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Adam Morrison: storia incredibile quella di Adam Morrison, considerato da molti il più grande "bust", bidone", della storia della NBA recente. Ala piccola dotata di un discreto tiro dalla linea da tre punti, Morrison è stato un giocatore "vintage" per via di uno scarso atletismo, ma dotato di buoni fondamentali. Prima di parlare della sua carriera cestistica, è necessario aprire una piccola parentesi: fin da ragazzino il giocatore di Glendive ha dovuto combattere contro il diabate. A 13 anni Adam perse ben 14 kg e quando nello stesso arco di tempo partecipò ad un ritiro per la sua futura università, Gonzaga, finì addirittura per ammalarsi. Lo stesso Adam raccontò poi di quel tragico camp: "Penso di essermi fatto un'unica tirata di tre giorni, mi sentivo male da cani. Non me la sentivo di giocare, non ce la facevo a fare nulla." Poco dopo, gli venne diagnosticato il diabete di tipo 1, diagnosi che Adam accolse sorprendentemente con forza. Si racconta che appena alla sua seconda somministrazione di insulina, Adam fermò l'infermiera chiedendole di insegnargli a farla da solo: "visto che dovrò farlo per il resto della mia vita, sarebbe meglio mostrarmi come si fa." Tuttavia la scoperta della malattia non sembrò preoccupare Adam, che voleva a tutti i costi giocare a basket. All'High School, durante la finale di Stato, Adam segnò ben 37 punti finendo in una forte ipoglicemia che lo portò vicino ad un collasso. Dopo quell'episodio tutti erano convinti che Morrison avrebbe smesso, ma la voglia di giocare a basket, di realizzare il suo sogno era più importante del diabete. Adam si iscrisse all'Università di Gonzaga e cominciò a giocare per i Gonzaga Bulldogs nel 2003: nel suo anno da matricola dimostrò che il talento c'era, anche se il suo fisico non era pronto per un livello agonistico così alto. In quell'anno trascinò comunque Gonzaga alla vittoria della "West Coast Conference", mettendo a referto 14 punti di media a partita e venendo selezionato nel primo quintetto delle matricole dell'anno 2003. Con una carriera collegiale degna di livello, attirò tutti gli sguardi degli scout NBA. Proprio nel Draft del 2006, Morrison venne selezionato alla posizione numero 3, con grandi speranze da parte dei Charlotte Bobcats: fu scelto solo dietro a Bagnani e Lamarcus Aldrige. Gli Charlotte Bobcats decisero di scegliere Morrison per le sue ottime medie ottenute nell'ultimo anno in NCAA, preferendolo a giocatori che sono diventati delle verie e proprie superstar, come Rudy Gay, Rondo e Brandon Roy: 28.1 punti , 7 rimbalzi e 3 assist furono le medie di Adam nel suo anno da senior. E il suo primo anno in NBA con i Bobcats, ovvero quella stagione 2006/07 che chiuse con una media di 11.8 punti, 2.9 rimbalzi e 2.1 asisst, non fu neppure troppo malvagio, seppur caratterizzato da un rendimento altalenante. Purtroppo, un infortunio (legamento crociato anteriore) durante un incontro di preseason con i Lakers nell’Ottobre del 2007 ne pregiudicò il resto della carriera: dopo aver saltato una intera stagione, giocò la stagione 2008/09 ancora a Charlotte tenendo medie da 4.5 punti e 1 assist, per poi trasferirsi per un biennio ai Lakers dove, offrendo ai suoi compagni solamente 1.8 punti di media a partita, passò quasi tutta la stagione e i playoff in panchina mentre Kobe e compagni vincevano due titoli. Rilasciato dai Lakers, tentò di trasferirsi ai Washington Wizards ma venne immediatamente tagliato al termine del training camp; andò in Europa, doce ebbe due brevi esperienze europee prima con la Stella Rossa di Belgrado ed e poi con il Besiktas, ma anche qui con pessimi risultati. Talento sprecato quello di Morrison, che probabilmente senza diabete e con un fisico all'altezza della NBA, avrebbe anche potuto avere una carriera decente.

Eddie Griffin: Eddie Griffin aveva un carattere molto ma molto pessimo; già ai tempi dell'High School venne cacciato dalla Roman Catholic High School per avere colpito un altro studente durante una partita. Ma il talento non gli mancava: in quei suoi anni alle superiori, infatti, portò la propria scuola alle finali del torneo nazionale per ben due anni consecutivi. Le sue ottime doti da cestista furono notate dalla Setton Hall University, università di Filadelfia molto rinomata nella pallacanestro, che decise di dargli una borsa di studio: nel primo anno da matricola, Griffin fece innamorare il pubblico e l'università di Setton, per le sue giocate e le sue prestazioni molto positive. 18 punti, 11 rimbalzi e 5 stoppate di media a partita, nel suo primo e unico anno in NCAA. Ma fu ancora il suo caratteraccio a rovinargli la reputazione; nel Gennaio del 2001, infatti, fece una rissa con il compagno di squadra Ty Shine e fu costretto ad abbondare l'Università. Grazie alle sue incredibili prestazioni a Sutton, però, Griffin fu inserito nel Draft del 2001, dove venne scelto alla posizione numero 7 dai New Jersey Nets, prima di essere ceduto agli Houston Rockets in cambio di Richard Jefferon, Jason Collins e Brandon Amstrong. Il suo primo anno in NBA fu abbastanza discreto: 8.8 punti, 4.1 rimbalzi e 1.8 stoppate di media e l'onore di essere inserito nel miglior secondo quintetto rookie di quella stagione. Ma già l'anno successivo, pur mantenendo medie di poco superiori al precedente, Eddie mostrò seri problemi con l'alcool e non finì la stagione 2002-03 con Houston; infatti a Dicembre i Rockets decisero di tagliarlo dal proprio roster dopo che Griffin saltò molti allenamenti e perse il volo per una trasferta. A Gennaio rifirmò con i Nets, la squadra che lo aveva portato in NBA, ma sempre a causa dell'alcool entrò in un centro di recupero di alcolisti e non giocò nemmeno una partita. Nell'estate del 2013, furono i Minnesota Timberwolves ha dargli un'altra possibilità. Fiducia che venne ripagata da Eddie, con una stagione molto simile nelle prestazioni al suo anno da rookie, e riuscì ad ottenere un prolungamento di contratto per altri 3 anni. Purtroppo il problema dell'acool continuò a perseguitare Griffin e fu proprio l'amore per gli alcolici a far concludere la carriera NBA di questo giocatore: nel 2006 andò a sbattere con il suv contro una macchina parcheggiata e pochi istanti prima, fu ripreso dalla telecamere del supermercato vicino a comprare alcolici. Minnesota decise di rinunciare al giocatore, che non ebbe altre possibilità in NBA; era l'Agosto del 2007 quando Eddie Griffin morì in seguito a un nuovo, tremendo incidente, dopo aver ignorato (probabilmente nemmeno visto) un passaggio a livello, andando a finire contro un treno in corsa. L'autopsia rivelò che l'ex giocatore aveva un tasso alcolico nel sangue oltre tre volte il livello medio consentito. Grandissimo dispiacere per un ragazzo che ci lasciò a soli 25 anni, perseguitato da quelle brutta bestia che ha perseguitato moltissimi ex giocatori NBA.

