Sergio Tavcar e il “male necessario”: la NBA e Luka Doncic

Sergio Tavcar

Fonte: sergiotavcar.com

Guardando lo sport in TV non è che di questi tempi l’attività ferva, per cui ho guardato anche molta NBA. Ebbene sì, lo confesso. Ovviamente questo mio malsano interesse è stato sicuramente alimentato anche dalla curiosità di vedere il più possibile cosa facesse e come si comportasse nell’NBA Luka Dončić, mi sembra naturale.

Allora, la prima impressione in generale. È peggio di quanto mi aspettassi. E il tutto è ancora più grave, perché mi tocca anche, per la maggior parte, seguire i commenti dei telecronisti Sky che, almeno dal mio punto di vista, commentano cose che per me semplicemente non succedono o, se succedono, sono viste e interpretate normalmente secondo schemi che sono esattamente agli antipodi di quanto io ritengo che il basket sia o dovrebbe essere. Per fortuna ci sono partite che vanno in onda con il commento originale americano che, di primo acchito, uno si attenderebbe che fossero ancora più fuori dal mondo di quello in italiano, della lingua cioè di un paese che dovrebbe secondo logica interpretare le cose che arrivano da oltre oceano con più equilibrio e distacco emotivo. E invece succede esattamente il contrario con gli americani che, intanto fanno una telecronaca che si può definire tale secondo schemi prettamente tecnici, con quello che fa il play-by-play che fa il suo, con il commentatore tecnico che commenta e che soprattutto discorrono fra di loro quando in campo non succede niente offrendoti dunque un servizio tecnicamente ineccepibile senza far casino tanto per farlo, ma soprattutto commentano in modo molto più equilibrato e coerente con quanto uno vede sullo schermo. E la fortuna suppletiva è che le partite di Dallas sono normalmente di seconda fascia di interesse supposto del pubblico italiano, per cui vanno in onda con il commento originale.

Al netto del commento, riuscendo a estraniarsi e a guardare le partite per quello che sono, e non per quello che vorrebbero farci intendere di essere, la prima cosa che salta agli occhi è la straordinaria pochezza tecnica media dei giocatori. A parte le superstelle che ovviamente non diventano tali se non hanno qualcosa dentro di loro che fa sì che imparino la tecnica giusta più che altro per istinto, e proprio per questo sono fuoriclasse, tutti quelli che fuoriclasse non sono e che dunque dovrebbero essere quelli che lavorano in modo maniacale sulle carenze tecniche per raggiungere un livello decente del loro gioco sono in realtà dal punto di vista cestistico pressoché analfabeti. Inciso: in questi giorni ho guardato anche molto biathlon, per cui se uno mi viene a dire che oggigiorno si gioca molto più veloce e che dunque non si può paragonare il gioco di una volta con quello odierno o comunque mi propina una di quelle fregnacce stereotipate che sono tanto di moda di questi tempi di fake news (come disse Goebbels: una bugia ripetuta con la giusta continuità prima o poi diventa una verità che nessuno discute più), gli sparo direttamente fra gli occhi nel bersaglio di 4cm e mezzo delle serie a terra. In concreto: la tecnica di palleggio è carente a dir poco. C’è gente (giocatori NBA, lo ricordo, non di campetto di periferia!) che ha difficoltà palesi a palleggiare con la mano debole, ma soprattutto che non riesce ad effettuare un cambio di mano, né davanti, né in virata, e neanche dietro alla schiena senza mettere in mostra stridenti difetti tecnici. Se qualcuno mi contesta quanto detto venga alla prossima sconvenscion con un filmato di un giocatore qualsiasi anche di medio-alta fascia e potremo guardare alla moviola tutti i suoi movimenti in palleggio e avrò da parlarne per tutto il tempo che vorrete. Sul passaggio idem come sopra. Nel passaggio il fattore clou, oltre ovviamente alla scelta di tempo (che è poi detto in italiano il famoso “timing”), è l’equilibrio del corpo, in quanto si fissa come premessa per un buon passaggio il fatto che uno possa decidere fino all’ultimissimo istante utile se e come farlo, per cui l’equilibrio del corpo è basilare. Da ciò ne conseguono i famosi cazziatoni che ricevevamo da piccoli quando facevamo un passaggio in salto che è, in effetti, una vera e propria bestemmia cestistica salvo rare eccezioni che sono però a rischio e pericolo di chi lo perpetra. In più si vedono tantissimi passaggi sbagliati proprio come scelta: diritti quando andrebbero fatti schiacciati o viceversa, a pallonetto quando si vede dallo spazio che saranno intercettati o anche semplicemente scaraventati in mischia sperando che arrivino perché se per caso arrivano sono un assist da highlight, senza considerare il fatto che la probabilità di successo di un rischio simile, per ben che vada, non supera il 10%. O addirittura, ciliegina sulla torta, passaggi semplicemente sbagliati che arrivano in punti dove non c’è nessuno o, se c’è, gli arrivano fra le stringhe delle scarpe o in faccia. Sul tiro non discuto. Oggigiorno, con la pubblicità martellante che si fa dappertutto, testimone ne è il famoso marziano di Llandre, tutti imparano a tirare e tirano anche mediamente molto bene. Il che, preso in sé, sarebbe un bene se fosse accompagnato da una cura analoga anche nei confronti degli altri fattori del gioco. 

