Quando Jeff Brooks sfidò Curtis Jerrells al Madison Square Garden

Jeff Brooks Foto Ciamillo-Castoria

Era il 3 aprile 2009 e 36 pullman abbandonarono il campus della Penn State University a College Station, vicino Philadelphia, per dirigersi nel centro di Manhattan e prendere “possesso” del Madison Square Garden. In programma c’era la Finale del NIT, National Invitation Tournament, un torneo che ha conosciuto tempi migliori ma mantiene il suo fascino anche se riservato alle squadre non ammesse al tabellone principale della NCAA. Penn State è un college con un corpo studentesco di quasi 100.000 ragazzi in cui il football è una religione. Ma quel giorno a New York arrivò anche Joe Paterno, leggendario allenatore di football (ora scomparso) per sostenere la squadra di basket. Penn State ha vinto 50 titoli nazionali nei diversi sport: solo quattro università ne vantano di più. Ed De Chellis era l’allenatore (ora guida Navy). In campo anche un ragazzo di 20 anni proveniente dal Kentucky: Jeff Brooks.

Non era ancora la stella dei Nittany Lions, Brooks, lo sarebbe diventato due anni dopo quando la sua media punti sarebbe salita a quota 13.1 e i rimbalzi a 6.4. Era un gregario ma utile. Nel secondo tempo mise una tripla di grande importanza: Penn State vinse 69-63 contro Baylor, università di Waco, nel Texas, il cui leader era il 22enne Curtis Jerrells. Così si incontrarono la prima volta su un campo di basket. Brooks, la nuova ala forte dell’Olimpia, un giocatore multidimensionale, e Jerrells, la Wild-Card di Milano. Quella sera vinse Brooks, partendo dalla panchina, 4 punti, 4 rimbalzi, 2 stoppate. Jerrells era uno dei fari di Baylor: segnò 14 punti con sei assist. D’ora in poi giocheranno insieme.

Jeff Brooks viene da Louisville, dove i cavalli da corsa sono la passione locale ma solo dopo la squadra di basket universitaria, divisa da una tremenda rivalità dall’università del Kentucky, a Lexington. Brooks però non era un prospetto di primo piano. Alla Doss High School di Louisville era emerso nel suo penultimo anno di liceo, imponendosi all’attenzione nazionale nei vari camp dell’estate successiva. Scelse Penn State preferendola ad Arkansas. Vinse il titolo NIT nel 2009 in quella storica notte dell’esodo verso il Madison Square Garden poi esplose da senior comparendo nei radar delle squadre NBA per i draft. Ma un anno buono era troppo poco per ottenere vera considerazione. Così cominciò il suo viaggio nel mondo del basket europeo, italiano in particolare. Nella attuale A2 a Jesi, allenatore Stefano Cioppi.

“Quando giochi al liceo o al college, il sogno è sempre la NBA ma c’è tanto basket al di fuori della NBA ed è quello che io scoperto e che mi ha scoperto. L’esperienza fatta in questi anni non la scambierei mai. Sono stato in grandi città, ho incontrato grandi persone, giocato con e contro grandi giocatori e allenatori. Ogni anno è una nuova avventura, ogni anno è una sfida, quella di giocare contro i migliori che non siano nella NBA ed essere uno di loro. Mi ritengo fortunato”, dice Jeff Brooks.

Dopo Jesi, ha giocato altri tre anni in Italia, prima a Cantù con il debutto in EuroLeague, quindi a Caserta con grandi numeri, infine a Sassari con il ritorno in EuroLeague e la tripletta italiana, per lo più ai danni dell’Olimpia. Una cosa che ha dimostrato di saper fare dopo il successo nel NIT è stato vincere ancora: la Supercoppa a Cantù, la Supercoppa a Sassari, la Coppa Italia e lo scudetto. Poi ha giocato a Saratov e due anni a Malaga con un’altra grande affermazione, l’Eurocup del 2017 contro Valencia, il successo che ha permesso all’Unicaja di tornare per una stagione in EuroLeague. E’ un giocatore di squadra, con braccia lunghe, atletico che può difendere in molte differenti zone del campo, tiratore pungente anche da tre. La versatilità è sempre stata il suo tratto caratteristico.

“Rispetto a quando sono venuto in Europa – racconta Brooks – sono molto più maturo, ho lavorato duramente per capire il basket europeo da un punto di vista americano. Cerco di equilibrare la mia aggressività con la consapevolezza di cosa significhi giocare di squadra, fare un passaggio in più, aiutare in difesa. Quando sono arrivato non ero un grande difensore ma sono migliorato tantissimo prestando più attenzione ai dettagli e con la volontà di migliorare. La chiave è il mio livello di maturità, capire che ogni passaggio rappresenta una nuova opportunità di imparare. Sono atletico ma sono anche un giocatore che conosce e capisce il basket e lavora ogni giorno in allenamento”. E ora è pronto a farlo a Milano.

Fonte: Ufficio Stampa Olimpia Milano