Ed O'Bannon: forse la più grande delusione della storia dei New Jersey Nets. Ed O'Bannon, ala piccola di 203 cm e 101 kg, fin dall'High School dimostrò di essere perfetto per il basket. 24.6 punti e 10 rimbalzi di media nel suo anno da Senior all'Artesia High School; in quell'anno trascinò la propria squadra a un record di 29 vittorie e sconfitte, portandola alla vittoria della California Interscholastic Federation (CIF), la seconda divisione del campionato statale. Venne eletto MVP del torneo e fu inserito nel primo quintetto dellla McDonald's High School. Le sue potenzialità furono notate dall'UNLV, Università del Nevada Las Vegas, ma a causa della restrizioni di mercato per irregolarità di reclutamento imposta a UNLV, O'Bannon annullò la sua lettera di impegno con quel college per poi frequentare UCLA, di cui diventerà una delle figure più importanti nella storia di questa università. Sei giorni prima dell'inizio del campionato con UCLA, però, Ed si strappò il legamento del crociato anteriore, dopo aver schiacciato in allenamento. Non giocò per tutta la stagione e tornò sui campi solamente 18 mesi dopo quel bruttissimo infortunio; nella sua prima , vera stagione giocò 23 partite, segnando 4 punti di media e non partendo mai in quintetto titolare. Ma è nella stagione seguente, 1992-1993, che O'Bannon comincia la sua carriera in NCAA, venendo selezionato nel primo quintetto dell'All-Pacific, ovvero nel miglior quintetto di quella conference. Nel suo anno da junior, 1993-1994, fu primo in tutte le statistiche fra i giocatori di UCLA: 509 punti, 245 rimbalzi, 59 assist, 30 stoppate in sole 28 partite giocate. Mostruoso. Fu giustamente eletto MVP della squadra e inserito nuovamente fra i 5 migliori giocatori nella Pacifc Conference. Al suo quarto anno al college O'Bannon consacrò definitivamente il suo talento: fu l'elemento di spicco nella vittoria del torneo NCAA da parte di UCLA, segnando oltre 30 punti e prendendo 17 rimbalzi di media a partita e fu eletto miglior giocatore del torneo NCAA. In quella stagione, grazie alle sue magnifiche prestazioni, ottenne moltissimi premi, ma come Ed O'Bannon disse una volta, i riconoscimenti più importanti arrivarono da UCLA: nel 1996, decisero di ritirare la sua maglietta numero 31 e venne inserito nella UCLA Athletics Hall of Famme nel 2005, un premio importantissimo nella carriera NCAA del giocatore natio di Los Angeles. Peccato che la sua carriera NBA non fu altrettanto prosperosa: i New Jersey Nets decisero di selezionarlo alla posizione numero 9 nel Draft del 1995, convinti che O'Bannon sarebbe diventato una superstar come lo era ad UCLA, offrendogli un contratto da $3.9 milioni di dollari all'anno per tre anni. Ma ben presto i Nets si accorsero di aver fatto l'ennessimo errore di mercato: troppo basso per giocare sotto canestro, troppo lento a causa dell'operazione al ginocchio per difendere sulle guardie perimetrali avversarie, Ed O'Bennon non riuscì mai a trovare posto in NBA. Nei due anni con i Nets fece registrare rispettivamente 6.2 punti e 4.2 punti di media a partite e New Jersey fu costretta a tagliare fuori il giocatore. Ed ci riprovò a Dallas, ma nemmeno lì ottenne buoni risultati. Decise così di girare il mondo, andando a giocare prima in Italia, a Treviso, poi in Spagna, Grecia, Argentina e in Polonia per poi concludere la sua carriera da cestista in ABA, con i Los Angeles Stars. Purtroppo O'Bannon non è riuscito a trovare la sua "nicchia" in NBA, non si è ritrovato nella situazione e nella franchigia giusta per crescere e sviluppare il proprio gioco, non ha mai avuto la possibilità di dimostrare quello che poteva fare. Sicuramente l'infortunio al ginocchio pesò moltissimo sulla sua carriera, ma con molto rammarico devo inserire O'Bannon tra le più grandi delusioni della NBA.

