Danko e Kamenko (di Sergio Tavcar)

Sergio Tavcar

Devo dire che sono rimasto spiazzato dalla vostra discussione sulla meccanica del tiro e mi accorgo di essere ormai un reperto da museo. Ai miei tempi infatti si ragionava in modo del tutto diverso e, viste le cose sulle quali si discute oggi, come ha magistralmente spiegato Llandre, siamo in due galassie diverse che non possono comunicare in nessun modo.
Allora, per chi fosse interessato, farei un po’ di storia e riandrei agli oscuri tempi passati spiegando anche un po’ il mio background, o, se volete, l’humus cestistico nel quale sono cresciuto. In epoca pre-tecnologica, quando i numeri erano solo quelli che ti dicevano se alla fine della partita avevi vinto o avevi perso, e dunque si andava a lume di naso, il tiro aveva una sola caratteristica fondamentale: se entrava o meno. Se entrava spesso, allora tiravi bene e dunque nessuno ti diceva nulla, se più spesso usciva, allora avevi un problema e dovevi lavorarci. E la cosa era ancora più importante se il giocatore non aveva un talento naturale per il tiro.
Chiunque abbia solamente un po’ bazzicato per i campi di basket distingue il tiratore nato dal non tiratore praticamente dopo pochi secondi che lo vede giocare e tirare a canestro. Dei grandi giocatori jugoslavi del passato tiratore nato era Kićanović: semplicemente lui “vedeva” il canestro, per cui lui avrebbe segnato sempre e comunque sia se il canestro fosse stato storto, o messo a 3 metri e mezzo d’altezza o all’altezza del canestro del minibasket. Lo vedevi da dove metteva le mani: se il difensore gli metteva le mani verso la sua destra, lui era capace di portare le braccia verso sinistra e di sferrare il tiro assolutamente fuori dall’ideale asse spalla-gomito-braccio-polso che, indipendentemente da ogni tipo di “motion” o di altra cagata moderna, è il solo e unico assetto per il quale un tiro possa essere accettato tecnicamente. Dunque il grande tiratore nato improvvisa: e allora a uno così cosa vuoi o puoi insegnare? Lui semplicemente trova sempre il varco nella difesa avversaria (per quanto forte il difensore possa essere purtuttavia non è la dea Kalì e possiede solo due braccia che non possono coprire 180 gradi di angolo), aggiusta la meccanica ad hoc e tira. Normalmente segnando. Dal lato opposto dello spettro c’era invece ovviamente Kamenko Dražen, uno che il tiro ha dovuto costruirselo in modo maniacale, e per questi giocatori l’acquisizione di una tecnica il più perfetta possibile è fondamentale. Per questo tipo di giocatori l’importante è trovare la giusta sequenza di movimenti per far sì che alla fine la “catapulta” (in definitiva il tiro è analogo ad un tiro con una catapulta – le leve in gioco sono esattamente le stesse) produca la traiettoria voluta in direzione del canestro. Per quanto riguarda la gittata, questa si acquisisce poi con l’allenamento e con la ripetizione del gesto. Di sfuggita l’introduzione di una linea fisica, dipinta per terra, alla distanza del tiro da tre punti è stata un formidabile aiuto ai tiratori non nati, in quanto offre uno straordinario modo per avere sempre i riferimenti giusti. In questo contesto la velocità del tiro è tutto sommato di secondaria importanza. L’importante è segnare quando si è soli per non farsi battezzare dalle difese avversarie. Tipo Calathes oggigiorno. Lui ha una lentezza di tiro esasperante, ma guai a lasciarlo solo, perché, avendo tutto il tempo del mondo, può preparare al meglio la catapulta e segnare. Dunque ricapitolando: al tiratore nato lasci fare, per quello costruito invece le priorità sono del tutto diverse dal discorso sul numero dei movimenti e su come viene scoccato il tiro. L’unica cosa importante è (almeno lo era una volta, ai miei famosi tempi) che il tiro venga sempre uguale e che la meccanica del movimento sia la più compatta possibile per eliminare al massimo la possibilità che durante il processo del tiro vero e proprio qualcosa vada storto e anche, eliminando tutti i gesti inutili, per velocizzare il tiro stesso. Che poi si recuperi dal palleggio, che si riceva in movimento uscendo da un blocco, che si tiri da fermo perché sfidati dall’avversario (“dai vediamo se segni!”), almeno per quelli della mia generazione non cambia un’emerita mazza. L’unica cosa fondamentale è che al momento del tiro il corpo sia in equilibrio, la linea delle spalle sia perpendicolare alla traiettoria voluta, che l’allineamento della catapulta sia corretto e che il polso effettui la frustata al momento giusto. Piccolo inciso: nessuno parla delle dita che effettuano materialmente il tiro e di quali siano quelle più importanti. E solo questo capitolo meriterebbe una lunga discussione. Per dire: normalmente il dito fondamentale è l’indice che è l’unico allineato perfettamente con la traiettoria scelta, per cui il successo del tiro dipende per sommi capi al 60% dalla posizione dell’indice, per il 40% dalla posizione del medio, mentre le altre tre dita hanno esattamente la funzione delle strutture di sostegno dei razzi al momento del lancio, cioè tengono in posizione corretta il pallone fino al momento in cui le due dita fondamentali cominciano il movimento di tiro e in quel preciso momento si staccano per