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Stavolta si trattava proprio di un addio, e non di un arrivederci! Lo sapeva bene coach Sandro Gamba, che ci teneva tanto, tantissimo, a chiudere in bellezza con l’Europeo del ’91. Lui giocava per la prima volta in Italia un torneo continentale da allenatore capo della Nazionale: quale migliore occasione per coronare il suo sogno? A Roma, peraltro, aveva provato da giocatore la grande esaltazione delle Olimpiadi del ’60, proprio in quel Palazzo dello Sport dell’EUR che adesso si ripresentava come unico, grande teatro della manifestazione. L’Europeo in Italia tornava dopo le edizioni di Napoli ’69 e di Torino ’79; un sesto e un quinto posto che avevano lasciato una scia di delusione. Conquistare una medaglia in casa, come era successo a tante Nazionali nella lunga storia degli Europei, era una opportunità che non bisognava più lasciarsi sfuggire. A costo di preparare per due anni la squadra per questo obiettivo, come in effetti fece Sandro Gamba. Nell’estate del ’90 portò la comitiva in una lunga tournée nel continente americano, per partecipare dapprima ai Goodwil Games in USA, a Seattle, poi ai Mondiali in Argentina, a Buenos Aires. La formazione era rimaneggiata a causa di varie rinunce o infortuni, quasi un pretesto per sperimentare e collaudare. Che poi non andò proprio così male: perché a Seattle si rimediò un settimo posto, dopo aver perso di 3 con l’URSS (l’ultima della storia) e avere battuto la Spagna; mentre in Argentina si scoprì l’ebbrezza di arrivare al nono posto dopo aver perso... una sola partita!

Martedì, 23 Maggio 2017 21:55

Europei di basket: Roma 1991

L'argento infuocato del Palaeur

Primeggiare in campo era una cosa che ci capitava raramente. Anzi, ci era riuscita una sola volta. Superare gli altri come capacità organizzativa, invece, era un risultato che si otteneva sempre, tutte le volte che l’Italia accoglieva i campionati europei. Erano gli ospiti a riconoscerlo, non noi a rivendicarlo. Così era andata a Napoli, nel 1969, quando un’intera regione come la Campania aveva riversato nel basket la sua inimitabile carica passionale; così pure a Torino, dieci anni dopo, quando il sostegno della FIAT aveva permesso di pianificare tutto con la stessa precisione con la quale venivano fabbricate le automobili.
Roma capitale, nel ’91, offrì di più e di meglio. L’idea di affidare l’intera organizzazione (non solo la sponsorizzazione) a un privato, che nel caso specifico era il Gruppo Ferruzzi, già proprietario della maggiore squadra di basket romana, la Virtus Messaggero, risultò vincente in termini di spettacolarità e di partecipazione di pubblico. Nel “di più” che venne offerto fu compresa anche la bella medaglia conquistata dalla Nazionale azzurra, ciliegina sulla torta che – con mille recriminazioni – ci era mancata nelle precedenti occasioni.

Massimo Iacopini è nato a Empoli (in provincia di Firenze), il 10 maggio 1964. Crescita cestistica nell’US Empolese, fino a quando a 17 anni la Fortitudo Bologna lo fece esordire nel massimo campionato. Dopo quattro stagioni, il trasferimento alla Benetton Treviso, dove è rimasto dieci anni, trovando la sua definitiva consacrazione come giocatore, oltre ai successi di squadra: uno scudetto, una Coppa Europa e tre Coppe Italia, tutti nella prima metà degli anni novanta. Guardia di 1.96, si è distinto come uno dei migliori realizzatori del campionato, mettendo in mostra anche buone doti di passatore e di contropiedista. Esordio in Nazionale con Valerio Bianchini, che lo portò agli Europei dell’87 ad Atene; nel suo curriculum in maglia azzurra, altri due Europei, nell’89 e nel ’93, e l’oro ai Giochi del Mediterraneo del ’93. Carriera terminata a 33 anni, con le ultime apparizioni a Siena e a Padova. Dopo il ritiro, varie attività lavorative, tra cui quella di team manager nella Benetton di Treviso, città dove si è stabilito.