Jimmer Fredette: la più grande delusione della NBA recente, insieme a Bennett, è sicuramente Jimmer Fredette, guardia di 188 cm e 88 kg che ha militato in NBA per 5 anni. Fin dall'infanzia, James Taft "Jimmer" Fredette, dimostrò una grandissima dedizione all'atletica e molto lo deve a suo fratello TJ, che lo ha aiutato a costruire la sua carriera di basket fin dai tempi dell'asilo; infatti a soli 4 anni, Jimmer sapeva già tirare a canestro da dietro la linea dei tre punti. Un predestinato, questo era ciò che diceva la gente del natio di New York. All'High School freqeuntò la Glens Falls High School, diventandone il capocannoniere per punti di tutti i tempi e 16° nella graduatoria tra i giocatori di New York, con 2404 punti. Inoltre venne inserito tra le prime 75 guardie tiratrici all'High School da Espn. Nella sua carriera al Liceo superò moltissime volte la soglia dei 40 punti e portò la sua squadra alla finale del campionato nazionale, persa contro Peekskill High School. Al College frequentò la Brighman Young University (BYU) dal 2007 al 2011, indossando la maglia numero 32. Nel suo anno da matricola giocò tutte le 35 partite disputate dai Cougars di BYU, aiutando la squadra ad arrivare al record di 27 vittorie e 8 sconfitte e alla vittoria del campionato Mountain West Conference: 7 punti, 1 rimbalzo e 1.7 assist, furono le sue medie nella stagione 2007-2008. Durante il suo secondo anno, Fredette divenne la pedina fondamentale del gioco offensivo di BYU, aumentando vistosamente le proprie medie: 17 punti, 3 rimbalzi e 4 assist di media. Ebbe l'onore di essere il primo Playmaker dell'università di BYU a guadagnare un posto nella prima squadra all' All-Conference. Ma fu nel suo anno da senior che Fredette stupì tutti gli Stati Uniti d'America. Nel Gennaio del 2011, Jimmer fece registrare tre prestazioni paurose: 39 punti contro UNLV il 5 Gennaio, 47 punti contro Utah l'11 Gennaio e 42 punti contro Gonzaga il 20 Gennaio. Non solo; il 26 Gennaio, nella prima partita tra le top 10 squadre del campionato Mountain West Conference contro l'imbattuta San Diego, ne mise 46 nella vittoria di BYU per 71 a 58. Il 7 Marzo 2011 fu nominato National Player of The Year da CBSS.sports, mentre il 17 Marzo, nel primo turno del torneo NCAA, segnò 32 punti nella vittoria dei Cougars contro Wofford. BYU superò anche il secondo turno contro Gonzaga ( 34 punti ) per poi arrendersi, come l'anno precedente, al turzo contro Florida Gators. Tutti erano convinti che il talento di New York, avrebbe conquistato i tifosi NBA con le sue triple e con la sua precisione al tiro; venne scelto alla posizione numero 10 nel Draft del 2011 dai Milwaukee Bucks, ma successivamente venne ceduto ai Sacramento Kings in una trade tra i Kings, Bucks e Bobcats che vide coinvolti Jhon Salmons, Ben Udrih, Shaun Livingston, Corey Maggette e Stephen Jackson. A Sacramento scoppiò immediatamente la "Jimmer-mania" e la vendita delle sue magliette aumentò del 540% le vendite merci dei Kings e la sua maglia #7 si esaurì in pochissimo tempo sia negli store dei Kings sia on-line. Ma la "Jimmer-mania" finì molto presto, visto che molto probabilmente in 3 anni, i tifosi di Sacramento si ricorderanno di una sola partita decente disputata da Fredette: 12 Febbraio 2014, segnò 24 punti e due assist nella vittoria dei Kings contro New York. A Febbraio di quello stesso, Sacramento decise di rinunciare al giocatore, che finì la stagione con la maglia dei Chicago Bulls. Girò per l'NBA per altri due anni, giocando per i Pellicans, San Antonio Spurs, New York e qualche squadra di D-League, fino all'Agosto del 2016, quando Jimmer ha deciso di portare il suo mediocre talento in Cina, firmando con gli Shangai Sharks, squadra per cui gioca attualmente. Pessima fine per un giocatore che doveva far innamorare l'NBA con le sue triple e che in realtà non è mai stato all'altezza di un ruolo così importante.

(Se siete interessati alla prima parte dell'articolo, ecco il link http://www.basketnet.it/nba/item/41627-dal-college-alla-nba,-non-tutti-i-giocatori-sono-pronti-al-grande-salto-parte-i.html)

 

Marco Mugnaini

 

 

Pubblicato in NBA

Ieri si è concluso l’all star game di quest'anno e probabilmente l'atto più interessante è stato quello del rising stars challenge fra il team USA e il team World (formula che ricorda molto le partite al campetto dell’oratorio fra paesani e resto del mondo), che ha visto trionfare il secondo sul primo e a tratti è sembrato anche una partita vera e non di puro spettacolo appariscente (vedi ad esempio Curry che si sdraia a terra per far schiacciare indisturbato Antetokounmpo nell'atto finale andato in scena lunedì notte). L'anno prossimo è molto probabile che vedremo ancora una volta lo stesso team World, o perlomeno i medesimi giocatori chiave, mentre dall'altra parte potremmo assistere a vari cambiamenti dettati dal draft. Un draft che sembra già deciso a qualche mese di distanza e che vede come prima chiamata Markelle Fultz da Washington per i Celtics. 

Ora ci sarebbe da chiedersi il perché i vertici della squadra di Boston vogliano portare un'altra guardia/playmaker a giocare nella città progenitrice dell'indipendenza, ma non è questa la sede e il momento per farlo (solo il tempo ci dirà se i Celtics sceglieranno effettivamente lui e se sarà stata una decisione saggia); per ora possiamo limitarci a vedere che tipo di giocatore sia il freshman degli Huskies. 

I numeri sono dalla sua parte e giustificherebbero la prima chiamata al draft: nella prima partita ufficiale dell'anno ha messo a referto 30 punti, 7 rimbalzi e 6 assist dando prova di una buona visione da playmaker e di un'ottima capacità di prendersi dei tiri come una point guard moderna. E fino a questo momento sta continuando a trascinare i suoi Huskies con una media di 5.9 rimbalzi, 6 assist, 1.6 rubate, 1.3 stoppate e ben 23.8 punti per 35.9 minuti a partita; numeri che lo piazzano al primo posto della classifica dei migliori freshman nella NCAA. 

Il giovane ragazzo è nato il 29 maggio del 1998 a Upper Marlboro nella contea di Prince George’s nel Maryland; nei suoi diciotto anni di crescita sportiva e fisica è arrivato all’altezza di 1,93 m per 88 kg il che lo fede un po’ gracilino per il salto nella lega dei professionisti; nonostante ciò il talento, come dimostrano i numeri sopracitati, non manca, anzi abbonda. 

Fin dalla sua ultima stagione nelle high school, quella di DeMatha in particolare dove ha anche disputato il McDonald’s All American Game con una veste da protagonista, si sono scomodati i primi paragoni da parte dei bookmakers e da quelli del settore che lo tendono ad avvicinare per il gioco espresso a James Harden e D’Angelo Russel, entrambe point guard rispettivamente degli Houston Rockets e dei Los Angeles Lakers. 

