Sconvenscion all-around di Sergio Tavcar

Sergio Tavcar

Avevo molte cose da scrivere, ma moltissime le avete già scritte voi, per cui ringrazio sentitamente tutti, ma soprattutto Walter che ha espresso in modo mirabile quanto volevo dire io, ma lo ha fatto con parole molto più nobili e importanti. A proposito, visto che abbiamo toccato i massimi sistemi che ne direste se facessimo una veloce sconvenscion autunnale tipo quella dell’anno scorso, che secondo me è riuscita benissimo, nella quale poter continuare il discorso parlandoci a tu per tu? Fatemelo sapere, visto che in caso positivo dovrei darmi da fare, tenendo anche in considerazione il fatto che al chiuso è più difficile organizzare, per cui bisogna sapere abbastanza prima quanta gente verrebbe. L’ultima cosa che vorrei è che venisse qualcuno, magari da lontano, e non trovasse posto.

Tornando per un istante al famoso marziano di Llandre le sue considerazioni su LeBron mi fanno intendere che in effetti l’uomo di basket in realtà non ne capisca una mazza totale. Intanto cosa vuol dire “all-around player”? Cosa si intende sotto questo concetto? Se non siamo chiari su ciò non possiamo neppure intavolare un abbozzo di discussione. Allora intanto vi dico io cosa intendo. Per me un “all-around player” è innanzitutto uno che sa perfettamente cosa bisogna fare in ogni parte del campo, sia davanti che dietro, e che pertanto, se necessario, può giocare in tanti altri ruoli che non sia il suo. In Europa l’epitome di questo tipo di giocatore è stato e sempre sarà Toni Kukoč che era capace di impersonare tutti ruoli del basket, dall’ 1 al 5. Attenzione però! Quando giocava da 4 si trasformava in 4 puro, quando giocava da 1 era un 1 puro, era cioè un giocatore che ogni ruolo lo ricopriva per come andava coperto senza rompere le scatole ai compagni di squadra, ma anzi rendendoli drasticamente migliori perché per le incombenze che non riuscivano a svolgere ci pensava lui, e dunque potevano concentrarsi su quanto sapevano fare meglio. E in tutto ciò era bravissimo perché aveva altezza, tecnica sopraffina, passava in modo straordinario, leggeva il gioco da genio, era insomma uno straordinario campione. Che infatti Jordan non voleva ai Bulls proprio per questa sua versatilità e perché era un leader nato e che poi riuscì, con Kukoč che capì l’antifona molto presto adeguandosi all’andazzo, a trasformarlo in un giocatore monodimensionale, cosa che in realtà ancora adesso non gli perdono (a Kukoč, sia ben chiaro, non a Jordan che fece semplicemente quanto pensò fosse più utile sia a lui che alla squadra). Andando con la mente ad altri sport un esempio lampante nel calcio è stato l’immenso Johann Cruyff che non è stato certamente il miglior giocatore di tutti i tempi, ma il più grande all-around player del calcio questo sì, un giocatore capace proprio grazie a queste sue doti di essere contemporaneamente un po’ dappertutto, essendovi in modo perfettamente pertinente alla situazione contingente, con ciò portando un plusvalore immenso alla sua squadra.

Per definizione (mia) dunque un grande giocatore all-around è colui che, grazie alla sua presenza in campo, rende i suoi compagni tutti molto più bravi e produttivi. E’ cioè l’uomo-squadra per definizione.

Quello che era il grandissimo (per me sommo) Larry Bird, uno capace di fare da play in qualsiasi posizione in campo e, se necessario, macchina infallibile al tiro, quello che era Magic per i Lakers, capace di vincere il suo primo anello giocando da pivot (!) per l’infortunio di Jabbar. Inserire LeBron in questo consesso onestamente a me sembra blasfemo. Lui, almeno per me, con la categoria degli all-around players non c’entra nulla. E’ uno straordinario giocatore, capace, ripeto per l’ennesima volta, grazie al suo fisico illegale e anche, e in questo gli va dato merito, per essere un grandissimo professionista che per tutta la carriera ha tentato di migliorare e di imparare cose nuove, di dare il suo enorme contributo alla causa senza per altro per questo aver reso nessuno, ma proprio nessuno, dei suoi compagni un giocatore migliore. E poi… se non sbaglio per vincere l’anello ci è voluta una tripla folle di Irving che, guarda caso, da quando è andato a Boston, i Cavs sono ridiventati una squadra più o meno come le altre, forte, ma non certamente straripante.

