Intervista a Riccardo Pittis

Foto Ciamillo-Castoria

In occasione del lancio di un videocorso sull’allenamento mentale, abbiamo intervistato Riccardo Pittis intrecciando racconti sul basket all’interesse per il Coaching.

Hai avuto l’opportunità di giocare in squadre vincenti, quanto è stato importante per costruire la tua mentalità vincente?

Mi piace pensare di aver giocato insieme a giocatori vincenti che poi hanno avuto la capacità, insieme allo staff, di diventare anche una squadra vincente.

Essere insieme a loro mi ha consentito di accelerare i miglioramenti in ogni aspetto, dentro e fuori dal campo.

Senza dimenticare che ho avuto l’opportunità di giocare anche contro diversi fenomeni, come Danilovic e Kukoc, che ti richiedevano di pensare a strategie sempre diverse per batterli.

D’Antoni e Meneghin: si parla spesso del loro atteggiamento mentale.

In quegli anni loro due in particolare avevano sviluppato doti che ora sono fondamentali per giocatori e manager: leadership, etica del lavoro, disponibilità verso i compagni di squadra, capacità di prendersi le responsabilità.

E anche solo la loro presenza ti richiedeva di elevare i tuoi standard.

Questa estate ci sono stati due scoop, nella NBA LeBron James che va a Los Angeles, nel calcio Ronaldo alla Juventus: quanto contano leader così in una squadra?

Proprio per quello che dicevo prima, sono fondamentali. Se è vero che non bastano da soli a vincere, è altrettanto vero che la spinta verso l’alto che danno è determinante.

Il primo riscontro è come le stesse società in cui sono arrivati, già eccellenti, si strutturando immediatamente per diventare ancora migliori in funzione della mentalità vincente del leader.

Nei tuoi interventi racconti di un aneddoto che ti riguarda e che ha cambiato la tua carriera.

Avevo circa 30 anni, ero a Treviso e iniziai ad avere un problema alla mano destra, quella con cui tiravo, che si trasformò in una vera limitazione.

Una prospettiva era il ritiro, un’altra fu invece quella di iniziare ad allenare il tiro con la mano sinistra. All’inizio non fu facile e ringrazio tutti coloro che hanno recuperato i palloni in ogni angolo del palazzetto! Poi con l’allenamento e l’aiuto dello staff, ho iniziato a tirare sempre meglio, giocando altri 5 anni con tante altre soddisfazioni

Cosa può insegnare ai giovani di oggi questa storia?

Ho pensato spesso a come ho fatto ed a cosa potrebbe fare un altro giocatore in quella situazione.

Nonostante fossi un giocatore già esperto e abituato alle situazioni critiche, sono stato costretto ad uscire dalla famosa “zona di confort” per reagire a qualcosa di inaspettato.

Per un giocatore, o anche un allenatore, è fondamentale allenare questa capacità anche se non si trova in una situazione critica, esattamente come fa per allenare un movimento tecnico o un’abilità fisica. In questo modo la richiamerà quando gli serve, magari per trovare una soluzione negli ultimi secondi di una partita importante.

Si può quindi parlare di allenamento mentale, giusto?

Assolutamente si. Quando giocavo io, alcuni giocatori avevano sviluppato in modo empirico delle “capacità mentali” rispetto alla concentrazione o alla gestione dello stress. Alcuni allenatori illuminati inserivano negli esercizi dei condizionamenti.

Invece sappiamo che il cervello è allenabile come qualsiasi altro muscolo ed ora abbiamo dei protocolli di allenamento mentale che si possono utilizzare come se fosse una preparazione fisica o un esercizio tecnico. Anzi si possono usare insieme!

Per questo ti sei avvicinato al Coaching finita la carriera agonistica?

Quando ho smesso di giocare, ho iniziato a pensare non solo cosa potevo fare ma anche come potevo mettere a frutto i tanti anni di carriera.

Come ho detto in quegli anni io e altri giocatori abbiamo sviluppato delle attitudini sul campo, ma mi sarebbe stata utilissimo il supporto di una figura specializzata come il Mental Coach.

Ho quindi iniziato a studiare comunicazione efficace e Coaching per affrontare al meglio la mia carriera extra-agonistica, ad esempio come speaker, e poi per supportare altre persone.

Da qui l’idea di un videocorso?

In questo percorso ho conosciuto Livio Sgarbi, che è un po’ il D’Antoni del Coaching, sono oltre 25 anni che è un punto di riferimento. Livio voleva raccontare agli sportivi come l’allenamento mentale è determinante partendo da episodi realmente accaduti ad ex-atleti ed è nata subito un’affinità. Sono stato suo ospite all’evento Beautiful Day e poi siamo andati in sala di registrazione.

Nel videocorso facciamo esattamente quello che ci siamo riproposti: io racconto alcuni episodi della mia carriera o del basket in generale, ne estraiamo un esempio valido per tutti e Livio ci aggiunge delle strategie di allenamento mentale.

Il videocorso “The Champion and the Coach” a chi è destinato?

Lo abbiamo pensato come strumento ampiamente divulgativo, a partire da un costo accessibile per tutti. È ideale per i giocatori perché gli consente di comprendere alcuni meccanismi ma è fondamentale per gli allenatori, che possono acquisire delle conoscenze determinanti nella gestione della squadra.

Altrettanto utile è per dirigenti e genitori: partiamo dal presupposto che l’allenamento mentale e il Coaching sono una realtà, anche se non perfettamente nota a tutti.

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