NBA, Belinelli-D’Antoni: c’è anche l’Italia nella corsa…all’anello! (di Luca Chiabotti)

Fonte: sportsenators.it a cura di Luca Chiabotti

Gli Houston Rockets del coach italo-americano hanno chiuso in testa la stagione e i Sixers dell’azzurro sono reduci da 16 successi consecutivi. Troppi infortuni pesano sui pronostici ma se Steph Curry rientrerà come previsto è facile immaginare una nuova finale Golden State-Cleveland. Anche se la squadra di LeBron, eccetto LeBron, spesso finora è stata indecente

Finalmente! Cominciano i playoff della Nba e il basket più bello del mondo potrà esprimersi al meglio del suo enorme potenziale tenuto a bada nella vastità delle 82 partite stagionali. I luoghi comuni sostengono che solo da adesso le favorite per il titolo faranno davvero sul serio. Vale certamente per LeBron James e i suoi Cleveland non necessariamente per gli Houston Rockets di Mike D’Antoni, che hanno chiuso al comando, unica squadra che ha superato le sessanta vittorie (sono 65) in stagione senza mai togliere il piede dall’acceleratore. Se gli infortuni tanti, gravi saranno pesanti nell’economia della lotta per il titolo, su tutti quello Kyrie Irving dei Boston Celtics e di Kawhi Leonard dei San Antonio Spurs, sempre che Steph Curry di Golden State possa davvero tornare in campo nel secondo turno come previsto, ci sono tanti motivi per seguire con passione quello che accadrà, a prescindere dalla squadra per la quale eventualmente si fa il tifo. Uno ci riguarda da vicino: le due squadre più calde e attese in questi playoff hanno un forte connotato italiano. Una, i Rockets, perché potrebbero dare al nostro Mike D’Antoni e al suo gioco rivoluzionario il primo titolo Nba, l’altra i Philadelphia 76ers che da quando hanno acquistato Marco Belinelli sono inarrestabili. Hanno chiuso la stagione regolare con 16 successi consecutivi, tornando ai playoff dopo 6 anni: non superavano le 50 vittorie in stagione dal 2001, quando persero in finale contro i Los Angeles Lakers e c’era ancora Allen Iverson. Oggi l’Iverson si chiama Ben Simmonds, un rookie cresciuto in Australia e australiano, ma figlio di un giocatore americano, che ha guidato i 76ers a raddoppiare le vittorie rispetto alla passata stagione. E questo è l’altro tema secondo me più stimolante: la quantità di giovanissimi atleti, matricole o con un solo anno di Nba alle spalle, che saranno decisivi nella corsa per l’anello.

Di Houston e di D’Antoni abbiamo già scritto anche noi: tutti abbiamo ancora negli occhi la devastante sconfitta dei Rockets in casa contro gli Spurs in gara 6 del secondo turno del 2017, nonostante una grandissima stagione e un James Harden da mvp. Quest’anno D’Antoni ha implementato ancora il suo gioco (i Rockets tirano più di tutti da tre punti, 3470 volte finora, nessuna altra squadra ha superato quota 3000 in stagione) aggiungendo due cose fondamentali per vincere: il talento e l’esperienza di Chris Paul e grandi miglioramenti in difesa. Così Houston è davvero una squadra da titolo, anche se a Ovest deve battere il meglio per arrivare in finale. Mi ha lasciato perplesso che D’Antoni abbia dichiarato che quella dei Rockets sarà comunque una stagione storica anche senza vincere il titolo. Nella sostanza è vero, ma mettere le mani avanti prima dei playoff è un segno di debolezza di cui non ha bisogno, visto il recente passato.

Poi c’è Marco. Siamo felicissimi che Belinelli possa disputare i playoff in una squadra che gli dà così tanto e meritato spazio. Contenti perché lui e la sua carriera. E anche un po’ per il basket italiano: vederlo languire a Sacramento e Atlanta, pur guadagnando un sacco di soldi, era una sofferenza. Marco, da quando è stato acquistato da Philadelphia, ha un bilancio di 23 vittorie e 5 sole sconfitte: ha realizzato quasi 14 punti di media in soli 26’ in campo. I Sixers sono una squadra forte, giovane e divertente da vedere perché esprimono una grande pallacanestro offensiva: li ho seguiti tantissimo anche la passata stagione, come ho fatto con Minnesota, per la quantità e la qualità dei giocatori più giovani. Però, e qui spero di sbagliarmi, sono molto cauto sui loro playoff anche se hanno un primo turno possibilissimo contro i Miami Heat ed eviteranno fino alla finale dell’Est Toronto e Cleveland, le due squadre più forti visti gli infortuni dei Celtics. Se considerate le ultime 16 vittorie consecutive, 13 sono arrivate con squadre che non faranno i playoff, molte delle quali ormai in assoluto disarmo, se non proprio in cerca del tanking, cioè il perdere apposta per poter avere più opportunità di pescare collegiali migliori al prossimo draft. Vero che hanno battuto due volte i Cavs ma non prenderei per oro colato le loro prestazioni nell’ultimo mese. In più, iniziano i playoff senza Joel Embiid per una frattura all’orbita: Embiid, nato nel 1994, è un giocatore fantastico pur limitato dagli infortuni, che con Simmons, classe 96, straordinario, e Saric (1994), per non parlare del rientrante Markelle Fultz (classe 98), prima scelta assoluta di quest’anno, sono la fotografia delle meraviglie che la Nba saprà proporci anche per i prossimi anni. A Est, anche se per lunga parte della stagione hanno giocato in maniera indecente come indecente resta la loro difesa, penso che i Cavs di LeBron James siano favoriti perché c’è … LeBron James. Senza l’infortunio di Kyre Irving la penserei in modo differente e voterei Boston. Resto titubante nel considerare una squadra da titolo i Toronto Raptors, nonostante DeRozan e Lowry: mi piace come giocano i Miami Heat, dove coach Spoelstra sta dimostrando di essere un grande allenatore forse più di quando vinse il titolo con James, e sono tosti gli Indiana Pacers. Ma se LeBron fa il LeBron, c’è poco da fare. A Ovest c’è di tutto e di più: certo Golden State e Houston favorite, ma sono davvero tante le squadre di alto livello: Oklahoma City, con Westbrook, George, Anthony, ha un talento offensivo strepitoso anche se è corta e non ha  tanto sotto canestro, Portland ha due stelle straconsolidate, Lillard e McCollum. Seguo con simpatia gli Utah Jazz del rookie Donovan Mitchell diventato subito, come Simmons, capo cannoniere della sua squadra, perché giocano bene a pallacanestro. E Minnesota, che torna ai playoff dopo 14 anni, che per molte stagioni ha tentato di fare quello che è riuscito in meno tempo a Philadephia, cioè tornare in alto con i giovani dopo aver scelto dei fenomeni come Anthony Wiggings e Karl Anthony Towns. In realtà, il cerchio s’è chiuso scambiando Ricky Rubio e Zach LaVine per arrivare all’All Star di Chicago Jimmy Butler. I T-Wolves sono meno divertenti ma più solidi che nel passato. Non c’è a Ovest una sfida scontata o che non valga la pena di essere gustata, partita dopo partita. Certo che un bel Houston-Philadelphia per noi italiani sarebbe una finale da frittatona e Peroni ghiacciata davanti alla tivù. Me se Steph Curry, fermo da un mese e mezzo (bilancio dei Warrios, 6-10) sta bene, solo Houston potrebbe fermare i campioni. O LeBron.

Luca Chiabotti