Tanjevic si re-inventa la Nazionale sperimentale di Claudio Pea

Bogdan Boscia Tanjevic, Giovanni Petrucci

Fonte: claudiopea.it

A cosa sto pensando? E’ meglio che non ve lo dica. E se Facebook insiste ancora a domandarmelo non c’impiego molto: mando pure lui subito a remengo. Penso piuttosto che dovrei più pensare ai fatti miei: vivrei così senz’altro meglio e avrei qualche problema in meno, ma proprio non ce la faccio a far finta di niente se vedo che c’è qualcosa che non va per il verso giusto. E allora provo a raddrizzarla, ma non sempre ci riesco e allora finisce spesso che ci resto anche scottato. Certo è che gli uomini del basket sono proprio deludenti. E i giornalisti ancora peggio. Tanto che devo dare ragione a Raffaele Baldini, direttore di BasketNet, che sul suo sito ha scritto un editoriale dal titolo: “Il giornalismo cestistico è sempre più imbavagliato”. Ed è verissimo. Tranne ovviamente quattro o cinque eccezioni. E lo ringrazio se, tra queste, ha messo anche il vostro pennivendolo. Ma non mi basta: dovrebbe anche avere il coraggio di denunciare chi ha le mani legate e nasconde la verità dei fatti. Per esempio io non dico che i figli di Mamma Rosa, che è una buona donna, debbano per forza schierarsi dalla parte di Giannino Petrucci o di Livio Proli nell’ultima guerra dei bottoni tra la Federazione e la Lega. E capisco anche che sia imbarazzante per chi ha un filo diretto e privilegiato con l’uno o con l’altro sostenere o tradire l’amico. Difatti mi meraviglierei moltissimo se un domani Vincenzo Di Schiavi, che anticipa sempre tutti su una notizia di mercato dell’Armani, spiazzando persino il capo ufficio stampa dell’Olimpia medesima, confessasse all’improvviso che stavolta ha sbagliato Livio a tirare le orecchie a Giannino. O, viceversa, mi stupirei da morire se Mario Canfora, che si sente con Petrucci come minimo al mattino e a mezzogiorno, dopo pranzo e prima di cena ogni giorno dell’anno, compreso San Silvestro o la Santa Pasqua, applaudisse il presidente di Milano perché finalmente le ha cantate a quel rompipalle di Valmontone. Né è obbligatorio, per carità di Dio, prendere posizione in favore di questo o di quello. Però che entrambi sappiano meglio di me che Proli ha alzato la voce contro la letteraccia che Petrucci aveva spedito a Egidio Bianchi invitatolo a pensare più ai cavoli suoi, questo è poco ma sicuro. E quindi per quale motivo Mamma Rosa ha ignorato la faccenda che pure ha fatto rumore in tutta Italia, da Trento a Capo d’Orlando? La risposta è scontata, ma datela pure voi. Che forse io ho già detto troppo. E comunque, questo sì, pure il vostro pennivendolo metterebbe la mano sul fuoco per Boscia Tanjevic. O, meglio, ho sbagliato: non dovevo usare il condizionale. Io metto la mano sul fuoco per quel grande uomo e non dirò mai che ha sbagliato qualcosa in vita sua. E, se lui invece ancora pensa che l’abbia tradito ai tempi dello scudetto di Bepi Stefanel, gli potrei di nuovo giurare che non fu assolutamente così. Però quando a metà dello scorso settembre sono venuto a sapere che non sarebbe andato in pensione, come aveva scritto la Gazzetta, perché il basket per lui è la vita, e sarebbe probabilmente diventato il nuovo Cesare Rubini di Azzurra, era una notizia e l’ho data. Sperando, come è stato, che fosse confermata a  breve termine da Giannino Petrucci. Così adesso se vi svelo che è nei programmi di Tanjevic di rimettere in piedi la nazionale sperimentale che Ettore Messina volle due anni e mezzo fa scioccamente sopprimere togliendola dagli artigli di Attilio Caja, non dico che sposo in pieno la sua idea, perché è scontatissimo, né che finalmente Petrucci ne ha fatta una di giusta alla faccia di Proli, ma aggiungo, se posso, che dovrebbe allenarla lui. Come non è escluso. Anche se MaraMeo Sacchetti dovesse di nuovo contrariarsi. Mentre eviterei d’affidarla a Enzino Esposito o a Nando Gentile, come ha in mente Boscia, affinché poi i suoi nemici storici non dicano che ha sistemato dopo i triestini anche i due Bonsai di Caserta. Oppure se ne freghi. Che tanto va bene lo stesso. Anzi, meglio ancora.