di bronzo nel ’71 a Essen e nel ’75 a Belgrado. Dopo l’esordio in maglia azzurra con Nello Paratore (a 16 anni, in tornei amichevoli), Meneghin ha figurato nella Nazionale di Giancarlo Primo dal ’69 al ’79 (sei Europei, due Mondiali, due Olimpiadi) e in quella di Sandro Gamba dall’80 all’84 (due Olimpiadi e due Europei). Oltre al record di presenze agli Europei, può vantare anche quello dei quindici anni di militanza in maglia azzurra senza mai saltare una manifestazione ufficiale. Dopo avere chiuso la carriera di giocatore (a 44 anni), si è dedicato a quella di dirigente, che lo ha riportato in Nazionale come team manager, in un periodo (dal ’97 al 2008) in cui sono arrivate altre tre medaglie europee (argento, oro e bronzo) e una olimpica (l’argento di Atene). Dal 2009 al 2013 ha ricoperto il ruolo apicale di Presidente della Federazione Italiana Pallacanestro.

La terza tappa di Sandro Gamba alla guida della Nazionale, dopo l’Olimpiade di Mosca dell’80 e l’Europeo di Praga dell’anno dopo, fu l’Europeo di Nantes dell’83. C’erano stati i Campionati Mondiali a Cali, in Colombia, l’anno prima, ma l’Italia non vi partecipò. L’obiettivo era di migliorare il quinto posto di Praga, magari mettendo un piede sul podio. Arrivò l’oro!

Sabato, 15 Aprile 2017 11:02

Europei di basket: Nantes 1983

Finalmente oro, e spumante a fiumi

Giorno, mese e anno. Quando si ricordano certi avvenimenti, bisogna cominciare dalla data esatta. Era il 4 giugno 1983. A Nantes, città francese della Loira con vista Atlantico, gli azzurri del basket conquistavano il loro primo oro europeo. C’era voluto quasi mezzo secolo per raggiungere il punto più alto, e il fatto di esserci arrivati con le proprie forze, e senza neanche i favori del pronostico, diede ancor più la percezione della grande impresa sportiva. Quindi tutto era destinato a rimanere scolpito nella storia, quella data a trasformarsi in ricorrenza da celebrare.

Per rivedere certe immagini, e magari riprovare l’emozione di allora, a qualcuno basterà ancora chiudere gli occhi. Ecco Charlie Caglieris, al suono della sirena nella finalissima con la Spagna, correre solitario per il campo e baciare il pallone che tiene stretto tra le mani. E l’allenatore Sandro Gamba, in versione capo guerriero, portato in trionfo dai suoi giocatori. E poi lui, Dino Meneghin, 33 anni, che gioisce come un ragazzino e che si lascia volentieri inondare da un fiume di spumante (spumante Ferrari, non lo champagne degli ostili francesi!).

Ario Costa è nato a Cogorno (in provincia di Genova), il 26 settembre 1961. Ha mosso i primi passi nel basket con l’Alcione di Chiavari, ma a 17 anni – fisico statuario, destinato a raggiungere i 2 metri e 10 – venne ingaggiato dalla Pinti Inox Brescia, dove rimase fino all’84, militando tra la A1 e la A2. Il trasferimento a Pesaro, con la maglia della Scavolini, venne coronato dalla conquista di due scudetti e una Coppa Italia, e per dodici stagioni fu un beniamino della tifoseria locale. Centro di grandi risorse fisiche, con le sue enormi mani era in grado di agguantare un gran numero di rimbalzi, e col tempo affinò anche le sue capacità realizzative. Il suo esordio in Nazionale con Gamba, nel novembre dell’80, e da allora una lunga presenza in azzurro, con ben sei Europei e due Mondiali, e il rammarico di avere dovuto rinunciare all’Olimpiade di Los Angeles per la rottura del tendine d’Achille. Lunga e movimentata anche la sua successiva carriera da dirigente, che lo ha visto legato soprattutto a Pesaro, e ad altre sei società. Attualmente riveste l’importante ruolo di consigliere federale.