Quindi sostanzialmente il giovanissimo Fultz esprime un gioco veloce, semplice ed efficace: di James Harden riprende soprattutto la visione di gioco e quindi la capacità di fornire assist ai compagni e di prendersi i tiri necessari quando è la soluzione migliore (il Barba a volte esagera sotto questa voce), mentre di D’Angelo Russel recupera essenzialmente la transizione veloce in attacco con finale in jump shot da due o da tre punti. Uno dei lavori che si dovranno fare riguarda la difesa, perché va bene che ultimamente nella NCAA e nella NBA si tende a scivolare poco e a segnare un canestro in più degli altri piuttosto che a subirne uno di meno, ma il ragazzo sembra poco incline (a meno di sfuriate del suo coach) a sudare nella propria metà campo. 

In ogni caso Markelle Fultz, se tutto andrà come sembra, sarà accolto dalla NBA come prima scelta assoluta e in una franchigia che ha bisogno di giovani talenti per ripartire, ovvero quella dei Boston Celtics. Da troppo tempo infatti i Celtics fanno da semplice comparsa all'interno della NBA, da quando più o meno giocavano assieme Garnett, Pierce, Allen e Rondo, e hanno un disperato bisogno di ritornare la franchigia dominate che sono stati nella prima decade di questo millennio e soprattutto negli anni ’80. A questo scopo ci sta già mettendo ambo le mani Isaiah Thomas, ma da solo può fare ben poco; magari con l'arrivo di Fultz le cose inizieranno a girare un po’ meglio, magari…

 

 

Davide Maggioni

Pubblicato in Estero

La NCAA ( National Collegiate Athletic Assosacioton) rappresenta il massimo livello del basket collegiale negli Stati Uniti e ogni anno moltissimi giocatori del College vengono selezionati al Draft NBA con la speranza di diventare le future stelle del basket americano. Il sistema del Draft è uno degli aspetti del basket "made in U.S.A." che più mi affascina, perchè pensare che quasi tutti i giocatori NBA siano il prodotto di una carriera al college, più o meno lunga e più o meno di successo, e che ogni giocatore di college fosse il risultato di una esperienza all'high school, fa capire quanto importante sia lo sport nella società americana, non visto solo come passatempo, ma come una vera e propria opportunità per avere successo nella vita. Come è affascinante e giusto il fatto che, ogni anno, a scegliere i giocatori considerati "più forti" dei vari college americani, siano le squadre più deboli. In teoria. Perchè il Draft non è una scienza esatta e nella storia della NBA ci sono stati moltissimi giocatori dalle ottime "carriere" al college e dalla grandissime aspettative che però in NBA non hanno dimostrato tutto il loro talento; forse non pronti al grande salto dal college al campionato di basket più spettacolare al mondo, forse condizionati dalle pressioni mediatiche e dei tifosi, a poco a poco hanno lasciato l'NBA per andare a giocare in Europa o in leghe minori. Questi giocatori negli Stati Uniti vengono etichettati con l'aggettivo "busts", ovvero coloro che sono stati selezionati al primo turno dei Draft, ma che hanno resistito molto ma molto meno del previsto. Ecco , a mio avviso, alcune delle più grandi delusioni collegiali, quei giocatori che in NBA non hanno dimostrato le proprie qualità fatte vedere nei loro anni universitari:

Pubblicato in NBA
Domenica, 19 Febbraio 2017 00:51

NCAA in cerca di italiani

Alcuni College NCAA stanno osservando dei giovani talenti della nazionale under 18, che recentemente ha conquistato il bronzo agli europei di Turchia. Questi i probabili giocatori nel mirino NCAA: Davide Moretti, Andrea Mezzanotte ed Alessandro Lever.

