Mannheim 2018, la Meravigliosa Avventura continua!

di VINCENZO CICCONE*

Il secondo bronzo consecutivo (dopo quello del 2016). Un ulteriore alloro arrivato dopo un titolo nel 2014 ed un quinto posto nel 2012 con le semifinali mancate solo dopo un confronto di barrage concluso dopo un tempo supplementare.

Senz’altro il torneo ‘Albert Schweitzer’ di Mannheim è un pò come il “giardino di casa” per il coach venafrano Andrea Capobianco che, nell’appuntamento tedesco (definito non a caso, dagli addetti ai lavori, come un vero e proprio mondiale di categoria al di là dell’etichetta), ha sempre condotto l’Italbasket under 18 a risultati di tutto rilievo.

«Questi sono i risultati restituiti dal parquet – spiega – ed i risultati rappresentano dei fatti veri e propri. L’Italia è salita consecutivamente sul podio nelle ultime tre edizioni e, nel 2012, ci è andata vicina. Per mia convinzione personale, credo che nella vita, più di ogni altra considerazione, debbano parlare le azioni perché sono quelle che rappresentano una svolta nella nostra esistenza. E sono convinto che, anche in questa circostanza, questi ragazzi ed il loro staff abbiano dimostrato appieno le potenzialità del nostro movimento cestistico e ci siano riusciti al di fuori delle considerazioni spicciole con il loro modo di stare sul campo, che ha lasciato intendere, una volta in più, come l’Italia abbia tutte le carte in regola per stare seduta al tavolo con i top team, a dimostrazione delle qualità di gioco e del lavoro portato avanti che ci sono riconosciuti unanimemente in giro per il mondo dagli addetti ai lavori, dettagli di cui andiamo assolutamente fieri».

Eppure, nelle considerazioni dell’ambiente cestistico nazionale, più di qualcuno ha lasciato intendere come questi exploit sul versante giovanile poi non portino ad un’esplosione degli stessi elementi tra i senior.

Sul punto, la riflessione di coach Capobianco è particolarmente articolata e piena di spunti. «Si tratta di situazioni da analizzare nel profondo e non in superficie. Il percorso formativo di un ragazzo non termina ai 18 o ai 19 anni, ma in virtù anche di un percorso di carriera atletica sempre più ampio, prosegue con l’età. Tanti grandi giocatori continuano nel loro percorso di sviluppi anche sino ai 24-25 anni. L’importante è avere pazienza ed applicazione. Se guardiamo agli ultimi vent’anni, ci possiamo rendere conto che elementi divenuti fattori sui parquet tricolori o di Eurolega avevano mediamente già 25, 26 o 27 anni. In altri termine occorre più serenità e maggiore lungimiranza. Bisogna attendere la formazione completa del giocatore e, per riuscirci, bisogna costruire ed attendere i frutti, verificando quelli che sono i processi di crescita, per loro natura figli di un percorso all’insegna della continuità. Occorre entusiasmo e costanza nelle formazione, nella consapevolezza di quella che è l’importanza del valore dell’attesa, alla base anche delle stesse relazioni interpersonali, che, coi giusti tempi, possono divenire più forti, più efficaci e più funzionali».

Intanto, restando sul presente, nel vivo della memoria di tutti – relativamente all’ultimo Mannheim – ci sono i ricordi della sfida con gli Stati Uniti e delle due gare con la Russia (nel girone e in occasione della finale per il bronzo).

«Ho rivisto il match con gli americani in più di una circostanza – discetta coach Capobianco – e mi ha fatto intendere quelle che sono le capacità che questi ragazzi possono esprimere, figlie del lavoro portato avanti in nazionale sì, ma anche della preparazione quotidiana coi loro allenatori, pronti a scommettere forte sui giovani, nei loro club. È stata una partita di altissimo livello tecnico-tattico, così come quelle con la Russia, anche se, per certi versi, mi spiace isolarle e mettere in secondo piano le altre gare disputate, come, tanto per fare un esempio, quella con la Francia. Vincere cinque delle sei gare affrontate vuol dire aver dato il massimo in campo ed aver giocato ad un livello altissimo perché in un torneo come questo si gioca sempre sul filo del rasoio. Non smetterò mai di ringraziare questi ragazzi per la grande maturità dimostrata, oltre che per il piglio e l’attenzione in ogni momento. Non si può che essere orgogliosi del lavoro portato avanti coi giovani, perché, oltre al piano tecnico, entra più da vicino anche nella formazione stessa dell’individuo».

Un concetto – quello di formazione – particolarmente caro al tecnico venafrano, pronto a fissare l’attenzione in tracce che vanno al di là della retina e della palla a spicchi, ma affondano la propria essenza nel sociale e anche nell’altro da sé.

Riverberandosi – come nel caso di Mannheim – anche nelle pagine di un libro da poco edito e che racconta l’impresa del successo di Mannheim nel 2014.

«Tante volte mi sono confrontato in giro per l’Italia su quell’esperienza, su un gruppo che aveva riportato l’Italia al vertice di una rassegna come lo Schweitzer, appuntamento che convoglia in Germania tanti osservatori chiamati a guardare il basket di prima fascia. Dopo aver rivisto i miei appunti di quei giorni, più di una persona a me cara mi ha invitato a trasferire su carta quelle sensazioni così da far arrivare con ancora più forza all’esterno e fissare nel tempo le emozioni che quel gruppo, giocatori e staff, portava con sé. Ho ripercorso così quel viaggio, passo dopo passo, esprimendo nel codice scrittura quei linguaggi, il gesto tecnico e le scelte strategiche, alla base del vissuto di un gruppo di basket. Quel comune sentire che è alla base delle relazioni, nel nostro caso sportive, ma che fa parte della vita di tutti i giorni. Ho provato a farne un canovaccio di narrazione e spero di essere riuscito a trasmettere le emozioni alla base delle scelte fatte, dallo staff alla formazione del roster, passando per gli adeguamenti in corsa e le opzioni tattiche. Tutto, ma proprio tutto quello che è stato nel cuore di quel torneo, ma anche quelle situazioni solo sulla carta ‘cornice’. Con molto piacere, all’interno, ci sono dei contributi di persone di cui ho una grandissima stima e che ringrazierò sempre al pari del capitano di quel team Flaccadori, i cui pensieri sull’ultima di copertina sono per me motivo di grande gioia. Era per me l’occasione per ringraziare ulteriormente quei dodici ragazzi che hanno dato anima e cuore per la causa azzurra ed hanno regalato all’Italia una grande emozione a 31 anni di distanza dall’ultimo successo di una nostra nazionale in quest’evento».

(*= ha collaborato Maria Cavicchia)

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