non interferire con il tiro stesso. Tutto il resto per quelli della mia generazione, ripeto, ma ripeto anche che siamo reperti da museo, sono balle senza senso che servono solo per abbindolare gli adepti della ricerca scientifica ad ogni costo. Di quelli cioè che rendono complicatissime le cose più semplici per “impressionare i borghesi”, come dicono i francesi. In definitiva il tiro è una cosa molto, ma molto più complessa di quanto non sia la sua semplice meccanica che è, in effetti, molto semplice. Dipende dal talento naturale per il tiro, dipende dalle particolari inclinazioni di ogni singolo giocatore, dipende dal ruolo che si ricopre in campo, se cioè ci si attende di avere più o meno spazio quando è il momento di doverlo fare, dipende alla fine dalla forma giornaliera, dai giorni nei quali ti sembra che il canestro sia una vasca da bagno in contrasto rispetto ai giorni nei quali sembra una buchetta da golf. Per cui il discorso da farsi sarebbe molto più ampio e articolato e toccherebbe per la maggior parte tasti non menzionati nella discussione che si è avviata su queste pagine.
Sui tiratori migliori di ogni epoca lasciatemi dire la mia. Detto che Steph Curry, checché se ne pensi, entra senz’altro nella categoria dei grandissimi, su questo non ci piove, e che andando ai tempi passati in fatto di purezza del gesto non ricordo di aver visto gente migliore di Jerry West e di John Havlicek, venendo all’Europa vorrei menzionare quello che secondo me, per purezza e compattezza del gesto tecnico, ritengo il tiratore più incredibile mai visto, parlo di Danko Cvijetičanin, prima Partizan poi Cibona. Vederlo in allenamento era una cosa incredibile: si metteva sulla sua mattonella a sette-otto metri dal canestro, gli passavano la palla a velocità supersonica e lui tirava raffiche di tiri sempre in perfetta fotocopia segnando a volte anche 20 tiri di fila, ma comunque sempre su medie, almeno dai piccoli conti che facevo, superiori al 90%. Una vera e propria macchina. E infatti in partita, piedi a terra, era un’inesorabile sentenza.
Il discorso cambia radicalmente se devo parlare di tiratori ai quali affidare l’ultimo tiro per la vittoria, dei tiratori cioè con gli attributi giusti per prendersi le massime responsabilità possibili in campo. Qui non ho proprio nessun dubbio: se la mia vita dipendesse dall’ultimo tiro di un giocatore, sceglierei tutta la vita un uomo solo che risponde al nome di Larry Bird. Di altri non voglio neanche saperne.
Sempre Llandre ha toccato un altro tasto che mi ispira, quello della lingua inglese. Premetto che è un argomento, quello delle lingue, che mi ha appassionato da sempre (la prima bella figura la feci a scuola in seconda elementare quando la maestra mi dette da leggere e poi dovetti commentare in classe quanto letto in un libriccino che spiegava come Champollion, grazie alla stele di Rosetta, riuscì a decifrare i geroglifici), ed inoltre mio padre si è laureato in lingua tedesca e inglese ed è stato per tutta la vita professore di lingua inglese in un istituto commerciale. Per contribuire alla discussione vorrei citare quanto mi spiegò a suo tempo. Dal suo punto di vista la lingua inglese è una lingua fondamentalmente artificiale, nel senso che a fondarla furono gli eventi storici, quando Guglielmo il Conquistatore, dopo la battaglia di Hastings nell’11-esimo secolo, conquistò con i suoi normanni (dunque francesi che parlavano la lingua d’oil), l’Inghilterra. La quale era abitata dagli anglo-sassoni e dunque già dal fatto che nel loro nome era menzionata la Sassonia, importante territorio germanico, era indiscutibile che fossero germanici tout court. I normanni, da conquistatori, occuparono tutte le posizioni sociali di rilievo importando la loro aristocrazia, il loro clero e le strutture militari e a un dato momento, per forza di cose, dovettero cominciare a comunicare con i loro sottoposti, cioè con il popolino che parlava una lingua completamente diversa. Per comprendersi cominciarono da ambo le parti a semplificare il tutto il più possibile parlando a tutti gli effetti una specie di lingua del tipo di quella che sentiamo nei film di Tarzan: “io Tarzan, tu Jane”. E infatti la lingua che ne derivò ha parole germaniche per gli oggetti ed i concetti più elementari (il pane è bread, germanico, tedesco brot) e francesi per i concetti e per gli oggetti più “da signori”. Tipico esempio di ciò è l’indicazione dei cibi: se il bue che pascola è ox (tedesco ochs), il bue in tavola è roast-beef (francese boeuf), se il maiale che grufola è pig, quello in tavola è pork, eccetera. Non solo, ma essendo una specie di esperanto fra due lingue ha un termine tanto germanico che francese per tantissimi oggetti o concetti che sembrano simili, ma che nelle due lingue comunque differiscono, anche se magari per una qualche sfumatura. Del resto noi sloveni di frontiera nati in Italia che parliamo dalla nascita due lingue abbiamo una diretta esperienza di questo fenomeno. Tante volte parlando fra di noi, quando si tratta di esprimere un concetto usiamo, seppur in un contesto nel quale si parla in sloveno, la parola italiana (che comunque tutti capiscono) che rende meglio l’idea rispetto a quella slovena o viceversa.