Walter Magnifico è nato il 18 giugno 1961 a San Severo, in provincia di Foggia. A 10 anni era già alto un metro e 72 (sarebbe arrivato a 2 e 09) e il bidello della scuola media, cercatore di talenti, non perse un attimo a mettergli un pallone di basket in mano. Nella cittadina pugliese fece i campionati giovanili ed esordì in prima squadra; ma a 18 anni era già tempo di approdare in una società di serie A, la Fortitudo Bologna. Seguirono gli anni di Pesaro, dove con la Scavolini fu artefice di due scudetti, una Coppa delle Coppe e due Coppe Italia. Nel club marchigiano, di cui divenne bandiera e capitano, sarebbe tornato a fine carriera, dopo le positive esperienze a Bologna (sponda Virtus, con un’altra Coppa Italia) e Roma. Nel ruolo di ala grande, Magnifico è stato uno dei migliori talenti espressi dal basket italiano (tanto da attirare le attenzioni della NBA): ottimi fondamentali, rimbalzi, agilità sotto canestro, tiro dalla media distanza. In Nazionale occupa il settimo posto nella classifica delle presenze (e il sesto in quella dei marcatori), avendo disputato cinque Europei, una Olimpiade e un Mondiale. In campo fino a 43 anni, si è poi cimentato nel ruolo di allenatore e in quello di dirigente, divenendo peraltro capo delegazione di Nazionali giovanili. Da qualche anno ha creato a Pesaro una propria società di basket giovanile, la “Real Magnifico Basket Club”, nome suggerito dalle sue simpatie per il Real Madrid Baloncesto.

L'addio alla Nazionale, dato tra lacrime di gioia e di commozione con la medaglia di bronzo al collo conquistato all’Europeo di Stoccarda ’85, si rivelò poi un... arrivederci! Sandro Gamba venne richiamato sulla panchina azzurra (e lui ben volentieri accettò) all’indomani del quinto posto riportato da Valerio Bianchini all’Europeo di Atene ’87. C’era l’Olimpiade di Seul all’orizzonte, ma al torneo pre-olimpico disputato in Olanda, tra Arnhem e Rotterdam, la qualificazione non arrivò nonostante sette vittorie su dieci incontri (compresa quella con la Spagna, che a Seul invece sarebbe andata). A coach Gamba, quindi, non restava che preparare nel migliore dei modi la squadra – in piena fase di rinnovamento – per il successivo appuntamento continentale, gli Europei di Zagabria ’89. Dove peraltro, per nuove disposizioni della Fiba, si poteva accedere solo con una qualificazione sul campo; compito che era stato assolto in maniera alquanto disinvolta, battendo, tra le altre, la Svizzera a Forlì, in quella che è passata alla storia come la partita dei record: 141 a 75 (il precedente maggiore attivo era 128 a 49 contro l’Irlanda), con 46 punti di Antonello Riva (che superò il primato dei 45 punti messi a segno da Adelino Cappelletti, trentuno anni prima). Nei due anni di assenza dalla Nazionale, intanto, Gamba aveva nuovamente respirato l’aria eccitante del campionato, guidando la Virtus Bologna fino ai play-off scudetto in entrambe le stagioni.

Venerdì, 12 Maggio 2017 19:58

Europei di basket: Zagabria 1989

Gamba-bis nello strapotere slavo

Squadre partecipanti: otto. Durata del torneo: sei giorni. Il ritorno degli Europei in Jugoslava fece registrare numeri da anteguerra, quando il basket era lusso di pochi, e non si doveva dar conto alle TV o agli sponsor. Il fatto è che, proprio in termini di spettacolo, il coinvolgimento di più squadre e la dilatazione dei tempi non produceva sempre i risultati voluti. Nell’arco di un torneo c’erano ancora molte partite che non riuscivano ad attirare il grande pubblico. Per cui si pensò di restringere.
E poi, in Europa cominciava a sentirsi qualcosa di strano, un’aria di cambiamento che dal mondo politico avrebbe investito anche quello sportivo, paralizzandolo un po’, almeno all’inizio. Il Muro di Berlino era destinato a cadere da lì a qualche mese, e intanto la Germania era momentaneamente scomparsa dalla scena; sarebbe toccato poi anche all’Unione Sovietica e alla Jugoslavia, prima che la loro disgregazione non provocasse l’effetto contrario di una moltiplicazione.

