Durant come LeBron, gli Warriors sono una dinastia

James e Durant

Fonte: sportsenators.it a cura di Luca Chiabotti

Golden State tre volte campione Nba nelle ultime 4 stagioni ha stelle appena trentenni e tutto per poter vincere per molto tempo ancora e competere con le più grandi squadre di tutti i tempi. I Cavs, i loro avversari storici, sono invece a fine corsa se, come sembra, è ormai tempo di addii con King James

Non so se è capitato anche a voi. Come un anno fa, nelle finali Nba, si è pronti a incoronare LeBron James miglior giocatore di sempre, magari corroborati da prestazioni che resteranno nella storia come i 51 punti realizzati in gara-1, e si finisce con una domanda: “Perché, Kevin Durant non vale LeBron o Jordan?”. Anche l’Mvp del 2018, già miglior giocatore delle finali del 2017, ha prodotto una prestazione da epica del gioco in gara-3 (43 punti in 43 minuti con 6/9 da 3 e 13 rimbalzi), quando a Cleveland le altre stelle della sua squadra battevano in testa non facendo mai canestro, decidendo di fatto la finale. Durant ha già vinto due titoli Nba come LeBron alla sua età, 29 anni, e se la potenza di James in campo resta ineguagliata facendone un giocatore totale, le qualità offensive di Durant sono superiori. Anche lui, come il rivale ai tempi della “Decision” che lo portò dalla sfigata Cleveland a Miami per riuscire vincere il titolo, ha dovuto emigrare da Oklahoma City ai Golden State per trovare quella consacrazione che i 4 titoli di miglior realizzatore della Nba già conquistati non gli avrebbero mai garantito. Percorsi simili. Ma adesso, Durant è su un treno che non sembra destinato a fermarsi tanto presto. Il terzo titolo dei Warriors in quattro anni, e in 4 finali giocate contro Cleveland di James, rappresenta l’inizio di una dinastia che non si vedeva dai tempi dei Los Angeles Lakers di Kobe e Shaq o, ancora prima, dai Bulls di Michael Jordan. I Warriors sono una squadra giovane, Curry e Durant hanno 30 anni, Green e Thompson 28, con un proprietario, Joe Lacob che era azionista di Boston quando i Celtics vinsero il titolo nel 2008, che ha le idee molto chiare: squadra che vince non si cambia, costi quel che costi. A partire dall’allenatore Steve Kerr, a cui sarà già offerto un prolungamento sostanziale del contratto, che ha costruito una identità tecnica rivoluzionaria contro la quale tutti gli avversari sono oggi costretti a misurarsi, anche quando devono inventarsi una squadra per riuscire a batterli. Durant ha un’opzione per uscire dal contratto ma ha già detto che non lo farà in attesa del massimo che potrà ottenere l’anno prossimo. Steph Curry ha sistemato figli e nipoti col più ricco contratto nella storia che lo porterà a guadagnare 45 milioni nel 2022. E con Thompson e Green, in scadenza nel 2019, Lacob vuol discutere il prolungamento dell’accordo già nella prossima stagione. Se non ci si mettono di mezzo infortuni o improvvise rotture di meccanismi umani e tecnici, i Warriors saranno talmente favoriti anche la prossima stagione che una eventuale sconfitta potrebbe far saltare tutti gli equilibri in un amen, la possibilità che Golden State vinca ancora due-tre titoli prima di spegnersi è una ipotesi molto reale.
Dove si colloca la squadra dello Stato dell’Oro in una ipotetica classifica delle grandi dinastie? Per il momento, direi, ha superato i Lakers e gli Spurs di inizio secolo, ma fa ancora fatica a salire sul podio, soprattutto perché i tempi sono cambiati, tanto da farci considerare fuori quota i Boston Celtics che hanno letteralmente dominato gli anni Sessanta o i Minneapolis Lakers degli albori. I Lakers dello showtime di Magic anche per quello che hanno rappresentato per l’evoluzione del gioco e del costume, i Celtics di Bird tre volte campioni nella prima metà degli anni Ottanta, per la forza degli avversari con cui hanno dovuto misurarsi, e i Chicago Bulls di Jordan, sei titoli in 8 stagioni, 6 su 6 togliendo le stagioni in cui MJ s’era ritirato, sono ancora davanti. Ma i Warriors hanno ancora tempo, tanto tempo, per arrivare a competere con loro e sorpassarli.
   E Cleveland? I Cavs sono nei guai, non solo perché LeBron è in scadenza di contratto e parrebbe certo che se ne andrà da un’altra parte non solo per vincere ancora, ma per godersi gli ultimi anni di carriera. E’ stato ampiamente dimostrato che basti la sua presenza perché una squadra possa lottare per il titolo (otto finali consecutive), ma non per vincerlo. Il suo supporting cast è stato modesto, nonostante sia stato completamente rinnovato durante la stagione, e quel che è peggio i Cavaliers non hanno costruito quasi nulla per il dopo LeBron: hanno avuto tre prime scelte assolute negli ultimi 7 anni, non sempre azzeccate e nessuna gioca più lì, a partire da Kyrie Irving. Quest’anno hanno speso più di tutti e la squadra è blindata per le prossime due stagioni, compresi i 15 milioni da dare a JR Smith e i 13 per Clarkson, non proprio splendenti nelle finali. Del resto, averne giocate 4 di fila, con un titolo, significa aver centrato l’obbiettivo immediato. Ma la dinastia non si è materializzata e, se James se ne andrà, sarà difficile convincere altre stelle che Love, 25 milioni di contratto, messo sicuramente sul mercato se James cambia maglia, Hill e Thompson sono compagni ideali per costruire una nuova squadra da titolo. Le rovine potrebbero seppellire i Cavs per i prossimi anni. Già visto.