NBA: La grande fuga (ad ovest)

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Fonte: Gazzettanba.it a cura di Federico Prospero

Ultimamente nella NBA si è notata una disparità di talento sempre maggiore tra le due leghe che la compongono: la Eastern e la Western Conference. Ed è proprio quest’ultima ad essersi potenziata a discapito della prima: in quest’anno solare può infatti contare su 13 dei 14 giocatori più forti in circolazione, e si è addirittura andati verso un cambio di regolamento per l’All-Star game.

Infatti il format per l’evento del 2018 prevede due capitani (uno per conference) scelti col sistema delle votazioni che potranno eleggere i propri quintetti a prescindere dalla provenienza degli atleti, arrivando così ad un calderone in cui Est e Ovest non saranno più riconoscibili. 

Lasciando da parte un attimo l’All-Star game, sarebbe interessante capire il motivo di questa migrazione interna. Partendo da ciò che è certo, è risaputo che questo fenomeno sia nato tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, ed è stato abbastanza casuale: secondo alcuni le primissime avvisaglie si sono scorte nel passaggio di Shaquille O’Neal da Orlando (Est) ai Lakers (Ovest) e nella sfortuna dei Boston Celtics nella lottery del 1997, quando Tim Duncan andò incredibilmente ai San Antonio Spurs (mentre invece sembrava destinato a finire in Massachusetts).

In contrapposizione a questa teoria, bisogna ammettere che Kidd negli stessi anni si accasò ad Est (andando da Phoenix a Brooklyn) e che nel 2003 i Cavs draftarono Lebron James. Per riassumere, si potrebbero citare episodi di trasferimenti in entrambe le direzioni senza raggiungere una conclusione: il punto non è questo.

Ciò che è importante capire è che il sistema NBA non favorisce per nulla la risoluzione di questo problema, in quanto lo strumento principale per migliorare un roster è la lottery, ma ad Est ci sono squadre che con percentuali bassissime di vittorie (sotto il 50%) vanno comunque ai playoffs.

In aggiunta a ciò, evidenziamo che in NBA la maggior parte dei proprietari delle squadre è interessata ai ricavi, e che in questa logica non ha senso investire su una franchigia se questa può andare ai playoffs anche come “squadra scarsa” (data la bassa competitività) e intascare i ricavi dei diritti televisivi e dei biglietti venduti per quella serie di partite. Per non parlare degli introiti del merchandising…

In definitiva tracciare le ragioni per cui il disequilibrio di forza tra le due leghe sia nato è quasi impossibile, ma si può analizzare la sua evoluzione e cercare i motivi del suo acuirsi, che sono soprattutto economici. Ciò che è certo è che non si vede la fine di questo fenomeno, ma lo spiraglio nel buio potrebbe essere la nascita e la scoperta di molti giovani talentuosi ad Est, lasciati liberi di mettersi in mostra e di crescere in una conference meno battagliera e più sorniona.