Enrico Gilardi è nato a Roma, il 20 gennaio del 1957. La sua carriera di cestista parte da ragazzino, con la Excelsior Testaccio, prima società di mini-basket ad avere visto un proprio iscritto approdare in Nazionale. Ha indossato maglie di varie squadre della capitale, da quella del Basket Roma, con cui ha vinto titoli giovanili, a quella della Lazio, della Stella Azzurra e infine della Virtus, di cui è stato capitano e artefice dei grandi successi negli anni ottanta: uno scudetto, una Coppa dei Campioni, una Coppa Korac, una Coppa Intercontinentale. Rilevante anche il suo curriculum in maglia azzurra, alla corte di tre diversi allenatori: Primo, Gamba e Bianchini. Gilardi ha disputato ben quattro campionati europei (’79,’81,’83,’85), due Olimpiadi (Mosca ’80 e Los Angeles ’84), un Mondiale (Madrid ’86), totalizzando 159 presenze e più di mille punti.

Sandro Gamba ha iniziato la sua carriera da allenatore nel 1965 con l’Olimpia, la squadra della sua città, con la quale aveva conquistato ben dieci scudetti da giocatore. Nel suo nuovo ruolo, i successi non si sono fatti attendere: tre scudetti, due coppe delle Coppe e una Coppa Italia tra il ’65 e il ’72. Passato sulla panchina dell’Ignis Varese, la musica non è cambiata: altri due scudetti e, soprattutto, due Coppe dei Campioni. Nel ’77, con la voglia di rimettersi in gioco (e di sfidare sé stesso), è sceso in A2 con l’Auxilium Torino: subito la promozione in A1, poi due belle stagioni, culminate coi play-off. È quindi cominciata la sua (prima) avventura in Nazionale. Esordio alla grande alle Olimpiadi di Mosca dell’80, con una sorprendente medaglia d’argento; l’anno dopo, il suo primo campionato europeo da capo allenatore, a Praga.

Sabato, 08 Aprile 2017 11:39

Europei di basket: Praga 1981

Gamba e novità, ma ancora quinti!

L’argento olimpico di Mosca, conquistato l’anno prima grazie a un felice incontro di eventi favorevoli, stava ancora sulle spalle della Nazionale azzurra, fardello troppo pesante da portare. E infatti ne rimase schiacciata! Se qualcuno si era illuso che il basket italiano, una volta proiettato al vertice mondiale, avesse trovato la forza e l’eccitazione giuste per rimanervi stabilmente, dovette ricredersi subito. L’Europeo di Praga ’81 ci risistemò là dove ci avevano lasciato le precedenti due edizioni, cioè appena fuori dal podio, un posto in cui era più facile recriminare che accontentarsi.

Gianni Bertolotti è nato il 12 febbraio 1950, a Milano, città dove ha cominciato (a 15 anni) a giocare a basket nelle file della All’Onestà. Riccardo Sales fu suo allenatore nelle giovanili, poi trovò Vittorio Tracuzzi in prima squadra (con Zanatta, Bovone, De Rossi, tra i compagni). Nel ’71 il trasferimento a Bologna, dove ottenne la sua definitiva affermazione, sotto la guida di Dan Peterson; con la maglia della Virtus arrivarono tre scudetti e una Coppa Italia. Passò una stagione sulla sponda della Fortitudo e giocò anche a Trieste, ma fu con la Virtus Roma che riconquistò un trofeo, la Coppa dei Campioni nell’84. Interprete moderno –con i suoi due metri – del ruolo di guardia, aveva nel tiro preciso dalla distanza, nel contropiede e nel grande dinamismo le sue qualità migliori. Esordio in Nazionale nel ’70, in una amichevole a Roma, convocato da Giancarlo Primo, con il quale ha poi percorso tutta la sua carriera in maglia azzurra: quattro Europei, una Olimpiade e un Mondiale. Vive attualmente in Toscana, e trascorre piacevolmente parte del suo tempo insegnando basket ai bambini del Follonica.