Pubblicato in In evidenza
Venerdì, 17 Febbraio 2017 08:59

Happy birthday basketball: Jordan a UNC

 
Proprio nella giornata di oggi di un oramai lontano 1963 nasceva in uno dei sobborghi periferici di New York quello che sarebbe diventato, a detta di tutto il mondo sportivo e non, il più grande cestista di tutti i tempi: His Airness, Micheal Jeffrey Jordan. Nel mondo del Basket questa data ha lo stesso valore che il Natale ha per i cristiani: infatti c'è un prima MJ e un dopo MJ –noi, fortunatamente, ci troviamo nel secondo periodo. Prima di entrare nel mondo dei grandi, dei professionisti NBA che era allora dominata dal numero 33 dei Celtics Bird e dal 32 dei Lakers Johnson, il giovane Micheal si iscrive al liceo di North Carolina in quel di Wilmington dove giocherà per i Tar Heels. 
Qui insegna pallacanestro l'uomo a cui oggi è dedicato il palazzetto dell'Università: Dean Smith, più che un allenatore di basket un’entità spirituale dal grande impatto sui suoi giocatori, uno che obbliga i giocatori ad andare a messa la domenica e uno che rispetta le tradizioni. Gioca una bella ed elegante pallacanestro: si corre appena si può, si fa girare la palla in piena armonia e si difende a uomo. Solo che non ha mai vinto nulla, fino a che His Airness non si presenta sul parquet di North Carolina per la prima volta con la casacca azzurrina numero 23. Ecco diciamo che nella prima partita Jordan si è messo in testa di andare contro a una delle tradizioni di UNC e Dean Smith: i freshman sono relegati alla panchina e giocano pochi minuti a partita, devono sgobbare, devono prendersi i tiri solo se obbligati e soprattutto lavorare col “culo basso” in difesa. Si la tradizione bella, ma quello è il 23: non parte in quintetto, ma strega subito tutti i suoi colleghi di studi e il coach che inizia a ritenerlo alla pari dei due perni della squadra finora: James Worthy e Sam Perkins. 
Le cose vanno benino quell'anno –so che molti appassionati vedranno nel mio articolo molte citazioni dell'avvocato, ma quando prende in mano il microfono e parla io ne rimango incantato- per i Tar Heels; riescono ad arrivare alla finale nazionale dove affrontano a New Orleans Georgetown, la più grande difesa della NCAA, dove fra gli altri milita Patrick Ewing. 
La partita è di quelle tirate fino all'ultimo possesso quando North Carolina ha palla in mano ed è sotto di 1: la squadra di coach Smith può andare fino in fondo e all'epoca –siamo nel 1982, tanto per chiarezza- non era usuale usufruire della tecnica fallo o non fallo che ha portato tanti problemi agli allenatori odierni (Popovich su tutti nella finale persa connetto gli Heat per la bomba di Allen da tre). Il saggio coach si UNC chiama timeout e disegna lo schema ai suoi prendendo da parte il play, Worthy e il freshman. Pare che le parole siano state più o meno queste “James tu cerchi di smarcarti qua e lo fai come se dovessi ricevere palla, quindi bene. Black tu giochi apparentemente per James, tanto per lui si muovono di sicuro e poi ribalti il lato su Micheal.”; al rientro in campo i tre mettono in pratica la teoria e lo schema riesce perfettamente: Jordan segna e North Carolina vince il titolo-anche perché nei 15 secondi rimanenti Georgetown non si prende un tiro, ma una preghiera verso il canestro. 
È la prima volta in cui il mondo si gode la vista del 23: infatti spettatori dal vivo sono 610000 e spettatori televisivi poco più di 17 milioni. Davanti a un pubblico del genere qualsiasi giocatore, soprattutto se un freshman alla sua prima finale, avrebbe almeno esitato, sentire la mano tremare e il pallone pesare tantissimo, ma non un predestinato: infatti Micheal al rientro nello spogliatoio disse “avvero non ho avvertito alcuna pressione. Era un tiro come un altro.” 
Nel suo anno da sophomore le cose vanno sempre meglio tanto che lui domina per la prima volta anche la voce capocannonieri con l’incredibile media di 20 a partita. Però il suo exploit, anche fisico –cresce di 5 cm quell'estate- non viene seguito dalla squadra, orfana di Worthy: così il 1983 vede consacrarsi solo Jordan e non l'intera franchigia di Dean Smith; tra l'altro fondamentale l'anno perché qui il coach inizia a lasciare il permesso al 23 di non seguire il suo uomo per fiondarsi come un missile sui passaggi e recuperare palla. UNC infatti non va oltre le finali regionali dove perde contro Georgia. Nonostante ciò pero il ragazzo proveniente da New York si vide riconoscere il premio di NCAA college player of the year con conseguente inserimento nel quintetto all- America, a ciò va aggiunto il premio di rookie of the year dell'anno precedente. 
Si arriva la uso ultimo anno a Wilmington, quello da junior, il 1984. Jordan ha in mano definitivamente la squadra perché, dopo il draft di Worthy, arriva la chiamata NBA anche per Perkins. Si sa fin dall'inizio che sarà l'ultimo anno di Jordan nel basket collegiale –convinto a far ciò soprattutto da Dean Smith- e già sembrava agli esperti che la sua entrata nella NBA fosse stata ritardata: infatti si era reso eleggibile per il draft del 1984 solo per poter partecipare alle olimpiadi di Los Angeles –fino a Barcellona 1992 alle olimpiadi potevano partecipare solo i collegiali e non i professionisti della NBA. Ancora una volta niente trofeo per UNC, ma tanti riconoscimenti per il 23 tra cui il James Naismith Award e il John Wooden Award. 
Si arriva al draft e Micheal Jeffrey Jordan viene scelto con la terza assoluta dai Chicago Bulls che non se lo lasciarono scappare come fece Houston –che comunque si accaparrò Hakeem The Dream Olajuwon- e Portland –senza le reali motivazioni della prima. 
Il resto? Il resto è storia. 
 
Davide Maggioni 
 
Pubblicato in Estero
Mercoledì, 15 Febbraio 2017 10:28

To “Ball” or not to “Ball”?

