Attaccare Milano è un modo per scagionarsi facilmente?

Simone Fontecchio

Premette che è un punto di vista di parte ma secondo il punto di vista non è fazioso. Il pensiero di Marco Arcari da Cultura cestistica:

Si parlava del problema italiani e di Milano come elemento particolare nel problema generale.
Milano è davvero un problema nel problema? Secondo me, no. Per vari motivi:

1) Milano è impegnata in EuroLeague, una competizione che, per ritmi e talento, è così selettiva da non lasciare spazio alla mediocrità. Con ciò non voglio dire che tutti i giocatori italiani siano inadeguati al massimo livello europeo, anzi. Ma la dimensione di questa coppa rispetto alle altre è decisamente diversa. Quanti giocatori italiani oggi valgono il miglior livello europeo? Pochi sul totale, perciò è chiaro che Milano punti su quelli che ritiene più utili in quei ruoli dove non va a prendere stranieri che, ad oggi, fanno un altro sport. Perché sarà anche piena di ameriggani, ma un Goudelock italiano non esiste, come non esiste un Bertans o un Theodore di italici natali. Si può pensarla diversamente, ma tant’è…

2) Milano prende il meglio dalle altre realtà, bloccandone il percorso di crescita? Non credo. I Della Valle, i Flaccadori, i Laquintanta, gli Okeke non sono a Milano, ma in altre realtà (grazie a Dio, direi). Milano ha preso Cusin, centro che viene definito bollito da anni dal 90% di chi parla di basket, perciò – a detta loro – non il meglio del ruolo. Milano ha preso Abass e Fontecchio, giocatori futuribili, per i quali personalmente stravedo, ma superiori a Gentile, Aradori? Sarà…

3) Si è citato l’impiego in termini di minuti del blocco italiani in maglia Olimpia nella 2° giornata: 30 minuti complessivi. Altrove, nelle squadre impegnate nelle coppe europee, si vedono numeri diversi? Torino 38 minuti, Trento 69 minuti, Reggio Emilia 99 minuti, Sassari 62 minuti, Avellino 37 minuti, Venezia 41 minuti, Capo d’Orlando 25 minuti. Ora, escluse tre squadre, non mi pare che le altre abbiano dato così tanto spazio in più rispetto a Milano ai giocatori italiani e non mi pare che la formula per quote sia sfruttata solo da Milano, anzi.

4) Le differenze di preparazione della stagione e di creazione delle gerarchie portano Milano, oggi (tra due mesi spero sarà diverso) a sacrificare quei giocatori che saranno meno impiegati in EuroLeague per creare una chimica che serve fin da subito vedendo le prime 5 avversarie dei biancorossi in Europa. E’ chiaro che gli italiani non siano le prime opzioni in alcun ruolo, ma saranno fondamentali.

5) Il talento è una chiave del ragionamento. Bruno Cerella a Venezia ha già giocato 15 minuti, a Milano in tutta la scorsa stagione solamente 21. Scelta che non condivido, perché Cerella su un parquet qualcosa poteva dare anche a Milano, specie nella scorsa disastrosa stagione. Ma il dato fa capire bene che il ragionamento su Milano non regge. Non credo di mancare di rispetto a Bruno nel dire che oggi Milano, nel ruolo, ha giocatori decisamente più pronti, talentuosi e futuribili nel ruolo rispetto a Venezia.

6) Si sono citati i casi in cui si è bloccata la crescita dei giocatori firmati da Milano. Vero nel caso di Fontecchio e Abass, falso nelle altre situazioni citate. Senza tornare ai tempi dei romani, a Milano Melli era un signor giocatore a cui erano richieste sponde e triple dall’angolo, ma il talento è sempre stato cristallino. A Bamberg, sotto Trinchieri, con un gioco che esalta sempre il 4, Melli ha solo avuto modo di mettere in mostra tutto il talento: cosa che, a Milano, non poteva fare. Quindi su Melli potrei concordare. Gentile? A Milano si è consacrato, dopo ottime annate a Treviso.

7) Il metro di paragone deve essere Gentile. Perché Scariolo non è stato un pazzo a lanciarlo subito nella mischia, anzi. Scariolo si è trovato per le mani l’ultimo giocatore di assoluto livello europeo che la nostra scuola abbia prodotto, perciò era inevitabile che Gentile trovasse spazi importanti anche in una squadra che poteva contare su Langford e compagnia. Esistono oggi altri giocatori così pronti per giocare in una squadra che deve competere ai massimi livelli? In potenza qualcuno (penso a Flaccadori, per citarne uno), in atto non ne vedo. E questa non è mancanza di rispetto: è realtà dei fatti. Perché il rispetto non è dire a tutti i nostri ragazzi che sono fenomeni e che è ingiusto se non trovano spazio. O prendere a paragone Milano, che forse è proprio l’ultima realtà che può rientrare nel giudizio, per i motivi sopra esposti.

Se gli italiani giocano poco ci sono sicuramente mille motivi: tra questi, però, non credo rientri Milano. Ci rientrano sicuramente la mancanza di programmazione, la mancanza di strutture adeguate, la mancanza di educazione fisica fin dai primi livelli di istruzione, la questione dei contratti e degli stipendi.
Inoltre, pensiamo a una cosa: quanti giovani spagnoli giocano tra Barça e Real Madrid in Liga o EuroLeague? 1 tra i catalani (Marc Garcia, che poi ha già 21 anni) e 1 tra i madrileni (Santi Yusta, classe 1997). Eppure la Spagna è comunque piena di talenti e nelle under fa sempre risultato. Un controsenso, se si accetta la tesi che Milano sia un problema.

PS. A scanso di equivoci, io tifo Milano ma ritengo che l’ultimo posto dove crescere e giocare a pallacanestro sia Milano. Perciò il post non vuole essere marketta all’Olimpia, ma semplice esposizione di fatti.