“Once brothers”, diversità declinate in due espressioni opposte: poesia cestistica e odio razziale (di R.Baldini)

Per chi come me è nato a Trieste, parlare di guerra nella ex Jugoslavia, di Petrovic e Divac e della pallacanestro non è mai scontato. “Once Brothers” è una storia di estremi che si congiungono, di sfumature tagliate con l’accetta, di coincidenze drammatiche.

Un’amicizia vera rotta da una bandiera croata gettata a terra dopo un trionfo sportivo sotto l’egida della Jugoslavia unita? E’ possibile, inevitabile. Chi respira le città di confine come Trieste, incrocio di razze diverse, non può stupirsi di fronte a quella cruda rottura. C’è tanto orgoglio nei Balcani, senso di appartenenza legato a tradizioni che il maresciallo Tito ha voluto “impastare” (sarebbe più giusto dire soffocare); questa è una grande differenza con il nostro paese in cui il sacrificio e il punto di arrivo professionale sono sempre una rappresentazione dell’ego personale e non un orgoglio nazionale.

Ho i brividi nel vedere la cocciutaggine di Drazen Petrovic, mortificato da logiche imbarazzanti d’oltreoceano ma senza arretrare un centimetro di fronte alla lotta; mi commuovono quei passi a capo chino nelle palestre d’allenamento di Portland, vedo materializzata la frustrazione all’esaltarsi per due punti segnati e raccontati all’amico Vlade. Si, avete capito che pendo dalla parte del fenomeno riccioluto, il “fratello sfigato” che deve partire dal primo gradino per scalare l’Olimpo cestistico a differenza del più compassato amico, bravo a intraprendere un percorso spianato davanti a sè.

La freddezza fra ex compagni di squadra è vera, forse rappresentata con toni più morbidi rispetto a quello che ho letto negli occhi di serbi, croati, montenegrini, macedoni, sloveni nel periodo della guerra. C’era odio (e forse c’è ancora), odio vero per un conflitto che ha lacerato le coscienze ma soprattutto segnato con del filo spinato i confini della pacifica convivenza. Lo sport aggrega ed esalta le diversità, senza omologarle, è forse la forma spontanea più elevata di relazione fra gli uomini.

Dino Radja racconta di quella coincidenza drammatica, la squadra e il volo sopra Monaco, capolinea della vita di uno dei più grandi (o il più grande) giocatore di basket europeo, Drazen Petrovic. Quasi che la morte fosse anch’essa da prendere senza mischiare etnie, la sublimazione cinica di una presa di posizione che non accetta compromessi. Per questo motivo l’incontro fra Divac e la mamma di Drazen non può e non potrà mai essere un surrogato della fratellanza di un tempo; per Vlade sarà un cerotto su un ferita ampia e profonda che non potrà essere rimarginata, per la famiglia di Petrovic un bel gesto di un uomo maturo e nulla più.

“Once brothers” e’ uno speciale da far vedere nelle scuole, per far capire come le diversità possono essere declinate in due espressioni diametralmente opposte: poesia cestistica e odio razziale. Spesso con 100 minuti si possono mandare messaggi più incisivi di un intero libro di storia.

Direttore Raffaele Baldini