Carlo (“Charlie”) Caglieris è nato il 2 luglio 1951, a Brescia, ma fin da piccolo si trasferì a Torino, dove è cresciuto. Ci fu un primo approccio col calcio, addirittura nelle giovanili della Juventus (compagno di squadra di Roberto Bettega), poi passò al basket, nell’oratorio Don Bosco Crocetta. Play-maker di 1,78, fisico robusto, si mise in evidenza con le squadre di Biella e di Asti (che giocò a Torino per una stagione), prima di approdare a Bologna, dove vinse tre scudetti con la maglia della Virtus. Quindi il ritorno a Torino (quattro anni) e la fine della carriera a Treviso. Le sue doti: controllo di palla, penetrazione, passaggio ai lunghi, difesa asfissiante. In Nazionale fu lanciato da Primo: debutto nel ’74; prima manifestazione importante l’Europeo del ’77, seguito da quelli del ’79 e dell’83; ha partecipato al Mondiale di Manila ’78 e all’Olimpiade di Los Angeles ’84.

Venerdì, 31 Marzo 2017 09:32

Europei di basket: Torino 1979

Gli scivoloni che chiusero un ciclo

La tavola era stata apparecchiata per bene. Doveva essere quella la volta buona che l’Italia cestistica trovasse finalmente piena sazietà per la sua fame di successi. Organizzare in casa un’altra edizione dell’Europeo, e organizzarla bene, era la prima mossa vincente da compiere. La seconda spettava alla Nazionale, che col sostegno del pubblico avrebbe forse più facilmente realizzato quel saltino di qualità che si attendeva ormai da tempo. Tutto si poteva preparare, tranne gli imprevisti... Su uno di questi, come vedremo, scivolarono gran parte delle speranze di centrare i due obiettivi. Restò un po’ di rammarico; fame, ancora tanta!

Pierluigi Marzorati è nato Figino Serenza (in provincia di Como) il 12 settembre 1952. Nella sua lunga vita cestistica, una sola casa di club, la Pallacanestro Cantù, dove entrò a 13 anni e dove rimase fino alla soglia dei 40 (per poi tornarvi per un ultimo saluto nel 2006, a 54 compiuti). Il suo esordio in prima squadra a 17 anni; tra il ’73 e l’83 un decennio colmo di titoli, con due scudetti, due volte la Coppa dei Campioni, tre la Coppa Korac, quattro la Coppa delle Coppe, due la Coppa Intercontinentale; chiusura in bellezza, con un’altra Coppa Korac nel ’91. Più che giocare nel ruolo di play-maker (col suo metro e 87 e un fisico agile), Marzorati fu un modello di play-maker: veloce, elegante, implacabile contropiedista, assistman, col tempo anche ottimo tiratore dalla distanza; in una parola, completo! Il numero 14 che portava sulla maglia diventò una icona del basket italiano. In Nazionale, quel numero, lo ereditò da Bisson, e lo indossò fino a stabilire il record di presenze in maglia azzurra (278), attraversando ben sette edizioni dei campionati europei, quattro Olimpiadi e due Mondiali. Con la Nazionale maggiore è salito cinque volte sul podio, conquistando un oro e tre bronzi europei, più un argento olimpico.

Fabrizio (“Ciccio”) Della Fiori è nato il 1° settembre 1951, a Formigara, in provincia di Cremona. Già a sedici anni il debutto in prima squadra a Cantù, dove rimase per dodici stagioni, vincendo due scudetti, una Coppa Intercontinentale, tre Coppe Korac, tre Coppe delle Coppe. Alto 2,04, iniziò a giocare da pivot, sfruttando la sua mole, poi si specializzò sempre più nel ruolo di ala, dove mise in mostra ottime qualità di tiratore da fuori. Fu uno dei primi giocatori a utilizzare le lenti a contatto, che ogni tanto gli cadevano durante la partita, costringendo a una interruzione del gioco per andarle a recuperare sul parquet. Lunga la sua carriera nel campionato italiano (dopo Cantù, Venezia, Varese e Udine) e lunga anche la sua militanza in azzurro, con tre campionati europei, un Mondiale e due Olimpiadi (Montreal ’76 e Mosca’80, dove mise al collo la medaglia argento).

