Me li segno uno ad uno i medagliati di Mannheim. E anche i loro allenatori… (di Raffaele Baldini)

La Nazionale italiana U18 allenata da coach Andrea Capobianco capitola in semifinale al torneo di Mannheim contro una fortissima Australia, ed è il miglior assist per quello che volevo scrivere da qualche giorno. Si, una vittoria finale avrebbe stemperato il concetto sulla stregua del comodo “carro del vincitore”, indebolendo un pensiero forte strutturato negli anni, esattamente dal 2011, anno dell’argento europeo dietro alla Spagna con una squadra allenata da coach Sacripanti che annoverava nomi del calibro di Melli, Michele Vitali, Alessandro Gentile, Baldi Rossi, Cervi, Fontecchio, Polonara, De Nicolao. L’ultimo roster da cui il movimento cestistico nazionale ha attinto a piene mani, seppure con dei distinguo: Melli prima di esplodere al Bamberg fungeva da “talento scomodo” in quel Milano, Fontecchio è dovuto emigrare a Cremona per non fare la stessa fine, Gentile ha dovuto subire lo schianto della popolarità anticipata prima di tornare sulla terra in quel di Bologna. Da quel momento i risultati dell’under 20 e dell’under 18, in quel torneo di Mannheim che ha visto le gesta di “giocatorini” del calibro di Sabonis, “Magic” Johnson, Petrovic, Kukoc, ecc., sono rimasti pressoché costanti livellandosi verso l’alto, segno inequivocabile che il lavoro fatto da Capobianco e il sistema azzurro giovanile sa come costruire ottime competenze, abbinandole a risultati del campo. Quindi l’arido humus nostrano che ogni anno il massimo campionato registra non può essere imputabile al pregresso, bensì ai tanto declamati timonieri senior e al bizzarro modo di intendere la qualità non esotica a disposizione. Già nel 2013, l’Italia U20 sul tetto dell’Europa con lo strepitoso Amedeo Della Valle, con i triestini Tonut e Ruzzier e con l’emergente Abass, riporta 5 anni dopo amaramente una lista lunga di cestisti fermati inesorabilmente alla seconda serie, qualcuno anche a rischio estinzione. Ancora peggio con il mondiale vinto dagli U18 nel 2014 a danno degli USA, con Diego Flaccadori unico “sopravvissuto” assieme a talenti in fase di ritrovamento (Mussini e La Torre ndr.) e ancor più numerosi peones. La crisi del paese quindi ha portato anche un mancato coraggio, le necessità delle squadre di club, nemiche della programmazione a medio-lungo termine, hanno tarpato le ali a possibili (rari) allenatori virtuosi. La formula della serie A2 “italianizzata” ha ridato qualche speranza ai giovani, ma non basta; del bronzo europeo U18 del 2016 l’unico fulgido talento uscito, Davide Moretti, ora gioca in America nella NCAA (pur avendo avuto il massimo spazio a Treviso ndr.); c’è tutta la nidiata di scuola virtussina Oxilia, Penna, Pajola, abbarbicati alla seconda serie così come i vari Baldasso, Simioni, Mezzanotte, o ad un “garbage time” in serie A1. Abbiamo quindi dal lontano 2011 impoverito la colonia azzurra, abbiamo permesso a Gentile, Polonara, di regredire tecnicamente (per poi riprendersi), a Fontecchio di sventolare asciugamani, a Melli ed Abass di dubitare di loro stessi, a Della Valle di specchiarsi sul talento offensivo senza curare la parte difensiva, a Tonut di essere vivo perché a Trieste c’era la necessità di costruire su basi indigene. Adesso basta! Mi segno uno a uno i nomi dei medagliati di Mannheim, da Miaschi a Palumbo, sino all’ultimo della panchina; segno anche i nomi degli allenatori che avranno l’onore di allenarli e vedrò il lavoro svolto su di essi. Perché, qualora anch’essi finissero nel dimenticatoio, non ci saranno filosofie (giusto per restare in tema Albert Schweizer e torneo di Mannheim) o formule “7+5” a fare giurisprudenza, bensì il coraggio di rilanciare veramente il movimento.

Anche perché, si possono fare figure da cioccolatai in Europa anche senza gli italiani…

 

Direttore Raffaele Baldini