Belinelli sul mercato: il declino della NBA “italiana”

Marco Belinelli

Fonte: sportsenators.it a cura di Luca Chiabotti

Nella prima stagione ad Atlanta, la sua ottava squadra in 11 anni, l’azzurro sta ribadendo di essere il nostro giocatore di maggior successo in America. Ma gli Hawks ultimi in classifica meditano di rinunciare ai migliori veterani per ripartire dai giovani…

Marco Belinelli è ufficialmente nella lista dei cedibili degli Hawks con i quali gioca da luglio. Il che non sarebbe neanche male considerato che Atlanta, ottava squadra cambiata in 11 stagioni americane di “Beli”, è ultima in classifica, la peggiore franchigia della Nba. Dove, come nel nostro calcio, è tempo di “basket mercato”, con scadenza tra un mese, ma con logiche e metodi spesso diametralmente opposti a quelli usati dalle nostre parti.

Atlanta, che ha vinto solo una partita su quattro, ormai fuori dalla lotta per i playoff, non va sul mercato per rinforzarsi (la retrocessione nelle leghe professionistiche americane non esiste) ma, apparente paradosso, per indebolirsi nel breve per poi ottenere giocatori più giovani e scelte future per ricostruire la squadra. Così è pronta a sacrificare chi le sta dando di più solo perché “vecchio”, Kent Bazemore (28 anni), Ersan Ilyasova (30) e Marco Belinelli (31), cioè tre dei 5 migliori realizzatori della squadra. C’è anche chi afferma che gli Hawks non abbiano rifiutato di trattare anche della loro giovane stella, il tedesco Dennis Schroder (24 anni, 19.8 punti di media) che nel 2016 era stato onorato con un prolungamento del contratto da 72 milioni di dollari per 4 anni. Atlanta non ha problemi di salary cap, è la 24esima squadra su 30 per salari, e sia Ilyasova che Belinelli sono in scadenza di contratto. Il che li rende piuttosto appetibili per chi vuole avere le mani libere la prossima estate sul mercato dei free agent, ma muovono pochi soldi, 6 milioni a testa:

spiccioli per la Nba di oggi. Il problema che ci riguarda è: chi potrebbe essere interessato a Belinelli? Una squadra- playoff con un monte salari pesante che ha bisogno di un veterano-specialista a buon mercato per rinforzare la panchina (e sarebbe lo scenario migliore, diciamo Washington o Milwaukee) o squadre modeste che vogliono solo sbaraccare a fine stagione per avere grandi spazi salariali (e sarebbe un guaio perché dopo Sacramento, Charlotte e Atlanta continuerebbe il vortice al ribasso della carriera di Marco)?

Belinelli sta giocando bene. Sta eguagliando il suo massimo in carriera per media punti realizzati(11.8 come a New Orleans nel 2012) in soli 23’ in campo. E’ sempre un solido tiratore da tre punti, 38.5%, ed è il quarto di tutta la Nba per percentuale ai liberi, con un fantasmagorico 93%. Il paradosso è che un giocatore così, in scadenza di contratto, nella Nba sembra fatto apposta per essere inserito in ogni trattativa di mercato perché può essere utile a qualsiasi squadra: è il classico jolly da buttare sul piatto per strappare la preda voluta alle concorrenti. Diverso è per il giocatore: sistemata la sua vita col contratto firmato a Sacramento nel 2015, un triennale da 19 milioni che ha portato a 36 milioni (lordi) il totale guadagnato in America, Marco dai fasti del titolo con San Antonio e la vittoria nella gara del tiro da tre all’All Star Game, è sceso di livello e in estate dovrà trovare un nuovo contratto. Non una situazione semplicissima: Beli prima che un giocatore della Nba è un appassionato di Nba e del suo mondo e farà di tutto, probabilmente riuscendoci, per restarci e non tornare in qualche big europea. Anche perché è più adatto al basket che si gioca e al ruolo che ricopre in America.

Oggi Belinelli è l’unico italiano in campo con continuità tra i professionisti oltre che, alla fine dei giochi, quello che ci ha dato più lustro e soddisfazioni. E’ il recordman degli italiani avendo finora totalizzato 732 presenze tra i pro, playoff inclusi. Danilo Gallinari ha disputato solo 11 partite questa stagione per i problemi al gluteo e alla mano che si è malamente infortunato in azzurro nel tentativo di prendere a pugni un taglialegna olandese che lo provocava… Da quando nel 2014 è rientrato dopo una stagione completa persa per infortunio, ha saltato più di 100 partite: ce la mette tutta ma non può non esserne condizionato. Andrea Bargnani è tornato in Europa la scorsa stagione, giocata a metà, come ormai gli succedeva nella Nba, per i continui problemi fisici. Ha fatto sapere nei giorni scorsi, via Facebook, che a 32 anni non si è ritirato ma non sta cercando una squadra, considerando probabilmente solo team di Eurolega, quindi in Italia Milano, appetibili per un rientro. Sia Gallo che il Mago hanno disputato stagioni nelle quali non sarebbe stato un sacrilegio una loro convocazione all’All Star Game, tra le grandi stelle Nba, ma quegli anni sono probabilmente finiti anche se non bisogna mai perdere fiducia nel talento di Gallinari. E, alla fine, se pensiamo alle mitiche avventure dei nostri giocatori in Nba (oltre ai tre citati, ci sono stati Gigi Datome e i due pionieri a metà degli anni Novanta, Enzo Esposito e Stefano Rusconi, ma Rusca solo per pochi attimi e in pochissime partite), solo Belinelli è riuscito davvero a concretizzare i grandi sogni e speranze di noi italiani.

Bilancio negativo, dunque? Diciamo che non è come quello che avrebbe potuto essere. Abbiamo totalizzato un campione Nba e due giocatori da 15 punti di media in carriera, una enormità pensandoci bene. Ma non basta se come Gallo, in 9 stagioni, ha disputato solo 12 partite di playoff, una in più di Bargnani in 10 anni. Beli ne ha giocate 48 con tre squadre diverse e fa la differenza: ecco perché sono dispiaciuto nel vedere Marco allontanarsi dai vertici della Lega. Come del fatto che, se i nostri ragazzi non ci hanno fatto sognare come speravamo, non ce ne sono altri all’orizzonte interessanti per la Nba. Nicolò Melli ha preferito, giustamente, un bel contratto al Fenerbahce che un’offerta di Atlanta: è un giocatore “alla Datome” che difficilmente avrebbe avuto uno spazio adeguato per essere valorizzato negli Stati Uniti. Alessandro

Gentile ha visto passare il treno di Houston ed è difficile che un’altra possibilità ripassi presto, anche se è ancora giovane: prima deve tornare al massimo livello europeo, poi si vedrà. Altri pronti, anche solo per una scelta, non ci sono. Teniamoci stretto Marco, l’azzurro sul quale meno l’Italia avrebbe scommesso, per struttura fisica e storia contrattuale, in prospettiva Nba. S’è costruito una carriera solida con sprazzi lucenti, speriamo che possa giocare ancora ad alto livello e non essere relegato dove il campionato più bello del mondo, a metà stagione, ha già quasi un terzo delle squadre che pensano solo al futuro, anche a costo di mandar via i migliori e perdere più o meno apposta. Non se lo merita.