Craig Sager, sempre ottimista!

Craig Sager (www.nba.com)

Da si.com tutta la filosofia di un uomo con il sorriso sulle labbra.

Al quarto piano del Royal Park Hotel di Rochester in Michigan, Craig Sager disfa la sua valigia. Un arcobalento di seta fa capolino sul letto: giacche azzurro e lilla, pantaloni viola e blu, magliette gialle e verde acqua, una cravatta con cristalli di Swarovski e una con dettagli in oro. Sembra un caleidoscopio.

Le stampe sono psichedeliche: fantasia scacchi blu e verde, scozzese rosso e nero, cerchi giallo e arancione, zigzag rosa e turchese. Piegandoli sul letto, Sager racconta la storia di ognuno di questi pezzi: vengono da Rex a Miami o da A. Taghi a Houston, fatti su misura o scelti dal campionario. Disfa dei fazzoletti e ne nasconde il prezzo. “Questo sarebbe potuto essere un tessuto adatto per un divano o delle tende”, dice. “Io ho pensato di farne invece una bella giacca”.

Sager si trova a Detroit per il primo round dei playoff, Cavaliers-Pistons, il miglior seed della Eastern Conference che sfida il peggiore. Per il Game 3, decide di indossare la giacca lilla (“Non è proprio il tessuto più adatto”, ammette. “Siamo alla ESPN”); per il Game 4, quando sarà in missione per la TNT, uno scozzese nero e rosso. “Sono i playoff”, dice il sessantaquattrenne. “Devo far del mio meglio, in termini di vistosità”. Gli abiti non sono mai scelti a caso. Ogni abbinamento è frutto di ragionamento ed è messo insieme secondo tre criteri: squadre, città, periodo dell’anno. “A Detroit non posso indossare il damascato che uso a Miami”, spiega.
Alle finali del 2011 a Chicago, Sager è rimasto scontento di non aver riavuto il suo completo a tema “Bulls” in tempo dalla lavanderia, cosa che lo ha costretto ad indossare poi una alternativa arancione. “Sager!”, si è sentito dire dai fan allo United Center. “Non è il nostro colore quello!”. “È un arancio Ditka!”, ha battibeccato lui e la folla ha esultato come fosse l’ ’85. Sager non ammette di essere visto per due volte con lo stesso completo, il che spiega l’apparizione dell’ex ricevitore dei Cowboys, Michael Irvin, in giacca blu di velluto di Sager. Ciò spiegherebbe anche perché alcuni giovani di Atlanta girano le interviste del loro primo lavoro con indosso scarpe in pelle di struzzo.
Per molto tempo lo si è conosciuto per i suoi abiti, adatti al suo “colorato” stile di vita. Ai ragazzi della Batavia High School, per la foto del diploma, era stato imposto di indossare giacche nere o blu scuro. Sager si è presentato con una giacca blu elettrico, confondendo le idee al fotografo. Era un atleta prima che un dandy, un giocatore di football e basket della Northwestern sopravvissuto a due commozioni cerebrali durante la sua prima stagione e spedito per questo a fare il cheerleader. Con il suo mini trampolino faceva acrobazione durante i pub crawl. Ma la sua carriera in questo settore è durata poco. È finito poi a fare la mascotte Willie il Wildcat per uno show alla Ohio State University. Quando la Northwestern ha vinto, la band degli avversari ha sfogato il proprio disappunto sul povero Willie, la cui pelliccia è stata più volte colpita dagli strumenti musicali. I Cats sono subito accorsi dagli spogliatoi per soccorrere Sager, ormai consacrato nella parte di Willie.
