Italia-Serbia, il giorno della verità di Mario Arceri

Luigi Datome

Fonte: marioarceri.com

Non fate la conta degli assenti, non serve più. Se l’Italia ha dovuto fare a meno di Gallinari, Bargnani, Gentile e poi almeno di Tonut, Vitali e Pascolo, la Serbia è venuta qui priva del suo genio, Teodosic, ma anche di Bjelica, Raduljica, Markovic, Jokic, Kalinic, Nedovic. Guardiamo invece a quelli che ci sono: due stelle di primissima grandezza anche nella Nba, Bogdanovic (Sacramento) e Marjanovic (Degtroit), e intorno gente che in giro per l’Europa – con l’unica eccezione di Branko Lazic che gioca nella Stella Rossa – fanno la fortuna delle rispettive squadre di club tra Germania, Spagna, Turchia e Lituania. La Serbia arriva qui con un argento mondiale e uno olimpico al collo, dopo aver vinto il suo girone, l’Italia con la delusione di Torino alle spalle ancora non del tutto metabolizzata, e dopo aver strappato con i denti la qualificazione a Tel Aviv. Djordjevic dice che siamo da medaglia e il naso gli si allunga: semmai dovesse accadere potrà sempre sostenere di averlo detto. Messina gli risponde con molta franchezza: “E’ il solito simpatico paraculo”.

Schermaglie di una vigilia che in realtà preoccupa più i serbi degli italiani. Loro sono una inesauribile fucina di campioni, da gente che ha il basket nel sangue. Il destino segnato e preteso è il podio, sul gradino più alto possibile, dopo il crollo imprevisto di Lilla nei due confronti conclusivi (con Lituania e Francia) che l’hanno lasciata al quarto posto: un’ignominia da cancellare al più presto. Noi ci stropicciamo gli occhi dalla sorpresa per essere arrivati così in alto. Però ci siamo, e non andate a dire che ci basta o, meglio, che agli azzurri può bastare. Messina predica realismo, però sa bene di volersela e potersela giocare.

L’importante è esserci, l’importante è avere l’animo finalmente sgombro da preoccupazioni e dall’ansia di fallire traguardi possibili. Siamo per la terza volta consecutiva tra le prime otto, alle spalle ci siamo lasciati due potenze come Lituania e Francia, ed è già qualcosa. Se a Lilla la Nazionale chiuse con l’attacco più prolifico e una difesa tra le peggiori, qui le cose si sono capovolte, in pieno stile Messina: miglior difesa e attacco tra i più sterili. Però date un’occhiata ai nostri risultati e vedrete che le due sconfitte sono state di misura, ricucendo con pazienza i blackout di metà gara. Contro Lituania e Germania non è stato sufficiente, anche perché la mano ha tremato troppo dalla lunetta. Il peggior passivo contro la Lituania: 78 punti, tutte le altre non hanno raggiunto i 70. E questo vuol dire qualcosa, qualcosa che Djordjevic sa bene, perché conosce bene Messina (“L’allenatore migliore” dice lui e forse per una volta è sincero visto che dalle nostre parti lo ha incrociato in più occasioni una vita fa) e non lo fa stare molto tranquillo.

Certo, la Serbia ha l’altro “genio”, Bogdanovic, e una torre di 2,22, Marjanovic, che fa paura solo a guardarlo e al cui fianco Cusin, Melli, Biligha, per non parlare di Baldi Rossi e Burns, gli altri due dotati di qualche centimetro e qualche chilo in più, sembrano fuscelli. Però a Marjanovic il pallone deve arrivare, ed anche se i serbi giocano il miglior pick and roll dell’Europeo, si può giurare che Messina – che ha avuto il gigante per un anno a San Antonio – ha studiato bene le contromisure. Difficile fermarlo com’è successo con il pari quota finlandese Markkanen, peraltro appena ventenne, anche perché gli altri sono di primo livello, assai più dei finnici arrivati così in alto. Ma limitarlo è possibile, e poi fare il nostro gioco. Non abbiamo lunghi in grado di sostenere il confronto sotto canestro e l’abbiamo visto ogni volta che ci siamo trovati di fronte avversari di grande stazza, perciò il nostro gioco deve essere diverso: contenere i danni sotto canestro e colpire duro dal perimetro. In questo Belinelli è maestro, Datome una garanzia, Melli lo segue, Hackett ha ripreso confidenza con il canestro, Aradori ha punti nelle mani. Servono per portare fieno in cascina, anche se la partita decisiva si gioca in difesa.

