C’era una volta il basket in USA: Da New York a Philadelphia (di Giorgio Gandolfi)

Chauck Daly (Archivio Gandolfi)

Luigi Carnesecca, conosciuto come Lou, e Charles Jerome Daly, conosciuto come Chuck, due allenatori che mi hanno fatto conoscere il basket USA, forse più di altre persone incontrate nei miei tanti viaggio negli Stati Uniti.

Avevo conosciuto per la prima volta Lou Carnesecca, nativo di Pontremoli e sempre fiero della sua discendenza italiana – quando incontrava un italiano parlava nella nostra lingua, mista a qualche parola d’inglese – ad un clinic a Torino con Sandro Gamba, Dido Guerrieri e John Thompson, che allenava Georgetown, e che erano suoi amici. In ogni viaggio a New York non perdevo l’occasione di andare a trovarlo a St. John’s, da lui allenata per 24 anni. La prima volta mi invita a pranzo da Mama Leone’s, che, mi dice, era considerato il miglior ristorante italiano di New York. Mi portano un piatto di spaghetti annegati in un mare di salsa di pomodoro, con polpettine di carne che galleggiavano: non è il tipico primo piatto italiano spagetti with meatballs, mi chiese? Naturalmente confermai. Ma di Lou mi rimasero impressi in partita i suoi frenetici andirivieni lungo la sua panchina, senza mai stare zitto un secondo, sia con gli arbitri, ma sempre in modo simpatico e garbato, che con i suoi giocatori e la mimica del suo viso ad un tiro segnato o sbagliato od una bella o brutta azione difensiva. Leggendari i suoi maglioni dai colori e dai disegni più improbabili e famosa è stata la gag ad una finale della Big East Conference al Madison Square Garden tra St. John’s e Georgetown. John Thompson si presentò in giacca e, quando se la tolse indossava lo stesso identico maglione di Carnesecca, sapendo, che da buon scaramantico, Lou avrebbe indossato lo stesso maglione della semifinale vinta. Ero anche presente a Lexington nel 1985 quando Thompson e Carnesecca si scontrarono nella semifinale della Final Four. Un altro episodio che mi rimase impresso era relativo ad un grande amico di Carnesecca, Red Sarachek, un genio del basket, che era idolatrato da molti allenatori di college, come Dean Smith di North Carolina e Bobby Knight di Indiana. Ormai ritiratosi, gestiva un famoso negozio di abbigliamento sportivo, ma era ancora molto ascoltato da Carnesecca. Una sera aspettiamo Lou in palestra, Red osserva l’allenamento della squadra femminile di St. John’s, ma scuote la testa perché le giocatrici passavano male. Scende in campo ed inizia a correggerle, Lou esce dal suo ufficio e dice che ben pochi allenatori potevano insegnare basket come Saracheck : in tutta la mia vita non ho mai visto un miglioramento così repentino nei fondamentali in pochi minuti.

Dal college ai pro. La mia diretta conoscenza con Chuck Daly era iniziata ad una partita giocata in Italia dall’Università di Pennsylvania, da lui allenata, anche se mi aveva inviato in precedenza film e yearbook della squadra. In seguito, insieme a Maurizio Gherardini, ero stato il traduttore ad un Clinic di S. Marino, organizzato da Luciano Capicchioni. Da li in poi era nata un’amicizia ed ero stato più volte ospite a casa di Daly nei sobborghi di Philadelphia quando era diventato assistente allenatore dei Sixers. Il suo sancta sanctorum era il guardaroba

dove erano custoditi decine di abiti, pantaloni, cravatte e, soprattutto scarpe, di ogni colore per abbinarle al meglio agli abiti. Uno dei più emozionanti episodi della mia amicizia con Chuck è stato in occasione delle finali NBA tra i Sixers ed i Lakers del 1980. Il giorno prima della quarta partita a Los Angeles, Billy Cunningham, capo allenatore, Daly e Jack McMahon, i due assistenti, si stavano riunendo in una stanza dello Sheraton Airport per definire la strategia. Chuck mi dice di venire con lui. Mi siedo in un angolo della stanza, quasi senza fiatare, ed ascolto come lo staff tecnico imposta la partita: anziché far giocare in post basso Darryl Dawkins, decisero di posizionarlo sull’angolo alto della lunetta per sfruttare il suo tiro dai tre metri e per costringere Jabbar ad uscire. Dawkins segna 25 punti ed i Sixers vincono 104 a 102. Ho esultato con Daly alla fine della quarta partita nel maggio del 1983 a Los Angeles, dove i Sixers di Erving e Malone avevano vinto il titolo 115 a 108. Un altro grande ricordo quando Daly allenava il Dream team a Montecarlo, in preparazione alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, ed io ho pranzato con lui ad un tavolo dell’Hotel Lowe’s, dove soggiornava la squadra, nello stessa sala dove erano seduti Jordan, Bird e Magic e la squadra intera. Un paio di volte ero stato anche a trovarlo a Detroit. Era stato anche mio ospite una volta in Italia ed eravamo andati a Venezia con la moglie Terry e la figlia Cydney. L’ultima volta, dopo il suo ritiro, lo avevo visto a Firenze nell’ottobre del 2008 e, per non smentirsi, mi aveva chiesto di andare alla ricerca di un calzolaio che produceva scarpe su misura e, finalmente trovatolo, aveva acquistato un paio di scarpe grigie, che si sarebbero adattate ad un completo dello stesso colore. A febbraio del 2009 vengo a sapere che gli viene diagnosticato un tumore al pancreas. Lo chiamo spesso in quei mesi, fino a quando la moglie Terry mi telefona e mi dice che è scomparso. Devo molto a Carnesecca ed a Daly ed è anche grazie a loro che posso vantare grandi ricordi dei miei trascorsi negli USA.

Chuck Daly e signora