Non solo calcio, perdiamo ovunque

Ettore Messina

Fonte: Il Tempo a cura di Valentina Lo Russo

Un quadro tragico, purtroppo veritiero, della situazione sportiva italiana nei giochi di squadra.

L’Italia dello sport si interroghi e non solo quella del calcio. Anche se i riflettori sono giustamente puntati sul recente disastro del calcio azzurro, non si può trascurare quanto sta accadendo ai nostri colori nelle cosiddette «discipline minori». Lo sport italiano è ufficialmente in crisi, dal calcio al basket al volley, per non parlare del rugby, il piatto piange. E se i risultati individuali si contano sulla punta delle dita, peggio che mai vanno gli sport di squadra. Dopo il flop al pre-olimpico organizzato in casa, l’Italbasket maschile, delle presunte stelle Nba Belinelli e Gallinari (che si è estromesso da solo), ha salutato gli Europei lo scorso 13 settembre sconfitta ai quarti di finale dalla Serbia e costretta a dire addio al podio per la terza volta consecutiva. D’altronde, l’esperto Recalcati (medaglia d’argento ad Atene) era stato buon profeta: «Attenzione, non stiamo lavorando per costruire giocatori che vengano dopo questi». Poco cambia se si pensa all’Italvolley, che a un certo punto, nel momento più delicato della preparazione, si è incartata intorno alle scarpe di Zaytsev facendone un caso di stato e trascurando forse quanto avveniva sul campo. Che il ricambio generazionale fosse un passaggio necessario lo si sapeva, ma uscire da un Europeo ai quarti di finale sotto i colpi del Belgio per 3-0 è passato come un flop. Meglio non hanno fatto le colleghe donne travolte nella stessa competizione sempre ai quarti di finale dall’Olanda in un’ora e 13 minuti di gioco. Anche in questo caso le aspettative erano decisamente diverse. A Baku le azzurre di coach Davide Mazzanti si sono arrese in soli tre set alle olandesi lasciando un vuoto complicato da riempire. Dice bene chi come Andrea Giani che di volley ne ha masticato un bel po’, ha lasciato il Belpaese per la Germania e a distanza vede le cose più lucidamente: «In Italia ci facciamo la guerra, non facciamo sistema: quindi non creiamo qualcosa di comune». Gli amanti della pallavolo si riversano nel beach dove ogni tanto arriva qualche bella medaglia. Lupo-Nicolai sono al momento il fiore all’occhiello del movimento. Il rugby? Nenache a parlarne. Le delusioni sono puntuali e costanti e i continui passaggi di testimone tra i diversi allenatori non hanno cambiato nulla in termini di risultati. Prima Mallett poi Brunel, ora O’Shea, non se ne esce. Nel Sei Nazioni, che nonostante tutto continua a riempire gli stadi, quell’antipatico cucchiaio di legno è diventato una consuetudine tutta italiana. Analizzando invece gli sport individuali il ciclismo italiano vive una delle situazioni più difficili della sua storia. Tanti, troppi i talenti che promettevano bene, prima di smarrirsi. Pensiamo a Moreno Moser, Diego Ulissi, Enrico Battaglin, Andrea Guardini. Comunque, se riusciamo a rimanere a galla, è perché almeno sappiamo ancora nuotare. Lo sport italiano ringrazi i vari Pellegrini, i Paltrinieri e Detti, perché se non ci fosse il nuoto l’oscurità sarebbe totale. Lo stesso Settebello ha regalato un bel bronzo al medagliere azzurro di Rio. L’atletica italiana invece ha chiuso il Mondiale più imbarazzante della sua storia, nessun finalista, diciotto nazioni europee davanti nel medagliere. E alle Olimpiadi di Rio zero medaglie, come non accadeva da 60 anni. Per sorridere ed esultare dobbiamo aggrapparci a quelle discipline che seguiamo solo una volta ogni quatto anni, quando scatta l’emozione olimpica e tutti appiccicati alla tv. La scherma ci continua a regalare soddisfazioni, soprattutto al femminile e nel fioretto. A Rio nel 2016 anche il judo ha fatto il suo come il tiro a segno, il tiro al volo e la carabina, discipline che mai chiudono i giochi senza medaglie. Dove sappiamo veramente trionfare è nello sport paralimpico. Bebé Vio docet. E forse proprio da lì bisognerebbe prendere l’esempio. Per tornare finalmente a far suonare l’Inno di Mameli ovunque.