Non ci sarebbe confronto, sulla carta, perché la panchina serba è infinita e la nostra inevitabilmente corta dopo aver dato fondo a tutto quello che di buono – al netto di infortuni e rinunce – è stato possibile trovare nel nostro immiserito movimento. I serbi invece hanno solo l’imbarazzo della scelta, ma in campo si va in cinque e il confronto è tra questi e si risolverà sulla base di quanto saranno capaci di fare in quaranta minuti. L’Italia è bella carica e concentrata. L’animo lieve di queste ore non è né rassegnazione né incoscienza, quanto piuttosto la consapevolezza che di giorno in giorno sono andati crescendo amalgama e fiducia.

Messina ha in pratica ricostruito una squadra che non esisteva più, frammentata da rinunce, crisi di coscienza, rissosità banali, dovendo stabilire nuovi equilibri. Il lavoro dei quaranta giorni è stato oscuro e pieno di controindicazioni, ma non per il ct che ha visto progressivamente mettere a posto i diversi tasselli e in un modo che “dopo Tolosa non avrei nemmeno sognato”. I giocatori l’hanno seguito, la squadra del resto è fatta di gente che ha ormai raggiunto la maturità, tra le più anziane per età media dell’intero Eurobasket, perfino gli esordienti Filloy (30 anni) e Biligha (27), per non parlare dell’evanescente Burns (32). Questo significa esperienza e carattere: conoscendo i nostri limiti atletici e tecnici, erano le uniche armi su cui contare. Ha significato anche un rodaggio lento che ha però portato l’Italia ai quarti di finale: ora è il momento di mettere a frutto tutto il lavoro svolto finora con grande pazienza e ancor più sacrificio, ascoltando e seguendo il ct che ha plasmato a misura sua e del suo basket la squadra: se per un’onorevole sconfitta, una resa incondizionata o una prima clamorosa vittoria contro i serbi in una partita di una grande manifestazione ufficiale, lo sapremo solo stasera.

In ogni caso, dopo aver criticato severamente gli azzurri lungo il loro cammino a Tel Aviv, personalmente posso solo ammirare i progressi fatti, soprattutto sotto il profilo dell’impegno e del carattere, riconoscendo, come ho già fatto, in questa squadra i tratti della Nazionale di Stoccolma. Sperando di venire confermato dai fatti: sarebbe bello vedere Messina ancora sulla panchina azzurra per un altro paio di partite: se lo meriterebbe per tutto quello che ha dato al basket italiano.

Intanto i primi due quarti hanno visto la vittoria sulla Germania (arbitro Mazzoni) della Spagna con l’altro Gasol, Marc (28 punti e 10 rimbalzi), protagonista vanificando lo show di Schroder, e della Slovenia (tra le prime quattro già a Katowice nel 2009) sulla Lettonia al termine di una partita fantastica – diretta tra gli altri dal nostro Lanzarini – e ricca di colpi di scena. Vanno avanti gli sloveni di Dragic (26 punti e 8 assist) e Doncic (27 punti e 9 rimbalzi), torna a casa la Lettonia di Porginzis (34 punti) e Bertans (23 punti): un confronto di giganti che purtroppo toglie all’Eurobasket il giocatore forse migliore visto fin qui: il centro dei Knicks, 22 anni e 221 centimetri, uno che farà ancora tanta strada.

Ottavi di finale a Istanbul –  Slovenia-Ucraina 79-55; Germania-Francia 84-81; Finlandia-Italia 57-70; Lituania-Grecia 64-77; Lettonia-Montenegro 100-68; Serbia-Ungheria 86-78; Spagna-Turchia 73-56; Croazia-Russia 100-78.

Quarti di finale – Martedì: Germania-Spagna 72-84; Slovenia-Lettonia 103-97. Mercoledì: 17.45 Grecia-Russia; 20.30 Italia-Serbia.

Semifinali – Giovedì: 20.30 Spagna-Lettonia. Venerdì: 20.30 vinc. Italia-Serbia c. vinc. Grecia-Russia.