Difficoltà nel Texas

Gregg Popovich

Abbiamo atteso un po’, perché l’inizio di stagione è sempre un momento delicato e non bisogna lasciarsi prendere dai risultati delle prime gare, non sempre indicative del reale valore delle squadre. Ora però possiamo dirlo: due realtà della Western Conference che non ci aspettavamo stanno decisamente deludendo.

HOUSTON ROCKETS – I primi sono decisamente Harden e soci. Ad inizio stagione erano dati, a giusto titolo, come i principali rivali dei Golden State Warriors al trono dell’ovest, dopo le splendide conference finals dell’anno passato. La classifica attuale invece dipinge un’altra realtà, e i perché sono piuttosto evidenti.
Innanzitutto ad essere peggiorata drasticamente è l’efficienza difensiva: la dipartita di Ariza è stata un brutto colpo da questo punto di vista, e dover sempre coprire le lacune del Barba non è cosa facile; inoltre l’effetto-Melo, che non fa crescere più l’erba laddove passa, ha fatto presa anche in Texas: il suo misunderstanding relativo al ruolo che era stato chiamato a ricoprire sembra aver lasciato delle tracce evidenti all’interno dello spogliatoio, ambiente in cui l’ex Syracuse non è storicamente un protagonista positivo.
L’impressione è che dal calo di rendimento di Chris Paul, tanto offensivo (peggiori percentuali al tiro di sempre) quanto difensivo, dove sembra essere lo sbiadito ricordo del mastino di qualche stagione fa, dipendano molti dei guai dei Rockets, che stanno scoprendo il lato inefficiente di un coach D’Antoni mai dimostratosi abile a gestire le situazioni in cui la macchina da condurre non aveva una massima cilindrata (citofonare New York).
Urge qualche mossa di mercato, perché CP3 ha firmato un contratto in estate le cui cifre, in relazione alla sua età, non permettono di attendere troppo prima di tentare un nuovo assalto alle NBA Finals. Soprattutto però è importante iniziare a vincere nell’immediato, cercando di ritrovare la precisione dall’arco che la stagione passata aveva ben fruttato e che viceversa, quest’anno, sembra solo un miraggio (ventiseiesimi nella lega come percentuale da 3 punti, a fronte del trediciesimo posto dell’anno scorso), e iniziando a stringere le maglie difensive, Harden in primis.
Altrimenti le capoliste inizieranno davvero a scappare, e riprenderle costerà un dispendio di energie che Houston non può davvero permettersi.

SAN ANTONIO SPURS – Ebbene sì, anche i ricchi piangono. Dopo ventuno stagioni consecutive, coach Gregg Popovich non sembra trovare la ricetta giusta per raggiungere i playoffs, o per lo meno non dimostra di averla ancora trovata. L’estate è stata decisamente turbolenta: l’affaire-Kawhi Leonard ha scosso un ambiente in cui la serietà e la correttezza hanno sempre regnato sovrane, con tanto di strascichi sotto forma di dichiarazioni a distanza a condire un addio già di per sé amaro.
È però sul campo che la sua assenza si è fatta più sentire. Senza timor di smentita ci sentiamo di poter dire, dopo un terzo di stagione, che Demar DeRozan non è ancora riuscito a rimpiazzare l’ex leader silente alla guida degli Speroni. Intendiamoci: la sua stagione, sul piano statistico, è eccellente; ciò che sembra mancare è la dose di leadership necessaria a rimpiazzare non solo Leonard, ma anche i vari Duncan, Parker e Ginobili che negli ultimi anni, per ragioni anagrafiche o di scelta professionale, si sono allontanati dal campo lasciando gli Spurs orfani della loro guida dentro e fuori dal campo.
Ad uno sguardo più approfondito, comunque, ciò che limita San Antonio sul piano offensivo è la riluttanza al tiro perimetrale: pur essendo terzi come percentuale nell’intera lega, i ragazzi di Popovich prendono solo 24 conclusioni da tre punti a partita (i Rockets, primi, tirano ben 18 volte in più), e da un calcolo meramente matematico si evince come ciò, nel basket odierno, costituisca una difficoltà in più da superare ogni sera per essere alla pari con gli avversari. In difesa è però avvenuta l’involuzione decisiva (da quarti a ventiseiesimi per efficienza), laddove annoverare giocatori molto statici come Aldridge o Gasol oppure semplicemente poco inclini al sacrificio nelle retrovie, come Gay o Belinelli, porta a coprire con fatica gli spazi generati dagli attacchi avversari, soprattutto contro quintetti piccoli che aprono il campo.
Vedremo se Pop troverà l’ennesima soluzione, e se in Texas riusciranno nuovamente a staccare il biglietto per la post season: per ora, senza mettere alcun imputato sul banco (e come si potrebbe d’altronde, dopo 21 anni di playoffs consecutivi?), la strada pare decisamente lontana.