Perchè i Denver Nuggets sono la squadra da seguire

NBA

Fonte: Superbasket a cura di Giovanni Costa

Parlare di Western Conference andando oltre le prime posizioni, o bypassando la notizia della firma di Lebron James con i Lakers non è facile. Perché in fondo tutti pensano a quelle tre o quattro squadre che tra aprile e maggio si contenderanno l’accesso alle finali; Golden State, ulteriormente rafforzata, a difendere ciò che già è suo, Houston con un ‘Melo in più ad insidiare le certezze dei campioni della Baia, Minnesota che deve rialzarsi dall’enorme delusione del primo anno sotto la guida di Tib e Los Angeles che, con il 23 a roster, entra comunque di diritto tra le squadre da tenere sott’occhio.

Ecco che, al di fuori della luce proiettata da tutti questi riflettori sulle squadre di cui si è parlato, emerge una realtà particolarmente interessante: i Denver Nuggets.

Perché proprio loro? In fondo l’anno scorso non sono nemmeno giunti ai playoffs, perdendo la gara finale di regular season a Minneapolis contro i Wolves, lasciando l’amaro in bocca ai tifosi del Colorado che speravano di vedere Jokić e compagni approdare all’offseason e sperare in un accoppiamento felice.

Le ragioni per cui invece è proprio Denver la squadra da seguire sono fondamentalmente due: la prima, di cui si è già fatto cenno, è proprio quella relativa alle aspettative. In una stagione che si prospetta particolarmente interessante sulle sponde del Pacifico, dopo un’estate in cui la maggior parte dei giocatori di talento della lega si è accasata nelle franchigie dell’ovest, nessuno o quasi attende grandi cose dai Nuggets, un po’ perché non sono in grado di fornire certezze, vista la scorsa stagione, e un po’ perché l’NBA è pur sempre un mercato, e da una città come Denver (non certo L.A. per appeal e seguito di pubblico) non si è mai eccessivamente attratti, analogamente a quanto accade con altre realtà virtuose ma poco “cool” come gli Utah Jazz. Ecco che proprio in questo terreno di disinteresse i Nuggets potrebbero essere la talpa da tenere d’occhio, capaci di ottenere un buon piazzamento perché privi di pressioni eccessive, come la storia di ogni underdog vuole.
Il secondo motivo di interesse invece riguarda la squadra, o per meglio dire i singoli elementi del roster, roster che ben si accosta ad un termine preciso: rivalsa.
Per capire perché bisogna analizzare due degli arrivi estivi: il primo è Isaiah Thomas, folletto esploso a Boston che, a seguito dell’infortunio patito all’anca, ha visto svanire le camionate di dollari che sognava e soprattutto ha ridimensionato le proprie aspettative, relegato a pedina di scambi minori e ad un ruolo decisamente insignificante nell’ultima parte di stagione in maglia Lakers. Thomas a Denver vuole riprendersi lo status guadagnato ai Celtics, un po’ perché l’estate prossima sarà quella del rinnovo contrattuale e un po’ perché nessuno, ma proprio nessuno, è così ostinato e determinato come lui nel raggiungimento dei propri obiettivi. Il secondo nome legato al concetto di rivalsa è Michael Porter Jr., rookie prodotto di Missouri che, dopo essere stato designato come potenziale scelta numero 1 al draft, ha avuto problemi alla schiena che lo hanno tenuto fuori tutto l’anno e l’hanno fatto scivolare fino alla scelta numero 14, ultima della lotteria. Porter Jr., a Denver, troverà fiducia e spazio, giocando in un ruolo piuttosto scoperto com’è l’ala piccola, e il talento del giovane rookie non si discute; deve reggere il fisico, che non si è dimostrato all’altezza nel corso degli ultimi dodici mesi, ma la fame di rivincita e il bisogno di tornare il giocatore che era saranno le chiavi personali del suo successo al piano di sopra, per mettere a tacere le varie squadre che lo hanno lasciato passare la notte del draft.
Poi ci sono gli altri, dal leader Nikola Jokić, che l’anno scorso ha fatto intravedere un potenziale spaventoso da sviluppare e deve dimostrare al mondo di essere davvero uno dei più forti lunghi della lega, al rientrante Paul Millsap, che prima dell’infortunio era uno dei giocatori più concreti della lega, e ha bisogno di tornare a competere ai livelli cui era abituato. Oltre a loro Will Barton, Gary Harris e Jamal Murray, giovani in rampa di lancio che hanno fatto progressi notevoli e non vedono l’ora di mettere la città di Denver nella mappa delle squadre che contano ad ovest. Insomma, un gruppo di gente affamata, guidata da un allenatore di livello come Mike Malone, motivato più di chiunque e capace di tirare fuori il massimo offensivamente dai suoi giocatori.

Restano due problemi: il primo è la difesa, da sempre tallone d’Achille dei Nuggets e anche di coach Malone, che non è mai riuscito a sviluppare un sistema degno di tale nome. Il secondo sarà la distribuzione delle responsabilità, le gerarchie da creare in un gruppo che inserisce la personalità forte di Isaiah Thomas all’interno delle proprie rotazioni, cosa sicuramente non facile.
Se però tutti gli astri si allineassero in modo giusto, ecco che avremmo una nuova, inaspettata, sorpresa ad ovest. Le pepite sono pronte a brillare.