Flavio Carera è nato a Bergamo, il 18 gennaio 1963. Cresciuto cestisticamente nella città natale, ha esordito in prima squadra a sedici anni, con l’Alpe in serie B, allenata da Euro Abate. L’anno dopo cominciò la scalata alla serie A1, con due promozioni consecutive; in panchina c’era Carlo Recalcati. La sua affermazione nel ruolo di centro (2 e 06, fisico atletico, buona presenza sotto canestro, qualità spiccate di rimbalzista e di difensore) arrivò col trasferimento a Livorno, dove arrivò a un... decimo di secondo dallo scudetto, nella famosa finale dell’89 persa contro la Philips Milano. Il titolo tricolore, anzi tre consecutivi (dal ’93 al ’95), riuscì a conquistarli poi con la Virtus Bologna: il primo con Ettore Messina in panchina, gli altri due con Alberto Bucci. In Nazionale fece il suo ingresso con Valerio Bianchini, nell’86, che lo portò agli Europei di Atene dell’anno dopo. Nel suo curriculum azzurro, altri quattro tornei continentali: il secondo con Gamba, gli altri tre con Messina negli anni novanta (e qui una medaglia d’argento). La sua carriera nei club si è allungata fino a quasi 40 anni, con trasferimenti a Roma, Reggio Emilia, Fabriano e Montecatini. In realtà, non ha ancora smesso di giocare: da qualche tempo, infatti, è tornato a vestire stabilmente la maglia azzurra della Nazionale Over (40, 45, 50), mettendo al collo ben tre ori europei e tre mondiali (con la speranza di aggiungerne un altro ai Mondiali Over di Montecatini, del prossimo luglio).

Antonello Riva è nato a Lecco, il 28 febbraio 1962. Cresciuto nel piccolo centro brianzolo di Rovagnate, a 14 anni i dirigenti di Cantù, notando le sue doti fisiche, lo prelevarono e lo fecero maturare nel loro college. Dodici stagioni nella massima serie con la Pallacanestro Cantù (Gabetti, Squibb, Ford, Jolly Colombani, Arexons, Wiwa Vismara), vincendo una volta lo scudetto, due la Coppa dei Campioni, una la Coppa Intercontinentale, due la Coppa delle Coppe. Un altro titolo, la Coppa Korac, lo ha conquistato nel corso della successiva militanza nell’Olimpia Milano (allora Philips). Guardia di 1,96, con spalle larghe e 99 kg di tutti muscoli, è stato il più grande tiratore del basket italiano. Parlano i numeri: record di punti segnati in serie A (14.397, più del brasiliano Oscar Schmidt); in maglia azzurra, record di punti totali (3.785) e di punti in una sola partita (46 contro la Svizzera nell’87, uno in più del primato di Cappelletti, canturino anche lui, stabilito nel lontano ’56). L’esordio in Nazionale con Gamba, che lo inserì nella rosa della squadra vincitrice agli Europei di Nantes ’83. Da allora, titolare inamovibile (salvo infortuni), ancora con Gamba (Olimpiadi di Los Angeles), poi con Bianchini (Mondiali ’86 ed Europei ’87) e di nuovo con Gamba (per successivi due Europei e un Mondiale). Tra i suoi record, anche quello della longevità cestistica, fino a 45 anni, passando da una squadra all’altra (Pesaro Gorizia, ancora Cantù, Rieti), in tempo per avere il piacere di giocare al fianco del figlio Ivan.

Valerio Bianchini è nato a Torre Pallavicina (paesino della Bassa Bergamasca), il 22 luglio 1943. Cresciuto a Milano, fin da giovanissimo si è dedicato all’attività di allenatore di basket, e il primo stipendio – come ama ricordare – lo ebbe a 23 anni, guidando una squadra femminile a Villasanta, nei pressi di Monza. Le esperienze più importanti per la sua maturazione professionale sono state quelle che lo hanno visto come assistente di Dido Guerrieri a Vigevano e di Arnaldo Taurisano a Cantù. Il trasferimento a Roma, per sedere sulla panchina della Stella Azzurra, fu una ardua scommessa più che un salto professionale; e fu la prima da lui vinta, perché in sette stagioni (dal ’72 al ’79) portò la squadra dalla serie B a un sorprendente quarto posto nella massima serie. Allo scudetto sarebbe arrivato appena due anni dopo, quando fece ritorno a Cantù come allenatore capo: con l’allora marchio Squibb conquistò anche la Coppa delle Coppe e la Coppa dei Campioni. Exploit che riuscì a ripetere negli anni successivi a Roma, con la Virtus: scudetto, Coppa dei Campioni, anche la Coppa Intercontinentale. Non contento, un altro titolo tricolore lo andò a vincere a Pesaro, nell’88, ottenendo così il primato dei tre scudetti in tre squadre diverse (poi eguagliato da Carlo Recalcati sedici anni dopo). Chiamato in Nazionale al posto di Sandro Gamba, vi è rimasto per due anni, dal Mondiale ’86 di Barcellona all’Europeo ’87 di Atene (un sesto e un quinto posto). Tornato ai club, avrebbe ancora girovagato a lungo, cambiando altre undici volte e aggiungendo anche una Coppa Italia (con la Fortitudo Bologna nel ’98) al suo già ricco palmares. A 65 anni l’ultima sua apparizione in panchina, a Varese. Allenatore dotato di grande cultura (cestistica ed extra) e di spiccata personalità, ha dato sempre una impronta tecnica e psicologica alle sue squadre, frutto di una ostinata applicazione in allenamento.

