LeBron-Lakers, l’inizio di un film già visto

Fonte: Superbasket.it a cura di Stefano Belli

Quando LeBron James, nelle prime ore della scorsa free-agency, aveva annunciato il suo passaggio ai Los Angeles Lakers, le reazioni degli appassionati erano state per lo più entusiastiche. D’altronde, è raro vedere il più grande giocatore vivente unirsi alla squadra più amata (insieme ai Boston Celtics) della storia NBA; forse, l’unico precedente risale al 1975, quando a indossare i colori gialloviola fu Kareem Abdul-Jabbar. Passata l’onda dell’emozione, però, qualcuno ha iniziato a sollevare i primi dubbi sul reale valore dell’operazione, al di là dei (pur importantissimi) risvolti mediatici ed economici. L’interrogativo più insidioso riguardava la compatibilità tra il progetto dei giovani Lakers e la fase della carriera di LeBron, allora prossimo ai 34 anni e quindi ‘obbligato’ a vincere subito, o almeno a provarci. “Ma non è che poi” si chiedevano gli scettici “LeBron arriva e diventa di colpo lui il progetto, come a Cleveland?”. Forse è prematuro avere giudizi chiari prima della trade deadline del 7 febbraio, ma le battute iniziali di questo 2018/19 stanno già dando qualche risposta.

LeBron James a colloquio con coach Luke Walton. A destra, Magic Johson. Personaggi di un film già visto
LeBron James a colloquio con coach Luke Walton. A destra, Magic Johson. Personaggi di un film già visto

Naturalmente, avere in squadra LeBron James comporta il fatto che la squadra sia di LeBron James. Non può essere altrimenti, considerando che il fenomeno di Akron, nonostante l’età, è ancora un perenne candidato MVP, capace anzi di migliorare ogni anno che passa. Di conseguenza, per competere ad alti livelli bisogna innanzitutto costruire un gruppo che possa giocare con il numero 23. Sull’altro piatto della bilancia, però, c’è il ‘progetto Lakers’, quello incentrato sui giovani e decantato a più riprese dai volti della dirigenza, ovvero Magic Johnson e Jeanie Buss. L’unico modo per far incontrare le due strade è capire chi, tra le giovani aspiranti stelle, è davvero in grado di accompagnare LeBron nell’ennesima battaglia per l’anello. E bisogna capirlo subito. Mica facile…
I primi mesi californiani del Re sono stati, di fatto, un lungo ed estenuante ‘casting’. Tra gli esaminandi, l’unico che fin qui sembra aver convinto del tutto è Kyle Kuzma, ormai ufficialmente il ‘secondo violino’ della squadra. Brandon Ingram, incostante come non mai e capace di rendere al meglio solo con LeBron ai box per infortunio, è quello che ha sofferto maggiormente la pressione, tanto da arrivare a colpire con un pugno Chris Paul durante una delle prime partite (difficilmente sarebbe successo, in un contesto diverso). Lonzo Ball, dopo un avvio molto difficile, sta mostrando qualche lampo di talento e, soprattutto, la cattiveria agonistica indispensabile per poter stare di fianco a ‘The Chosen One’. Il suo impatto offensivo, però, è ben lontano da ciò che i Lakers si aspettavano da una seconda scelta assoluta, presentata come il perfetto motore per la rinascita dello ‘Showtime’. Oltretutto, nel suo momento migliore ha subito un infortunio alla caviglia che lo terrà fermo per almeno un mese.

A prescindere dalla reazione dei giovani talenti alla ‘cura LeBron’, però, il crescente sospetto è quello che il ‘Process’ gialloviola, iniziato negli ultimi anni di carriera di Kobe Bryant e arenatosi più volte, stia in piedi solo a parole. Tutto intorno, si profilano già i contorni di uno scenario ben noto, che ha portato per due volte i Cleveland Cavaliers prima in paradiso, poi in un baratro senza fine. Innanzitutto, LeBron non è sbarcato da solo a Los Angeles. Si è portato dietro un gruppo di veterani, scelti personalmente “per fare da mentori ai giovani” (tradotto: per far capire loro come funzionerà, da qui in avanti). Il che non è per forza un male. Poi però sono arrivati il presunto ‘ammutinamento’ a coach Luke Walton (il cui rapporto con LBJ rievoca in modo sinistro il ‘fantasma’ di David Blatt), l’acquisizione forzata di Tyson Chandler (lasciato improvvisamente libero dal GM dei Phoenix Suns James Jones, ‘fedelissimo’ di LeBron fin dai tempi di Miami) e l’aggressivo ‘corteggiamento’ nei confronti di Anthony Davis, costato al Re una multa per aver violato le (assurde) regole sul tampering. In poche parole, James non sta facendo sua solo la squadra, ma anche l’intera franchigia. Ricorda forse qualcosa?

Il primo ‘momento della verità’ potrebbe essere molto vicino. Conoscendo, anche se superficialmente, i soggetti coinvolti, non sarebbe una grande sorpresa se il famoso ‘progetto’ venisse di colpo accantonato, sacrificando i giovani per mettere le mani sul Davis di turno, a cui aggiungere poi altre stelle affermate. Una mossa che renderebbe i Lakers una contender, ora e per i prossimi anni, almeno fino all’addio di LeBron. Poi però si partirebbe di nuovo dal fondo, senza nessuna base e nessun lascito, in attesa dell’avvento di un nuovo Kobe o un nuovo LeBron. Esattamente ciò che è successo in Ohio, sia nel 2010 sia la scorsa estate. E allora, quale strada seguire? Affidarsi completamente alla propria superstar e tentare l’all-in o creare qualcosa che resti nel tempo (come fatto, per esempio, a Boston)? E’ questo uno dei motivi più validi per attendere con impazienza i prossimi capitoli della saga.