Steph Curry e l’insopportabile “rumore”…

Steph Curry

Fonte: gazzettanba.it a cura di Federico Guido

A volte in silenzio non si può proprio stare. Anzi, a maggior ragione oggi, di fronte a ciò che accade nel mondo in silenzio non si deve stare. Questo è quello che pensa anche uno dei giocatori più noti e più rappresentativi di tutta l’NBA, Wardell Stephen Curry, il quale ha affidato (come spesso fanno i giocatori d’oltreoceano quando hanno qualcosa di importante da dire) a una lettera pubblicata su The Players’ Tribune le proprie riflessioni su alcuni dei temi più attuali al momento negli Stati Uniti.

Un sentito insieme di considerazioni su temi extra-basket che il numero 30 dei Golden State Warriors espone partendo dal Veteran’s Day fino ad addentrarsi più nel profondo di temi e diatribe che a suo avviso si stanno perdendo nel rumore, nel continuo bombardamento mediatico che subiamo ogni giorno.

L’MVP delle stagioni 2015 e 2016 in queste accorate righe dunque ci mette la faccia e sfrutta la propria posizione e visibilità per mettere l’accento e sollevare un dibattito costruttivo su problematiche sociali che negli Stati Uniti passano (colpevolmente) sotto traccia. Insomma Curry smette i panni del giocatore di basket per esporsi e fornire a tutti il proprio stimolante punto di vista, addentrandosi in campi a cui, secondo molti, lo sport non si dovrebbe interessare.

Ma lo sport, più di altri ambiti, è lo specchio della società in cui viviamo, riflette le problematiche, le difficoltà, le mode e le influenze che lo circondano ed è profondamente legato al contesto politico-sociale-culturale in cui si pratica. Curry questo lo sa e, spinto e punto nell’orgoglio anche da alcuni fatti accadutigli di persona, mai come prima d’ora fa sentire la sua voce, mettendosi definitivamente in prima linea assieme a quelli che prima di lui (cestisti e non solo) avevano già voluto affrontare e sottolineare con fermezza l’importanza di certe argomenti e l’impossibilità di stare zitti di fronte ad alcune questioni.

Di seguito riportiamo allora la traduzione integrale della lettera pubblicata da The Players’ Tribune:

“Il rumore.

Una delle cose sulle quali stavo riflettendo molto ultimamente, e oggi che è il giorno dei veterani in particolare, è cosa significhi avere una piattaforma.

Penso sia una tentazione, qualche volta, pensare che questo non significhi niente. Con tutti là fuori su Twitter, Facebook, Instagram e molti altri…con tutti i pareri e i discorsi che imperversano sulla tv…c’è un sacco di rumore. E senti tanto di quel rumore che poi inizi a voler scoprire se qualcun altro può, o meglio vuole, ascoltare qualche d’un altro.

Ma se c’è una cosa che ho imparato quest’anno è che tutto quel rumore che continuiamo a sentire non è casuale. Stiamo ascoltando quel rumore perché là fuori ci sono persone reali che stanno affrontando problemi reali, ingiustizie reali, qualcuna in modi mai visti prima. Nel 2017 in America il silenzio non è più un’opzione.

Sono una persona che si trova a proprio agio ora come ora. Ho 29 anni, due figlie, una bellissima moglie e due fantastici genitori. Sono stato dappertutto in questo paese da Charlotte alla Baia. E rimango fiducioso sul fatto di aver sviluppato delle fondamenta a partire dal mio carattere di cui posso andare fiero. So quello in cui credo e conosco ciò che sostengo.

E so a cosa mi oppongo.

Ma quando qualcuno mi dice che le mie prese di posizione o quelle degli atleti in generale, sono irriguardose nei confronti dei militari (dato che è diventata una cosa comune prendersela con pacifici contestatori), è qualcosa che io prendo davvero, davvero sul serio. Una delle cose a cui tengo di più è quanto io mi senta orgoglioso di essere americano e quanto io sia incredibilmente grato alle nostre truppe. So quanto sono fortunato a vivere in questo Paese e fare quello che faccio per vivere e far crescere le mie figlie in pace e prosperità. Ma lo sento dire anche da un sacco di persone che non sono neanche vicine ad essere fortunate quanto lo sono io. Un sacco di persone che veramente stanno faticando in questo paese, specialmente i nostri veterani.

E tutti i veterani con cui ho parlato mi hanno detto più o meno tutti la stessa cosa: che tutto quello che si è iniziato a dire nel mondo dello sport, partendo dall’inginocchiarsi di Colin (Kaepernick, ndr), a tutte le squadre NFL che hanno trovato la loro maniera per esprimere unità, fino a me che ho detto di non voler andare alla Casa Bianca, è l’esatto opposto dell’essere irriguardoso nei loro confronti.