Dopo la laurea nel 1973 Sager si è trasferito a Sarasota, in Florida, dove ha lavorato come istruttore di vela, come buttafuori al Big Daddy’s e come reporter per una stazione radio. Una registrazione memorabile (durante la quale indossa un completo giallo e blu) gli ha guadagnato un posto come meteorologo in tv. Da Tampa a Turner, tutti i dirigenti han tentato di rendere il suo abbigliamento più sobrio, finendo addirittura per ritoccare il colore dei suoi abiti nelle fotografie promozionali. Ma alla fine gli si è trovato un habitat: l’NBA. Purtroppo Kevin Garnett lo ha paragonato a un albero di Natale, Phil Jackson a uno della Good Humor, Charles Barkley a un “pimp”. Lo hanno trattato senza pietà. “Impossibile che tu abbia comprato un abito tanto di m***a a Philadelphia!”, gli ha urlato un fan della City of Brotherly Love. Sager in tutta risposta gli ha mostrato il logo di Boyds.
“Ho richiesto un certo tipo di abbigliamento per i giocatori, ma avrei dovuto farlo anche per i giornalisti”, ha detto l’ex commissario David Stern. Agli All-Star di Washington del 2001, Stern ha ordinato a Sager di levarsi il completo argento mettallizzato di Versace perché rifletteva le luci della arena. Non molto tempo dopo, al Madison Square Garden, Stern si è lamentato di nuovo. “Come sta bene stasera”, ha però detto Dianne, la moglie di Stern. “È così divertente e pieno di vita, non è così che dovrebbero essere tutti gli sport?”.
Sager non è il tipo da far discorsi sul pick-and-roll. Lui è quello che ha dormito accanto alla stalla del cavallo Seattle Slew la sera prima che questo vincesse la Triple Crown, che ha pagato la cauzione per far uscire di prigione Morganna the Kissing Bandit, che ha sorpreso Shaquille O’Neal presentandosi alla sua casa a Isleworth. Una intervista con Sager andrebbe fatta a un ippodromo durante una corsa di cani (Sager stesso un tempo possedeva dei levrieri da gara) oppure a un ristorante Hooters, dove i camerieri vestiti d’arancione gli servirebbero della Bud Light e gamberetti. Dovrebbe sedere su uno sgabello accanto alla moglie Stacy e raccontare agli sconosciuti di Dennis Rodman, assente ingiustificato dei Pistons del ’93 e potenziale suicida, almeno finché Sager non lo ha recuperato al secondo piano di uno strip club di Detroit. “The Landing Strip si chiamava il posto”, ha detto Sager. “Aveva con sè la pistola. Lo avrebbe fatto, si sarebbe ucciso. E io gli ho detto quanto sarebbe stato stupido”.
Ora però non può cenare a un ristorante Hooters. Aspetta una telefonata e si guarda la cravatta con i dettagli in oro. Poi sente uno squillo del telefono. “Credo sia il dottore”, dice. Si scusa e si allontana dalla stanza del Park Suite per rispondere. “Come sono le mie piastrine oggi? Quattro? Ok e quale è la norma? 140? No, non sono stupito. Capisco. Sto bene. Mi sento bene. Non si preoccupi, sono abituato”. Riattacca. “Le mie piastrine sono a quattro!”, esclama con un lieve sorriso. “Un taglietto adesso potrebbe farmi morire dissanguato”.
Sager scende dalla Impala del suo produttore e si avvia lentamente verso il The Palace per il Game 4. Indossa la giacca lilla, i pantaloni viola, la maglietta a righe e la cravatta a zigzag. “Per Prince”, dice, come se la sua tenuta non fosse stata studiata per settimane. Mentre si avvicina al campo, intorno gli si crea una piccola folla: guardie del corpo, lavoratori, uscieri, giornalisti che dicono di idolarlo, così come fa anche il centro dei Pistons Aron Baynes. Christine Cameron, la madre del centro del Detroit Andre Drummond, lo abbraccia e lo stringe un po’più a lungo del dovuto. Sager firma almeno cento autografi. “Quando c’è Sager a far la telecronaca, vuol dire che la partita sarà memorabile”, dice LeBron James, ala dei Cavs. “Ma vederlo qua di persona…”, la voce gli trema. “Anche solo parlarne mi commuove”.