La parte universitaria e collegiale di Los Angeles sta coltivando da qui a parecchi mesi fa un sogno: le final four della NCAA. Un sogno che sembra realizzabile, o perlomeno in parte. Infatti in un modo o nell'altro i Bruins arriveranno alla march of madness (la parte finale del torneo nazionale di basket college americano) e qui scopriranno tutte le loro carte. Per il momento la squadra allenata da Steve Alford sta facendo vedere cose buone nella regular season della PAC-12 conference dove i Bruins sono ancora in lotta per il primo posto che non sembra poi essere così lontano e irraggiungibile. 
La franchigia di Alford riesce a mettere in campo una pallacanestro bella, semplice ed efficace: l'idea fondamentale è segnare un canestro in più degli avversari piuttosto che subirne uno di meno, come dimostra il fatto che ne prendano in media una settantina abbondante a partita. Non proprio pochi in 40 minuti di gioco. A questi però sopperiscono con uno stradominio nella metà campo offensiva che produce una media di 92 punti a partita. 
Come dicevamo la loro pallacanestro offensiva è cosi efficace grazie alla sua bellezza e semplicità: fra i modi di andare a canestro preferiti troviamo il pick n roll con uno dei due pseudo lunghi, la circolazione veloce sul perimetro per permettere un buon tiro da tre, il penetra e scarica per liberare un piazzato dalla media lunga distanza, l'arresto e tiro (da qualunque parte del campo). 
Questo tipo di gioco favorisce i tiri dall’arco di Leaf che ha una percentuale di 46% da tre, i tiri piazzati delle due point guard Hamilton e Alford, e i canestri da sotto di Weish. Questi sono i principali artefici insieme al sesto uomo forse più determinante della NCAA: Holiday, che viaggia a una media di 13 punti a partita pur non partendo in quintetto. 
Questo tipo di gioco è reso possibile solo da un play all’antica, uno di quelli dalle grandi visioni e dalle grandi geometrie come Lonzo Ball.  
Questo ragazzo però può essere sia la rovina che la salvezza dei, oramai, suoi Bruins per il semplice motivo che in alcune partite quest'anno ha dimostrato di non riuscire a reggere la pressione sparendo dal campo per una buona parte del tempo, cosa relativamente comune fra i freshman, e costringendo Steve Alford a concedergli una pausa in panchina. Ogni volta però quando rientrava, soprattutto davanti al pubblico casalingo, gli è bastato mettere un canestro o fare un assist per esaltarsi e trasformare la sua prestazione da quella di una semplice comparsa a quella di un vero e proprio attore protagonista. 
Il problema per i Bruins alla march of madness quindi sarà proprio, permettetemi di parafrasare Shakespeare, “to Ball or not to Ball?” 
Siamo sicuri che se il numero 2 sarà in forma e concentrato per la maggior parte del tempo la squadra avrà buone probabilità di successo e magari anche di accedere alla finale, però se il ragazzo non dovesse reggere del tutto la pressione ci sarebbe una bella gatta da pelare per Steve Alford. 
Al momento non sembra possibile questa seconda eventualità come dimostrano i suoi recenti progressi dal punto di vista della mentalità con cui scende in campo (già da vincente); d'altronde non stiamo parlando di uno qualunque, ma di un predestinato. 
Lonzo Anderson Ball nasce il 27 ottobre 1997 ad Anaheim, uno dei sobborghi della periferia di Los Angeles, da Lavar e Tina Ball. Fin da piccolo ha un approccio al mondo del basket privilegiato perché i genitori  erano entrambi giocatori a livello universitario. Infatti Tina e Lavar si conoscono all'interno del college americano e in particolare in quel di Washington State dove approda al suo anno da sophomore Lavar e dove Tina sta guidando le sue compagne di squadra del basket femminile. L'amore per il gioco si intreccia con quello della vita privata e i due iniziano a frequentarsi; nel frattempo per questioni piuttosto americane e professionali, Lavar nel suo anno da senior si stacca completamente dal mondo del basket e pratica solo football anche con discrete conseguenze (giocherà da professionista fino a un brutto infortunio che lo costringerà a lavorare come coach sui campi da basket, sua vera passione). 
Sono proprio i due genitori, una volta che anche Lavar è tornato sulla retta via del parquet come allenatore in quel di Anaheim, a trasmettere la passione a Lonzo per il basket: il piccolino di famiglia inizia a sentire sui polpastrelli il cuoio ruvido di un pallone all'età di due anni. Poco dopo tempo arrivano anche i suoi primi avversari che oltre a contendergli l'amore dei genitori, proveranno a portargli via anche la palla dalle mani, forse la cosa fra le due più difficile: si tratta di LiAngelo e LaMelo. I tre cresceranno insieme e  giocheranno, fino al momento di entrare in una high school per il maggiore, per la squadra di papà Lavar. 
Le cose con coach Lavar vanno particolarmente bene e soprattutto Lonzo impara tutti quei fondamentali che tanto gli riescono facili oggi ad UCLA; la sua crescita cestistica non è solo frutto del lavoro in palestra durante gli allenamenti, ma anche di quei momenti passati fuori il garage di casa dove - come in ogni casa americana che si rispetti- papà Lavar aveva provveduto ad installare un canestro. In questo campetto ogni volta che è possibile, si improvvisano delle partitelle due contro tre: papà Lavar, LiAngelo e LaMelo da una parte e mamma Tina e Lonzo dall'altra. 
Arriva così alle high school e la scelta è fatta dai suoi: lo iscrivono alla high school in Chino Hills, California. L'iscrizione sembra che sia stata influenzata più da suo padre che era in stretti rapporti con l'allenatore di Chino Hills. 
Le cose iniziano decisamente bene per il giovane Ball: infatti nel suo anno da junior dimostra già di che pasta è fatto e come gli insegnamenti di entrambi i genitori siano valsi a qualcosa. Chiude la sua prima stagione con una media di 25 punti, 11 rimbalzi, 9.1 assist, 5 stoppate e 5 rubate a partita rendendosi già padrone indiscusso della squadra. 
Ma le cose iniziano a girare veramente bene non solo per lui come fino a quel momento, ma anche per gli Huskies nel suo anno da senior quando lo raggiunge anche l'ultimo dei tre fratelli. I Ball si ritrovano a giocare insieme ancora una volta: Lonzo da senior, LiAngelo al suo secondo anno e LaMelo da junior. 
Chino Hills chiude la regular season con lo straordinario record di 32 vittorie e 0 sconfitte e in tutte le sfide giocate c'è lo zampino dei Ball che dominano non solo la franchigia, ma l'intero basket liceale proponendo una pallacanestro che da certi punti di vista assomigliava molto a quella del campetto di casa. 
A farla da padrone è ancora il fratello maggiore che lascerà Chino Hills quell'anno dopo aver chiuso la stagione con una tripla doppia di media da 11.7 assist, 11.9 rimbalzi e 23.9 punti a partita. La sua pesante eredità viene raccolta bene da entrambi i fratelli (LaMelo poco fa ha fatto registrare 92 punti contro Los Ojos: record assoluto per un liceale) che si stanno comportando più che discretamente quest'anno. 
Arriva la scelta di un college e quasi tutti vogliono Lonzo, ma lui decide da solo e sceglie UCLA inviando personalmente una lettera d’ammissione ancora prima che finisse l'anno scolastico: i Bruins decidono di non farsi scappare il suo talento e lo prendono subito. D'altronde Lonzo fin da bambino sognava di giocare a livello universitario per la squadra della sua città alle cui partite veniva spesso portato dai genitori.
Al momento di scegliere un numero di maglia opta per il 2 (stesso del liceo)  ed è proprio con la canotta blu e bianca numero 2 che fa il suo esordio nel palazzetto di UCLA. 
La partita è delle più entusiasmanti: a Lonzo, inserito nel quintetto base, vengono subito affidate le chiavi della squadra, nonostante sia un freshman. Come playmaker dimostra subito tutti i progressi che ha fatto, giocando prima per il nome che porta davanti e poi per quello sul retro: regala assist che sembrano solo cioccolatini da scartare, chiama schemi, comanda i compagni, infiamma il pubblico come era solito fare a Chino Hills, dialoga col coach, aggredisce in difesa, scivola, stoppa, prende rimbalzi da una parte e dall’altra e realizza. In una parola? Domina. 
La stagione continua replicando quella prima partita: infatti fino ad ora sta facendo benissimo e viaggia a una media di 14.8 punti, 9.6 assist, 5.8 rimbalzi, 2.3 palle rubate e 1.4 stoppate a partita conducendo i Bruins in una discreta annata e facendo presagire non solo la partecipazione alla march of madness, ma anche alle silver eight. 
Per trovare un altro freshman così devastante nel ruolo di regista dobbiamo tornare a quando un certo Jason Kidd giocava per i Golden Bears , ma fra i due c'è una piccola differenza: The Genius, ovvero l'attuale allenatore dei Milwaukee Bucks, non aveva né la consapevolezza dei suoi mezzi né l'impatto emotivo che Lonzo ha sia su compagni che avversari. 
Tutto fa presagire a una grande annata nei Bruins quest'anno e a una grande carriera nel mondo professionistico della NBA poi. 
Perché nel frattempo il giovane Ball si è reso eleggibile per draft di quest'anno a soli 20 anni; il romanticismo intrinseco della sua storia vorrebbe che rimanesse a giocare nella città delle star cinematografiche o sulla sponda biancorossa o su quella gialloviola (che tanto ne avrebbe bisogno), anche se sembra molto probabile che Jason Kidd lo porterà alla sua corte a Phoenix grazie alla seconda scelta. 
Solo il tempo ci svelerà come andranno le cose, nel mentre noi possiamo goderci le sue prodezze nella NCAA seppur ancora per poco. 
D’altronde è solo questione di tempo e poi la “Ball” pesterà il legno dei parquet che contano davvero...
 