Domenica, 30 Aprile 2017 17:50

Europei di basket: Atene 1987

Il delirio greco ferma Bianchini

Tutto come... non previsto! Quel che avvenne ad Atene in occasione del 25° Campionato Europeo maschile di basket non poteva neanche lontanamente essere immaginato. La sorpresa non fu solo il trionfo dei padroni di casa della Grecia, ma la maniera con la quale questo maturò, con colpi di scena a ripetizione nel finale, dopo una fase di qualificazione diciamo normale, che non avrebbe tentato il più audace degli scommettitori. Si parlò di rivoluzione. Che in realtà poi non ci fu. Ma prima che in Europa arrivasse la rivoluzione vera (caduta del Muro di Berlino, disfacimento di URSS e Jugoslavia) bisognò fin da allora fare spazio allo sventolio di nuove bandiere.

Renzo Vecchiato è nato a Trieste, l’8 agosto 1955. All’età di 17 anni – due metri già superati di qualche centimetro – Cesare Rubini e Sandro Gamba lo andarono a prelevare nella sua casa per portarlo a Milano, e farlo crescere cestisticamente con la maglia dell’Olimpia. Qualche anno di spola con Roma, nelle file della Stella Azzurra guidata da Valerio Bianchini, poi Rimini, Torino e Pesaro, dove conquistò lo scudetto nel 1988. Il suo ingresso in Nazionale, con Giancarlo Primo, avvenne in occasione degli Europei di Liegi ’77, manifestazione alla quale prese parte nelle successive quattro edizioni, passando poi alla corte di Gamba; nel suo ciclo in maglia azzurra, anche due Olimpiadi e un Mondiale; e tutti piazzamenti dal quinto posto in su. Pivot con ottime doti di difensore e di rimbalzista, in Nazionale vanta il primato dei tiri liberi segnati in una partita (21 su 22 contro la Spagna a Ginevra, in una partita di qualificazione per le Olimpiadi di Mosca).

Romeo Sacchetti è nato ad Altamura, in provincia di Bari, il 20 agosto 1953. Novara è stata la sua culla cestistica, Asti la palestra della sua maturazione. Alla ribalta del basket nazionale giunse col Gira Bologna, sponsorizzato Fernet Tonic, dove rimase tre stagioni. Poi il ritorno in Piemonte, a Torino, nella società Auxilium, con la quale approdò ai play-off scudetto in cinque stagioni su cinque. L’ultimo trasferimento, a Varese, ebbe una durata più lunga, otto anni, nel corso dei quali continuò a collezionare play-off scudetto oltre che finali di Coppa Korac e Coppa Italia, senza riuscire ad agguantare il titolo. Alto quasi due metri, un fisico massiccio, poteva definirsi un vero jolly, in grado di adattarsi a tutti i ruoli, sia vicino che lontano da canestro. Il suo esordio in Nazionale, voluto da Gamba (già suo allenatore a Torino) fu bagnato dall’argento olimpico a Mosca. Seguirono due Europei (entrambi col podio), un’altra Olimpiade e un Mondiale. Fermata bruscamente la sua carriera da un grave infortunio, già da vent’anni ha intrapreso quella di allenatore, coronata dalla conquista di uno scudetto, due Coppe Italia e una Supercoppa a Sassari. Attualmente allena a Brindisi.

Dopo l’argento olimpico di Mosca ’80 e l’oro europeo di Nantes ’83, a Sandro Gamba non sarebbe dispiaciuto di completare la sua raccolta di medaglie con un bronzo, alla guida della Nazionale. Ci provò all’Olimpiade di Los Angeles ’84, dove si presentava quasi con la stessa formazione che aveva trionfato l’anno prima in Francia: finì con un quinto posto e qualche recriminazione. L’obiettivo fu centrato al secondo tentativo, negli Europei di Stoccarda dell’85. Gamba sapeva che per lui sarebbe stato anche l’ultimo, avendo già deciso di tornare sulla panchina di un club: per il basket italiano fu un’altra pagina storica.