Gli spettatori lo vedono in tv e nemmeno immaginano i sacrifici che ha dovuto fare per trovarsi ora su quel campo: chemio lunedì e martedì al MD Anderson Cancer Center a Houston, partita mercoledì sera a Cleveland, volo per Detroit giovedì mattina, perpetue raccomandazioni della moglie Stacy che gli ricorda di indossare la mascherina mentre è in aereo, di lavarsi le mani e di prendere le venti pastiglie che gli servono per stare bene, altri trattamenti al Detroit Medical Center giovedì pomeriggio (“I dottori son rimasti male dopo aver visto i miei valori!”, ha detto Sager) e una trasfusione di piastrine in programma per quella stessa sera al Sinai-Grace Hospital.
Al Sinai gli hanno dato un letto troppo piccolo per le sue dimensioni, le gambe stavano a penzoloni ed al braccio sinistro aveva attaccata una sacca gialla. Per cena si è mangiato un hamburger e una insalata. “Non c’è la tv qui”, ha detto al telefono. “Dove sono i risultati della partita?”. I dottori avrebbero voluto tenerlo in osservazione quella notte, ma lui ha talmente protestato che all’una e mezza lo hanno lasciato andare. Sedici ore dopo era già al The Palace a dichiarare di sentirsi tremendamente meglio. La trasfusione aveva aiutato il sangue ad arrivare alla bocca, al viso ed alle mani. “Se non avessi fatto la trasfusione avrei anche potuto non superare il finesettimana”, dice. “Ma per ora mi sta tenendo in vita”. Gli servono due trasfusioni a settimana.
Nell’aprile 2014 gli è stata disgnosticata una leucemia mieloide acuta. Aveva accusato un senso di affaticamento particolarmente forte dopo una partita a Dallas. Da quel giorno è stato sottoposto a due trapianti di midollo, a 21 biopsie sempre di midollo ed a più di 20 cicli di chemio, uno dei quali durato due settimane, 24 ore al giorno. Lo hanno ricoverato con la polmonite, l’influenza, una infezione batterica e la gotta. Ha affrontato un paio di ricadute, la più recente delle quali a febbraio, ma non lo ha detto a nessuno per paura di essere sostituito agli All-Star. Sager vive ancora appena fuori Atlanta ma trascorre il più del suo tempo al Marriott Medical Center a Houston, dove si trova coinvolto in un progetto clinico sperimentale. Gli amici hanno preso un colpo quando Sager a marzo alla HBO ha detto di avere da tre a sei mesi di vita; quella però era la prognosi per un paziente che non fosse curato, mentre lui sta ricevendo le cure migliori. “Un paziente che sopravvive a un anno come l’ultimo è un paziente straordinario”, dice il suo dottore Naveen Pemmaraju. “Quello che ha fatto ha del miracoloso”.
Nello stesso periodo un altro fatto fenomenale è accaduto. Il reporter celebre per essere stato imitato da Garnett (“Prendi i tuoi abbinamenti, vai a casa e bruciali”) e boicottato dall’allenatore degli Spurs Gregg Popovich (“È la domanda più stupida che io abbia mai sentito”), è diventato la figura forse più rispettata della Lega. Dopo la diagnosi, Kevin Garnett gli ha mandato dei fiori, Popovich una partecipazione rincuorante (“Quando vuoi, è come se fossi in squadra”), il commissario Adam Silver gli ha fatto visita. “Hai di meglio da fare”, gli ha detto Sager; “No, non è vero”, ha risposto Silver, “sei importante per l’NBA tanto quanto i giocatori e gli allenatori e i manager”.
