Una guida contromano sulla strada per Torino (di Raffaele Baldini)

Chi viaggia contromano e, vedendosi arrivare macchine dal verso opposto, esclama: “hanno tutti sbagliato direzione di marcia!”. Per capirci i veicoli dal fronte opposto hanno la targa Vitucci, Banchi, Recalcati, Brown, Delfino, tutti di una certa cilindrata e con diversi anni di guida alle spalle. Il teatrino della gestione Forni sta per chiudere il sipario, il giocattolo non piace più, oppure non si sono lette le istruzioni e quindi non si capiscono le potenzialità; un problema relativo se non fosse che dietro c’è un nome storico come quello dell’Auxilium e un marchio mondiale come Fiat. Ma non è colpa di Antonio Forni o del figlio Francesco, è colpa della deriva manageriale della pallacanestro italiana, in cui presuntuosamente si è sottovalutato il “giocattolo” che si aveva fra le mani. La superficialità ha creato invasioni di campo, allenatori si son messi a fare i General Manager, proprietari suggeritori dei tecnici, procuratori a fare i Direttori Sportivi; tutto questo ha generato isteria, la perdita nel controllo del mezzo con imbarazzanti soluzioni prive di senso logico. E’ un grido d’allarme che parte da lontano, quando il basket ha cominciato a disgregare l’ordine gerarchico, togliendo delle figure fondamentali (GM appunto) e allargando il raggio d’azione di proprietari giovani desiderosi della passerella, possibilmente con i fari puntati addosso. Anche il semplice sedersi in panchina del Presidente con la squadra lo trovo poco affine alla logica sportiva, perché ci sono spazi in cui è necessario creare un ambiente blindato; oggi spogliatoi e panchina sono diventati luoghi per incontri promiscui, per tribunali improvvisati e teatrini poco edificanti.
E pensare che proprio dalla definita scala gerarchica si crea un senso credibile di autorità, presidenti (o vice-presidenti) devono innamorarsi prima di tutto del proprio allenatore non dei propri giocatori, perché troppa accondiscendenza verso gli atleti genera forme di ricatto verso il timoniere. I presidenti devono essere figure invisibili ma presenti, devono essere “studiati”, devono creare sinergie solide con staff dirigenziale e staff tecnico, rifuggire da slanci emotivi o ancor più da raccolte di figurine. La sensazione è che a Torino si sia ragionato con l’idea di chi il giorno dopo a scuola vuole mostrare al compagno di banco il giocattolo più figo o la giacca più fashion. Anche intuizioni interessanti come quella di Larry Brown, mix di impatto mediatico e influenze tecniche (come quella di Rick Pitino al Pana), sono state rovinate da una banale logica dello sport moderno, quella dei risultati immediati e fine a se stessi.
L’uscita dura ma circostanziata di Carlos Delfino, deprecabile nel 99% dei casi, in quanto atto di accusa verso la dirigenza e quindi verso competenze deontologicamente non valutabili dai “dipendenti”, ha la trasparenza di quello che si è vissuto all’ombra della Mole.
Dispiace, perché i Forni e la Fiat Torino potevano rappresentare uno slancio per il movimento, un ottimo motivo per rinvigorire il lotto delle big, oltre Milano e Venezia, in una città aristocratica desiderosa di emanciparsi dal calcio egemone.

Direttore Raffaele Baldini