Brian Sacchetti e quel vestito scomodo in Nazionale da “figlio di papà”

Fonte: La Stampa a cura di Giorgio Viberti

Brian Sacchetti con serenità risponde sul ruolo “scomodo” di essere il figlio dell’allenatore convocato in Nazionale.

Figlio di papà

«Ma no! – ride – Anche se in tanti, amici e non, mi fanno battute e mi prendono in giro, dandomi del raccomandato, qualcuno seriamente, altri per scherzo». Lei sta al gioco o se la prende? «Io sono strafelice e basta, ma credo che mio padre sia al di sopra di ogni sospetto, non mi avrebbe mai chiamato per nepotismo, ne sono certo. Del resto lo conoscete tutti no?».

Papà coach?

«Strano. Bello. Per anni sono stato allenato da mio padre, a Castelletto Ticino e Sassari, ma in maglia azzurra è diverso». Sia sincero: ci credeva? «No, ma un po’ ci speravo. E per me, a 31 anni, è magnifico».

Il nome Brian dal papà

«Si. Io dovevo essere femmina e appena nato mia madre, che era provata dal parto, disse a mio padre di pensarci lui al nome. Papà stravedeva per Brian Winters, un grande tiratore della Nba. Nel frattempo mamma aveva deciso per Simone, ma ormai avevano registrato il mio nome come Brian».

Meo Coach

«È un et di… peso! Scherzo, dai. Ha un approccio molto familiare, ma questa volta la parentela non c’entra. Sa sdrammatizzare e leggere bene le situazioni, conosce il parquet, dà libertà ai giocatori ma sempre con il giusto rigore. Vuole intensità e aggressività, senza limitare però l’estro dei singoli. E poi ti trasmette l’emozione e la passione di chi è stato grande giocatore, anche in Nazionale, e il culto della maglia azzurra».