Però tutto questo sarebbe nulla se fosse accompagnato da una conoscenza sufficiente dei fondamentali del gioco di squadra o, come dicono nell’ex Jugoslavia, della conoscenza della tattica individuale, che è poi il campo nel quale ci facevano un mazzo enorme in tutti i corsi per allenatori che facevamo ai tempi della Jugo, in quanto per loro era proprio questo il campo fondamentale delle conoscenze cestistiche. Cioè per loro, e dunque anche per me che sono stato allevato in quella scuola, le conoscenze fondamentali sono il gioco senza palla, il sapersi smarcare, il saper leggere le situazioni per occupare sempre e comunque lo spazio giusto, saper dove e come tagliare in dipendenza dalla posizione dell’avversario, con alla base del tutto la giusta tecnica di come si porta un blocco e di converso di come lo si sfrutta o di come si esegue correttamente un tagliafuori. Si parla tanto di pick-and-roll. E ogni tanto magari farlo giusto? Con l’uomo che porta il blocco dove dovrebbe essere portato e con l’uomo che dovrebbe sfruttarlo che sa dove, ma soprattutto quando, cambiare direzione per portare il suo difensore diritto sul blocco senza che intanto il portatore sia costretto a inseguirlo per il campo commettendo il classico fallo di blocco in movimento? 

In tutti questi discorsi, e potrei continuare all’infinito, mi sapreste dire cosa cavolo c’entra la famosa velocità? O l’atletismo imperante? Va be’, tanto per farvi contenti supponiamo che la cosa sia vera e che oggigiorno siano tutti più atletici e scattanti di quanto non lo fossero una volta. Ripeto, ammesso e assolutamente non concesso. Ma di grazia, se lo sono tutti, lo sono in egual misura tanto attaccanti che difensori, dunque in realtà cosa cambia? La velocità relativa fra attaccante e difensore è esattamente sempre la stessa, per cui le cose che valevano una volta valgono esattamente allo stesso modo ancora adesso. Secondo me la famosa velocità e atletismo sono semplicemente la foglia di fico che nasconde una pochezza tecnica impressionante che è secondo me ovvia visto il percorso educativo che fanno i giocatori di scuola americana ai quali manca totalmente la cruciale esperienza del college (che viene finito solamente da quelli scarsi che poi non trovano lavoro nell’NBA – a proposito, perché i nostri fenomenali scout, almeno a quanto ne so io, non hanno un annuario dei senior delle varie università americane per prendere giocatori perfetti per l’Europa anche perché, essendosi diplomati, sono sicuramente di livello culturale superiore e dunque meglio adattabili a una vita fuori dal loro paese natio?), per non parlare del fatto che la cultura imperante nell’NBA è attualmente quella del playground che, per filosofia stessa del gioco da playground che prevede che giochi chi c’è lì in quel momento e che dunque non prevede squadre preformate, è quanto di più antipodico ci possa essere rispetto al concetto del basket quale gioco di squadra.

E poi ci sarebbe tutto il discorso da fare sulla velocità quale dote assoluta e fondamentale per aver successo nel basket. Ma perché, per grazia divina? Per quale arcano motivo la velocità dovrebbe essere una dote imprescindibile? Nel basket l’unica velocità che conta è quella della testa, tutto il resto aiuta, ma non è certamente fondamentale. L’ho detto milioni di volte: la corrente elettrica si genera dalla variazione del campo magnetico. Più velocemente varia il campo magnetico, più elettricità produco. Il campo magnetico (nel basket=velocità) può essere potente quanto si vuole, ma se non varia non si crea corrente (nel basket=non si crea vantaggio). Il che sta a significare che le situazioni di vantaggio si creano dalla variazione della velocità (e direzione, per cui bisognerebbe saper palleggiare e fare in modo giusto senza perdere o trascinare la palla un cambio di direzione), per cui è solo ovvio che la maggior variazione che posso ottenere è quella che prevede una partenza praticamente da fermo. Se corro come un ossesso e quello che mi marca corre assieme a me mi sapete dire dove vado e come lo frego? Semplicemente non lo posso fare. Oppure sì, se mi arresto di colpo e quello vola al bar. CVD: vince sempre la variazione di velocità.