Giulio Iellini è nato il 18 ottobre 1947, a Trieste. Svezzato nella Ginnastica Triestina, a 17 anni figurava già nella formazione dell’Olimpia Milano, con la cui maglia ha conquistato quattro scudetti, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Coppa Italia. Dopo 11 stagioni il passaggio a Varese, e qui un’altra Coppa dei Campioni e un altro scudetto. Play-maker di 1,91, bagaglio pieno di classe e tecnica, era specialista del passaggio rapido (guardando dalla parte opposta), delle fughe in contropiede (con cambio di velocità), dell’arresto e tiro (preciso) da fuori. In Nazionale ha iniziato la sua decennale carriera con Paratore all’Europeo del ’67. Con Primo in panchina ha poi disputato altri quattro Europei, due Olimpiadi e, per chiudere, il Mondiale di Manila del ’78. La carriera in squadre di club e proseguita a Vigevano (con una promozione in A1), a Roma, con la Lazio, dove ha iniziato la carriera di allenatore, conclusa nella sua Trieste.

Venerdì, 24 Marzo 2017 14:25

Europei di basket: Liegi 1977

Italia batte URSS, ma non basta!

Nel festival delle illusioni, e delle grandi occasioni perdute, il basket italiano si guadagnò a Liegi un posto da primato. Avrebbe potuto disputare la finale per il primo oro europeo della sua storia, si ritrovò a perdere quella per il bronzo! Su e giù dall’ultimo scalino del podio, così da quattro edizioni. La Nazionale di Giancarlo Primo non si smentiva. Arrivava sempre lì, tra le prime cinque, in qualsiasi manifestazione si presentasse (al suo curriculum aveva appena aggiunto il quinto posto alle Olimpiadi di Montreal dell’anno prima), ma non bastava per raccogliere unanimi consensi. Si voleva di più di un terzo posto; se si arrivava quarti, la parola “delusione” risultava la più abusata nei commenti.

Vittorio Ferracini è nato a Pordenone, l’8 novembre del 1951. Già a 16 anni venne reclutato dalle giovanili dell’Olimpia Milano, ma la sua affermazione in prima squadra arrivò qualche anno più tardi, dopo essere andato in prestito al Petrarca Padova e alla Virtus Bologna (che lo avrebbe volentieri trattenuto). In dieci stagioni con l’Olimpia ha conquistato una Coppa Italia e uno scudetto (con le sigle, rispettivamente, Cinzano e Billy), oltre al record del maggior numero di rimbalzi offensivi nella storia della società, di cui divenne un vero beniamino, col nomignolo “Toio”. Giocò ad alti livelli fino a 36 anni, dopo aver messo la sua esperienza al servizio della Benetton Treviso e della Fortitudo Bologna. Centro di 2 e 05, era un gran combattente in campo, con ottime capacità di difensore e di piazzamento a rimbalzo; e col tempo affinò anche il suo tiro dalla media distanza. A farlo esordire in Nazionale, agli Europei del ’73, fu Giancarlo Primo che lo riconfermò nelle successive quattro edizioni; nel suo considerevole curriculum azzurro, anche un Mondiale e un altro Europeo nell’era di Gamba.