Domenica, 23 Aprile 2017 11:39

Europei di basket: Stoccarda 1985

Un bronzo per l'arrivederci a Gamba

Eravamo campioni in carica. Non si poteva far finta di nulla. Il sorprendente oro di Nantes ’83 avrebbe anche potuto esaltarci, da un lato; dall’altro, però, ci procurava una sorta di apprensione. Sapevamo che era praticamente impossibile ripetere a distanza di soli due anni l’impresa dell’ultimo campionato europeo; ma il vero timore era quello di ricadere subito giù, nelle posizioni ai piedi del podio, in quella terra dei rimpianti dove – nostro malgrado – ci era spesso toccato accomodarci negli ultimi tempi. Ecco perché la medaglia di bronzo, conquistata al termine di una finale vinta ancora una volta contro la Spagna, ebbe il sapore di un altro autentico trionfo. Il basket italiano stava vivendo un grande momento!

Renato Villalta è nato a Maserada sul Piave, in provincia di Treviso, il 3 febbraio 1955. Fin da giovanissimo, Augusto Giomo (vecchia gloria della Nazionale anni Sessanta) lo fece esordire nella squadra di Mestre, con cui raggiunse la serie A. Seguirono tredici lunghe stagioni con la Virtus Bologna, dove ha conquistato tre scudetti e due Coppe Italia. Alto 2 e 04, iniziò la sua carriera da pivot, poi Dan Peterson lo spostò all’ala, esaltando le sue qualità di tiratore, oltre che di difensore e rimbalzista. Lunga anche la sua militanza in Nazionale: è stato presente in ben sei edizioni degli Europei (da quella del ’75 a quella dell’87, saltando quella del ’77 per motivi di studio), due Olimpiadi (Mosca ’80 e Los Angeles ’84) e due Mondiali (’78 e ’86); con tre diversi allenatori (Primo, Gamba e Bianchini), ha totalizzato in maglia azzurra 207 presenze e più di 2200 punti (terzo nella classifica marcatori alle spalle di Riva e Meneghin). Dopo il ritiro è stato il primo presidente della GIBA (l’associazione dei cestisti italiani).

Dino Meneghin disputò a Nantes, nell’83, il suo ottavo e ultimo campionato europeo. Chiusura con una medaglia d’oro, dopo aver vinto quella di bronzo nel ’71 a Essen e nel ’75 a Belgrado. Dopo l’esordio in maglia azzurra con Nello Paratore (a 16 anni, in tornei amichevoli), Meneghin ha figurato nella Nazionale di Giancarlo Primo dal ’69 al ’79 (sei Europei, due Mondiali, due Olimpiadi) e in quella di Sandro Gamba dall’80 all’84 (due Olimpiadi e due Europei). Oltre al record di presenze agli Europei, può vantare anche quello dei quindici anni di militanza in maglia azzurra senza mai saltare una manifestazione ufficiale. Dopo avere chiuso la carriera di giocatore (a 44 anni), si è dedicato a quella di dirigente, che lo ha riportato in Nazionale come team manager, in un periodo (dal ’97 al 2008) in cui sono arrivate altre tre medaglie europee (argento, oro e bronzo) e una olimpica (l’argento di Atene). Dal 2009 al 2013 ha ricoperto il ruolo apicale di Presidente della Federazione Italiana Pallacanestro.

La terza tappa di Sandro Gamba alla guida della Nazionale, dopo l’Olimpiade di Mosca dell’80 e l’Europeo di Praga dell’anno dopo, fu l’Europeo di Nantes dell’83. C’erano stati i Campionati Mondiali a Cali, in Colombia, l’anno prima, ma l’Italia non vi partecipò. L’obiettivo era di migliorare il quinto posto di Praga, magari mettendo un piede sul podio. Arrivò l’oro!

Sabato, 15 Aprile 2017 11:02

Europei di basket: Nantes 1983

Finalmente oro, e spumante a fiumi

Giorno, mese e anno. Quando si ricordano certi avvenimenti, bisogna cominciare dalla data esatta. Era il 4 giugno 1983. A Nantes, città francese della Loira con vista Atlantico, gli azzurri del basket conquistavano il loro primo oro europeo. C’era voluto quasi mezzo secolo per raggiungere il punto più alto, e il fatto di esserci arrivati con le proprie forze, e senza neanche i favori del pronostico, diede ancor più la percezione della grande impresa sportiva. Quindi tutto era destinato a rimanere scolpito nella storia, quella data a trasformarsi in ricorrenza da celebrare.

