Dino Meneghin: “L’unica via per gli italiani è dimostrare allenandosi di più, tutto l’anno!”

Dino Meneghin Foto Ciamillo-Castoria

Dino Meneghin non è solo il più grande giocatore italiano di tutti i tempi, ma è soprattutto un addetto ai lavori che ha girato il mondo, che ha conosciuto competenze e assorbito cultura cestistica. Non c’è miglior modo di evolvere coniugando esperienza e volontà di progredire, in un sistema sportivo, quello italiano, troppo spesso impigrito su programmi prestampati.

Se fosse genitore di un figlio piccolo, consiglierebbe esperienze all’estero o competenze italiane?

“Dipende dall’età. Se parliamo dei primi passi nelle giovanili io consiglio di restare in Italia, affidarsi alle competenze nostrane per strutturarsi mentalmente, in un ambiente protetto. A 17-18 anni un’esperienza all’estero non farebbe male. Parlo soprattutto del mondo collegiale americano, foriero di nuovi apprendimenti tecnico/tattici e corroborante dal punto di vista umano. Chiaramente l’importante è saper scegliere dove andare, a che allenatore affidarsi; altrimenti è come un conoscente che ha mandato il figlio lituano negli Stati Uniti ed è tornato più povero cestisticamente di prima…”

Lei e suo figlio, due eccellenze cestistiche. Cosa ha visto di cambiato in una generazione?

“Se prendiamo io e mio figlio come esempio di cambio generazionale anche a livello cestistico, posso dire che quello che ho visto è limpido: tanta fisicità/atletismo e velocità in più rispetto ai miei coetanei ma un impoverimento tattico enorme. Troppo ancorati alla linea dai tre punti, troppe soluzioni monotematiche con pick and roll per tiri dall’arco, purtroppo lo scimmiottamento della NBA ha generato povertà intellettuale.”

Più italiani nel campionato di serie A è uno spianare la strada a bimbi viziati o viatico alla ristrutturazione del nostro settore nazionale?

“In A2 si è cercato di dare un senso all’utilizzo degli italiani. La serie A ha altre logiche, spesso i prodotti nostrani sono a completamento dei roster, relegati a fondo panchina. Perché tutto ciò? Perché gli allenatori non possono perdere, il principio è vincere a tutti i costi per non venir licenziati. C’è poco da fare, l’unica via per un giovane italiano è quello di dimostrare sul campo il proprio valore, passando per 365 giorni di allenamento l’anno, da 2/3 ore al giorno a 4/5 di sacrificio. Ho visto talenti e fenomeni unici come LeBron James o Kobe Bryant allenarsi come non ci fosse un domani; figuriamoci chi non ha qualità innate…”

Mi dica due nomi a cui affiderebbe il futuro del basket italiano…

“Dovrei pensarci un po’…anche se per il momento storico che stiamo vivendo l’attuale organigramma penso sia il migliore che si possa avere: Gianni Petrucci, Boscia Tanjevic, Meo Sacchetti e tutti i loro staff sono competenze di qualità e garanzia per il futuro.”

Raffaele Baldini