Davide Maggioni
Pubblicato in Lega A
Martedì, 14 Febbraio 2017 09:15

Valentine day: Bears at Red Raiders

Oggi è il 14 febbraio, la data che tutti gli innamorati cerchiano con la matita rossa sul calendario, la data che anche Al Capone nel lontano 1929 cerchiò sul calendario col rosso, quello del sangue  della banda di Bugsy Moran, la data che vede la morte della pecora Dolly nel 2003 e nel 2005 la nascita di YouTube.

Pubblicato in Estero
Venerdì, 10 Febbraio 2017 08:43

Tobacco Road rivalry: North Carolina vs Duke

 
 
“To legions of otherwise reasonable adults, it is a conflict that surpasses sports; it is locals against outsiders, elitists against populists, even good against evil… The rivalry may be a way of aligning oneself with larger philosophic ideals — of choosing teams in life — a tradition of partisanship that reveals the pleasures and even the necessity of hatred.” 
Così recita in un suo articolo Will Blythe che ha vissuto la rivalità più grande dello sport universitario americano sulla sua pelle: quella fra North Carolina e Duke. Che fra le due università non corra buon sangue non è proprio un segreto, però da qui ad un odio profondo e sistematico ne passa di acqua sotto i ponti. Il già citato giornalista, ex Tar Heels, analizza quella che è diventata La Sfida, non solo da un mero punto di vista sportivo, ma allargando i suoi orizzonti e proponendo un’analisi sociale, culturale, storica e politica della questione. 
Sembra proprio che la rivalità trascenda dallo sport e sia –parafrasando la citazione iniziale- una sorta di battaglia fra indigeni e stranieri, fra patrizi e plebei, addirittura fra bene e male. Questa infatti è dovuta a una serie di scelte e di ideali che portano a vedere quasi la necessità di questa rivalità. 
Da un punto di vista sportivo il tutto nasce nei primi anni della ACC Conference quando le cosiddette big four si sfidavano per conquistare il titolo: North Carolina, Duke, Wake e North Carolina State. La rivalità fra i Blue Devils e i Tar Heels non è però come le altre: infatti oltre a quella sportiva, se ne aggiunge una di tipo culturale, storico e politico. 
Politicamente fin dopo la guerra civile americana entrambe le città cercarono di imporsi all'interno dello stato della Carolina del Nord e così di farla da padroni sugli altri: la vittoria qui è stata strappata dalla cittadina di Durham dove Duke trova la sua casa. 
Ad aggiungere carne al fuoco c'è anche la sfida culturale e storica di due mondi completamente diversi. 
L'Università di Duke è uno di quei tipici college americani: ricca, piena di possibilità, grandi professori, ottimi studenti da tutti i punti di vista e soprattutto, fino agli anni ottanta più o meno, profondamente razzista. È difficile vedere a Duke un ragazzo di colore e i neri non mancavano di certo di talento ed intelligenza cestistica all'interno del panorama americano. 
Il college di North Carolina, in quel di Wilmington, invece è completamente diverso: povera (per quanto lo possa essere un'università americana), scarse possibilità di un futuro (o perlomeno inferiori a quelle offerte da Duke), professori mediocri, studenti di un livello medio (non piovevano di certo borse di studio) per il rendimento scolastico e non razzista già a partire dagli anni sessanta/settanta. 
Cosi nel corso della storia del Gioco questa è diventata, da una semplice partita, a una sfida sportiva, politica, culturale e storica: una rivalità che non cesserà mai di essere e che è quasi necessaria. 
La prima edizione del 2017 si gioca a Durham al Cameroon Indoor Stadium dove sono di casa i Blue Devils. Alla sfida i padroni di casa giungono fiduciosi e in gran forma grazie alle tre vittorie consecutive, dall'altra parte del campo però gli ospiti sono pronti a dare battaglia in virtù della loro prima posizione nella Conference. 
Il clima alla palla a due non ha bisogno di benzina per essere acceso e sembra di essere trasportati all'interno della rivalità e costretti a scegliere una delle due parti, se non lo si è già fatto. 
La palla a due è vinta da Duke e subito il pubblico produce un rumore assordante che non consente nemmeno di sentire i fischi degli arbitri o le indicazioni dei due allenatori: Mike Krzyzewski e Roy Williams. 
Parlare della partita in se e per sè con un approccio tecnico-tattico sarebbe come uccidere definitivamente la rivalità che la caratterizza e la rende così unica, anche perché il gioco risente molto del clima sugli spalti e non produce molte azioni spettacolari caratterizzandosi così per sorpassi e controsorpassi. 
Il pubblico è eterogeneo: ci sono pochi sostenitori di North Carolina che sono anche difficili da riconoscere in quanto i colori dei due college sono i medesimi (blu), alcuni ex studenti diventati famosi e salutati come eroi, una miriade di giornalisti e cameraman, una banda, cheerleaders e poi un’intera folla blu composta da tifosi appassionati di basket, tifosi di football, soccer, lacrosse con le rispettive squadre che sentono semplicemente la rivalità e vogliono sostenere la loro università. 
E il pubblico si fa sentire, anche parecchio: su un parziale di 7-0 per Duke si capisce davvero la marcia in più data dai tifosi in questa partita e quanto sia fondamentale giocare in casa; i veri “sesti uomini” –passatemi il termine- spingono, quasi conducono, sia in attacco che in difesa: accolgono ogni giocata dei beniamini con un applauso, un coro (“ let’s go Duke”) o un urlo liberatorio,  e ogni giocata degli avversari con un fischio o un atto intimidatorio. Una sola parola: pazzesco, altro che capodanno cinese ad Hong Kong nell'anno del drago. Il Cameroon Indoor Stadium trema sotto il battito dei piedi e le urla dei tifosi. 
In questo clima -un misto di esaltazione generale, di amore per il Gioco o per l'università e di follia pura- ne esce vincitrice Duke col punteggio di 86-78 , grazie alla solita prestazione di Kennard (20 punti) e un mostruoso Allen da un’espulsione per falli e: 3 rimbalzi, 3 assist, 1 rubata e 25 punti. 
I Blue Devils così vincono la prima partita della Tobacco Road e anche la più importante a livello emotivo: i ragazzi di coach Krzyzewski per domani e per tutto il resto del semestre saranno degli eroi. 
 