Per rivedere certe immagini, e magari riprovare l’emozione di allora, a qualcuno basterà ancora chiudere gli occhi. Ecco Charlie Caglieris, al suono della sirena nella finalissima con la Spagna, correre solitario per il campo e baciare il pallone che tiene stretto tra le mani. E l’allenatore Sandro Gamba, in versione capo guerriero, portato in trionfo dai suoi giocatori. E poi lui, Dino Meneghin, 33 anni, che gioisce come un ragazzino e che si lascia volentieri inondare da un fiume di spumante (spumante Ferrari, non lo champagne degli ostili francesi!).

Ario Costa è nato a Cogorno (in provincia di Genova), il 26 settembre 1961. Ha mosso i primi passi nel basket con l’Alcione di Chiavari, ma a 17 anni – fisico statuario, destinato a raggiungere i 2 metri e 10 – venne ingaggiato dalla Pinti Inox Brescia, dove rimase fino all’84, militando tra la A1 e la A2. Il trasferimento a Pesaro, con la maglia della Scavolini, venne coronato dalla conquista di due scudetti e una Coppa Italia, e per dodici stagioni fu un beniamino della tifoseria locale. Centro di grandi risorse fisiche, con le sue enormi mani era in grado di agguantare un gran numero di rimbalzi, e col tempo affinò anche le sue capacità realizzative. Il suo esordio in Nazionale con Gamba, nel novembre dell’80, e da allora una lunga presenza in azzurro, con ben sei Europei e due Mondiali, e il rammarico di avere dovuto rinunciare all’Olimpiade di Los Angeles per la rottura del tendine d’Achille. Lunga e movimentata anche la sua successiva carriera da dirigente, che lo ha visto legato soprattutto a Pesaro, e ad altre sei società. Attualmente riveste l’importante ruolo di consigliere federale.

Enrico Gilardi è nato a Roma, il 20 gennaio del 1957. La sua carriera di cestista parte da ragazzino, con la Excelsior Testaccio, prima società di mini-basket ad avere visto un proprio iscritto approdare in Nazionale. Ha indossato maglie di varie squadre della capitale, da quella del Basket Roma, con cui ha vinto titoli giovanili, a quella della Lazio, della Stella Azzurra e infine della Virtus, di cui è stato capitano e artefice dei grandi successi negli anni ottanta: uno scudetto, una Coppa dei Campioni, una Coppa Korac, una Coppa Intercontinentale. Rilevante anche il suo curriculum in maglia azzurra, alla corte di tre diversi allenatori: Primo, Gamba e Bianchini. Gilardi ha disputato ben quattro campionati europei (’79,’81,’83,’85), due Olimpiadi (Mosca ’80 e Los Angeles ’84), un Mondiale (Madrid ’86), totalizzando 159 presenze e più di mille punti.

Sandro Gamba ha iniziato la sua carriera da allenatore nel 1965 con l’Olimpia, la squadra della sua città, con la quale aveva conquistato ben dieci scudetti da giocatore. Nel suo nuovo ruolo, i successi non si sono fatti attendere: tre scudetti, due coppe delle Coppe e una Coppa Italia tra il ’65 e il ’72. Passato sulla panchina dell’Ignis Varese, la musica non è cambiata: altri due scudetti e, soprattutto, due Coppe dei Campioni. Nel ’77, con la voglia di rimettersi in gioco (e di sfidare sé stesso), è sceso in A2 con l’Auxilium Torino: subito la promozione in A1, poi due belle stagioni, culminate coi play-off. È quindi cominciata la sua (prima) avventura in Nazionale. Esordio alla grande alle Olimpiadi di Mosca dell’80, con una sorprendente medaglia d’argento; l’anno dopo, il suo primo campionato europeo da capo allenatore, a Praga.

Sabato, 08 Aprile 2017 11:39

Europei di basket: Praga 1981

Gamba e novità, ma ancora quinti!

L’argento olimpico di Mosca, conquistato l’anno prima grazie a un felice incontro di eventi favorevoli, stava ancora sulle spalle della Nazionale azzurra, fardello troppo pesante da portare. E infatti ne rimase schiacciata! Se qualcuno si era illuso che il basket italiano, una volta proiettato al vertice mondiale, avesse trovato la forza e l’eccitazione giuste per rimanervi stabilmente, dovette ricredersi subito. L’Europeo di Praga ’81 ci risistemò là dove ci avevano lasciato le precedenti due edizioni, cioè appena fuori dal podio, un posto in cui era più facile recriminare che accontentarsi.