Ovviamente sono in totale disaccordo con chi afferma che il basket, cambiando, potrebbe anche cambiare in meglio. Chissà mai, non è detto… Per sapere quello che penso leggete quanto scritto da Enrico ts. Non occorre aggiungere altro. Il paragone con il calcio è improponibile. A parte il fatto che la zona era il pallino fisso del mitico Heriberto Herrera negli anni ’60, il famoso allenatore “movimiento, movimiento” che ci fece vincere l’unico scudetto nel periodo della grande Inter, che peraltro si suicidò nella fatal Mantova dopo aver ricevuto una bella bastonata dal Čeltič, come lo chiamava Rocco, in finale di Coppa Campioni, il calcio, proprio per la sua popolarità, che porta in sé il germe pernicioso del conservatorismo a prescindere, e anche per il fatto che si gioca con i piedi, gli arti cioè non prensili, e che si gioca su terreni disuguali e gibbosi, a volte vere e proprie savane, e dunque molto più legato alla casualità di qualsiasi sport che si giochi in palestra con le mani, è stato sempre lo sport più arretrato in fatto di tattica. Ha cominciato a muoversi con le invenzioni di Ernst Happel e Rinus Michels in Olanda e da lì in poi anche nel calcio hanno capito che un’organizzazione tattico-strategica è la base imprescindibile per qualsiasi successo. Più giocatori ci sono in campo, più la tattica di squadra è fondamentale. Nel rugby, lo sport più “popolato” in campo, l’organizzazione di squadra è una conditio sine qua non con i giocatori che possono esprimere la loro creatività individuale solo in pochi e ben precisi istanti, perché se no tutto il gioco va a ramengo, come fondamentale è l’organizzazione di squadra nel football americano. Nel calcio dovrebbe essere lo stesso e oggi anche lo è, anche se non ancora, secondo me, come dovrebbe essere. Per esempio, ma io provengo dal basket e dunque probabilmente non so quello che dico, nel calcio manca ancora il passo decisivo, quello di variare all’improvviso lo schema difensivo organizzando un pressing alto misto, cioè con alcuni giocatori a coprire gli spazi ed altri ad anticipare avversari ben precisi che sono, ovviamente, i perni delle squadre avversarie, che ne so, Pirlo, Pjanić, Modrić, o come era Xavi (mi sembra che qualcosa del genere lo facesse Gasperini all’Atalanta prima che gli vendessero tutti i giocatori migliori che aveva). Dal mio punto di vista il numero ideale per un gioco di squadra è proprio quello del basket e dell’hockey su ghiaccio, e cioè 5 (nell’hockey ovviamente il portiere non conta), che è il numero giusto perché la tattica di squadra sia in equilibrio con la creatività individuale. Però proprio perché la creatività possa esprimersi al massimo e non causi casino l’organizzazione di squadra, più che a prevedere schemi rigidi, deve provvedere a “tracce di comportamento”, il che è per me la causa prima, e forse unica, perché una squadra di basket può rendere al meglio solo avendo in campo un vero 1, un vero 2 e così via.

Dico che il basket è alla deriva proprio perché mi sembra alla deriva l’NBA che è, volente o nolente, il modello di comportamento a cui si adegua il resto del basket mondiale. Ho visto qualche minuto (di più proprio non sono riuscito) della seconda amichevole fra Phila e Mavs proprio perché volevo vedere all’opera Dončić. Mi è venuto da piangere perché tutti i miei timori più cupi della vigilia si sono dimostrati più che fondati. Lì sarà certamente un bravo giocatore, ma del suo vero genio non vedremo niente, semplicemente perché lui è mentalmente di un altro pianeta rispetto ai suoi compagni. Ed essendo un ragazzo molto intelligente l’ha già capito e si adegua. Poi, per come gioca lì, può anche essere grottescamente paragonato a Turkoglu e purtroppo la fantastica risposta del ragazzo serbo lascia il tempo che trova. Purtroppo. I metri di paragone fra gli appassionati di basket in America che stanno arrivando ormai a livello medio al livello dell’analfabetismo più deprimente, come dimostrano i ragionamenti idioti del marziano di Llandre, sono metri che con il basket vero nulla hanno a che vedere. E in questo contesto, inutile dirlo, Dončić è uno fra tanti. L’unica cosa importante per loro è quanto corre e quanto salta, non come gioca. Ed è inutile che il povero ragazzo serbo si sforzi di far capire che essere atletici aiuta, ma non è certamente il punto. Fra l’altro, se è per quello, Dončić è sicuramente molto più atletico di Bird. Secondo me ancora non hanno capito che non sarà certamente un piacere quando gli sbatteranno contro, soprattutto quando avrà completato lo sviluppo fisico. Ricordando che è comunque un classe ’99 e che non ha ancora 20 anni.

