Poz, l’insostenibile leggerezza della… normalità

Gianmarco Pozzecco (Foto Ciamillo-Castoria)

Roberto Degrassi per Il Piccolo di Trieste intervista Gianmarco Pozzecco, un uomo uscito dal vortice mediatico e rientrato alla normalità di Zagabria.

Il piacere della normalità. E di un basket diverso, con un retrogusto che sa un po’ d’antico. Per Gianmarco Pozzecco la nuova esperienza professionale a Zagabria, chiamato a fare da assistente allenatore al vecchio amico Veljko Mrsic con cui vinse lo scudetto della stella a Varese, non è solamente una tappa nel curriculum.

Come si trova alla Cedevita? “Bene. Finora abbiamo vinto tre partite su tre nell’Adriatic League, il torneo che raccoglie le migliori formazioni balcaniche, un’ungherese e una bulgara. In pratica ho vinto più in queste settimane che da allenatore a Varese l’anno scorso…” Sta affrontando un’esperienza completamente diversa rispetto alle precedenti. “Lavoro con una squadra composta da 10 elementi di scuola slava, rinforzata da due statunitensi che hanno già giocato in Europa. E ho la conferma che per costruire le buone squadre non bisogna puntare solo sul talento. Comprendo, ad esempio, quale sia stato l’errore principale che ho commesso a Varese: avevo scommesso sul potenziale tecnico sottovalutando i rischi che comportava allestire un team dove dovevano convivere atleti africani, lettoni, statunitensi e italiani. Storie e scuole cestistiche diametralmente differenti. E invece una squadra non è fatta solo di nomi ma anche di anime e di sensazioni comuni. C’ero riuscito a Capo d’Orlando, grazie a campioni e persone super come Basile, Soragna, Nicevic. Ma questo discorso a Trieste lo potete comprendere bene”. In che senso? “Eugenio sa come guidare uomini che hanno a cuore i colori per i quali scendono in campo. Il concetto della “triestinità” non è uno slogan. Prima c’erano Ruzzier e Tonut, è rimasto Coronica, è arrivato Pecile che con il senno di poi mi avrebbe fatto comodo un anno fa. Io non guardo la carta d’identità ma quello che uno ha dentro. Se un giocatore si sbatte, trasmette una carica positiva anche agli altri compagni, stranieri compresi”.

Che sensazione dà fare l’aiutoallenatore? “Mi aiuta a capire l’ambiente da un’altra prospettiva. E mi fa riflettere. Io ho cominciato da allenatore capo, senza passare per quel gradino. L’avessi fatto, probabilmente sarei diventato un tecnico diverso. Solo adesso capisco che qualche volta posso aver sbagliato nei rapporti con i miei assistenti. Un esempio: a Capo d’Orlando avevo chiamato con me Furio Steffè e David Sussi. Sto parlando di due amici, a Furio voglio un bene dell’anima e David lo adoro, ma nonostante ciò ci sono stati momenti in cui probabilmente non ho rispettato o considerato adeguatamente il loro ruolo”. Il rapporto con Mrsic? “Lo considero un grande coach. Mi sta trattando con i guanti bianchi ma io non voglio sconti in nome della nostra amicizia. Nello staff tecnico comunque si respira un bel clima, positivo. Con noi c’è anche il figlio di Repesa, uno che è cresciuto a pane e basket. Io seguo con attenzione il lavoro di Mrsic e sto comprendendo certe dinamiche. Comprendo così anche il lavoro che mio padre svolgeva quand’era assistent coach all’Hurlingham”. Con Dado Lombardi… “Grandissimo Dado! Lui, da allenatore capo, doveva fare la parte del poliziotto cattivo. Il duro. Il vice, che in quegli anni era appunto mio padre, diventava invece il confessore della squadra. Il trait d’union tra la panchina e lo spogliatoio. E l’equilibrio era perfetto”.

In Italia ha sempre avuto una grande attenzione mediatica. Il “Poz” è indiscutibilmente un personaggio. All’estero rimane la fama del giocatore ma immaginiamo che avrà addosso meno pressione. “In Italia sono un personaggio anche perché non ho mai fatto niente per nascondermi. Vivo normalmente, esco, vado in centro, a cena, saluto, scherzo. L’ho fatto a Varese, a Bologna, l’ho fatto anche in Russia quando giocavo per Chimski. Qui sono contento di vivere in un contesto dove non sono l’attore protagonista ma per certi versi quasi una comparsa. Essere al centro dell’attenzione può essere gratificante ma anche la semplicità ha i suoi vantaggi. E poi chi l’ha detto che mancano le soddisfazioni? L’altra sera un arbitro mi ha salutato dicendomi: “Siamo onorati di averti a Zagabria”.

Il suo contratto ha una scadenza? “L’accordo è annuale. Anche se…” Anche se? “Una sera, durante una vittoria in un torneo precampionato, ho preso un foglio, c’ho scritto su che sarei rimasto qui cinque anni e l’ho fatto firmare dai dirigenti”. Un impegno vero e proprio. “Sì e no. Eravamo a fine banchetto, dopo alcuni brindisi…”