Un sacco di loro mi hanno detto che, pur non essendo d’accordo con ogni posizione assunta dalle persone, questo è esattamente ciò per preservare il quale loro hanno combattuto: il diritto di ogni Americano di esprimere i propri problemi, le proprie paure, le proprie frustrazioni e i propri sogni per avere una società più equa.

Una delle conversazioni più gratificanti che ho avuto quest’anno è stata con un veterano, giusto l’altra sera. Mia moglie Ayesha inaugurava il suo ristorante e io e tutta la squadra siamo andati da lei per mangiare e darle il nostro supporto. Uno degli ospiti che ho incontrato l’altra sera era un uomo che si chiamava Michael ed era lì con sua moglie. Si è avvicinato e si è presentato e poi abbiamo iniziato a parlare.

Mi ha raccontato che ha prestato servizio in Afghanistan e mi ha detto a cosa è dovuto passare attraverso, sia fisicamente che mentalmente, nel tentativo di tornare nella società, alla sua vita quotidiana. Mi ha dato qualche consiglio su come posso aiutare la gente ad essere maggiormente consapevole delle importanti problematiche che i veterani stanno affrontando, come ad esempio quella legata al loro sistema medico e alla rovina della sua amministrazione. Mi ha poi istruito riguardo a questione demografiche, rivelandomi che meno dell’1% della popolazione oggi presta servizio tra i militari, cosa che rende davvero complicato per i veterani, a livello di elettorato politico, essere rappresentati come dovrebbero.

Come possono diventare queste questioni un trending topic?

Sentiamo tutto il tempo in tv e sui social media parlare di “supportare le nostre truppe”. Ma non è una di questione di salutarle o ringraziarle per il loro servizio all’aeroporto e certamente neanche di come osserviamo l’inno nazionale. Michael mi ha detto che loro hanno bisogno di un’azione reale, di un reale aiuto con il servizio medico, l’accesso al lavoro e il reinserimento in società.

In quasi tutte le pieghe che ha preso la conservazione Michael ha trovato dei punti in comune con me, partendo dall’essere un tifoso degli Warriors (bene, bene, mi piace) al notare, molto più importante, che la maggior parte dei problemi che i veterani affrontano a casa sono gli stessi affrontati dalla maggior parte d’America. Il vagabondaggio, la disoccupazione, la salute mentale e, sì, le ingiustizie razziali, queste sono le problematiche che i nostri veterani stanno affrontando. E in generale sono problematiche universali, diffuse in tutte le città d’America.

E visto che il giorno dei veterani sarà questa settimana e visto che sto riflettendo sempre più su cosa significhi veramente per me usare la mia piattaforma, la conversazione con Michael è qualcosa che ha continuato a tornarmi in mente.

Lo sapete, mi ricordo quando mi sono alzato quella mattina (non continuo a non credere a queste parole) e il presidente mi ha twittato. Probabilmente non avete bisogno di dirmelo ma…è stato surreale. Era la mattina del nostro primo allenamento stagionale e stavo facendo una bella dormita. Quando mi sono svegliato, prima di vedere il tweet e capire costa stava succedendo, mi sono arrivati qualcosa come 30 messaggi tutti in una volta, facendomi praticamente esplodere il cellulare. Erano tutti amici che mi difendevano e dicevano che avevo fatto bene e di non preoccuparmi, ma non avevo idea di cosa stessero parlando.

Poi alla fine sono andato su Twitter, ho controllato le menzioni e ho visto.

Era quello che era.

E ora ovviamente sono le stesse persone, quelle che non capivano perché pacificamente mi opponevo alla visita alla Casa Bianca, che ti dicono che quando gli atleti professionisti cominciano una protesta pacifica, disprezzano i militari, la bandiera e il paese.

Ed è per questo che ho deciso di scrivere questo ora.

Perché se voglio usare la mia piattaforma…non voglio essere del semplice rumore. Voglia usarla per problemi reali che affliggono persone reali. Voglio usarla per dare visibilità alle cose che mi stanno a cuore.

E i nostri veterani mi stanno profondamente a cuore.

È per questo che scrivo ciò, la mia richiesta a tutti per questo giorno dei veterani: per favore non scadiamo nel solito dibattito senza fine su cosa stiano facendo e chi sta mancando di rispetto a chi.

Invece, rispettiamo e lodiamo i nostri veterani, discutendo sui modi effettivi con cui, come civili e come americani per proteggere i quali loro hanno combattuto, possiamo fare la nostra parte. Parliamo del rovinato sistema medico dei veterani, dei loro traumi psicologici e dei loro disturbi da stress. Ma parliamo anche del vagabondaggio, della disoccupazione, della salute mentale e, sì, delle ingiustizie razziali

Parliamo di come possiamo fare meglio, di come possiamo rendere le loro vite più facile.

Usiamo le nostre piattaforme, e questo giorno, per discutere su come fare più rumore di tutto questo silenzio e dar più peso al silenzio in tutto questo rumore.”
– Stephen Curry –