A proposito di classe ’99 vorrei raccontarvi una curiosità che si riferisce allo sport sloveno, ma che può avere anche una valenza più generale. Il ’99 è un anno evidentemente più che propizio per lo sport in Slovenia. C’è ovviamente Dončić, c’è ovviamente Domen Prevc che sono sicuro prima o poi ritornerà ai vertici, c’è Janja Garnbret che, per chi non lo sapesse, è un oro in cassaforte per la Slovenia a Tokio nell’arrampicata sportiva, due ori e un argento agli ultimi Mondiali nonché plurima vincitrice di Coppa del mondo, oro a mani basse anche nella combinata olimpica per quanto quest’anno abbia avuto la maturità, si sia allenata meno e solo nel boulder tralasciando l’arrampicata di velocità che lei ritiene una pagliacciata senza significato tecnico per soli fini spettacolari, è insomma la versione femminile del leggendario ceco Ondra, e c’è un ragazzo che è stato una grande promessa dello sci, campione juniores di Slovenia di slalom gigante. Il ragazzo, che nel tempo libero giochicchiava a calcio, a un dato momento ha detto papale papale ai suoi coach dello sci che si era rotto i marroni a prendere freddo per niente e si è dato a tempo pieno al calcio. Ha giocato in squadre minori di Lubiana, giocava bene, lo hanno chiamato al Domžale, terza forza del calcio sloveno, località natale di Handanović, lì lo hanno notato i talent scout del CSKA Mosca che stava cercando nuovi talenti in giro per l’Europa (e infatti adesso è la squadra di gran lunga più giovane  che gioca in Champions’) e lo hanno portato a Mosca. Il ragazzo che di nome fa Jaka Bijolpensava di dover affrontare un duro lavoro di apprendistato e invece a sua gran sorpresa lo hanno subito schierato fra i titolari tanto che adesso ha già alle spalle due partite intere di Champions’ avendo nell’ultimo turno contribuito in modo importante alla sensazionale vittoria sul Real. Ed è molto probabile che fra pochi giorni esordisca in Nazionale maggiore. Pensate un po’, in poco più di due anni da un calcio dopolavoristico nelle squadre minori di Lubiana a marcare Benzema e compagnia cantante in Champions’. Ovviamente i telecronisti di Sky, che evidentemente non conoscono questo blog, lo chiamavano “Bizhol” facendomi girare le palle, ma questo è tutto un altro discorso.  Quello che voglio dire sono in realtà due cose: la prima è che fare molti sport aiuta, anzi è assolutamente fondamentale per acquisire tutte le capacità motorie possibili il che, solo in un momento successivo, fa sì che i gesti tecnici di qualsiasi altro sport possano essere imparati in modo estremamente più veloce e soprattutto molto più corretto, visto che si imparano in un’età più consona, a sviluppo completato. Del resto di esempi del genere, di gente che cambia sport praticamente già da adulta diventando subito fortissima, abbiamo due grandi recenti esempi nel ciclismo, con Roglič, di cui tutti conoscete la storia, e con il canadese  Wood, secondo alla Liegi e bronzo mondiale, campione panamericano junior sui 1500 in atletica con un tempo sotto ai 3 e 40. La seconda cosa è ovviamente una conseguenza della prima. I settori giovanili specializzati in un solo sport sono la più grande mistificazione nella storia dello sport e contemporaneamente la più grande iattura nello sport moderno, quello nel quale i genitori, che normalmente di sport non capiscono un piffero, vogliono che il loro pargolo vinca il più possibile il prima possibile. Poi meravigliandosi che a 15 anni abbandoni l’attività sportiva. Mentre la ricetta è sempre e solo una, quella ovviamente più logica: il ragazzo si diverta, faccia sport perché gli piace e perché è formativo, si appassioni senza voler fare risultato, perché a una data età è esattamente l’ultima cosa che gli importi (a meno che i genitori non lo stressino), e poi, quando avrà fatto di tutto e di più, se vuole, decida quale degli sport praticati gli piace di più e a 14-15 anni, ma anche, perché no, a 16 o 17, gli si dedichi a tempo pieno. Se non lo fa avremo comunque un membro della nostra collettività sano sia fisicamente che moralmente.