Carlo Recalcati è nato a Milano, l’11 settembre 1945. Cominciò a giocare a basket a 13 anni, nel campetto di un istituto che si trovava proprio sotto casa, ma già a 15 dovette smettere per... motivi di lavoro, essendo stato assunto come apprendista alla Radiomarelli. Fu Gianni Corsolini a portarlo a Cantù, due anni dopo, e da lì cominciò la lunga epopea con la maglia della squadra brianzola: ben 17 stagioni, con due scudetti, tre Coppe Korac, tre Coppe delle Coppe e una Coppa Intercontinentale. Col suo 1,83 aveva iniziato la carriera da play-maker, poi si spostò al ruolo di guardia, e da lì sprigionò la sua attitudine al tiro dalla distanza (veloce, preciso, imprevedibile), potremmo dire modello jugoslavo, anche se il nomignolo che gli è rimasto appioppato, “Charly”, richiamava più gli stranieri americani. Esordio in Nazionale nel maggio del 1967, in un torneo preparatorio ai Mondiali in Uruguay; Paratore lo portò poi agli Europei di quell’anno e alle Olimpiadi di Città del Messico dell’anno dopo. Tra i pochi a essere confermati nel passaggio all’era di Primo, partecipò ad altri tre Europei, a un Mondiale e a una Olimpiade, con l’intermezzo di un periodo di tre anni senza convocazioni. Avrebbe poi intrapreso una lunghissima carriera di allenatore, di club e di Nazionale (ma di questo avremo modo di parlare in seguito...).

Ivan Bisson è nato il 21 aprile 1946, a Macerata, città che lasciò a quindici anni, per trasferirsi a Teramo, dove mosse i primi passi cestistici. A 19 anni il grande salto a Varese, con una gavetta in squadre minori (e una parentesi a Udine, con la Snaidero), prima di dare il via alla sua lunga serie di successi con la grande Ignis, poi Mobilgirgi: 5 scudetti, 4 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali. Ala di due metri, aveva ottime doti di tiratore da fuori e di veloce contropiedista, ma si faceva valere anche nel gioco sotto canestro. Esordio in Nazionale sperimentale con Paratore, in Nazionale maggiore con Giancarlo Primo nel ’69; da allora, quattro partecipazioni agli Europei, una al Mondiale e due alle Olimpiadi. Abbandonata l’attività agonistica, è stato per due anni presidente del Varese Calcio. Attualmente vive a Roseto degli Abruzzi.

Martedì, 14 Marzo 2017 10:37

Europei di basket: Belgrado 1975

Bronzo in casa dei nuovi mostri!

Era il grande momento della Jugoslavia! Protagonista assoluta, perché tornava a ospitare il Campionato Europeo dopo avere conquistato il primo oro nella precedente edizione di Barcellona. Un paese al centro dell’attenzione, una squadra favorita dai pronostici. Da quelle parti il basket (kosarka in lingua slava) era vissuto come un autentico fenomeno di stato. Basti pensare all’obbligo istituzionale di costruire un campo all’aperto e una palestra in ogni nuovo isolato di case; o anche solo alle visite – rituali e non proprio di cortesia – che il capo del governo, il Maresciallo Tito, riservava alla Nazionale in ritiro, prima di ogni manifestazione importante. In quel giugno del 1975, c’erano davvero tutte le premesse affinché il “grande momento” si trasformasse in mera esaltazione.

Giuseppe “Pino” Brumatti è nato a Gorizia il 19 novembre 1948. Con la maglia del Simmenthal fu uno degli artefici della conquista dello scudetto nella stagione ’71-’72; a Milano si aggiudicò anche tre volte la Coppa delle Coppe e una volta la Coppa Italia. Guardia di 1,90, aveva nel tiro (dalla lunga e dalla media distanza) la sua arma più efficace, tanto che fu il primo italiano a superare il limite dei 7000 punti. Ha vestito la maglia della Nazionale partecipando a due Europei e a due Olimpiadi. In campionato ha giocato anche – e sempre da protagonista – a Torino, a Reggio Emilia, a Verona, per chiudere a Siena già quarantenne, e intraprendere poi la carriera di dirigente. Il 21 gennaio del 2011, all’età di 62 anni, a causa di un improvviso malore nella sua Gorizia, è mancato all’affetto dei suoi cari e di tutti gli appassionati italiani di basket.

