I Miami Heat nella terra di nessuno

NBA

Fonte: Superbasket.it a cura di Giovanni Costa

La terra di mezzo non piace a nessuno, in particolar modo nell’NBA, campionato che premia i primi con reali chances di vittoria, e gli ultimi con le migliori scelte al draft. In questo scenario si stagliano, proprio in quella terra di mezzo, i Miami Heat, e la stagione alle porte è particolarmente esemplificativa di questo periodo di transizione.

L’anno scorso si è chiuso con l’eliminazione al primo turno di playoffs per mano dei rampanti Philadelphia 76ers, e le sirene avevano iniziato a suonare già con i molti minuti trascorsi in panchina dal totem Hassan Whiteside, apparso totalmente fuori dai giochi voluti da Erik Spoelstra e – giustamente – relegato ad un ruolo secondario in favore del più grintoso Kelly Olynyk. Ora, ad un’estate di distanza, la situazione in Florida non è cambiata: la Eastern Conference, purtroppo per gli Heat, è scesa ulteriormente di livello, e alle spalle delle quattro o cinque squadre che sicuramente occuperanno le prime posizioni non è difficile immaginare che proprio Miami occupi uno degli altri spot ai playoffs, analogamente a quanto avvenuto l’anno scorso. Peccato, perché come si diceva la situazione mediana da un lato non lascia alcuna chance di giocare le proprie carte fino in fondo (inimmaginabile competere con Boston, Phila o Toronto), e dall’altro non permette nemmeno di ottenere una scelta in lottery, che in questo momento servirebbe come il pane a Pat Riley.
Le future offseason infatti non saranno semplici, dato che Whiteside continuerà ad ingombrare il libro paga per altre due stagioni garantite, Dragic e Tyler Johnson potranno esercitare l’anno prossimo la player option e percepire per un’ulteriore stagione quasi venti milioni di dollari, e tutti gli altri contratti medio-onerosi (James Johnson, Dion Waiters, Kelly Olynyk, Josh Richardson) andranno in scadenza ben più tardi.

Nessuna scelta al draft arriverà da altre squadre, e anzi qualche seconda partirà per altri lidi, togliendo ancor più cartucce al front office di Miami. L’uscita da questa situazione di empasse non sembra dunque imminente, il che è tutt’altro che meritocratico se si pensa che, a differenza di altre franchigie che per anni hanno fatto di tutto pur di perdere e accumulare scelte pregiate (qualcuno ha detto Phila?), gli Heat hanno sempre onorato la competizione cercando di mettere in campo la miglior squadra possibile e mantenendo la saggia guida tecnica di coach Spoelstra, che si è guadagnato un nome soprattutto dopo l’era dei Big Three, quando ha racimolato risultati con costanza pur a fronte di un organico non sempre entusiasmante.

Per i tifosi non c’è che da aspettare, attendendo la scadenza del contratto di Whiteside – unico grande errore compiuto da Riley – e sperando nella maturazione di Winslow, che a tratti fa vedere belle cose ma manca della costanza che forse ci si aspettava da lui. In tutto ciò, se per caso arrivasse una steal al futuro draft non sarebbe male.
Per tutto il resto c’è D-Wade, ma lì si tratta di devozione.