In definitiva, diceva mio padre, l’inglese è una lingua super fortunata perché ha due vantaggi enormi. Il primo deriva dal fatto che, essendo una lingua nata dalla necessità di una semplificazione per poter stabilire un contatto fra due genti che parlavano di base due lingue completamente diverse ha una grammatica ridotta all’osso. Le declinazioni non ci sono più, per esempio tutti i verbi, a parte l’esse che si aggiunge alla terza persona del singolare, hanno la stessa forma in tutti gli altri casi, le coniugazioni sono sparite e ci sono due sole forme, una singolare e una plurale aggiungendo nella stragrande maggioranza solo un’esse, è sparito il “tu”, rimasto solamente nelle preghiere, insomma è una delle lingue più facili, se non la più facile, del mondo dal punto di vista grammaticale da imparare. Il secondo deriva invece dal fatto che, avendo due forme, una germanica e una francese, da poter usare per concetti simili, gli inglesi sono dalla nascita portati a saper bene distinguere e ad avere la giusta proprietà di linguaggio. Cosa che porta loro enormi vantaggi in tantissimi campi, in quanto possono per esempio essere chiarissimi senza ombre di dubbi su tantissime cose e quanto scrivono, in termini di leggi o disposizioni, è chiarissimo dal bel principio. Basti pensare alla fenomenale distinzione che fanno nel caso in cui parlano della loro famiglia regnante, con i concetti germanici di King con l’aggettivo kingly, o con le parole che derivano dal francese Roi con i vari Royal, Royals eccetera. E infine, non lo diceva papà, ma lo aggiungo io, questo tipo di forma mentis fa sì che non abbiano alcun problema a incorporare nella loro lingua qualsiasi parola straniera che esprima un concetto o un oggetto per il quale loro non hanno la parola giusta per descriverlo. Non meraviglia affatto dunque che l’inglese sia la lingua che ha forgiato le genti che nell’evo moderno, dapprima come inglesi e poi come americani, hanno soggiogato il mondo. Un po’ quanto successe circa 2000 anni prima quando il mondo allora da noi conosciuto fu soggiogato dalle genti che parlavano la lingua più moderna e razionale dell’epoca e che sapevano soprattutto scriverla in modo chiaro e semplice, i latini.
Su quanto scritto da Edoardo un aneddoto. Durante le Olimpiadi di Seul viaggiavo in autobus e nella fila davanti alla mia c’erano due orientali che facevano una cosa molto strana. Non parlavano, ma si scambiavano un foglietto sul quale a turno scrivevano qualcosa. Uno scriveva, passava il foglietto all’altro, quest’altro annuiva o sorrideva, scriveva a sua volta qualcosa, lo passava indietro, quell’altro a sua volta annuiva o sorrideva e così via, per tutto il viaggio. Mi informai presso la mia guida coreana e lui mi spiegò l’arcano: erano un cinese e un giapponese che comunicavano tramite gli ideogrammi. Ambedue scrivono allo stesso modo, per ideogrammi o pittogrammi elaborati se volete, tipo i cartelli stradali, che ognuno legge nella propria lingua, ma che vengono capiti in modo eguale in tutto il mondo. Per cui non occorre necessariamente che per comunicare fra loro cinesi e giapponesi debbano saper parlare qualche altra lingua. Basta per loro scriversi.
E infine uno straordinario ringraziamento a Leo per la sua citazione. Mi ha commosso fino alle lacrime. Se solo a scuola i maestri e i professori facessero gli educatori, invece che i dispensatori di test e di voti secondo dementi dettami burocratici, che mondo migliore sarebbe. Ma è troppo triste parlarne. Parliamo di sport che così passa.