Luigi Serafini è nato a Formigine, in provincia di Modena, il 17 giugno 1951. Fino a quasi 16 anni non aveva mai preso un pallone di basket in mano (piuttosto lavorava in fabbrica), ma la sua statura si era già bene avviata a raggiungere la quota di 2 metri e 10. Non passava inosservato, insomma. Fu Nino Calebotta, il primo gigante del basket italiano, a notarlo; o meglio, glielo segnalò il medico condotto di Casinalbo (la frazione in cui Luigi abitava), un giorno in cui Calebotta, che si era dedicato alla professione di informatore farmaceutico, gli aveva fatto visita. Il giovane Serafini si ritrovò di colpo nella casa della Virtus Bologna, e lì bruciò le tappe recuperando il tempo perduto. Nove stagioni con le “V” nere, vincendo una Coppa Italia e uno scudetto; poi altre nove stagioni, in giro per Milano, Venezia, Fabriano e Firenze. Pivot dotato di buona tecnica, faceva sentire la sua presenza sia in difesa che in attacco, dove esibiva il suo tipico “passo e uncino”. In Nazionale la sua carriera si è protratta per quasi tutto il decennio degli anni settanta, durante l’era Primo, con quattro Europei, due Olimpiadi e un Mondiale.

Marino Zanatta è nato l’8 febbraio del 1947 a Milano, città dove ha giocato a basket con la squadra sponsorizzata All’Onestà, fino a 24 anni. Ala di 1,98, la sua lunga serie di successi arrivò col trasferimento a Varese, dove in sette stagioni conquistò quattro scudetti, quattro Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinentale. Era una risorsa per gli allenatori, che lo potevano impiegare in vari ruoli in campo; buon tiratore dalla lunga distanza, ottimo difensore, sia a uomo che a zona. Con la maglia della Nazionale ha totalizzato 170 presenze, disputando ben quattro Europei (due volte medaglia di bronzo), un Mondiale e due Olimpiadi (Monaco ’72 e Montreal ’76), tutte manifestazioni con Giancarlo Primo allenatore. Intrapresa la carriera di dirigente, è stato general manager e poi presidente della Pallacanestro Varese.

Martedì, 07 Marzo 2017 12:04

Europei di basket: Barcellona 1973

La prima caduta degli Dei sovietici!

Che qualcosa avesse cominciato a stravolgere il mondo cestistico, lo si era già capito dal sorprendente esito delle Olimpiadi di Monaco dell’anno prima, quando l’Unione Sovietica aveva per la prima volta tolto agli Stati Uniti il predominio assoluto nella manifestazione, seppure al termine di una contestatissima finale. Quel che forse non ci si aspettava è che al diciottesimo appuntamento con i Campionati Europei, di scena in Spagna nell’autunno del ’73, fosse proprio il colosso URSS a impersonare la vittima di questo cambiamento, lasciando non solo la medaglia d’oro alla Jugoslavia – dopo averla conquistata ininterrottamente per otto edizioni e dieci volte in dodici partecipazioni – ma anche la piazza d’onore alla squadra di casa, che di medaglia non aveva mai vinto neanche quella di legno!

Renzo Bariviera è nato a Cimadolmo, in provincia di Treviso, il 16 febbraio del 1949. Cresciuto cestisticamente a Conegliano e a Padova, cominciò nel ’69 la sua prima avventura con l’Olimpia Milano, conquistando uno scudetto e due Coppe delle Coppe in sei stagioni; dopo una parentesi a Forlì e a Ozzano, ritorno ai grandi successi con Cantù: altro scudetto, altre due Coppe delle coppe, ma anche due Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinentale. Poi la seconda avventura milanese, in tempo per conquistare ancora due scudetti e una Coppa Korac. Ala di 2 metri, fisico atletico, è stato un jolly, in grado di eccellere in vari ruoli in campo; buon realizzatore, col suo tiro in penetrazione o in gancio, si è dimostrato anche un altrettanto valido difensore, soprattutto ai rimbalzi. Il suo percorso in Nazionale è quasi coinciso con quello di Giancarlo Primo, dal ’69 al ’78, con 5 Europei, 2 Mondiali e 2 Olimpiadi; occupa il sesto posto nella graduatoria delle presenze (210), il quinto per punti realizzati (2193).