In un contesto del genere mi sembra solo ovvio che uno che sa giocare a basket come Dončić sia il classico orbo che è re nel regno dei ciechi. Tutto quello che fa e per il quale ormai è diventato un personaggio che ha stregato tutta Dallas sono cose che lui probabilmente ha da sempre dentro di sé, ma che facevano (OK: a velocità molto inferiore – e allora?) di routine giocatori quali Slavnić, Kićanović, Delibašić, poi Petrović eccetera per nominare solamente alcuni dei grandi jugoslavi, ma tutta l’Europa lo faceva, come lo facevano anche i grandi campioni di oltre oceano, per cui la cosa che preoccupa fortemente è che sia diventato una superstella almeno a Dallas facendo cose che dovrebbero essere normali per ogni giocatore di vertice. Dimostrando in modo tangibile che anche nel basket odierno, presentato come il non plus ultra del basket di tutti i tempi, mentre, almeno a giudicare dall’NBA, è un basket in decadenza verticale, chi sa giocare, per quanto dal loro punto di vista lento e fisicamente poco reattivo, è dimostrato con i fatti che comunque fa canestro quando vuole. Per non parlare del fatto che la sua presenza in campo come per miracolo fa sì che Jordan giochi da centro, che Barnes faccia l’ala, che Smith jr. faccia la guardia senza fare il mona, che insomma come per incanto Dallas sembri una squadra. Ma queste sono le doti quasi metafisiche di un genio del basket di quelli che nascono ogni morte di papa, come poteva essere un Bird, un Magic, un Jordan nel senso di Michael, che non ho intenzione di approfondire, anche perché entriamo in un campo nel quale i fatti e i numeri non possono entrare in alcun modo e voi mi insegnate che oggigiorno valgono solamente i numeri e che i giocatori si valutano solamente tramite quelli. Cosa che sapete che per me è semplicemente una puttanata che non sta né in cielo né in terra, ma mi rendo conto che, scusate l’espressione triestina molto volgare, che però in questo momento di incazzatura solenne mi viene spontaneo di citare, a pisciare contro vento l’unica cosa che si ottiene è di bagnarsi.

Discorso comunque lungo che, potete esserne certi, non finisce qui. Per finire la curiosità su Omić: onestamente il paragone fatto da Buck mi sembra non c’entri per nulla con il giocatore per quello che è. Non è certamente un protagonista e da lui non si può pretendere che risolva le partite, però in un contesto di squadra sano, con le guardie che sanno come e dove dargli la palla, può essere utilissimo, in quanto la scuola, per riallacciarmi a quanto detto prima, non gli manca certamente, visto che è stato svezzato da un ottimo allenatore per giovani quale Aleš Pipan a Laško. Ogni tanto però bisogna pungolarlo, perché vengono un po’ a galla i suoi problemi di mancanza di giusta concentrazione. Se ne ha voglia è però secondo me un buonissimo giocatore che potrebbe essere, preso per il verso giusto, un ottimo rinforzo in qualsiasi squadra europea che non fosse Milano che così, a occhio, sembra l’ambiente totalmente meno adatto per sfruttarlo per quanto sa fare.

Anticipo anche quanto mi potrebbero chiedere i triestini su Zoran Dragić: il giocatore è in realtà un grandissimo lusso per Trieste che, fosse sano, sarebbe perfetto per il tipo di gioco dell’Alma e potrebbe essere, nel contesto del tipo di gioco di Dalmasson, un’arma praticamente letale. Ripeto: l’unica cosa da valutare è quanto sia sano. Se per caso lo è, è un acquisto da jack pot.

E infine tornando a Dončić la cosa che più mi ha incuriosito è stato l’esito della votazione per lo sportivo dell’anno in Slovenia nel 2018. Qualcuno di voi sa se nel passato, in qualsiasi paese del mondo, sia mai successo che a vincere il titolo di sportivi assoluti dell’anno siano stati due teenager? Assieme a Luka in campo maschile in campo femminile il titolo è andato alla sua perfetta coetanea Janja Garnbret, reginetta mondiale dell’arrampicata sportiva, due titoli mondiali e un argento che ancora adesso non digerisce nelle tre gare disputate e ovviamente dominio in Coppa del mondo. Penso sia un unicum di tutti i tempi.