Durante una diretta della TNT è impossibile non avvertire la presenza di Sager nell’arena. Solo lo scorso mese il centro dei Rockets, Dwight Howard, ha ideato un raduno di donatori di sangue in onore di Sager; il reporter dei Lakers, Mike Trudell, ha convinto i proprio colleghi nella Lega ad indossare il loro completo più sfacciato; Steph Curry degli Warriors ha interrotto una intervista con Sager (più precisamente, lo ha fatto durante una domanda sulla fatica) per mettere in risalto l’ironia della situazione: “Vedendo te e quello che riesci a fare, noi non abbiamo scuse”, ha detto Curry, “sei d’ispirazione”. Il 20 aprile Stacy ha partecipato al CancerCare gala a New York City ed il giorno dopo si è recata in auto all’aereoporto LaGuardia. L’autista le ha chiesto di chiamare Craig, di modo che potessero pregare insieme.
Sager si appunta i nomi di tutti quelli che lo chiamano. Se ne va in giro pieno di foglietti con queste annotazioni. Rodman lo chiama sempre. Karl Malone lo ha chiamato. Phil Mickelson anche. “Non lo conosco nemmeno tanto bene lui”, ha detto Sager. “Tutta questa partecipazione mi sorprende”. A non essere invece sorpresi sono LeBron, Silver e Chris Paul, il quale nel 2013 aveva presentato Sager ai propri genitori e gli aveva chiesto di partecipare ad un suo spot per la Jordan Brand. “Riesce a conferire a qualunque cosa realità”, ha detto Paul.
“Un giocatore lo sa quando lui è nei paraggi”, ha detto Kenny Smith della TNT. “E se Craig Sager parla di te, allora vuol dire che sei stato officializzato. La famiglia lo registra alla tv e poi tu ti riguardi il filmato mille volte. È una iniziazione”. Doc Rivers, allenatore dei Clippers, commenta le prime interviste con Sager delle nuove reclute: “So cosa stanno pensando”, dice Rivers, “’sono davvero in NBA, ce l’ho fatta’”.
A Detroit Sager ha provato a chiamare Matt Holsworth. I due si erano incontrati più di due anni fa durante un report sulla figlia di Matt, Lacey, diventata amica della ala della Michigan State Adreian Payne durante il periodo di ricovero per un cancro che la avrebbe sicuramente uccisa. Lacey è morta a otto anni. Sager pensa spesso a lei. “Io di anni ne ho 64”, dice. “Sono stato già abbastanza fortunato”. Il padre di Sager, Al, era un veterano che aveva lavorato per lo Yank magazione (rivista militare del periodo della seconda guerra mondiale), prodotto lo show radiofonico “The Army Hour” e scritto discorsi per Richard Nixon quando questi si trovava in Illinois per la campagna. È dal padre che Sager ha ereditato la parlantina. Lo spirito invece, quello viene dalla madre Coral, che una volta drante una partita si è talmente infervorata con l’arbitro che ha fatto irruzione nel campo della West Aurora High. La polizia la ha poi portata in prigione.
Sager ha intervistato Hank Aaron sul campo dopo il suo 715esimo home run. Ha trasmesso le partite della associazione Pop Warner di Deion Sander a Fort Mayers, Florida. Credeva che Popovich lo considerasse un fastidio: alle qualificazioni per la USA Basketball Olympic del 2003 si sono però incrociati e Sager ha condiviso con Pop una parte della sua storia. Sarebbe dovuto entrare nella Air Force e avrebbe dovuto giocare a basket per i Falcons. All’ultimo, il suo coordinatore lo ha assegnato a West Point e così è finito a studiare alla Northwestern. Pop e Sag sarebbero potuti essere compagni di squadra a Colorado Springs.
Sager ha cinque figli da due matrimoni: Kacy, 30 anni; Craig Jr., 27; Krista, 24; Riley, 10; Ryan, 9. Stacy svela dettagli sulla condizione del marito che lui preferirebbe tenere per sè. Lui ad esempio ti confiderebbe di aver centrato 21 buche al Wildcat Golf Club a Houston lo scorso venerdì, ma non che un suo amico per un incidente con il golf cart lo ha fatto finire in pronto soccorso. “Non mi piace lamentarmi”, dice Sager. “Non voglio che le persone pensino ‘Guarda cosa gli è successo, poverino’”.