Davide Maggioni 
 
Pubblicato in Lega A
Giovedì, 09 Febbraio 2017 07:58

Capodanno cinese alla Gallagher-Iba Arena

 
Il 9 febbraio 1964 i Beatles si esibivano per la prima volta nel nuovo continente al The Ed Sullivan Show cambiando per sempre sia il concetto di musica che quello di spettacolo: registrarono un audience pari a 73 milioni di spettatori, fra i presenti al concerto e quelli che lo seguivano in diretta televisiva. 
A partire da quel momento che è diventato eternità, lo spettacolo televisivo oggi può raggiungere tutte le parti del mondo e così diffondere ogni tipo di verbo: dalla rock n roll, al calcio, al cinema e alla pallacanestro universitaria. 
Lo spettacolo di questa è a dir poco affascinante: immaginatevi ragazzi dai 20 ai 22 anni che si sfidano davanti a un pubblico effettivo di circa 15000 persone, e a uno televisivo di una folla potenzialmente incalcolabile. 
Così nella notte la partita fra Baylor e Oklahoma State è stata vista da poco più di mezzo milione di spettatori. 
La palla a due si alza alle 7 del lungo pomeriggio americano alla Gallagher-Iba Arena di Stillwater (uno dei quartieri di Oklahoma City) fra i Bears e i Cowboys. 
Gli ospiti si presentano a questa partita nel loro momento di forma peggiore, arrivando da due sconfitte consecutive che necessitano una vittoria o almeno una prestazione convincente; dall'altra parte troviamo la formazione di Oklahoma State che vuole assolutamente difendere con le unghie e coi denti il campo casalingo dove batterli è davvero difficile. 
La sfida è fra le più belle ed entrambe le squadre provano a portare a casa il successo che alla fine dei 40 minuti regolamentari va a Baylor col punteggio di 72-69. Un solo possesso quindi divide le due formazioni dal successo o dalla sconfitta. 
Assistiamo a due partite completamente differenti nel corso della gara: fino a 4:08 dalla fine abbiamo un dominio degli ospiti che sono in vantaggio per 70-57 grazie al canestro da tre di Lecomte. A questo punto qualcosa cambia. 
I Cowboys decidono che è giunto il momento di difendere almeno l'onore e quindi di rientrare in partita, o almeno di ridurre il gap ad un passivo accettabile. Coach Underwood ordina la difesa a uomo a tutto campo per cercare subito di strappare la palla agli avversari e mettere dei canestri facili e veloci. Detto fatto. Nel minuto e mezzo, o poco più, successivo i giocatori con la canotta arancio si portano sul 70-61 grazie a un parziale di 0-4 che sembra intenzionato a non finire, anche perché i Bears non riescono più ad attaccare con quella lucidità che li ha contraddistinti fino a 4:08 dalla fine e soffrono la fisicità e la grinta difensiva dei casalinghi. 
Così a 2 minuti e 11 secondi coach Drew si vede costretto a chiamare un timeout per provare a spiegare ai ragazzi come superare i raddoppi sul portatore di palla dei Cowboys e così liberare un uomo per un tiro facile.  
Al rientro in campo Lecomte perde palla ingenuamente su un raddoppio e così dà il via alla transizione offensiva avversaria, guidata da Evans che pesca subito Carrol: da lui extrapass per Forte III, tiro da fuori l'arco, solo rete, tre punti e 70-64. 
Carrol in difesa riesce a rubare la palla e ad innescare subito McGriff sul quale Wainright spende il fallo e lo manda in lunetta; a cronometro fermo è implacabile il giocatore e fa 2 su 2. 
La stessa azione si ripete poco dopo, solo che cambiano i protagonisti: Salomon recupera palla, serve Evans che subisce fallo da Motley e quindi altra gita in lunetta per uno dei Cowboys. Evans freddo come il ghiaccio dai 5 metri e mezzo: 2 su 2 e punteggio sul 70-69. 
Il clima del palazzetto è incredibile, sembra di essere a Hong Kong il primo giorno del capodanno: nessuno riesce a stare seduto, sono tutti in piedi, battono le mani, si fanno sentire, producono un casino assordante tanto che non si riesce nemmeno a sentire il fischio dell’arbitro a 14 secondi dalla sirena. Si vede solo Lecomte recarsi in lunetta per due liberi; tira il primo e solo rete. Va col secondo e la palla danza armoniosa sul ferro per poi entrare delicatamente. 2 su 2 e punteggio sul 72-69. 
Rimangono 14 secondi per provare a prendersi un tiro da tre per i padroni di casa: prima Evans ci prova dall’arco e sbaglia, allora con 4 secondi sul cronometro Forte III prende il rimbalzo e si butta all'indietro tirando sulla sirena dall’angolo: secondo ferro. 
Baylor con molta fatica riesce ad espugnare il campo di Oklahoma State per 72-69, grazie in particolare ai 24 punti realizzati in 35 minuti da Motley e alla freddezza a cronometro fermo di Lecomte che chiude a quota 15 punti.
Escono comunque fra gli applausi dei compagni di università e di tutti gli spettatori la franchigia di coach Underwood che dovrà lavorare da un punto di vista mentale per portare la prestazione degli ultimi minuti in tutta la partita. 
 
Davide Maggioni 
Pubblicato in Estero
Mercoledì, 08 Febbraio 2017 08:02

Villanova c'è la 48, ma col brivido finale.

È pressappoco l’una di notte italiana e quindi dall'altra parte dell'oceano sono più o meno le 7 di pomeriggio. Siamo nel grande stato della Pennsylvania al The Pavillion di Villanova dove la numero 2 assoluta dello stato affronta Georgetown.
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