Gianni Bertolotti è nato il 12 febbraio 1950, a Milano, città dove ha cominciato (a 15 anni) a giocare a basket nelle file della All’Onestà. Riccardo Sales fu suo allenatore nelle giovanili, poi trovò Vittorio Tracuzzi in prima squadra (con Zanatta, Bovone, De Rossi, tra i compagni). Nel ’71 il trasferimento a Bologna, dove ottenne la sua definitiva affermazione, sotto la guida di Dan Peterson; con la maglia della Virtus arrivarono tre scudetti e una Coppa Italia. Passò una stagione sulla sponda della Fortitudo e giocò anche a Trieste, ma fu con la Virtus Roma che riconquistò un trofeo, la Coppa dei Campioni nell’84. Interprete moderno –con i suoi due metri – del ruolo di guardia, aveva nel tiro preciso dalla distanza, nel contropiede e nel grande dinamismo le sue qualità migliori. Esordio in Nazionale nel ’70, in una amichevole a Roma, convocato da Giancarlo Primo, con il quale ha poi percorso tutta la sua carriera in maglia azzurra: quattro Europei, una Olimpiade e un Mondiale. Vive attualmente in Toscana, e trascorre piacevolmente parte del suo tempo insegnando basket ai bambini del Follonica.

Carlo (“Charlie”) Caglieris è nato il 2 luglio 1951, a Brescia, ma fin da piccolo si trasferì a Torino, dove è cresciuto. Ci fu un primo approccio col calcio, addirittura nelle giovanili della Juventus (compagno di squadra di Roberto Bettega), poi passò al basket, nell’oratorio Don Bosco Crocetta. Play-maker di 1,78, fisico robusto, si mise in evidenza con le squadre di Biella e di Asti (che giocò a Torino per una stagione), prima di approdare a Bologna, dove vinse tre scudetti con la maglia della Virtus. Quindi il ritorno a Torino (quattro anni) e la fine della carriera a Treviso. Le sue doti: controllo di palla, penetrazione, passaggio ai lunghi, difesa asfissiante. In Nazionale fu lanciato da Primo: debutto nel ’74; prima manifestazione importante l’Europeo del ’77, seguito da quelli del ’79 e dell’83; ha partecipato al Mondiale di Manila ’78 e all’Olimpiade di Los Angeles ’84.

Venerdì, 31 Marzo 2017 09:32

Europei di basket: Torino 1979

Gli scivoloni che chiusero un ciclo

La tavola era stata apparecchiata per bene. Doveva essere quella la volta buona che l’Italia cestistica trovasse finalmente piena sazietà per la sua fame di successi. Organizzare in casa un’altra edizione dell’Europeo, e organizzarla bene, era la prima mossa vincente da compiere. La seconda spettava alla Nazionale, che col sostegno del pubblico avrebbe forse più facilmente realizzato quel saltino di qualità che si attendeva ormai da tempo. Tutto si poteva preparare, tranne gli imprevisti... Su uno di questi, come vedremo, scivolarono gran parte delle speranze di centrare i due obiettivi. Restò un po’ di rammarico; fame, ancora tanta!

Pierluigi Marzorati è nato Figino Serenza (in provincia di Como) il 12 settembre 1952. Nella sua lunga vita cestistica, una sola casa di club, la Pallacanestro Cantù, dove entrò a 13 anni e dove rimase fino alla soglia dei 40 (per poi tornarvi per un ultimo saluto nel 2006, a 54 compiuti). Il suo esordio in prima squadra a 17 anni; tra il ’73 e l’83 un decennio colmo di titoli, con due scudetti, due volte la Coppa dei Campioni, tre la Coppa Korac, quattro la Coppa delle Coppe, due la Coppa Intercontinentale; chiusura in bellezza, con un’altra Coppa Korac nel ’91. Più che giocare nel ruolo di play-maker (col suo metro e 87 e un fisico agile), Marzorati fu un modello di play-maker: veloce, elegante, implacabile contropiedista, assistman, col tempo anche ottimo tiratore dalla distanza; in una parola, completo! Il numero 14 che portava sulla maglia diventò una icona del basket italiano. In Nazionale, quel numero, lo ereditò da Bisson, e lo indossò fino a stabilire il record di presenze in maglia azzurra (278), attraversando ben sette edizioni dei campionati europei, quattro Olimpiadi e due Mondiali. Con la Nazionale maggiore è salito cinque volte sul podio, conquistando un oro e tre bronzi europei, più un argento olimpico.