Giovedì, 02 Marzo 2017 21:20

Essen 1971: Il ricordo di… Dino Meneghin

Dino Meneghin è nato ad Alano di Piave, in provincia di Belluno, il 18 gennaio del 1950. Trasferitosi con la famiglia a Varese, cominciò qui a giocare a basket, avendo come suo primo allenatore Nico Messina, che lo fece maturare innanzitutto dal punto di vista atletico. La tecnica la affinò con Gianni Asti, prima, e con Vittorio Tracuzzi, poi, che lo fece esordire in prima squadra, nell’Ignis, all’età di 16 anni. Da allora una serie quasi ininterrotta di successi e di titoli, ottenuti sia nelle quindici stagioni varesine che nelle successive nove con la maglia dell’Olimpia Milano: in totale, 12 scudetti, 7 Coppe dei Campioni, 4 Coppe Intercontinentali, 1 coppa Korac, 2 Coppe delle Coppe, 6 Coppe Italia.

Martedì, 28 Febbraio 2017 09:41

Europei di basket: Essen 1971

Torna la medaglia azzurra: era ora!

L’attesa, la lunghissima attesa per la riconquista di una medaglia azzurra, finì in una grigia città della Renania-Westfalia, stato federato della Germania Ovest. Essen, 18 settembre 1971. Nella finale per il terzo posto, la Nazionale italiana si trovava di fronte la “bestia nera” Polonia, e stavolta la batteva, conquistando un bronzo che valeva... oro! Erano trascorsi 25 anni dall’ultimo podio, l’argento del ’46 a Ginevra, quando il basket era praticamente un altro sport e sulla bandiera tricolore campeggiava ancora lo stemma sabaudo. Un quarto di secolo vissuto tra indifferenza e illusioni, con qualche occasione sprecata qua e là, ultima quella dell’Europeo organizzato in casa, a Napoli; circostanza favorevole, che a tante rappresentative nazionali (alla nostra no!) aveva permesso di volare in alto.

Aldo Ossola è nato a Varese, il 13 marzo del 1945, e nella città natale iniziò a giocare a basket, già all’età di 10 anni; fece la trafila delle giovanili con la Robur et Fides, poi sponsorizzata Prealpi. Esordì nella massima serie con la seconda squadra di Milano, All’Onestà, ma a 23 anni fece rientro a Varese, e con le maglie di tre diversi sponsor (Ignis, Mobilgirgi ed Emerson) fece man bassa di titoli: sette scudetti, cinque Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe, due Coppe Intercontinentali. Otto anni di militanza con la maglia azzurra, con la partecipazione agli Europei del ’69 a Napoli. Playmaker di 1,92, la sua regia in campo aveva l’eleganza di una direzione d’orchestra, ciò che gli è valso l’appellativo di von Karajan. Esempio di longevità, ha continuato a calcare i parquet fino all’età di 64 anni.

Massimo Cosmelli è nato a Rosignano Marittimo (LI), il 6 agosto 1943. Cresciuto nel fertile vivaio di Livorno, dove conquistò un titolo nazionale juniores nel ’61 a spese del Simmenthal Milano (31 punti per lui in quella finale), giocò in serie A assieme al fratello Maurizio, più grande di tre anni, nella prima squadra della città, la Libertas. Nel ’65 il passaggio alla Virtus Bologna, cinque stagioni, buoni piazzamenti; poi un anno a Milano, sponda All’Onestà, due a Udine, tre a Siena, prima del ritorno a Livorno, dove è passato dal campo alla poltrona di general manager. In quest’ultimo ruolo vanno ricordate soprattutto le tredici stagioni con la Scavolini Pesaro, illuminate da due scudetti e due Coppe delle Coppe. Play-maker di 1,80, il suo gioco si è via via trasformato da finalizzatore (arresto e tiro, entrata veloce) a regista (assist ai lunghi, difesa). Esordio in Nazionale con Paratore ai Giochi del Mediterraneo del ’63 (oro a Napoli); da allora una presenza quasi costante fino al ’71 (cinque Europei, due Mondiali e l’Olimpiade del ’68), entrando nel frattempo nella corte di Giancarlo Primo.

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