Chi gli fa visita, raramente lo trova sdraiato a letto. Per fare le fotografie si alza sempre. Si sistema i capelli. Ha i piedi gonfi per la chemio e non può indossare i suoi mocassini perché sono troppo stretti, così la Nike gli ha mandato quattro paia di scarpe a stampa animale della collezione di Kevin Durant. “Tu vai da lui pensando di dovergli tirare su il morale”, dice Ernie Johnson della TNT, sopravvissuto ad un linfoma nel 2006, “invece sei tu ad andartene tutto eccitato”. Lo stile di Sager lo aiuta a spiccare in un ambiente affollato ed a rompere il ghiaccio con i più timidi e riservati. Ma non son queste le ragioni per cui lui compra i suoi abiti. Lui non ha uno stilista o un consulente di immagine. “Mi piacciono e basta”, dice. “Mi fan sentire a mio agio. Diventano belli non appena li scelgo”. Dei colori gli importa, della moda no. A Fort Meyers si presentava ai raduni pre-partita delle scuole indossando i colori della scuola in cui si trovava: verde per la Fort Myers High, viola per la Cypress Lake, marrone per la Riverdale. Spesso prende appunti usando penne colorate: inchiostro viola per i Lakers, rosso per i Rockets e così via. Il suo ex produttore, D. T. Slouffman, una volta gli chiese di firmare una palla da baseball per il compleanno della figlia che avrebbe fatto quattro anni. Il suo colore preferito era il rosa. “Per Holly Anne”, ha scritto Sager. “Buon compleanno! Facciamo una festa! Tu ti vesti di rosa e io di viola. L’amico di papà, l’uomo che si veste tutto strano”. Ha scritto il messaggio un po’in rosa e un po’in viola.
È ancora l’uomo dei colori, anche se le giacche sono ora di qualche taglia più piccole. Ma perché mai ora dovrebbe essere a Detroit a lavorare con le piastrine a quattro e l’emoglobina in caduta libera e con il rischio che un taglietto da carta lo metta in pericolo? “In che senso?”, chiede Sager. Sembra Popovich, che rifiuta sempre le premesse della domanda. “È la domanda essenziale”, dice Pemmaraju, il suo medico. “Quello che fa è pericoloso. Lui rischia. Finiamo ancora a parlare dell’aspetto psicologico. Dove la si trova, l’ispirazione, dove cercare la propria forza? Lui la ha nel suo lavoro. Non poterlo fare lo danneggerebbe ancora di più”.
Sager e Pemmaraju sperano che il progetto clinico sperimentale (un mix di chemio e immunoterapia) lo rendano sottoponibile a un terzo trapianto di midollo. Craig Jr. è stato il donatore per i primi due. “Mi crede un ingenuo?”, mi domanda Sager. “Forse. Nego l’evidenza? No. So di essere grave. Ma ho fede. Ho il supporto degli altri. Ho la speranza, che è importante quanto continuare a respirare”.
La domenica pomeriggio Sager è in albergo, annoiato. Non riesce a chiamare Matt. Non può farsi la sua solita corsetta. Attende con impazienza il Game 4, seguito da un volo per Atlanta il lunedì mattina e da una trasfusione. Se ne sta sdraiato con la sacca gialla al braccio. Finalmente riesce a parlare con Matt che si trova alle Hawaii per il secondo anniversario della morte di Lacey. “Iniziavo a preoccuparmi”, dice Sager. Ora sembra sollevato.
“Lo chiamo l’ “uomo miracolo””, dice Bruce Teilhaber, proprietario della Friedman’s Shoes di Atlanta. La Friedman gli ha venduto le proprie vivaci calzature per oltre tre decenni: alligatore e coccodrillo, lucertola e serpente, rosa e pesca, rosso sangue e verde contante. La misura sempre la stessa.
“Tutto ciò che vorrei”, dice Teilhaber, “è vendere all’uomo miracolo un paio di scarpe viola”.