Fabrizio (“Ciccio”) Della Fiori è nato il 1° settembre 1951, a Formigara, in provincia di Cremona. Già a sedici anni il debutto in prima squadra a Cantù, dove rimase per dodici stagioni, vincendo due scudetti, una Coppa Intercontinentale, tre Coppe Korac, tre Coppe delle Coppe. Alto 2,04, iniziò a giocare da pivot, sfruttando la sua mole, poi si specializzò sempre più nel ruolo di ala, dove mise in mostra ottime qualità di tiratore da fuori. Fu uno dei primi giocatori a utilizzare le lenti a contatto, che ogni tanto gli cadevano durante la partita, costringendo a una interruzione del gioco per andarle a recuperare sul parquet. Lunga la sua carriera nel campionato italiano (dopo Cantù, Venezia, Varese e Udine) e lunga anche la sua militanza in azzurro, con tre campionati europei, un Mondiale e due Olimpiadi (Montreal ’76 e Mosca’80, dove mise al collo la medaglia argento).

Giulio Iellini è nato il 18 ottobre 1947, a Trieste. Svezzato nella Ginnastica Triestina, a 17 anni figurava già nella formazione dell’Olimpia Milano, con la cui maglia ha conquistato quattro scudetti, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Coppa Italia. Dopo 11 stagioni il passaggio a Varese, e qui un’altra Coppa dei Campioni e un altro scudetto. Play-maker di 1,91, bagaglio pieno di classe e tecnica, era specialista del passaggio rapido (guardando dalla parte opposta), delle fughe in contropiede (con cambio di velocità), dell’arresto e tiro (preciso) da fuori. In Nazionale ha iniziato la sua decennale carriera con Paratore all’Europeo del ’67. Con Primo in panchina ha poi disputato altri quattro Europei, due Olimpiadi e, per chiudere, il Mondiale di Manila del ’78. La carriera in squadre di club e proseguita a Vigevano (con una promozione in A1), a Roma, con la Lazio, dove ha iniziato la carriera di allenatore, conclusa nella sua Trieste.

Venerdì, 24 Marzo 2017 14:25

Europei di basket: Liegi 1977

Italia batte URSS, ma non basta!

Nel festival delle illusioni, e delle grandi occasioni perdute, il basket italiano si guadagnò a Liegi un posto da primato. Avrebbe potuto disputare la finale per il primo oro europeo della sua storia, si ritrovò a perdere quella per il bronzo! Su e giù dall’ultimo scalino del podio, così da quattro edizioni. La Nazionale di Giancarlo Primo non si smentiva. Arrivava sempre lì, tra le prime cinque, in qualsiasi manifestazione si presentasse (al suo curriculum aveva appena aggiunto il quinto posto alle Olimpiadi di Montreal dell’anno prima), ma non bastava per raccogliere unanimi consensi. Si voleva di più di un terzo posto; se si arrivava quarti, la parola “delusione” risultava la più abusata nei commenti.

Vittorio Ferracini è nato a Pordenone, l’8 novembre del 1951. Già a 16 anni venne reclutato dalle giovanili dell’Olimpia Milano, ma la sua affermazione in prima squadra arrivò qualche anno più tardi, dopo essere andato in prestito al Petrarca Padova e alla Virtus Bologna (che lo avrebbe volentieri trattenuto). In dieci stagioni con l’Olimpia ha conquistato una Coppa Italia e uno scudetto (con le sigle, rispettivamente, Cinzano e Billy), oltre al record del maggior numero di rimbalzi offensivi nella storia della società, di cui divenne un vero beniamino, col nomignolo “Toio”. Giocò ad alti livelli fino a 36 anni, dopo aver messo la sua esperienza al servizio della Benetton Treviso e della Fortitudo Bologna. Centro di 2 e 05, era un gran combattente in campo, con ottime capacità di difensore e di piazzamento a rimbalzo; e col tempo affinò anche il suo tiro dalla media distanza. A farlo esordire in Nazionale, agli Europei del ’73, fu Giancarlo Primo che lo riconfermò nelle successive quattro edizioni; nel suo considerevole curriculum azzurro, anche un Mondiale e un altro Europeo nell’era di Gamba.

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